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Punti di vista

Prologo: Si è ricostruito un dialogo di Bodhananda con D. [un devoto di Raphael, parrebbe] che lascia intuire nelle sue parole il desiderio di abbandonare il gruppo della di allora mailing list per "problemi di comunicazione" con altri del gruppo. Siamo nel 2001, quindici anni fa.
D. posta due lunghi brani tratti dal libro "Fuoco dei filosofi" di Raphael che vengono inframmezzati da note di commento di Bodhananda che, come lui stesso precisa: "Non vogliono rappresentarne l'Interpretazione" .
A un certo punto, la risposta di Bodhananda segue un breve dialogo antecedente tra D. e altra persona (A).


D. Per quel poco che mi conosco credo che le mie modeste considerazioni (non giudizi) non siano nate né da una mente infatuata dei testi advaita, né da un essere la cui mente è sprofondata nel Silenzio Advaita, ma più semplicemente da profondo Rispetto e immenso Amore per l’Istruttore, per la sua Incarnazione e per ciò che Egli incarna (la Conoscenza e l’unità della Tradizione), e la cui sacralità (Nome e Forma compresi) certamente non viene minimamente menomata dal nostro atteggiamento più o meno irriverente… ma la nostra (sacralità) sì, appesantendo così il karma personale.
Noi parliamo di “autorealizzazione” e quindi è giusto che ciascuno si assuma liberamente la responsabilità di gestire il proprio karma e la propria coscienza.
Tutti quanti, fratelli cari, sappiamo che la mente crea opposizioni, contrapposizioni e molte incomprensioni, ed è per questo che serenamente e fraternamente rientrerò in me stesso.

R. Quanto tu provi per l'Istruttore è condiviso anche da altri, forse è diversa la modalità con cui viene vissuta la sacralità dell'Istruttore stesso.
Ognuno di noi è diverso nelle esperienze del vissuto dagli altri e aspettarsi che tutti si viva la medesima nota, può solo condurre a fraintendimenti.
Quanto all'irriverenza, spesso non è rivolta all'Istruttore o a quanto incarna, ma all'uso che fa la nostra mente dei nomi e delle forme, tesa come è a renderli assoluti, mentre essi sono sempre e comunque espressione della molteplicità.
Così come in alcune linee del pensiero buddhista viene detto: "Se incontri il Buddha, uccidilo" per indicare che se si incontra qualcosa che risponde, negli attributi e forma, alle nostra aspettative e interpretazioni del Buddha, significa che esso va eliso in quanto non può esserci rispondenza fra una convinzione e la Pura Realtà; così nello Zen e nel Taoismo viene detto che esso non può essere spiegato perchè se lo fosse, l'aspirante avrebbe molta difficoltà a realizzarlo una volta concepitolo mentalmente.
Questa lista esiste e opera, al pari dei nostri siti, grazie all'influsso di alcuni Maestri, fra cui non ultimo Raphael.
Forse la modalità non è perfettamente conforme all'uso che si è andato sviluppando negli ultimi anni fra coloro che seguono Raphael, ma questo non significa che essa sia in contrasto con questo uso. Così come per anni Raphael ha vissuto in ritiro, adesso c'è stata una sorta di apertura e questa lista come altre iniziative ne sono il sintomo.

D. Secondo il mio attuale stato coscienziale ho creduto giusto dire, per amore e con amore, quello che ho detto assumendomene ogni responsabilità.

R. Ma infatti nessuno contesta il tuo sentire, che va rispettato e integrato nell'armonia del gruppo, solo che per costruire l'armonia occorre un contributo fattivo, da parte tua nell'ampliare la tua visione per comprendere la nostra e viceversa. Ma per questo motivo occorre che la tua nota sia pronta a partecipare e confrontarsi, perchè la nostra reciproca crescita sarà nell'integrazione di entrambe in una superiore, dato che entrambe sono rivolte verso la medesima fonte.

