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Jñānamārga: il sentiero della conoscenza

Lo Jṅānamārga [il sentiero della pura conoscenza; percorso realizzativo metafisico] non offre acquisizioni di tipo concettuale, ma consiste di successive prese di coscienza, di passaggi obbligati e concatenati che non possono essere elusi, né aggirati o tralasciati: ogni passaggio è frutto del precedente e seme per il seguente. Inoltre, non si possono stabilire atti, tempi o modi; tutt’al più si possono fornire indicazioni di massima, per mostrare al discepolo la giusta direzione e far sì che nel suo procedere non abbia a deviarsi o, quanto meno, a disperdere energie e tempo.
È bene soffermarsi su ogni singolo punto sinché non si è tratto adeguato beneficio, e magari tornarci, dopo qualche tempo e con altra consapevolezza, onde rivederlo sotto un’altra prospettiva, più profonda ed elevata e trarne nuovo giovamento.

La Conoscenza della Realtà, come abbiamo già detto, non è una conoscenza nel senso ordinario del termine, poiché la Realtà non può essere percepita come un qualsiasi oggetto. La Realtà può solo essere svelata nella consapevolezza attraverso la consapevolezza stessa. Pertanto è necessario, per ogni passo, un certo tempo di assimilazione, di adattamento della coscienza, di adeguamento del proprio essere. Questa è dunque una Via di Consapevolezza, perché ad ogni passo corrisponde una stabile presa di consapevolezza; diversamente non si potrebbe parlare di sentiero realizzativo, il quale porta a risolvere l’io, ma solo di “teoria”, che invece lo alimenta e sovraccarica. I vari passi indicano stati coscienziali da attingere e fare propri e solo così costituiranno una precisa acquisizione permanente da cui non è possibile regredire. Pertanto potranno essere compiuti solo se si è pienamente consci della loro portata; in caso contrario è meglio rinunciare. Una presa di coscienza può determinare in noi un cambiamento radicale, una profonda trasformazione e, se non si è sufficientemente pronti, è bene non muovere nemmeno il primo passo.

La Conoscenza poggia su due cardini fondamentali: la discriminazione (viveka) e il distacco (vairāgya). La discriminazione tra Reale e non-reale e il distacco dal non-reale portano allo svelamento del Reale. È ovvio che tali ausili non appartengono alla sfera mentale, per quanto in essa possano trovare supporto nelle fasi iniziali del cammino. La mente empirica (manas) è strettamente collegata all’individualità, all’io quale apparente centro di riferimento conoscitivo ed esistenziale e alle sue connaturate limitatezze; quindi è un semplice veicolo-strumento, intermediario tra il Sé e il corpo sensorio, che dovrebbe ubbidire al Principio essenziale manifestandolo nel piano formale, ma che, in effetti, si conforma al corpo sensorio condizionando e oscurando la consapevolezza di Quello.
Per sua natura essa svolge una funzione analitica, selettiva, comparativa operando con oggetti-forma, con immagini, quindi con proiezioni. Una proiezione, però, stagliandosi sullo Schermo, lo nasconde, lo seppellisce sempre più profondamente quanto più su di essa si compie un’opera di elaborazione concettuale o di astrazione speculativa. La discriminazione di cui si avvale il Conoscitore, invece, procede direttamente dall’intuizione intellettuale superconsapevole (buddhi), la quale soltanto è per natura in grado di captare l’universale, di cogliere la sostanzialità delle cose: l’Idea in sé, libera dall’eventuale forma. Attraverso l’intuizione egli separa il Reale dal non-reale, il Vero dal falso, il Sostrato dalla sovrapposizione e si distacca dal contenuto, il “questo” illusorio, recidendo ogni preesistente identificazione con esso e ritrovandosi in consapevole identità con Quello che resta.

A causa dell’ignoranza-avidyå, il conoscitore e il conosciuto giacciono in una sorta di confusione, cioè, come dicemmo, sono fusi insieme, mescolati, solidamente uniti. Nel suo cammino l'aspirante conoscitore opera la separazione del vero Conoscitore dal conosciuto (oggetto) e dal falso conoscitore (io psicofisico-soggetto empirico); effettua la fissazione del Conoscitore nella sua natura; infine attua la fusione di questo risolvendolo nella Conoscenza-jñāna priva di distinzione. Percorrere jñānamārga è operazione alchemica.

