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Vedanta Advaita - Etica

Di tutti i componenti dell'universo soltanto l'essere umano è il soggetto etico. Egli sa di essere in relazione con i due mondi dell'infinito e del finito. L'opera dell'infinito nel finito non è semplicemente una visione poetica, ma la pura e semplice verità della filosofia.

L'infinito dimora in tutto ciò che è finito, e l'uomo ne è cosciente. Pur essendo costretto in un organismo che è meccanicamente determinato dal passato, gli ideali infiniti del Vero, del Bello e del Bene operano in lui e lo rendono capace di scegliere e di lottare per poterli esprimere sempre meglio.

È perché l'infinito Brahman si rivela in maggior misura negli esseri umani che questi hanno diritto all'attività etica e logica. Fintanto che l'individuo si sforza di raggiungerli senza riuscirvi, egli è pur sempre nella necessità; nel momento in cui consegue l'infinito la tensione interiore sparisce e la libertà della gioia riempie il suo spirito.

Realizzare Brahman significa la fine di qualsiasi attività, poiché Brahman non è soltanto essere e coscienza ma anche beatitudine (ananda), e quindi è anche l'oggetto di ogni ricerca. Il brahmatmaikatva, o la realizzazione dell'identità con la realtà infinita, è lo scopo ultimo della vita, «il giusto cibo dell'anima», e l'unico valore supremo. L'anima finita è in conflitto con se stessa fino a quando non lo consegue. «Nei tre mondi ognuno cerca di raggiungere le fonti della felicità e non quelle del dolore».

Tutti gli uomini ricercano il meglio e, come dice Browning: «Tutti, con un tocco di dignità, malgrado i loro errori, tendono verso l'alto, sebbene deboli come piante in caverne che mai videro il sole ma lo sognano, e si chiedono dov'egli possa essere, e fanno del loro meglio per innalzarsi e giungere a lui.».

I frutti migliori che possiamo cogliere dall'albero della vita (samsara) ben presto si riducono in cenere nella nostra bocca.

I piaceri più grandi vengono a noia e perfino la vita in cielo (svarga) è evanescente. Un semplice atto di bontà o il piacere di una dolce melodia o un'intuizione contemplativa può per un attimo sollevarci dalla meschinità della nostra individualità, ma non ci può dare appagamento permanente.

L'unica cosa che può darci inalterabile appagamento è la realizzazione del Brahman (brahmanubhava). È lo stato supremo di gioia e di pace, la perfezione dello sviluppo individuale. Sfortunatamente, i nostri travagli sorgono perché ci attacchiamo al mondo, alimentiamo la fede nei suoi fantasmi e ci sentiamo delusi dalle soddisfazioni finite che si prendono gioco di noi e che svaniscono nel momento stesso in cui le raggiungiamo.

«L'individuo affonda nell'errore e nel dolore fintanto che crede che il corpo sia l'atman, ma quando realizza di essere uno con il sé di tutte le cose, il suo soffrire cessa». Non possiamo manipolare la realtà per accordarla con gli ideali della nostra mente, ma dobbiamo semplicemente riconoscerla. Per Samkara la filosofia non è la produzione di ciò che dovrebbe essere, ma la conoscenza di ciò che è. La percezione spirituale dell'infinito quale realtà conduce alla pace e alla gioia.

Ogni bene etico, legato com'è al mondo delle distinzioni ha il valore di un mezzo per raggiungere un fine. Mentre la comprensione di se stessi rappresenta il bene assoluto, il bene etico lo è soltanto in modo relativo. Ciò che è eticamente "bene" è di aiuto alla realizzazione dell'infinito, ciò che è eticamente "male" è l'opposto.
La retta azione svela la verità, e quella non-retta svela la falsità. È bene tutto ciò che conduce ad una forma migliore di esistenza futura, ed è male tutto ciò che ne produce una inferiore. L'individuo tenta di realizzare la propria natura infinita per diventare sempre più simile a Dio.

Nel mondo empirico Isvara è la più elevata realtà, e il mondo è la sua creazione. Chi crede in Dio dovrebbe amare l'universo intero, poiché questo è una creazione di Dio. La vera pace e la vera perfezione non si trovano nell'autoaffermazione né nella lotta per i propri interessi, ma nell'offerta di sé al vero essere dell'universo.