D. Qualcuno non ha obiettato, ma avrebbe potuto, che quanto viene richiesto all’aspirante dalla Tradizione al fine di una via spirituale è una forte istanza realizzativa, la benevolenza di un saggio e le qualificazioni adatte. Null’altro, e senza particolari citazioni, dato che non sempre si ha la medesima posizione coscienziale di chi si cita e, quindi, chissà se la nostra interpretazione mentale corrisponde al vero. Purtroppo però, se non ho capito male, è quello che si è fatto e si continua a fare in lista: si dà un sutra… e poi, chi più chi meno, via con le nostre citazioni, interpretazioni e commenti personali. 

R. No, su questo non concordo. Questo è prendere un sutra tradizionale e meditare su di esso, cercando di viverlo nel quotidiano, esponendo come ognuno lo vive e lo vede, senza dare interpretazioni ultimative ed esaustive, ma semplicemente condividendo la propria nota.
Questa modalità è in uso da sempre nella Tradizione e, anzi, ha fatto sì che la stessa tradizione sia vivente.
Gli stessi primi libri di Raphael pare che siano nati così: furono sbobinate e trascritte le registrazioni che Raphael teneva circa 35 anni fa.
Questo non significa affermare che ci mettiamo sullo stesso piano di un Maestro, fermo restando che potremmo anche essere qualificati a farlo o addirittura essere stati demandati a farlo, ma semplicemente talvolta può essere utile il confronto di più punti di vista come momento di crescita.
Se osservi i gruppi che sono nati seguendo l'insegnamento di Raphael vedresti che viene data molta importanza alla gestione-incontro-armonia collegiale di tutti.
D'altra parte cosa è la Tradizione se non l'esposizione di una serie di commenti-esperienze-descrizioni?
Quanto al definirle personali, dovremmo trovare un metro per definire e verificare quando un livello coscienziale è autorizzato, abilitato a parlare e quando invece no. Un'altra cosa è invece affermare un proprio punto di vista come migliore o comunque giusto (rispetto ad altri che a questo punto divengono errati, incompleti, non rispondenti) e supportare questo punto di vista usando citazioni e sutra vari. Una cosa è l'esposizione di un punto di vista, una cosa è affermare il suo primato su altri.

D. Comunque grazie, Bodhananda, per quanto mi dici. Adesso mi permetto di trascrivere (per meditarlo insieme) dal libro "Fuoco dei Filosofi" di Raphael qualcosa dal capitolo “le qualificazioni del discepolo”.

Ma quali possono essere le qualificazioni che si richiedono per un giusto approccio alla via della Liberazione? La prima – oltre quelle che si possono intravedere in ciò che finora abbiamo detto (grande serietà, grande impegno, abnegazione e parecchio tempo a disposizione, ampia disponibilità di cuore e di mente) – è la più difficile da attuare; ci riferiamo all’umiltà.
Negli antichi Misteri il candidato doveva rimanere per parecchi anni in silenzio perché tutto quello che avrebbe potuto dire non avrebbe avuto niente che fare con l’Insegnamento esoterico e iniziatici; inoltre, ciò gli era di grande aiuto per incominciare a dominare la parola, cosa non facile nel mondo individuato.

R. Esatto e molti di noi hanno aspettato anni e anni prima di poter parlare e, se fai caso, in questa lista su tanti iscritti sono pochissimi quelli che parlano. Nè oggi è facile trovare gruppi iniziatici di un certo genere, nè le persone adatte a frequentarli. C'è poi la dispersione geografica e la mancanza di punti di luce sul territorio.

D. "Un’altra qualificazione è il saper trovare un accordo, una sintonia coscienziale con l’Insegnamento perché la Conoscenza iniziatica non è, appunto, come quella profana dove occorre solo un’adeguata intelligenza e soprattutto una buona dose di memoria. L’insegnamento è diretto non al cervello, ma al Cuore, non al manas ma alla buddhi. La sua funzione è di fare emergere la Conoscenza che già è in noi, di risvegliare la coscienza a ciò che essa è." 