Discriminazione e distacco procedono di pari passo, sono l’uno causa ed effetto dell’altro, in mutua azione e dipendenza. Se l’uno non sortisce frutto, vuol dire che l’altro è incompiuto o insufficiente. La discriminazione poggia sul discernimento intuitivo autogeno, sull’autoriconoscimento e sul conseguente affrancamento dal cristallizzato inerte; è scissione del confuso, separazione alchemica, fissazione di una posizione stabile di autoindipendenza. Il distacco è la disidentificazione da una natura non rispondente, la recisione dei vincoli, la cessazione del rapporto, l’autoemancipazione conoscitiva e la soluzione finale. Si avanza verso jñāna solo quando, una volta avviato il processo conoscitivo nella giusta direzione, discriminazione e distacco vengono a costituire le alterne e consequenziali fasi di un’unica onda concentrica, di un singolo impulso risolutore.

Queste parole sono rivolte a coloro che sentono l’esigenza di comprendere, di risvegliarsi e penetrare l’Essenza delle cose e di se stessi. Indicano il giusto atteggiamento, la linea da tenere percorrendo questo sentiero fornendo un concreto ausilio a chi intende passare dalla nozione teorica all’atto pratico, dal concetto all’esperienza diretta. Perciò risuonano note conoscitive singolari, suggeriscono immagini incisive e atte a supportare l’intuizione, propongono stati coscienziali idonei allo svelamento della Conoscenza. Tuttavia la solo lettura non è sufficiente; occorre creare un’intima sintonia per captare un Influsso diretto che, solo, può innescare un autentico processo di risveglio.
Ogni punto è un’occasione di incontro con jñåna, sul quale meditare e assorbirsi senza preconcetti né limiti di tempo o di altro genere. Molte note verranno ripetute, molti passi reiterati: ciò imprimerà un ritmo al procedere del discepolo, il quale sa che nella ripetizione di un atto, di un gesto, di uno stato coscienziale si nasconde la chiave che apre la porta a una comprensione superiore.


La Realtà è in noi e la realizzazione può e deve compiersi solamente in noi. Lungi dall’incitare all’individualismo come stile di vita, o a un solipsismo portato all’estremo, la Conoscenza non ammette contrapposizione: non si deve rifuggire dal contesto vitale in cui ci si trova immersi, né contrapporsi a esso in qualche modo; al contrario, si deve ampliare il senso di essere sottraendo all’io la sua presunta centralità per incorporare in sé la totalità risolvendo il contrasto interiore e creando armonia, unità, pace. Dunque, escludersi per includersi insieme con il Tutto, abbracciare la totalità essendo Unità, decentrarsi per comprendere. In questo modo riconosceremo che solo purificando e rettificando noi stessi purificheremo e rettificheremo lo spazio vitale che ci circonda, solo trasformando noi stessi trasformeremo gli altri, solo risolvendo noi stessi risolveremo l’intera proiezione universale. Realizzando il Sé, la totalità si sublimerà nel Sé.

La realizzazione attraverso jñāna, come accennato, esige particolari qualificazioni di cui alcune generiche e in comune con le altre Vie, altre specifiche per la Conoscenza. Tra quelle generiche vi sono: la maturità coscienziale, l’autenticità dell’istanza conoscitiva, la piena disponibilità.

Per quanto riguarda la maturità coscienziale, essa si rivela innanzitutto nella sazietà nei confronti dell’esperienza del divenire: come voler sperimentare ciò che, appena goduto, è già scomparso? Come giustificare il protendersi verso ciò che diviene e che quindi non è? La vera maturità determina una naturale saturazione nei confronti dell’esperienza, degli oggetti, del divenire e anche di se stessi in quanto contenuto-centro di autoaffermazione; ciò porta inevitabilmente a una indifferenza, se non addirittura a un rifiuto – non psicologico ma essenziale – verso il mondo del divenire-relativo-apparente.

Chi è maturo avverte, sia pur inconsciamente, l’inconsistenza del dato, dell’oggetto, dell’evento e in generale del divenire; egli intuisce la non-realtà del relativo e non concede più attenzione a ciò che sente non essere altro che apparenza, ombra fuggevole e insostanziale. In altre parole, colui che possiede la maturità ha già optato per un ridimensionamento del potenziale vitale da impiegare nell’esperienza ed è virtualmente rivolto al totale ridirezionamento delle proprie energie. Da ciò derivano la dolcezza, la spontaneità e l’equilibrio sia nel distacco che nel riconoscimento successivi. Diversamente si determinerebbero delle forzature quanto mai inopportune perché pericolose sia da un punto di vista energetico, in quanto capaci di dar luogo a potenti e incontrollabili ritorni di fiamma, sia perché suscettibili di creare nuovi e differenti contenuti.

