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Fratellanza

FRATELLANZA

Capita spesso che la maggior parte delle "organizzazioni spirituali" si faccia promotrice e perentoriamente stimoli il proprio affiliato ad esprimere tout court quella che viene definita "fratellanza". Vi sono anche religioni il cui obiettivo è quello, appunto, di promuovere la fratellanza universale mediante ciò che potremmo chiamare attivismo emotivo.

Non è il caso di documentare queste affermazioni perché la loro risonanza rappresenta di certo un'evidenza per qualunque osservatore.

Quello della fratellanza non è un problema del presente, ma esso risale fino alla notte dei tempi. Stando a certe dottrine esoteriche, persino nella lontana Atlantide si parlava di fratellanza. Le parole possono cambiare ma il fondo rimane lo stesso.

Ora, tutto questo risponde a verità, e non si vuole di certo confutarla. Chi accetta la verità "una e senza secondo" non può che affermare l'unità della vita, l’amore unitivo e il suo corollario, a livello umano, la fratellanza.

Il problema, dunque, non investe l’affermazione in sé, ma riguarda un altro aspetto di non poca importanza: infatti, queste organizzazioni propongono generalmente tale problema in linea solo teorica, in termini esclusivamente semplicistici, con enfasi emotiva e, come prima si affermava, con un attivismo pressante da condizionare persino la libertà altrui.

In altri termini, all'individuo si dice: fai il buono, devi considerare gli altri come tuoi fratelli, non devi far loro del male, ecc.

Sono frasi vengono elargite continuamente giorno dopo giorno, da millenni. Eppure, malgrado tutto il vociare, l'individuo di oggi in quanto a "cuore'' non è che sia migliore di quello dei tempi del Cristo, dei Faraoni e giù di ecc. Ciò è una constatazione ancora più evidente dell'altra che si è enunciata all'inizio. Certamente qualcosa non va o in chi dice queste cose o in chi le riceve o in entrambi. E questa non può non essere un’altra evidenza. Qualcuno può anche arrivare alla conclusione che l’idea di fratellanza non sussiste. Eppure esiste, ma non è questa la sede di dimostrazioni filosofiche o dottrinarie.

E allora perché la fratellanza non si traduce in realtà malgrado che venga proclamata, "reclamizzata” e gridata ai quattro venti da millenni?

Perché una tale verità, che in definitiva costituisce il riflesso di un principio universale, non prende corpo nel mondo del particolare e dell'individuale?

I motivi potrebbero essere questi:

1. Perché in chi l'afferma, essa rappresenta una parola vuota.

2. Perché spesso la mente di chi l'ascolta non è né ricettiva né adeguatamente preparata.

3. Perché fin quando sussiste lo stato individuato (il Vedānta parla dell'ahaṁkāra, il "senso dell’io" contrapposto all’altro io), non v’è possibilità alcuna di poter esprimere verità che appartengono ad un altro ordine e ad altre dimensioni dell'essere.

4. Perché le “forze oscure” fanno di tutto perché questa verità si dimostri esclusivamente come un semplice e trito slogan propagandistico sentimentale.

Possono esserci altri motivi ma, per il momento, si vogliono prendere in considerazione questi quattro punti. Naturalmente essi sono interrelati.

Prima di tutto, occorre ribadire che, sul piano umano, l'istanza di fratellanza è un effetto di una causa la quale è di ordine principiale-universale. Tale causa ha nome Amore. Un corollario dell'Amore è proprio quello di considerare l'altro come parte di sé, perché l'Amore fa comprendere e svela l'unità della vita. Si è gocce dello stesso oceano, figli dello stesso Padre-Madre universali. La Vita è unità indivisa, ma l' "uomo decaduto” si è scisso da questo tutto indiviso e si è costituito come ente autonomo, indipendente, isolandosi nella solitudine e nel conflitto (Mito di Narciso).

L'Amore, poi, si appoggia ad un altro principio universale che è la Conoscenza-sapienza. L'Amore non guidato dalla Conoscenza-sapienza è una forza cieca, irrazionale: da qui le varie passioni umane che sono amore degenerato. Ma la stessa Conoscenza non infusa dall’Amore diventa infruttuosa, priva di fuoco, di anima, di operatività. Si può dire che questi due principi rappresentano una moneta a due facce, per cui si ha Conoscenza d’Amore (Intelletto d'Amore) e Amore di Conoscenza (Amor intellectualis).

