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Le Siddhi

 

D. Quando si parla di yoga, o di dottrine orientali, immediatamente vengono alla mente i cosiddetti “poteri”, le siddhi.
Ma che cosa sono questi poteri?

R. In riferimento a questo soggetto possono nascere tante confusioni e malintesi. Di là dalla giusta posizione coscienziale verso i vari tipi di yoga o di dottrine tradizionali, occorre riconoscere che molti concepiscono la stessa Realizzazione come realizzazione o acquisizione dei cosiddetti “poteri”.
Prima di tutto dovremo fare delle distinzioni: in termini psicologici un potere rappresenta una facoltà o una capacità della materia stessa, può considerarsi una qualità o un suo attributo; in termini filosofici il “potere” designa una “possibilità” dell’ente di esercitare o manifestare un atto.
Dovremo fare ancora una precisazione tra ciò che viene detto “potere psichico” e facoltà psicologica che è più propriamente riferita alla mente in genere. La percezione mentale, che tutti hanno, è una facoltà psicologica, riguardante l’aspetto psiché e non soma.
Il potere psichico, in quanto tale, rappresenta lo sviluppo di particolari “sensi” o organi sensoriali che danno la capacità di “sentire”, “vedere” su piani che trascendono il fisico denso. Come a livello fisico abbiamo i cinque sensi che ci mettono in contatto con il piano materiale-grossolano, così a livello del sottile superfisico abbiamo altri sensi che ci mettono in contatto con tale livello o piano esistenziale.
Oltre alla vista fisica abbiamo la vista psichica (chiaroveggenza); oltre all’udito fisico, con cui percepiamo i suoni fisici, abbiamo l’udito psichico (chiarudienza) con cui percepiamo suoni sottili che sfuggono alla percezione dell’udito fisico. Diremo, il potere psichico è una facoltà della “psiché” come realtà autonoma dal fisico-soma.

I più cercano i poteri psichici per due motivi:

1. perché, essendo essi una semplice estensione nei piani sottili psichici dell’io empirico, questo non viene intaccato, anzi viene espanso e irrobustito. I più cercano l’espansione dell’io non la sua soluzione e trascendenza;

2. perché rappresentano una compensazione alla debolezza, alla mancanza e privazione inerente all’io.

Così, a livello fisico molti cercano la ricchezza, che è un potere materiale, per sentirsi più forti, più sicuri, più egoici. Non avendo trovato la sicurezza e la pace in se stessi, si compensano con la ricchezza. Sappiamo infatti che questa diventa una grande compensazione per coloro che non sono. Anche il “potere” intellettuale può essere una compensazione. La ricchezza del potere psichico risponde a questa necessità, compensa molte deficienze e manchevolezze dell’io empirico perché, in verità, esso non è.
Però, se i poteri psichici appartengono all’io, e l’io mondano (come spesso viene definito per distinguerlo dal Sé-spirito) è caratterizzato dall’incompiutezza e relatività, allora i poteri a lui inerenti appartengono al dominio dell’avidya, per parlare in termini del Vedanta.
Che un ente possa essere chiarudiente, chiaroveggente, levitante, telepatico o psicometrico conta poco, perché egli si trova, opera ed è pur sempre nella sfera dell’avidya.
Chi cerca il potere psichico in quanto tale potrebbe essere un interessante soggetto per la psicanalisi.
A volte questi soggetti sciupano un’intera esistenza per diventare dei mediocri chiaroveggenti, sensitivi, “medium”, ecc.
In riferimento ai poteri psichici vi è un aneddoto molto illuminante sul Buddha.
Si racconta che il Buddha entrando in un luogo boscoso incontrò un meditante “santone”. Questi, alla vista del Buddha, gli andò incontro pregandolo di dare un giudizio sulla sua ascesi protratta per tanti anni.
Nei pressi scorreva un grosso fiume e il “santone”, levitando, attraversò le acque. Quando ritornò al cospetto del Buddha sollecitando qualche parola, il Buddha, per nulla turbato, chiese: “Quanto tempo hai impiegato per acquisire questo potere di levitazione?”. Il “santone” rispose: “Venti anni”. E il Buddha: “Io con cinque rupie attraverso questo fiume con una barca in cinque minuti”.
Il “potere” non è Realizzazione dell’atman perché, essendo una facoltà, appartiene alla prakrti.
Il “potere” opera nella sfera della dualità, esso implica un ente detentore del potere, una potenza, un oggetto su cui esercitare il potere. Il potere, operando nel mondo duale e molteplice, non è fonte di ananda, non è fonte di Compiutezza-pax profunda, la quale è connaturata all’Essere.
Il più grande potere che si possa avere è quello dell’Illuminazione o del satori, della paravidya, della gnosi; potere che non appartiene più al dominio dello psichico, ma a quello dello spirituale propriamente detto. In questa sfera l’individuale, con i suoi giocattoli-poteri, non esiste più, perché è completamente trasceso.