R. Questa azione, lo stimolo della coscienza può essere fatta anche attraverso l'uso del linguaggio al servizio della ragion pura o dell'istruzione tradizionale. Cosa altro è questa lista se non un dialogo? Il dialogo dialettico viene considerato come uno strumento importante per stimolare la coscienza al pari del silenzio.

D.“Un’altra qualificazione consiste nell’avere un atteggiamento ricettivo e nello stesso tempo attivo e solare. Per apprendere-comprendere occorrono non solo umiltà e ricettività (non passività), ma anche una posizione attiva e solare per fissare ciò che si è appreso e compreso, fissare sul piano della Coscienza più che della mente e malgrado tutte le circostanze positive o negative di ordine intrinseco ed estrinseco che potrebbero verificarsi. Secondo Platone ciò significa “rimettere le ali” e volare verso la nostra vera patria.”.

R. Questo cerchiamo di farlo nella posizione di non esporre le proprie opinioni o ipotesi o interpretazioni.
C'è un'esposizione del vissuto quando il vissuto di un altro fratello chiede aiuto, oppure interviene la ragion pura o la conoscenza della tradizione.
Ma tutto questo senza credere di essere nel giusto o nel vero o di essere in grado di essere depositari della verità. Cerchiamo di mantenere l'umiltà che ci ricordi che qualunque cosa si possa esporre, essa nè ci appartiene nè può essere assoluta, ma comunque è sempre correlata alla nostra posizione coscienziale e quindi passibile di crescita. Una crescita che può avvenire grazie al confronto con altri aspiranti e le loro esperienze.

D. “C’è poi la qualificazione di saper vivere nel silenzio, cosa questa come già si accennava – molto difficile. È nel silenzio del nostro cuore che si possono maturare certi eventi; anzi, il silenzio è il fondamento di ogni Via iniziatica, e qui non si vuol dire solo di non parlare con altri, ma di far tacere quella mente che si esprime mediante l’opinione (doxa) perché chi sta intraprendendo una “nuova via”, una strada completamente opposta a quella precedente, ha poco da dire o da proporre. La Via inizia nel silenzio, si matura e si conclude nel grande Silenzio.”

R. Questo indirizzo lo cerchiamo di applicare spesso, non sempre riuscendoci, quando "blocchiamo" un fratello che espone un pensare e non un sentire.
Si cerca di usare una modalità che conduca l'aspirante ad accorgersi da solo che stava seguendo un'opinione e non una conoscenza diretta, questo perchè non ci riconosciamo nella posizione di censurare qualcuno

D. “Un’altra qualificazione è quella di sapersi liberare dalla nozione di tempo-spazio-causa. Se – come si è fatto notare – la Conoscenza è già in noi, allora occorre avere quell’attitudine-qualità di raccoglimento interiore (uparati) che consente di mettersi in contatto con la “voce del Silenzio” o del nostro Cuore). 

R. Questo è affidato alla sadhana di ognuno.

D. Trascrivo ora (senza aggiungere null’altro), sempre per meditarlo insieme, da Fuoco di Ascesi, capitolo Maestro-discepolo.