L’autenticità dell’istanza conoscitiva viene vissuta come intima, inderogabile aspirazione a cogliere il Vero oltre l’apparente, così potente da sovvertire le gerarchie dei valori ordinari acquisiti o imposti dall’esperienza, dalla consuetudine e persino dalla propria posizione nell’ambito dell’esistenza. Essa si concretizza in una tendenza a non disperdersi più nell’indefinito, bensì a sintetizzare l’esperienza in quanto tale: lo jñani non fa esperienza di qualcosa, ma dell’esperienza stessa. Il discepolo deve assumere una posizione di spettatore distaccato non solo nei confronti del mondo esterno, ma anche rispetto al proprio mondo interno, il quale verrà sacrificato nel senso più elevato del termine. Egli deve mano mano passare dal giudizio critico alla comprensione, dal confronto alla penetrazione intelligente, dall’accumulo eruditivo alla rinuncia affrancante, dall’esperienza ottusa al consapevole accertamento del Reale.

La disponibilità consiste nella totale dedizione alla Conoscenza, il che comporta il porre da parte quanto ritenuto importante o addirittura fondamentale: la realizzazione esige infatti il dissolvimento dell’ego, e questo sarà certo un ostacolo difficile – ma non impossibile – da superare. La vera disponibilità si rivela nella prontezza, cioè nella determinazione insindacabile a impiegare, anche trasformandolo profondamente, l’intero patrimonio energetico individuato; quindi nel concretare l’intenzione di raccogliere, purificare e riconvertire le energie potenziali dell’individuo. Ciò implica un passaggio graduale ma totale dall’esclusione all’inclusione, dalla molteplicità all’unità; possedere la totale disponibilità coscienziale vuol dire non solo avvertire profondamente la propria sovrassaturazione nei confronti del divenire individuale, prossimo a estinguersi per scomparire definitivamente nell’Essere, ma protendersi incondizionatamente verso l’Evento senza voltarsi indietro.

Questi tre aspetti denotano ed esigono il possesso da parte del ricercatore di un coraggio superiore, che non ha nulla a che vedere con l’agire ordinario. Questo coraggio non porta a un cieco, ostinato e irresponsabile procedere verso l’ignoto, ma al consapevole sacrificio di sé nella Conoscenza; esso segna la riesumazione di una forza inusitata, scaturiente dalla convinzione della necessità improrogabile di autotrascendersi per cogliere la Verità e realizzarsi come Sé; pertanto è espressione di una volontà trascendente che, più che sospingere la coscienza dal basso, la attrae dall’Alto.

È questo coraggio-ardimento interiore che ci fa comprendere come non si tratti di acquisire qualcosa per innalzarcisi, quanto piuttosto di perdere ciò che, opponendo resistenza, impedisce la nostra ascensione-soluzione. È unicamente con questo coraggio, pari solo alla “temerarietà” con cui, per dirla con Plotino, ci si è incautamente immersi nel relativo diveniente, che possiamo lasciarci attrarre dall’Assoluto e sprofondare in Quello, consci dell’impossibilità sia del ritorno che di un eventuale, pavido acquietamento delle potenzialità risvegliate. Inoltrarsi per questo sentiero comporta infatti lo scuotimento violento, quantunque non incontrollato, dell’intero edificio individuale e, se non si sa mantenere grazie al suddetto coraggio e alla conseguente fermezza una salda posizione di stabilità coscienziale e se, soprattutto, non si dispone delle necessarie qualificazioni, è bene non incominciare neppure.

Il discepolo saprà regolarsi in base alla propria consapevolezza e decidere se procedere o meno sapendo che tutto verrà perduto come forma-ente per essere ritrovato come Essenza autoesistente: tra l’uno e l’altro stato, comunque, non c’è rapporto, similitudine o affinità; tra loro corre un abisso privo di sostegni. Il coraggio superiore appartiene solo a colui che sa osservare e comprendere l’abisso, a chi sa discernere persino il proprio terrore di annichilirsi come un dato irrilevante e lo incenerisce all’istante con il raggio di fuoco della Conoscenza; questo coraggio sacro è il nobile ardimento di chi intraprende responsabilmente un percorso iniziatico, la quintessenza di chi ha deliberato di compiere il proprio totale autosacrificio nel Sé.

 

 

Tratto da:  Vidya Periodico Mensile - Dir. Resp. Paola Melis
Redazione: Via Azone 20, 00165 Roma - Tel&Fax 06 6628868
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