D. Si conoscono però dei veri Santi che esercitano poteri.

R. Essi sono tali non perché esercitano i poteri, ma perché sono Illuminati. Se poi di tanto in tanto si servono di alcune facoltà psichiche è più per impressionare l’emotivo delle masse, che invero hanno necessità di queste cose, che per additare il sentiero dell’Illuminazione.
A un Santo il potere può servire solo come momentaneo mezzo per attirare delle persone incredule, mentre a una semplice individualità il potere serve come fine e come compensazione psicologica.

D. Si diceva prima che un potere è una facoltà che esercita una influenza sull’ambiente; che differenza c’è tra questa influenza e quella del Santo?

R. La differenza è grande. L’influenza di un potere opera:

1. sul psicofisico (individuato);
2. sul piano della forza-energia;
3. nel campo della dualità soggetto-oggetto;
4. sul piano della volontà dell’io;
5. per acquisire un vantaggio fisico o psicologico.

L’influsso del Realizzato opera:

1. sul piano spirituale (universale);
2. sul piano della “innocenza”, della non-resistenza. L’influsso del realizzato è un effluvio che si espande naturalmente, come il profumo di un fiore;
3. nel campo del puro Soggetto, poiché non si pone attenzione all’oggetto. Il Realizzato non cerca e non desidera né vuole influire sugli altri;
4. sul piano della non-volontà o non-desiderio perché non ha finalità egoiche;
5. quindi, sul piano della pura “donazione”, del puro Amore, dal momento che è la sua particolare vibrazione coscienziale a risuonare.

Così, mentre il potere psichico opera nella sfera dell’individuato, quello spirituale opera nella sfera del sovra individuale o universale. L’influsso del Realizzato diventa un “campo magnetico” al centro del mondo, quello dello psichico è un semplice rapporto tra un singolo soggetto e un oggetto.

D. Possiamo allora dire che il Realizzato “vibra” sat-cit-ananda, mentre lo psichico deve esercitare una forza, una facoltà per ottenere determinati effetti?

R. Certo. Il Realizzato è Coscienza pura senza sovrapposizioni, è Essere, mentre lo psichico è un’individualità che parla ad altre individualità mediante strumenti di “persuasione”.

D. Il potere può esercitarsi per semplice vanità?

R. Sì. È la più innocente delle possibilità anche se è la più fatua. La vanità può rientrare sempre nel “vantaggio” psicologico che si riceve.

D. In definitiva i poteri-facoltà sono “accidenti” della prakrti?

R. Sì. Di contro, sat, cit, ananda non sono attributi o accidenti dell’Essere, ma sono natura dell’Essere, sono consustanziali all’Essere.
La Beatitudine-compiutezza non è un potere psichico, l’Intelligenza o la Coscienza non sono un potere psichico, lo è invece la facoltà del percepire sensoriale dietro cui opera appunto l’Intelligenza universale, l’Essere e la Coscienza.
Il potere rappresenta ancora l’esercizio di una facoltà che può nascere e morire, esserci e non esserci. Opera, abbiamo detto, sul piano della dualità, quindi del non-essere. Il sat-cit-ananda è l’Essere sempre esistente perché appartiene appunto al non-divenire.
Il potere opera sul piano della necessità, mentre il sat-cit-ananda opera sul piano della libertà.
La ricchezza materiale o psichica serve per acquisire qualcosa che non si ha; chi tutto possiede dentro di sé non cerca alcuna ricchezza né materiale né psichica.

D. Il sentiero metafisico si oppone a questi poteri?

R. Non può opporsi, essendo essi facoltà-potenze della stessa prakrti. Può ovviamente non condividere l’uso che spesso se ne fa. Anche Gesù si è servito dei poteri, e questi non solo venivano usati saggiamente, ma neanche appartenevano alla sfera dello psichico, rappresentando questo solo un canale della volontà universale. La Coscienza universale si serviva del “fenomeno” per determinati fini, ovviamente non individuali.

 

Raphael,  Le Siddhi in Il sentiero della non dualità, edizioni Asram Vidya

 

 


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