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Le upaniṣad e il ragno

Le upaniṣad e il ragno

Questo lavoro di ricerca sul "ragno" nelle upanishad inizia da un sogno in cui mi veniva spiegato che l’uomo scimmia, Hanuman, capace di volare, era il prodotto della fusione del dna del ragno e di quello dell’uomo. Ciò mi ha fatto considerare che il ragno è anche uno dei ventiquattro guru di Dattātreya, per il quale ho una predilezione particolare.

All'inizio della composizione del frutto scritto della mia "caccia alle upanishad con ragno" via web, mi sono accorta di aver citato i brani riferendomi genericamente al “traduttore delle Upanishad incontrato sul web.”  Grave errore, a volte la superficialità ci impedisce una buona messa a fuoco.

Rileggendo poi con calma le upanishad da cui ho attinto, ho preso coscienza che il traduttore era niente po’ po’ di meno che Carlo Della Casa (1925-2014) uno dei più stimati e conosciuti orientalisti e storici delle religioni in Italia. 

Studioso di lingua e letteratura sanscrita, nonché di religioni e filosofie dell'India, ha esaminato in modo particolare il pensiero delle upanishad e il Giainismo.

In qualità di professore ordinario, ha insegnato presso l'Università di Palermo e l'Università degli Studi di Milano, dove è altresì stato, per oltre vent'anni, Direttore dell'Istituto di Glottologia e Lingue Orientali.

È stato Presidente onorario dell'Associazione Italiana di Studi Sanscriti .

Lo ringrazio per aver permesso (anche se per un breve periodo, ora non ci sono più) ai vagabondi del web di leggere alcune sue traduzioni in italiano di upanishad che spesso si trovano solo in inglese o tradotte un po’ approssimativamente e senza quel linguaggio poetico che le caratterizza (per quel poco che conosco io, naturalmente).

Tutti i testi e i relativi commenti utilizzati per questa ricerca sono suoi.

Posto, pertanto, le parti delle upaniśad che ho trovato in cui compare il ragno cominciando con la Muṇḍaka upaniśad dove si parla del ragno nel primo mundaka, primo kanda, strofa sette. 

Posto anche una parte del secondo muṇḍaka, primo khanda, perché ho trovato un commento alla Mundaka di Sai Baba dove usa il ragno come simbolo del tessitore ed emanatore dei mondi. 

Nel libro, il Fiume delle upanishad (upanishad vahini), i commenti di Sai Baba alle upanishad sono presentati in ordine sparso, preceduti da numeri che però non seguono l’ordine canonico dei testi commentati. I suoi comm,enti mon sono in successione, per capirci.

Il commento dove si parla del ragno mi pare riferito alla terza strofa di questo secondo “canto” – primo capitolo -dell’upanishad. Ricordo che la Mundaka upaniṣad è stata commentata anche da Shankara.

 

Muṇḍaka upanishad

"La Mundaka Upanishad [l'upanishad della testa rasata], che appartiene all'Atharvaveda, è una delle Upanishad più celebrate e commentate nell'India. Il titolo sembra significare che essa si rivolge a un ordine di asceti che seguivano il voto della ""rasatura"" del capo; ma potrebbe pure alludere all'effetto dell'insegnamento in essa impartito, che è tale da ""radere"", ossia distruggere, l'errore.
La conoscenza dell'identità tra Atman e Brahman, che si raggiunge quando si sia purificato l'animo per mezzo dell'ascesi e della condotta moralmente pura, conferisce la liberazione dal ciclo delle esistenze, l'assorbimento e, a quanto sembra, la dissoluzione nell'Assoluto; il rito e il sacrificio, in quanto ancorati alle cose terrene, permettono soltanto una felicità transitoria.
L'Assoluto è l'origine di tutto. si muove nell'intimo di ognuno, ma tutto trascende ed è il traguardo da raggiungere chiamato Brahman, Atman, Puruśa (""spirito universale"") e Tat; ma non c'è equivalenza completa fra i termini, se è vero che il Puruśa in 3, 1, 3 è detto matrice del Brahman.

