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Yoga Darśana

YOGA DARŚANA

Lo yoga non ha una metafisica sua propria, ma accetta la filosofia sāṁkhya e formula un metodo affinché il fine dell’uomo, quale concepito in quel sistema, possa essere conseguito. Ciò che occorre fare è isolare il puruṣa da prakṛti, mediante un processo di controllo della mente.

Il puruṣa si riflette nella mente; e tutte le prove ch’egli incontra sono dovute al fatto che questi si identifica con il suo riflesso nella mente. Se la mente può venire fermata e sormontata, e se in essa non c’è più alcun riflesso, il puruṣa realizzerà la propria natura sfuggendo alla rete di prakṛti. Il metodo che rende possibile tutto ciò è lo yoga .

Lo yoga, come metodo di controllo della mente è conosciuto in India fin dai tempi più antichi. Nelle Upaniṣad e nella Bhagavad-gītā, si insegna la tecnica del controllo della mente. Il testo base dello yoga classico è lo Yogasūtra di Patañjali (V sec. d.C. circa) che è stato commentato da Vyasa (c.a. 500 d.C.) e dal re Bhoja (1000 d.C.). Il commentario di Vyasa ha sua volta commenti di Vacaspati Misra e di Vijnam Bhiksu.

Il concetto più importante del sistema yoga è quello di citta, liberamente reso come “mente”. Citta, ovvero lo stesso concetto che nel sāṁkhya viene reso con mahat o buddhi, e rappresenta il primo prodotto di prakṛti, ed in esso viene riflesso il puruṣa. Ricevendo tale riflesso citta diviene cosciente e funziona in vari modi, è di per sé onnipervadente, ed è chiamato karana-citta (la mente-causa). Tuttavia, quando si trova in associazione con un corpo, si contrae o si espande a seconda del caso, e viene chiamato karya-citta (la mente-effetto). Oggetto dello yoga, è fare assumere a citta il suo stato originale, puro ed immutabile, e così liberarla dal travaglio.

È attraverso le funzioni di citta che il puruṣa agisce, gioisce e soffre. Tali funzioni producono anche tendenze latenti che, a loro volta, danno luogo ad altre tendenze facendo così ruotare il ciclo del saṁsāra. Sballottato dalle ondate dei desideri e delle passioni, l’ego individuale non ha sosta e non conosce pace, è soggetto alle cinque afflizioni di avidyā (ignoranza), asmitā (erronea identificazione del sé con la mente, col corpo, ecc.), rāga (attaccamento), dveṣa (avversione), abhiniveśa (istintivo attaccamento alla vita e paura della morte). Per liberare il sé dalla stretta mortale di prakṛti, devono essere domate le modificazioni della mente: pramāna (valida conoscenza), viparyaya (falsa conoscenza), vikalpa (rappresentazione discorsiva, conoscenza distintiva), nidrā (sonno, torpore) e smṛti (ricordo, memoria). Queste devono essere eliminate rimuovendo in tal modo le afflizioni.

Le afflizioni e le modificazioni mentali possono venire rimosse mediante abhyāsa (pratica, ripetizione costante di uno sforzo) e vairāgya (distacco). Solo attraverso una lunga pratica si acquisisce l’abitudine al distacco che condurrà alla conoscenza discriminativa del sé e del non-sé.

I dettagli di questa pratica sono esposti negli otto passi o mezzi dello yoga, (aṣṭāṅga-yoga): yáma (proibizioni), niyáma (osservanze), āsana (posizioni), pranayáma (controllo del respiro), pratyāhāra (ritiro della coscienza dall'identificazione con le attività sensorie), dhārāṇā (concentrazione, accentramento dell'attenzione su un solo punto o oggetto della mente), dhyāna (meditazione) , e samādhi (contemplazione).

I primi due costituiscono la base etica dello yoga, e rappresentano rispettivamente certe essenziali virtù negative e positive. Yáma prevede cinque proibizioni: ahiṁsā (non-violenza), satya (non falsità, verità), asteya (non-appropriazione), brabmacarya (celibato, continenza), e aparigraha (non possessività). Queste cinque proibizioni, che insieme costituiscono il grande voto (mahāvrata), non sono condizionate dalla casta, dal luogo, dal tempo o dalle circostanze.

In nyáma troviamo cinque osservanze: śauca (purezza), saṁtoṣa (accontentarsi), tapas (ardente aspirazione, ferma autodisciplina, austerità), svādhyāya (studio) e Īśvara-praṇidhāna (abbandono a Dio).

L’aspirante discepolo nello yoga, deve prima coltivare yáma e niyáma. Il vivere etico prepara il terreno all'ulteriore pratica dello yoga. È interessante notare che dietro lo schema di yáma e nyáma troviamo un’armoniosa relazione tra l’individuo e la società, tra l’uomo e gli altri esseri viventi, tra l’uomo e Dio. L’etica yoga, – come, del resto, tutta quella indù – è un'etica universale ed include la religione. I cinque yáma ed i cinque niyáma costituiscono insieme tutto ciò che è necessario ad una vita perfettamente etica e religiosa. Essi sono, per così dire, i dieci comandamenti dello yoga .