La fratellanza, nel campo umano, è frutto, quindi, della presa di consapevolezza della Verità universale. Laddove questa non c’è, non può esserci effettiva espressione di Amore e quindi di fratellanza.

Colui che ama, l’Amante, percorre una doppia linea, l’una — quella essenziale — è rivolta al "desiderio d'Amor divino" « ... cercando di dimostrare che la forza dell'amore non è altro se non quella che conduce l'anima dalla terra agli eccelsi fastigi del ciclo, e che non si può arrivare alla somma beatitudine se non per la spinta del desiderio d'amore » (Platone: Simposio), e questa linea implica un entrare in sé, uno sprofondare nella propria Presenza, quale immagine sostanziale del Divino. L'Amore può divenire autenticamente attivo in chi è permeato di questa immagine celeste.

L'altra — che è di ordine posteriore alla prima — è rivolta all'esterno; colui che ama, perché possiede l’Amore, si protende fuori di sé, si volge all’altro per compenetrarlo e comprenderlo, avvolgendolo del proprio fuoco d'Amore.

Ma l’Amore — quello vero con lettera maiuscola — è desiderio di bene dell’Anima perché è Amore intelligibile che opera nell’immanenza, e il bene che possiamo offrire all'Anima decaduta e in conflitto, all’Anima con le ali mozze, secondo l’espressione di Platone, è quello di indicarle la via della sua salvezza, della sua trascendenza, è quello di ridarle le ali per volare verso lo splendore del Bello divino.

Dice l’Upaniṣad

«Invero non è per amore dello sposo che lo sposo è caro è per amore del Sé (ātman) che lo sposo è caro. Invero, non è per amore della sposa, mia cara, che la sposa è cara: è per amore del Sé che la sposa è cara...Invero, non è per l’amore verso ogni cosa che ogni cosa è cara: ma è per amore del Sé che ogni cosa è cara. E’ il Sé-ātman, invero, ciò che deve essere realizzato; è ciò del quale si deve ascoltare, è ciò sul quale si deve riflettere, è ciò sul quale si deve meditare profondamente. In verità, mia cara Maitreyī, quando si è conosciuto il Sé grazie all’ascolto, alla riflessione, e alla meditazione profonda, tutto questo diviene conosciuto».

(Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad: II, IV, 5)

Rimane ovvio che alcune cose, le quali appartengono al piano dei Principi, non possono essere "reclamizzate”, o ripetute a mo' di slogan commerciale, o imposte, per il semplice fatto che un Principio non è un "concetto”, una nozione o rappresentazione mentale da essere donata come fosse un tubero o una moneta. Un Principio — e quello dell’Amore è un Principio — può essere solo compreso, integrato, vissuto. E tutto ciò richiede la morte dell'egotismo, dell'egoismo e del "concetto” del dualismo mentale. Ciò, a tua volta, implica perfetta Realizzazione; in altri termini, comporta la "morte Iniziatica". Ma morire all'individuazione non è per tutti perché "multi sono i chiamati, pochi gli eletti", per cui lungo il tempo ciò che si è dato all'individuo avido di se stesso e della propria separatività è stato proprio il "concetto mentale” sfumato di fratellanza. Però i concetti non sono la realtà, sono solo semplici immagini mentali, apparenze che non producono niente: sono, in definitiva, parole che non vibrano perché la parola che proviene esclusivamente dalla mente empirica è parola morta.

Le concettualizzazioni servono sul piano della quantità non sul piano della qualità, questa non può essere concettualizzata, ma realizzata e vissuta.

Non si può concettualizzare la Conoscenza iniziatica perché essa è Conoscenza d'identità, per questo riveste carattere simbolico; non può essere concettualizzata la stessa Volontà di Bene, essa può essere solo evocata, attuata. E quando si cerca di discorrere sulle verità universali, lo si fa generalmente in termini di "non questo, non questo"; vale a dire, “sciogliendo” ciò che non è. Certe cose di ordine intelligibile possono essere trasmesse solo operando mediante influsso, non tramite la concettualizzazione, e per di più, emotiva ed enfatica.

Si sa, per evidenza, che il neofita, anche avanzato in campo mentale (anzi sono proprio questi neofiti), aumenta la sua sensibilità psichica per cui — essendoci ancora l’io, e non può non esserci — può essere molto reattivo. Può diventare persino fanatico delle sue idee-concetti, del suo sentiero, della sua dottrina. E nel parlargli bisogna fare molta attenzione perché si offende facilmente e può diventare anche violento. Un grande Maestro ha detto che non c'è peggior egoista del discepolo, non perché non sia attivo, ma perché vuole offrirsi agli altri per appagare il suo "concetto" di verità, per gratificare la sua enfasi, le sue emozioni scomposte, il suo assolutismo; e questo comportamento risulta ancor più sollecitato da pseudo-istruttori fino a portare il poveretto all’alienazione.