Che cos’è un Maestro?
Se non vogliamo essere superficiali, prima di tutto dovremo riconoscere che la parola Maestro, nel campo spirituale, è molto impegnativa e carica di significato. Un autentico Maestro è l’incarnazione di una qualità divina, universale: può essere l’Amore, la Conoscenza; può essere l’incarnazione del giusto agire o della Volontà divina; un Maestro può persino aver integrato e trasceso le qualità (guna), o le attribuzioni divine, per cui, dovendo operare sul piano manifesto, le può esprimere secondo le varie necessità.
Diremo che tale Maestro “non-Maestro”può incarnare la gamma totale del sattva e vibrare su diverse frequenze d’onda pur essendo un’unità.
Egli può dare a ciascuno il suo perché non ha un particolare insegnamento da offrire, né s’identifica con uno specifico Ramo tradizionale.
Un Maestro è colui che incarna, vive, esprime, con il pensiero, le parole e l’azione, un Insegnamento tradizionale. Ciò implica che un Maestro è un canale universale. Un Maestro è l’incarnazione di un Principio, di un’Idea nel senso Platonico.
Si è accennato solo al Maestro, ma che dire degli aspiranti e dei discepoli?
Un aspirante è alla ricerca di qualcosa che ancora non ha trovato, può passare con tanta facilità da un Insegnamento all’altro, gli piace solo parlare di questioni spirituali, interpreta la Dottrina secondo quella valenza che può fargli comodo, a volte può fare il “messia” e combina molti guai, parla troppo e realizza poco.
È in fase di assestamento e di equilibrio, anche psicologico, è attratto ancora da cose del mondo; comunque è alla ricerca, qualcosa in lui si è mosso o si sta muovendo; d’altra parte, occorre prima o poi incominciare.
Il discepolo è ormai impegnato, indietro non può tornare, è “entrato nella corrente” parla poco e cerca di realizzare; diremo, ha già scelto, è più concentrato e segue una sadhana ben definita.
Ha compreso che la via implica non parole, ma attuazione. Avendo tanti riconoscimenti di sé, tutt’altro che accettabili, si mostra umile e disponibile. All’aspirante non si possono ancora dire certe cose, potrebbe essere reattivo, è troppo identificato con qualità individuate per poter avere dei riconoscimenti o sostenere l’impatto con la verità del suo vero stato; potrebbe vacillare o fuggire. Il discepolo è già qualificato, la verità del suo stato coscienziale e qualitativo psicologico non l’offende, è disposto a tutto perché è pronto a “morire da vivo”.
Qual è il giusto accostamento nei riguardi dell’Insegnamento e dell’Istruttore? Affronteremo solo un aspetto negativo dell’approccio al rapporto e precisamente la dipendenza psicologica dell’aspirante-discepolo dall’Istruttore e dall’Insegnamento.
Vi sono nature che presentano una certa “debolezza psicologica”, può essere una loro connaturata passività, una mancanza di sicurezza, una non- integrazione del loro complesso psichico con il centro coscienza, può aversi una mancanza di cultura considerata come un problema d’inferiorità, e tante altre manchevolezze che potrebbero favorire una dipendenza, tale da compensare appunto la carenza, la lacuna dell’aspirante-discepolo.
Tralasciamo invece quegli aspiranti che propendono verso l’altra parte: sono essenzialmente indipendenti, libertari, insofferenti a qualsivoglia disciplina e dipendenza non diciamo psicologica, che potrebbe anche essere compresa, ma di giusto rapporto con la stessa Dottrina.
Non dovremmo menzionarli nella categoria degli aspiranti perché sono troppo individualisti, autoaffermativi e arroganti. Un istruttore, degno di questo nome, propone l’Insegnamento e il suo obiettivo principale è quello di risvegliare la coscienza al riconoscimento della sua natura essenziale.

R. Abbiamo due aspetti quasi estremi, la dipendenza dell'aspirante dalla propria interpretazione del Maestro e della Tradizione e l'aspirante insofferente alla disciplina o alla stessa Dottrina.
Ma come distinguerli? Da un certo punto di vista potremmo mettere D. nella prima categoria e Bodhananda. nella seconda. Ma come fare a sapere se è realmente così o se invece D. stia vivendo un momento di sacrale identità con la Dottrina e Bodhananda invece stia semplicemente svolgendo una funzione?
Credo che una tale visione possa essere propria di un Maestro e non certo nostra o, al limite, potrebbe essere una valutazione che viene fuori dai frutti delle azioni dei due. Ma non possiamo porre un confronto, potrebbe sempre trattarsi di due enti chiamati a compiti ed azioni diverse.