L'egoismo è il male più grande, mentre l'amore e la compassione sono il bene più grande. Identificandoci al bene della collettività otteniamo veramente il nostro autentico scopo. Ogni individuo deve acquietare i sensi che favoriscono l'autoaffermazione; l'orgoglio deve cedere il passo all'umiltà, il risentimento al perdono, l'attaccamento limitato alla propria famiglia alla benevolenza universale.

Non sono tanto le opere che hanno valore quanto la volontà di sopprimere il proprio volere egoistico e di affermare la volontà della collettività. I doveri rappresentano le opportunità concesse all'uomo per eliminare il proprio sé separato e aprirsi al mondo. Śamkara accetta le consuetudini della sua epoca e ci esorta ad evitare gli errori indicati dagli Sastra. Lo studio dei Veda, i sacrifici, i doni, le penitenze e il digiuno sono mezzi di conoscenza. Essi rafforzano il carattere, purificano lo spirito e approfondiscono l'intuizione.

Pochissimi sono coloro che riescono a carpire immediatamente la verità; per la maggioranza degli uomini necessitano tempo e perseveranza. L'adempimento degli obblighi della vita di ogni giorno e dei doveri familiari inducono un atteggiamento mentale favorevole alla realizzazione. Il rituale vedico, scrupolosamente osservato, conduce all'abhyudaya (letteralmente: ascesa o progresso sulla scala del samsara) e non al nihsreyasa o salvezza.

Mentre l'intuizione spirituale della natura della realtà ultima ha come risultato mokṣa, l'adorazione di Dio in una forma qualsiasi produce svariati effetti, tutti comunque ben dentro i confini del samsara. Essi ci aiutano a sfuggire al desiderio egoistico, all'odio e all'insensibilità e ad ottenere la calma, la pace e la sopportazione della sofferenza.

La meditazione del devoto (bhakti) è un mezzo ed un aiuto per la conoscenza (jnana). La vera saggezza è raggiunta solo da coloro che hanno preparato la mente attraverso una rigorosa disciplina. Non si tratta di riversare nella mente una qualche sorta di conoscenza di cui sia priva; la verità si trova al centro della nostra anima e per farla risplendere la mente deve essere distolta dal mondo transeunte. Il nostro intelletto deve farsi trasparente come il vetro della lampada attraverso il quale la luce interna splende.

«L'atman è sempre presente in tutte le cose, ma non risplende in tutte le cose. Risplende solo nell'intelletto, come il riflesso appare solo sulle superfici lucidate», Samkara attribuisce una grande importanza alla saggezza filosofica, che può essere raggiunta solo mediante l'esercizio della virtù. Mentre jnana conduce alla liberazione, gli altri mezzi aiutano a raggiungerla in maniera indiretta.

«L'aspirazione a conoscere il Brahman scatta solo nella persona la cui mente è pura, che è priva di desideri e che, libera dalle azioni compiute in questa nascita o in quelle precedenti, prova disgusto verso quell'effimera confusione esterna di fini e mezzi». Samkara accetta i princìpi della pratica yoga che ha come suo scopo principale il samadhi, che egli chiama samradhana o completo appagamento e che consiste nel ritiro dei sensi da qualsiasi cosa esterna per concentrarli sulla propria natura.

L'Advaita riconosce la distinzione, operata dallo yoga, tra mezzi esterni (bahirangasadhana) come yama, niyama, ecc., e mezzi interni (antarangasadhana) come dharana e dhyana. Sono anche indicate le quattro qualificazioni interiori: la discriminazione tra il reale e il non-reale, il distacco da ogni frutto dell'azione sia in questo mondo che in altri, lo sviluppo delle qualità come la calma mentale (sama), l'autodominio (dama), il raccoglimento interiore (uparati), la pazienza o accettazione (titiksa), la fede (sraddha), la fermezza mentale (samadhana) e infine l'aspirazione ferma e ardente alla liberazione (mumuksutvam). Queste fanno sorgere la vera conoscenza.

Un pensatore che tenda verso una concezione più ampia della verità non può rigettare completamente le credenze comuni della propria epoca. Per Samkara l'efficacia degli ordini sociali non riveste più un'importanza vitale e tuttavia egli concede spazio a queste istituzioni. La teoria tradizionale che vede nella nascita in un ordine sociale particolare non un fatto dovuto al caso, ma un'inevitabile conseguenza della condotta tenuta in precedenti esistenze, induce Samkara ad accettare la pretesa delle classi superiori, degli dei e dei Ṛṣi al diritto esclusivo dello studio dei Veda.