Vi sono organizzazioni religiose che hanno imposto con la forza il messaggio dell'Amore-fratellanza, mettendo al bando, isolando e persino uccidendo. In verità, vi sono molti "dicitori" ma pochi "facitori", secondo l'espressione di S. Paolo, ed è per questo che mancando i veri operai le messi vanno in rovina.

La mente di chi ascolta, e poi la coscienza, spesso non recepisce il messaggio per due motivi:

1. Perché questo, esprimendosi in termini di semplice rappresentazione mentale, non parte dal cuore, che solo sa comprendere, che intelligentemente sa donarsi, che armonicamente sa vibrare, e quindi non può penetrare nella profondità della coscienza.

2. Il neofita, non essendo totalmente pronto, dev'essere in qualche modo preparato. E qui interviene l’atto dell’Insegnamento; che si palesi con un metodo o un altro ha poca importanza, purché risponda al risveglio del cuore del neofita.

Si è visto che il fiorire del Principio Amore implica la morte dell'io empirico separativo; ora, questo atto — bisogna ancora ribadire — non è per tutti. Non tutti sono qualificati (per quanto tutti lo siano potenzialmente) né disposti a comprendere e trascendere l'io empirico per ritrovarsi nell'io ontologico. Diremo ancora, non tutti vogliono o si sentono di amare veramente.

Molti discepoli guidati dal loro sentimentalismo emotivo proclamano a tutti indiscriminatamente, con la parola e la penna, questo principio di fratellanza riuscendo a stimolare semplicemente il fattore sentimentalistico, emotivo e quindi soggettivo egoistico degli aspiranti e di tutti coloro che si accostano — anche per curiosità, per tornaconto o compensazioni psicologiche — all’Insegnamento spirituale. Ciò che si ottiene è quindi lo sviluppo di un sentimento prettamente soggettivo che opera nella sfera dello psicologico e che è caratterizzato dal dualismo attrattivo-repulsivo. Da qui il fanatismo e la passionalità unilaterale del neofita, passionalità che spesso si precipita a livello della sessualità.

Ma l'Amore, e quindi il suo effetto, la fratellanza, come si è visto, non è un concetto, né un sentimento soggettivo, è un Principio, è un’idea, è una Realtà ontologica che prescinde da ogni dualismo soggettivistico e da ogni concettualizzazione dianoetica.

Se si violentano e se si uccidono le persone, come prima si è accennato, in nome della Conoscenza e dell'Amore è perché tali realtà non vengono espresse nella loro purezza e al giusto livello che loro compete, ma dimostrano solo l’aspetto "sentimento" della conoscenza e quello dell’amore che sono tutt'altra cosa.

Da tutto no si deduce che laddove si vuol far sussistere lo "stato individuato”, l’offrire verità universali significa potenziare ancor più tale stato perché il "senso dell’io" (l’ahakāra), o I’ "anima irascibile", è un prisma che scompone l’unità della Luce (Essere) e poi s’identifica con un particolare colore rendendolo assoluto (individualità-divenire). E non vi sono forse nel campo politico i neri, i rossi, i bianchi, i verdi, ecc. che si contendono la verità e l'espressione della pura fratellanza? E non vi sono le varie religioni che si contendono, a volte non in termini strettamente verbali, lo stesso Iddio di Amore e Conoscenza?

E non avviene che in alcuni gruppi esoterici, anche iniziatici, si individualizzi e si fanatizzi la Dottrina fino a contrapporsi ad alto gruppi? Può capitare — e ciò non è raro — che un "gruppo spirituale", esoterico o persino iniziatico, costituisca un composto egoico di straordinaria potenza che può essere capace di tutto.

Per quanto si possano offrire all’individualità le cose più sacre e belle, essa ne formula solo un "concetto”, poi s'illude di vivere la realtà che sta dietro il concetto.

« Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le pestino con i loro piedi e, rivoltandosi, vi sbranino » (Matteo VII, 6).

Lo stato individuato, appartenendo all'ordine del divenire, esprime solo "avere” e non Essere, quindi aderisce a tutte quelle cose che possono essere possedute quantitativamente le quali, rappresentando semplici oggetti (concetti, sentimenti, istinti, ecc.), non sono, né possono essere.