D. "Quello dell’Istruttore è un rapporto di influsso spirituale e di maieutica, perché il neofita è già anima ed è in possesso delle sue facoltà divine.
Si presume che un Istruttore abbia trasceso lo stato individuato e si sia posto in quello universale, dal quale fa scendere l’Influsso che, appunto, va a stimolare la coscienza dell’allievo risvegliandola all’attuazione di sé.
Il rapporto Istruttore aspirante-discepolo può essere intessuto anche di silenzi.
Anzi, se il neofita comprende questo tipo di rapporto, gradatamente potrebbe arrivare alla quiete dei guna e comunicare per via diretta, da coscienza a coscienza, per cui l’influsso opererebbe immediatamente.
Diremo che ciò rappresenta la vera via di trasmutazione dei guna, di “comunione”, di fusione coscienziale. La parola spesso soddisfa solo il manas-mente empirica. L’Istruttore non offre nozioni, né può dare “lezioni” di conoscenza vertendo essa sulla natura dell’Essere; egli invece è la Conoscenza, ed essendo tale non ha alcuna nozione mentale da offrire e da far memorizzare; egli è Volontà spirituale e vivente, Amore universale vivente: tale è un vero e autentico Istruttore, Fratello Maggiore."

R. Ineccepibile

D. Mi sono detto: se l’Istruttore quando parla, non parla per sé e quando scrive, non scrive per sé vuol dire che quando parla, parla per me e quando scrive, scrive per me al fine di stimolare e risvegliare la mia coscienza. Altrimenti perché e per chi parla e scrive?
Quindi, mi sono ancora detto che in alcuni casi, come per esempio richiamare la coscienza ad una maggiore presenza e interiorizzazione, è bene citare (senza nulla aggiungere) la sua Parola, per potersi confrontare con la stessa, anche se la posizione coscienziale di chi cita, certamente, non è la Sua.

R. Vero, quando l'aspirante è già nella posizione di sprofondare entro di sè. Altrimenti occorre che l'Istruttore (se delegato a questo) possa indirizzare l'aspirante a meglio vedere quegli aspetti di sé che gli sono celati e non visibili, causa certi coaguli energetici.
L'Advaita è indubbiamente una dottrina affascinante, ma quanti sono pronti realmente a viverla?
E quanti invece ne subiscono solo il fascino senza essere pronti a morire a se stessi?
E come essere sicuri se l'istruzione desunta da un libro o dalle parole di un Maestro venga correttamente applicata o sia stata correttamente appresa?
In questo di solito aiuta il confronto con altri aspiranti, dai cui errori possiamo molto apprendere se hanno quell'apertura che permetta loro di mostrarceli e se noi abbiamo quell'apertura che ci permetta di vederli.

D. A questo punto mi sono interrogato: "Io dove mi colloco in tutto ciò? (Per favore non avviate un’altra serie di “dialoghi” su questa domanda… l’ho posta solo a me stesso).

R. È questo il punto focale, la modalità di questa lista. Ogni domanda che tu ti poni, noi ce la poniamo a nostra volta (se già non è successo) e vediamo come reagiamo. E' la modalità del sanga, del gruppo, del sodalizio

D. Quindi ove dovrebbe volgersi chi desideri un approccio almeno onesto ad un percorso non duale?

[risposta di altra persona:


A. Purtroppo non ho soluzioni da dare… potrei dire nel silenzio del proprio cuore, ma forse è troppo poco. Forse si potrebbe tentare di fare dieci giorni di silenzio in lista… dedicando alla riflessione e alla meditazione il tempo impiegato a leggere e a scrivere i messaggi… chissà che dall’alto non scenda qualche influsso spirituale che ci faccia comprendere cosa fare. Se poi non scende niente…si può provare con altri venti giorni. E poi ancora. Del resto “quanto viene richiesto dalla Tradizione al fine di una via spirituale all’aspirante è una forte istanza realizzativa, la benevolenza di un saggio e le qualificazioni adatte. Null’altro. Di più non saprei proporre."

