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Caratteri essenziali della metafisica - dialoghi

D. Per quale motivo nonostante qui si faccia spesso riferimento a Shankara, Gaudapada, Ramana Maharshi e Raphael, sembra che l'Advaita non venga trattato, mentre oggi l'Advaita va tanto di moda e ovunque ci sono incontri e corsi con Maestri Advaita, allievi di allievi di Nisargadatta Maharaji e Ramana Maharshi?

R. In Italia, rispetto ad altri luoghi, sono disponibili la maggior parte delle opere attribuite a Shankara. Pubblicate dall'Asram Vidya, molte hanno il commento di Raphael che, a sua volta, ha scritto parecchio sull'argomento e per anni è stato disponibile a chi ha fatto qualificata richiesta, anche dopo essersi ritirato dalla vita pubblica.

D. Ritiene che pertanto i libri siano sufficienti ad un approccio realizzativo?

R. I testi di Shankara sono molto chiari nell'indicare quali siano i requisiti di un aspirante discepolo alla tradizione metafisica universale. Quanti sono coloro che hanno questi requisiti? E quanti di costoro vengono qui?

D. Sta dicendo che rifiutate chi ritenete senza requisiti?

R. Qui non è facile stare, non offriamo plausi, non lusinghiamo alcuno, e cerchiamo di indirizzare ciascuno secondo i propri interessi. Se tali interessi possono essere meglio soddisfatti altrove, perché dovremmo privare costoro del meglio per loro?

D. In altri posti si parla di non realtà del mondo oggettivo, di facilità della realizzazione, di non necessità del maestro, fanno corsi, tengono convegni, etc.

R. Ah, comprendo, lei si sta riferendo a quanti narrano di essere discepoli di discepoli di qualcuno che hanno incontrato qualche volta o forse visto da lontano, e ovviamente non è più vivente da confermare tale discepolato e, ovviamente, fanno una vita del tutto differente da tali riferimenti, Nisargadatta e Ramana. Non si discute la buonafede di costoro, probabilmente c'è anche qualcuno che crede sinceramente nel mestiere che porta avanti. Tutti costoro però non risolvono una contraddizione in termini: se affermano che il Maestro non serve, perché trattano gli altri da allievi impartendo simili concetti? In ogni caso, che problema c'è? Proprio perché ci sono in giro tutte queste possibilità, è bene che qui rimangano quei pochi che aspirano a condividere un percorso tradizionale, nelle possibilità di condivisione di coloro che qui stanno portando avanti il dharma di dare luce all'integralità dell'insegnamento di certi Maestri.

D. Cosa intende con integralità dell'insegnamento?

R. Sembra essere diffusa la credenza che tutti siano pronti all'advaita vedanta, un via terminale, la fase più elevata, rarefatta, difficile del cammino spirituale, che necessita l'abbandono di ogni aspetto individuale, la focalizzazione e dissoluzione di ogni contenuto psichico, il totale scioglimento di ogni traccia di esso. Chi è disposto a ciò? Non certo chi è interessato a portare avanti una famiglia, a costituirla, a chi desidera gli affetti conseguenti all'amore, a chi è impegnato a costruire un futuro, a rimpiangere un passato, a crescere al meglio dei figli, a realizzarsi in un lavoro.

D. Mi sta dicendo che tutti costoro secondo lei sono esclusi dall'Advaita?

R. Secondo me? No, certamente. Tutti possono realizzare il Sé che già sono, ci mancherebbe. Ma occorre un requisito fondamentale: deve esserci una forte istanza realizzativa. Così forte da mettere tutto il resto in secondo piano. Se sono altre le priorità, saranno queste che verranno perseguite e una sadhana asparsa può solo che determinare problemi, non risoluzioni se le aspirazioni tendono altrove.

***

D. Quindi lei sostiene che coloro che insegnano l'Advaita Vedanta in realtà fanno perdere tempo?

R. A darle una risposta, sarebbe da chiedere "chi insegna cosa a chi". Ma è più semplice: "fintanto non si fanno male, dedicare del tempo allo studio, all'interiorizzazione e al silenzio, non può che fare bene".

D. Quale è il vostro scopo? Non è insegnare l'Advaita?

R. Qui ci vuole proprio: "Chi dovrebbe insegnare cosa a chi"? Osservi quella scritta, anche ove lei volesse vederlo e considerarlo possibile: "il magistero non va oltre questo limite, di additare cioè, la via e io viaggio; ma la visione è già tutta un'opera personale di colui che ha voluto contemplare". Noi siamo aspiranti e ove condividiamo l'aspirazione porgiamo anche la nostra testimonianza. Questo significa che chi ha altre priorità non è escluso dall'Advaita Vedanta, semplicemente può scegliere una via di supporto, uno yoga, sin quando non sarà pronto a non avere altre priorità se non la realizzazione del Sé, a percorrere la via senza supporto, l'asparsa vada, lo yoga dell'Advaita.