V’è ancora dell'altro, perché certe "forze oscure" — che siano conscie o inconscie ha poca importanza, generalmente quelle conscie si servono di quelle inconscie — operano proprio nell'ambito dello psichico-sentimentale laddove appunto si parla di “fratellanza”, di "conoscenza passionale”, di amore soggettivo egoico, di fare del "bene”, di voler redimere, a dir poco, tutta l'umanità, oppure, stimolati adeguatamente, questi soggetti sono capaci di fare le crociate verbali, per iscritto e anche di fatto, violentando persino il libero arbitrio di ogni anima. È cosi che nascono le lotte, le contrapposizioni, le violenze tra i vari gruppi spirituali e in una stessa confraternita.

Il "nemico" non attacca mai frontalmente — se fa ciò si desume che sia solo uno stregone di bassa lega — ma usa il linguaggio del suo avversario, a volte la stessa Dottrina, però, si può dire, passionandola, fanatizzandola, esaltandola ed esasperandola sì da creare annebbiamento, unilateralità e illusione nella coscienza e nella mente del neofita; una volta realizzato ciò, il resto viene da sé. A volte, il "nemico" si appropria del contenuto espressivo di un vero Iniziato, ma piegandolo ai propri fini; anzi, può capitare che associ il suo nome all’altro per dare maggior valore e credito alla sua persona.

Si presuppone spesso che il vero "nemico” della spiritualità (si usa questo termine sempre nel senso più ampio) sia costituito dal materialismo; ma ciò non risponde completamente al vero; il “nemico" autentico e insospettato sta proprio nell'ambito dello spirituale.
Il materialismo, in quanto tale, non ha maschere, è limpido, palese a tutti, è sempre esistito e sempre esisterà nella sfera dell'empirico individuato; si può anche riconoscere una sua funzione, rappresenta pur sempre una polarità; invece nel contesto spirituale-iniziatico il “nemico” non è più una semplice polarità, ma un elemento disarmonizzante, alienante, anomalo e destabilizzante. Si crede che dietro ogni fanatismo religioso-spirituale, di ordine intellettivo o sentimentale, ci siano "forze oscure" che operano discretamente ma potentemente ed efficacemente.

Si parla di "fanatismo intellettivo" volendo dire che la mente empirica di queste persone è mossa soprattutto dalla passionalità, quindi dalla sfera del sentire. Ora, se un passionale emotivo è capace di fare delle follie, e non certo di lieve entità, il passionale mentale è ancor più pericoloso, più insidioso, più devastante; e infatti le "forze nere" più autentiche ed elevate operano proprio mediante queste potenti individualità "manasiche” per enfatizzare, individuare, corrompere proprio l’aspetto "cultura" tradizionale o iniziatica, che è il lato più significativo di una religione o organizzazione iniziatica. (Cultura non è erudizione, è qualcosa di più. La sua degenerazione è il culturalismo).

Rimane ovvio che tale intellettualità empirica e sentimentalità operano sempre nell'ambito dell'individuato là dove soltanto possono operare queste "forze oscure".

L’Intelletto d’Amore, o del Cuore, è la chiave che svela il mistero del regno dei Cieli. La fratellanza è solo un derivato del principio dell’Amore; ma occorre comprendere che se non si attua prima di tutto la captazione di tale Principio, se non si segue, in altri termini, la linea verticale, quella orizzontale non può essere espressa. Laddove non c’è realizzazione non può esserci espressione, attualizzazione di qualcosa.

Eppure, vogliamo ripeterlo, tante organizzazioni e gruppi spiritualistici non fanno altro che incitare i propri neofiti a fare del "bene”, a donarsi — in modo, si dice, disinteressato (vale a dire agli altri io empirici) — a non isolarsi, ma a vivere nel mondo e col mondo dell'inconscio collettivo, perché badare a sé — dicono loro — è egoismo. Ecco il rovescio della verità iniziatica. Ecco la "forza oscura” come opera: costringere, o convincere, i veri neofiti a non interessarsi di sé, in modo che non possano operare alcuna introspezione, non possano conoscersi, non possano arricchirsi spiritualmente per evitare proprio di donarsi veramente e utilmente.