Quantunque Samkara sostenga che qualsiasi uomo, non importa a quale ordine sociale possa appartenere, è in grado di pervenire alla conoscenza suprema, tuttavia egli ammette che coloro che seguono la regola di vita brahmanica dovrebbero osservare gli obblighi inerenti agli ordini sociali e agli stadi di vita. I brahmani possono studiare i Veda e conseguire la saggezza, mentre gli altri possono avvalersi del culto e di altri mezzi per ottenere lo stesso risultato, il brahmajnana.

Non è facile trovare in Samkara qualcosa che dia sostegno all'asserzione secondo cui la conoscenza del Brahman può essere raggiunta solo tramite lo studio dei Veda. Nella sua filosofia e nella sua concezione del dharma indù Samkara tenta di conciliare le diverse posizioni in conflitto. Egli mette la conoscenza suprema o brahmajnana a disposizione di tutti gli uomini che hanno in sé l'elemento divino (purusamatra) indipendentemente a quale ordine o credo possano appartenere, dimostrando così la sua fondamentale umanità e la sua ferma aderenza alle implicazioni logiche della filosofia Advaita da lui propugnata. Tuttavia, egli concede alla fede brahmanica che gli sudra, come Vidura, siano in grado di ottenere la saggezza suprema, solo come risultato del loro passato comportamento. Il fatto che uno sudra abbia ora la capacità di comprendere la verità, presuppone lo studio dei Veda in una precedente vita. In questo modo Samkara scuote la credenza che soltanto gli ordini superiori potevano avere il diritto alla liberazione. Egli era disponibile a considerare come suo guru chiunque possedesse intuizione spirituale, non importa se brahmani o pana.

«Colui che ha imparato a considerare il mondo fenomenico alla luce della non-dualità è il mio vero istruttore, sia egli un candala (paria) o un dvija (nato due volte). Questa è la mia salda convinzione».

Le regole degli asrama o stadi di vita vengono sottolineate ripetutamente. Per ottenere la liberazione non è necessario diventare samnyasin; nella Brhadaranyaka e nella Chandogya Upanisad, i grhastha o capifamiglia conseguono ed insegnano la brahmavidya. In ogni modo i samnyasin sono i più qualificati in quanto è per loro più facile conseguire la brahmavidya, non essendo chiamati a compiere atti di culto, doveri familiari e riti vedici. Samkara afferma che chi segue le regole dell'asrama deve diventare samnyasin prima di ottenere la liberazione benché tale obbligo non esista per coloro che non aderiscono alle regole dell'asrama.

I samnyasin si fondano sul Brahman (brahmasamstha). «Uno stato simile non è possibile per chi appartiene agli altri tre stadi di vita, poiché le Scritture dichiarano che non compiendo i doveri previsti dal loro stadio di vita essi sono soggetti al danno, mentre il samnyasin non può essere soggetto ad alcun danno se non compie quei doveri».

E ancora: «Benché lo jnana sia concesso a tutti, a qualsiasi ordine sociale essi appartengono, è solo quello posseduto dal samnyasin che conduce alla liberazione e non quello associato al karma». Samkara vide nella pratica religiosa degli Indù la mancanza di disciplina e di un modello comune a tutti. Riorganizzò quindi gli ordini ascetici cercando in questo modo di offrire all'Induismo gli stessi vantaggi dell'organizzazione buddista. Samkara, tenendo presente ciò che l'ammissione delle donne negli ordini ascetici buddhisti aveva insegnato, le escluse dai suoi monasteri, che furono principalmente intesi come luoghi di studio e di asilo per coloro che perseguivano una vita di povertà e di austera purezza e la libertà dai condizionamenti del mondo. Samkara ignorò completamente le distinzioni sociali negli ordini monastici da lui fondati.