D. Perché c'è bisogno di altro e non si può praticare direttamente l'Advaita?

R. Perché non lo si può insegnare a chi non lo può praticare perché ha altri interessi; anche il più piccolo di questi interessi è più grande e pesante della rarefazione advaita, pertanto come conseguirla? D'altra parte la Bhagavadgita, parte importante del Vedanta, spiega i diversi modi di approccio al Divino, dei quali l'Advaita rappresenta solo la sommità. Posso solo consigliarle la versione dell'Asram Vidya tradotta da Raphael. Vede, nessuno necessita di realizzare la Non-dualità, Lei è già Quello, non c'è nulla da fare per essere sé stessi. Tutto il lavoro serve per smettere di credere di essere altro da sé.

***

D. Lei afferma che non occorre alcuno sforzo per realizzare il Sé.

R. Come può ciò che è l'Assoluto incausato essere determinato da altro? Esso non ha alcuna relazione con qualsiasi causa. Se lei chiude gli occhi, non sta cancellando il sole e quando li riapre non lo sta ricreando. Il sole è a prescindere da lei e da quello che lei può fare. Non deve fare nessuna fatica per vedere il sole, non è lei a crearlo. Ma se lei non ha alcuna intenzione di aprire gli occhi è chiaro che il sole non lo può vedere. Tutto lo "sforzo" è nel convincersi ad aprire gli occhi, ma se lei ha altro da immaginare, da sognare, etc. etc. ecco che prima di aprire gli occhi vorrà soddisfare i suoi desideri di altro. La realizzazione non duale del Sé, per come testimoniata dalla tradizione Advaita, è la stessa cosa. La dualità fa sì che nell'ente ci siano contrapposizioni, da un lato si desidera l'assolutezza del sommo bene, dall'altro si desiderano soddisfazioni circostanziali. È solo una questione di urgenza, di importanza, di potenza... il desiderio più urgente, più importante, più potente è quello che prevale.

D. Lei la fa facile. Non può essere così semplice!

R. Facile? No. Altrimenti tutti saremmo nel sahaja samadhi. Semplice? Sì. È semplicissimo. Sino a che l'essere incarnato necessita di fruire della propria molteplicità manifestata, l'ente si adopera per soddisfare il flusso causale che determina ciò. Una volta che prevale invece il mumukṣutva, l'intensa aspirazione ad affrancarsi da tutte le schiavitù, l'anelito alla liberazione, ecco che l'ente inizia a sforzarsi per staccarsi dagli ultimi contenuti, adesioni, sovrapposizioni. Ovviamente lei, avendo studiato i testi di Shankara, conosce le spiegazioni che gli ci ha lasciato in merito a... l'apertura degli occhi per vedere il sole. E' come certe mattine, o quando si è malati, quando gli occhi sono un po' cisposi e si deve faticare un po' per aprirli. Occorre qualche secondo, ma il sole è lì a prescindere da ogni sforzo, ma se non si sforza di certo non lo vedrà.

***

D. Le devo dire una cosa. Spero non si offenda. Trovo i suoi libri difficili. Perché? È lo stesso con i libri di Raphael. Quando leggo Balsekar è tutto più facile e mi esalto. Perché c'è questa differenza?

R. Forse perché Balsekar forse è un Maestro, mentre Raphael presta voce a determinati esseri quali Shankara e Platone?

D. Va bene, me la sono cercata. E lei?

R. Il sottoscritto non fa testo. È del tutto irrilevante in certi panorami. Sono un semplice portatore di acqua; che ogni tanto viene chiamato a fare l'autista quando c'è qualcuno in visita. Ma torniamo a Raphael. Non conosco Balsekar, ma immagino che le parole di Raphael siano semplicemente accessibili a chi è pronto ad esse, per evitare che qualcuno inavvertitamente si possa far male o possa portare nocumento ad altri. La mente si impadronisce facilmente di tutto ciò cui viene in contatto, osserviamo come le religioni in passato, e ancor oggi, vengano usate per uccidere e sterminare chi non condivide il medesimo punto di vista. L' "Ama il prossimo tuo come te stesso" è divenuto una spada che ha ucciso milioni di persone per "salvarne" le anime; con la scusa del "Dio unico" si sono sterminate popolazioni colpevoli di adorare il Dio unico con altre vesti e nomi. A cosa giungerebbe allora la mente dell'uomo se si impadronisse della non dualità? Sterminerebbe ancora più persone perché tanto "nessuno nasce e nessuno muore" ed è "tutta una illusione"? Già l'Advaita è frainteso da tanti che seguono gli pseudo maestri del "tutto è facile" perché sei già Quello, ci mancherebbe solo che spuntino come funghi a millantare di essere discepoli di Raphael perché ne hanno letto un libro o lo hanno incontrato una volta. Oggi va tanto di moda dire di essersi realizzati alla presenza di qualcuno...

Premadharma, tratto da forum pitagorico, luglio 2015

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