I successivi passi dello yoga, terzo, quarto e quinto, cioè āsana, pranayáma e pratyāhāra, regolano rispettivamente la disciplina del corpo, della forza vitale e dei sensi e sono accessorie al controllo della mente. Āsana significa posizione del corpo. Alcuni scritti posteriori elencano sette āsana, descrivendole. Per l’autore dello Yogasūtra, l’āsana è semplicemente una postura stabile e comoda. L’idea è che il corpo deve venire disciplinato ad assumere una posizione che aiuti la concentrazione. L’esperienza comune ci mostra che quando la mente è concentrata, il corpo diviene fermo e rilassato. Nello stadio dello yoga, chiamato āsana si adotta il procedimento inverso, ovvero rendere fermo e rilassato il corpo per cercare di calmare la mente. Lo stesso vale per il successivo stadio, pranayáma, in cui la disciplina viene applicata alla funzione della respirazione. Il respiro di una persona la cui mente è profondamente assorbita in qualcosa è lento e regolare. Se il respiro è reso lento e regolare, e per qualche tempo anche arrestato, sarà facile controllare la mente. Pertanto il pranayáma è il processo attraverso il quale il respiro viene regolato e controllato. L’inspirazione è detta pūraka; l’espirazione recaka; l’arresto del respiro kumbhaka. La pratica del pranayáma allunga la durata di pūraka e di recaka, ed anche il periodo di kumbhaka. Tale forma di animazione sospesa non è fine a se stessa; è utile in quanto aiuta la concentrazione, e deve essere praticata senza rischiare l’asfissia. Ciò, come tutti gli altri aspetti dello yoga, deve essere appreso da una guida competente. Pratyāhāra è il ritirare i sensi dai loro rispettivi oggetti. Un perfetto distacco dai sensi può avvenire soltanto quando la mente si trova sotto un completo controllo. Anche in questo caso la disciplina del pratyāhāra rovescia il processo. Il suo scopo è di controllare la mente mediante il controllo dei sensi.

Gli ultimi tre passi dello yoga, dhārāṇā, dhyāna e samādhi segnano tre diversi stadi della concentrazione. Sono questi che costituiscono propriamente lo yoga. Insieme sono chiamati saṁyama. Dhārāṇā è fissare la mente su un seme. La mente irrequieta viene prima legata ad un oggetto, affinché divenga ferma ed immobile. Dhyāna è il dirigere verso quell'oggetto un’uniforme corrente di pensiero indisturbata da altri. Samādhi è il risultante stadio della mente. Qui la concentrazione è così intensa che l’oggetto occupa tutta l’attenzione e la mente si astrae. La pratica di dhārāṇā, dhyāna e samādhi rispetto ad un solo oggetto, esterno o interno genera poteri supernormali (vibhūti) o perfezioni (siddhi), come la telepatia, la precognizione, ecc. Ma lo Yogasūtra raccomanda di non divenire preda di tali manifestazioni. È il samādhi il culmine dello Yogasūtra e non certo un potere supernormale. Ci sono due tipi di samādhi: uno inferiore e l’altro superiore. La forma inferiore è chiamata sampra-jnata-samādhi, in cui la mente continua a funzionare, sebbene completamente assorbita nella contemplazione di un oggetto particolare. Nella forma più alta, nota come asamprajnata-samādhi, anche la consapevolezza oggettiva scompare e la mente cessa di funzionare. Concentrata sul sé, la mente svanisce ed il sé o lo spirito è lasciato solo a godere il kaivalya, che è il fine ultimo, secondo il sistema sāṁkhya-yoga.

Lo yoga, differisce dal sāṁkhya soltanto per un punto. Mentre il sāṁkhya non dà posto a Dio, nello yoga, c'è Dio (Iśvara). Abbiamo già visto come la devozione a Dio (Iśvara-praṇidhāna) sia una delle virtù che lo studente di yoga deve coltivare. Patañjali indica Dio come uno degli oggetti per la concentrazione. Dio, nel suo sistema, è il supremo Puruṣa, intoccabile dalle afflizioni e dalla loro figliolanza. In Lui è raggiunto il più alto limite della conoscenza; Egli è onnisciente. È il primo precettore dello yoga, e non è condizionato dal tempo. Il nome con cui è conosciuto è il suono-simbolo OM.

Sebbene nell’epoca classica lo yoga, fosse associato al sāṁkhya, la tecnica del controllo della mente è retaggio comune a tutti i sistemi filosofici.

Il termine yoga, deriva dalla radice yui, unire, ed è affine alla parola inglese “yoke” (e all'italiano giogo). In parecchie scuole di pensiero significa: «Il mezzo per l’unione con l’ultima realtà». Nel sāṁkhya-yoga, comunque, esso sta per vi-yoga, o separazione del puruṣa da prakrti.

 

Tratto da Elementi di induismo di T.M.P. Mahadevan. Allievo di Radhakrishna, seguace e traduttore di Ramana, allievo di Chandrasekarendra Sarasvati, Shankaracarya e jivanmuktha di Kanchi. Professore dell’Università di Madras.

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