Ma, si potrebbe dire, in che modo potrebbero donarsi, offrirsi se prima non hanno riempito le proprie bisacce? In che modo possono praticare la fratellanza se prima non hanno scoperto, con la realizzazione e con l’attualizzazione delle loro potenzialità, che cosa siano l‘Amore e la fratellanza? In che modo possono offrire l’Arte (iniziatica) se prima non vanno a scuola per impararla?

E chi oserebbe dire ad uno studente, impegnato per un terzo e più della sua vita ad occuparsi di sé e dei suoi studi, che è un egoista? E in che modo la Realizzazione del Sé-ātman-nous — che ovviamente e necessariamente implica l’attuazione della Coscienza universale — potrebbe significare chiusura ed egoismo? E non è forse vero l’opposto: che coinvolgendo sempre più un neofita nell'attivismo e dinamismo dell'inconscio collettivo (sì da essere — e non potrebbe non esserlo, trovandosi ignorante e con degli io acquisitivi — semplice "faccendiere" in coinvolgimenti profani) lo si induca in una vera e propria alienazione?

Laddove c’è ignoranza là c'è un potenziale canale per le "forze oscure". Bisogna anche dire che oggi l’ "aura sociale" tende al raggruppamento, allo spirito di gregge, all'ammassamento, al condizionamento di gruppo, all’attivismo sociale, all'oggettivazione (e ciò per motivi prettamente politici, motivi che non è il caso di affrontare perché esulano dalla trattazione di questa nota), per cui un individuo si sente già in conflitto se riesce a stare una mezza giornata in casa per documentarsi e prendere consapevolezza delle proprie incompiutezze, lacune, o del proprio imperituro Sé.

Però, le autentiche tradizioni iniziatiche sostengono che il fine dell'uomo è il contemplare (theoria). L’attivismo è un fenomeno prettamente profano e soprattutto dell’epoca recente, per cui anche le organizzazioni spirituali, purtroppo, soffrono di questa spinta dell’inconscio collettivo.

In definitiva, il problema di fondo non consiste in "che cosa fare”, ma in “che cosa essere”. Il problema non è quello di voler creare "attività” nel mondo profano, ché svuota completamente, ma di riempirsi — mediante la theoria-contemplazione — della Sapienza e dell’Amore dell'Anima. La ricerca spirituale non e un "modo di avere o ottenere" qualcosa (gratificazioni dal e del fare), ma un modo di essere nel Semplice e nel Silenzio; e la più alta theoria-contemplazione è appunto quella che porta al Silenzio metafisico, il quale si dimostra anche come autentica creazione vivente (Plotino, Enneade: III, 8, IV; Platone, Fedro: ecc.). L’agire riguarda l’individualità e il mondo delle individualità, la sfera dei rapporti interpersonali, nella quale si colloca il dualismo conflittuale.

«L’azione, pertanto, sussiste per virtù della contemplazione e della visione; tanto è vero che anche per coloro che agiscono, la finalità è la contemplazione: come se essi, impotenti a raggiungere qualcosa per diretta via, cerchino poi di conquistarla con un giro smarrito» (Plotino, Enneadi: III, 8, VI)

Il vero e giusto agire nel mondo dell’individuale dev’essere in accordo con il Dharma universale, con l’Ordine e l'Armonia (ṛta) universali. Ma se non si ha la Visione universale — frutto di realizzazione — in che modo si potrà giustamente agire?

L'attuale civiltà si è degradata completamente sul piano del fare e del produrre (dominio della quantità) riducendo l'uomo a semplice elemento tecnico-metallico-riduttivo; ciò costituisce il trionfo della “prassi del materialismo” sulla qualità dell” Anima e dell'intelligibile, per quanto qua e là si possano avvertire segni di qualche ripensamento.

Ma allo stato attuale noi non siamo delle persone, siamo solo degli “utenti”.

Ora, gli aspiranti alla pura Conoscenza dovrebbero fare attenzione a non essere coinvolti da questo attivismo quantistico e dal "fare" esclusivamente sentimentale che impera nell'inconscio collettivo e che porta ineluttabilmente nella sfera delle apparenze e sempre più a dimenticarsi del Sé verso cui invece deve tendere il dharma-dovere primo e ultimo del nostro esistere.

L'Amore è un Principio universale, principiale che non tocca il mondo delle forme e dei composti, ma il mondo delle Anime; esso sta dietro alle apparenze per cui è frutto di ascesi e di realizzazione. L'Amore implica unione; è anche sete ardente del Divino in noi:

« ... L'Amore radiante esige compiutezza e unità di Coscienza. Esso e l'agente magico che ti consente di saturare le fasi dell'Opera. Ricorda che l'Amore muove e unifica le sostanze dell'Opus, mentre la Volontà dona forza concentrata e determinata, e l'intelligenza direzione saggia ». (La Triplice Via del Fuoco, Sez. II, cap. IV, 3).