Le regole del varnasrama sono obbligatorie per gli Indù perché sono l'espressione dello spirito più alto della comunità, ma non si deve pensare che siano imposte dall'esterno all'individuo, il quale non esiste solo per la comunità. Il valore morale dell'individuo non dipende esclusivamente da quanto egli contribuisce alla comunità, e d'altra parte l'uomo non è argilla che possa essere modellata a piacimento dall'esterno. La sua convinzione deve sorgere dall'interno, deve essere un fatto di coscienza. Gli sastra non obbligano l'individuo a fare questo o quello, ma gli ricordano soltanto l'esperienza comune alla specie umana. Fatta eccezione per alcuni princìpi generali, le convenzioni sociali divergono da luogo a luogo. La vita morale si intensifica sempre più man mano che si procede verso l'alto. La moralità inerente ai costumi è qualcosa che è sempre in via di sviluppo. Le regole di vita vediche non costituiscono un indispensabile fattore per la saggezza, e anche coloro a cui non è concesso di seguirle ottengono il fine supremo. Il povero e il reietto possono, per mezzo della preghiera e dell'adorazione, del digiuno e del sacrificio, ottenere quel fine con la grazia di Dio. Colui che realizza il fine è il vero brahmano, il conoscitore del Brahman; la descrizione del suo modo di vivere è data da Samkara che cita questo passo:

Colui che nessuno conosce né come di nobili né di umili natali, né come erudito né come non erudito, né come autore di azioni buone né di azioni malvagie invero questi è un brahmana. Dedito ai doveri ben praticati nel silenzio, In silenzio conduce la sua vita; come fosse cieco e sordo, privo di ragione, così il vero saggio attraversa il mondo.

È vita nello spirito, piena di mansuetudine e di pace, di santità e di gioia; non è un affondare in uno stato di inerzia contemplativa. Le sue azioni non lo legano, il suo karma non è karma nel senso comune del termine. Alcuni liberati compiono le minime azioni necessarie per il sostentamento della vita (jivanamatrartham), e altri si dedicano alle attività del mondo (lokasamgrahartham). Ma l'attività del liberato non s'incentra sull'individualità e perciò non dev'essere considerata come qualcosa che vincola l'individuo alla ruota del samsara. Le anime liberate, che si salvano per mezzo dei loro sforzi, redimono il mondo con il loro esempio.

Le ingiunzioni vediche e le regole morali sono necessarie per coloro che sono coinvolti nella ruota del samsara, ma perdono il loro significato per l'anima che abbia superato l'intera sfera del desiderio e che non consideri più le differenze del samsara. Alla questione se l'anima liberata possa fare ciò che vuole, Samkara risponde che, poiché nel caso del liberato l'attaccamento egoistico che promuove l'azione è assente, il liberato non agisce affatto. L'agire che viene dall'avidya non può coesistere con la vera conoscenza spirituale.

Queste spiegazioni sembrano negare qualsiasi tipo d'azione per l'anima liberata, tuttavia si trovano altri passi in Samkara il cui senso è che l'anima, libera da tutti i desideri egoistici, compie l'azione in maniera disinteressata. L'azione malvagia è psicologicamente impossibile per tale essere. La libertà dalle leggi morali è intesa come una distinzione speciale, alamkara o ornamento, inerente allo stato di liberazione e non come un invito a violare quelle leggi; in nessun caso dev'essere intesa come un incoraggiamento a trascurare la morale. L'anima liberata si è elevata ad una tale unione con l'Assoluto che le è impossibile commettere degli errori, essa è realmente morta all'errore. Il punto di vista di Samkara non dev'essere confuso con quello che talvolta è adottato dagli Antinomisti della Chiesa Cristiana. Mentre risponde al vero che il liberato non ha più nessun oggetto a cui mirare in quanto ha tutto conseguito», egli comunque agisce per il bene del mondo. Inoltre, anche se Samkara sostiene che il dovere morale non ha più alcun senso per l'anima liberata, egli non afferma che le virtù morali vengano da questa abbandonate. La perfezione morale conduce non alla morte della morale, ma a quella dell'individualismo moralistico. Le regole del comportamento hanno il loro peso durante tutto il nostro sforzo per l'ascesi, quando cerchiamo di superare l'istintualità animale che alberga in noi. Esse ci aiutano a mantenerci retti qualora il pericolo di commettere il male si manifesti. Come le regole che riguardano l'omicidio, il furto e simili non concernono l'uomo civile, così l'essere spirituale non si preoccupa delle norme convenzionali della moralità.

Tratto da S. Radakrishnan, Filosofia Indiana - Edizioni Asram Vidya - Via Azone 20, 00165 Roma - Tel&Fax 06 6628868
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