R. Se hai fatto caso, molti di noi scrivono per un certo periodo e poi entrano per un po' nel silenzio, ma non c'è alcun aspetto volitivo in questa azione, non è una scelta, è un semplice accadere che si manifesta quando si è nella posizione del testimone, ci si osserva e si vede che il silenzio chiama e su quello ci si centra.
Nè il silenzio va inteso come semplice tacere. Ci può essere silenzio mentre si parla e mentre si scrive, perchè non ci sono contenuti da esporre, ma semplicemente si risponde ad altri contenuti, specialmente se si ha il compito di farlo.

D. Dicono che: “ E' meglio adempiere il proprio dharma, quantunque imperfettamente adempiuto.

R. Dicono che il dharma dell'uomo sia essere se stesso al di là di ogni contenuto, convinzione, attributo, apparenza. Si può sempre essere se stessi e questo non impedisce il porgersi a chi chiede di vedere o il contribuire all'armonia insieme agli altri fratelli.
Tu ci hai richiamato ad una nota che forse non era ben rappresentata in questa lista, se quella è la tua nota e tu l'hai portata in evidenza, nel manifestarla non devi svolgere alcuna azione se non essere te stesso e porgerti così.
Quindi non si tratta di compiere il dharma di altri, perchè se così fosse non saresti nemmeno intervenuto. Se questa lista fosse di questo ente o di A. o di altri, ti saresti ben guardato di intervenire, sei hai dato il tuo contributo, hai mostrato di voler condividere il dharma del Maestro a cui ti richiami e quindi, forse, sei tenuto a dare il tuo contributo, esattamente come noi tutti con i nostri limiti cerchiamo di fare.
C'è chi tende al silenzio esaurendo il rumore della mente, esponendolo fuori e osservandolo. C'è chi invece cerca di puntare al silenzio non ascoltando il rumore.
Non so quale delle due vie sia migliore, nè forse ha importanza, l'importante è che nessuna prevarichi le altre.
Infine, in una posizione prettamente non duale, si potrebbe anche dire che non c'è alcun silenzio da raggiungere o realtà da realizzare, nè alcuna sadhana che possa condurre ad una qualche realizzazione del Sè, essendo questo incausato, nulla può condurvici, considerato pure che essendo la nostra reale natura basta accorgersene.

P.S: Se poi ritieni che questa nostra modalità sia errata, puoi, alla prima occasione, parlarne con qualche aspirante piu' anziano o con un istruttore e verificare se sia veramente errata o se sia semplicemente una modalità diversa, ma non per questo non aderente ad un discorso tradizionale o in linea con l'insegnamento di Raphael e della Tradizione. Vedi, queste liste hanno operato sempre in pieno anonimato, un gruppo di "amici spirituali" che hanno sentito la necessità di un luogo ove incontrarsi e ove condividere certe difficoltà, questo quattro anni fa [1997].
A quei tempi Raphael non viaggiava, nè l'editrice era on line, nè erano on line tante altre cose legate a questo Maestro. Nel tempo le cose sono un po' cambiate e non solo, oggi, c'è un po' di materiale on line, ma ci sono anche alcuni discepoli che a diverso titolo, forse sono stati incaricati di operare anche in campi un tempo non seguiti. Questo non possiamo saperlo, conoscendo il "pudore spirituale" o umiltà che di solito accompagna chi segue un certo cammino. Poi ci possono essere alcuni casi in cui ci si debba firmare con tanto di lignaggio, ma non è questo il caso. Qui lasciamo parlare la dottrina, la pratica e la ragion pura (o almeno ci proviamo), non ha senso firmarsi con tanto di nome, lignaggio, titoli e cariche. Non viene chiesto nome e cognome, ma semplicemente di portare se stessi, se si è veri aspiranti o semplici sepolcri imbiancati, la lista se ne accorge subito. Ovviamente quelle note di commento inframezzate alle parole di Raphael non vogliono rappresentarne l'Interpretazione, ma un semplice punto di vista da cui esse possono essere viste. Né esaustivo, né definitivo.

[dialogo con Bodhananda, ML Advaita_vedanta 8 aprile 2001]

 

 

 

 

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