E l’unione non può essere trovata sul piano formale individuale; in questo ambito si può avere accoppiamento, si può avere simpatia emotiva, si può avere solidarietà e partecipazione sentimentale (tutte cose spaziotemporali), ma non unità perfetta che appartiene ad una dimensione sovraindividuale, ed è di là dal tempo e dallo spazio. Solo chi si e unificato può comprendere tutti gli altri (dentro di sé); ma per unificarsi occorre proprio uscire da quell'inconscio collettivo fatto di individualità passionali, come bisogna distaccarsi dallo stesso piano del sensibile. Solo quando si è riconquistata l’unità, e quindi la Conoscenza e l'Amore immortali, solo allora ci si può "immolare" nel mondo degli uomini e dell'inconscio collettivo. Tentare di risolvere i problemi dell'individuato è come voler svuotare gli oceani con un catino bucato. La problematica esistenziale individuata è duale e appartiene alla sfera del divenire e dell’impermanenza, quindi essa non può essere risolta. Eliminato un problema ne nascono altri due, risolti questi due ne appaiono altri ancora — e ciò è un'evidenza. Si può concludere che il problema che nasce dall'individuato non può essere risolto ma semplicemente trasceso, e per trascenderlo occorre arrivare a quell'unificazione di sé a cui prima si è fatto cenno. Nel mondo dei Princìpi non vi sono problemi, perché vi sono solo verità da svelare, come un fiore svela naturalmente il suo profumo.

I problemi nascono nel mondo del duale psicologico, del movimento-māyā, del divenire, del desiderio e dell'irrequietezza samsarica, non nel mondo dell'Essere. E per quanto si cerchi di armonizzare tale problematica — con tutti gli strumenti scientifici che si possono avere a disposizione — tuttavia non si può dire di risolvere la problematica esistenziale del composto individuato, perché questo — in definitiva — può essere risolto solo con la sua... soluzione, con la sua morte (morte iniziatica).

Per attuare e svelare l'Amore unitivo, e di conseguenza la fratellanza nel campo umano, v’è un preciso sentiero realizzativo da percorrere e necessitano qualificazioni preliminari senza le quali di certo si va incontro al fallimento. Se si dice ad un semplice neofita, che inizia la via del premavāda, il Sentiero dell'Amore: ama e servi gli altri, si è capovolto il percorso della Via, gli si è offerto l'omega e non l'alfa dell'ascesi.

Quindi, sarebbe opportuno non avere istanze velleitarie premature di voler redimere l'intera umanità né di promuovere ‘'catene affettive sentimentali" per aiutare individualità che ancora abbisognano del piano e delle esperienze del sensibile e per le quali esistono già istituti sociali che rispondono adeguatamente ai loro bisogni contingenti.

«Se ti dicono di parlare, rispondi: dammi il Fuoco della conoscenza.

Se ti dicono di amare, rispondi: dammi il Fuoco dell'amore.

Se ti dicono di togliere un peso a qualcuno, rispondi: dammi il Fuoco della potenza.

La "Via del Fuoco" è per coloro che vogliono, prima di tutto, riempire le proprie bisacce. Non si può dare ciò che non si ha. I più sperano di dare ciò che non hanno. I più sperano di dare senza possedere: l'io empirico vive e si perpetua nell'illusione»

«Non cercare di ''trasformare" gli altri. Trasforma te stesso. Solo la tua compiutezza rende compiuto lo spazio di vita che li circonda. La "Via del Fuoco" è risolversi per risolvere».

(La Triplice Via del Fuoco, Sez. I. cap. I. 26-27).

«Noi siamo in guerra gli uni contro gli altri perché siamo in guerra con noi stessi. Non potremo mai stabilire l'Ordine, l'Accordo e l'Armonia — attributi dell'Oro dei Filosofi — fino a quando l'Armonia non sarà conquistata dalla coscienza degli individui. Chi asserisce che l'Ordine possa essere instauralo senza che sia, prima di tutto, realizzato nei singoli, è lungi dall'aver compreso la causa determinante del conflitto umano».

(Ibid., Sez. II. cap. IV, 25).

 

[Tratto da Fuoco di Risveglio, Raphael, Ed. Asram Vidya, pag 37-52]

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