Frequenti sono i contatti e le derivazioni da altre upanishad, cosicché la Mundaka deve essere considerata tra le più recenti delle upanishad vediche."

 

PRIMO MUNDAKA

 PRIMO KHANDA

1. Brahma fu il primo degli dei. Creatore dell'universo, protettore del mondo, egli espose la scienza del Brahman, fondamento d'ogni altra scienza, al figlio maggiore Atharvan.

2. La scienza del Brahman, che Brahma aveva rivelato ad Atharvan, Atharvan a sua volta l'espose ad Angir, questi a Bharadvaja Satyavaha, Bharadvaja ad Angiras, sia la superiore, sia l'inferiore.

3. Saunaka, possessore di grandi ricchezze, avvicinatosi secondo il dovuto ad Angiras, gli chiese: "O signore, qual è la cosa che, conosciuta, permette di conoscere tutto?"

4. A lui quegli rispose: "I conoscitori del Brahman dicono che bisogna conoscere due scienze, la superiore e l'inferiore"

5. Di esse l'inferiore è costituita dal Rgveda, dal Yajurveda, dal Samaveda, dall'Atharvaveda, dalla fonetica, dalla ritualistica, dalla grammatica, dall'etimologia, dalla metrica, dall'astronomia .

La [scienza] superiore è quella per mezzo della quale si raggiunge l'Indistruttibile.

6. Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento,

Esso è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato.

7. Come il ragno emette [il filo] e lo riassorbe, come sulla terra crescono le erbe, come da un uomo vivo nascono i capelli e i peli, così dall'Indistruttibile si genera il tutto.

8. Il Brahman si forma per mezzo dell'ascesi, da esso nasce l'alimento, dall'alimento il respiro vitale, la mente, la verità, i mondi e ciò ch'è immortale nelle azioni.

"9. Da colui che tutto conosce, che sa tutto, per il quale l'ascesi è costituita dalla conoscenza, da costui nasce questo Brahman, ossia l'individualità e l'alimento"

 ***

SECONDO MUNDAKA

PRIMO KHANDA

Ecco la verità:

1. Come da un fuoco ben acceso a migliaia si dipartono scintille che hanno la stessa natura, così dall'Indistruttibile, o caro, diverse creature nascono e in esso poi ritornano.

"2. Divino, incorporeo è lo Spirito Universale; esso comprende ciò che è esteriore e ciò che è interiore, è innato. Senza respiro, senza intelletto, puro, è superiore all'Indistruttibile, che a sua volta tutto trascende."

3. Da Lui nascono il respiro vitale, l'intelletto e tutti gli organi dei sensi, l'etere, il vento, la luce, le acque, la terra, sostegno di tutto.

4. Il fuoco è la [sua] testa, la luna e il sole sono i [suoi] occhi, i punti cardinali sono le [sue] orecchie, i Veda rivelati son la [sua] voce, il vento il [suo] respiro, il mondo è il [suo] cuore, la terra [procede] dai [suoi] piedi, egli è l'anima interiore di tutte le cose create.

5. Da Lui [proviene] il fuoco, per il quale il sole costituisce il combustibile, dalla luna [vien] la pioggia, [dalla pioggia nascono] le piante sulla terra, quindi il maschio versa il seme nella femmina: dallo Spirito Universale sono state generate molte creature.

6. Da Lui [derivano] gli inni, la melodia, le formule sacrificali, l'iniziazione, i sacrifici, tutti i riti e le offerte sacrificali, l'anno, il sacrificatore e i mondi dove brilla la luna e dove brilla il sole.

7. Da Lui sono stati in varia guisa generati gli dei, gli esseri celesti, gli uomini, le bestie, gli uccelli, il prana e l'apana, il riso e l'orzo, l'ascesi, la fede, la verità, la castità e le regole.

8. Da Lui derivano i sette prana, le sette fiamme, il combustibile, le sette oblazioni, i sette mondi dove si muovono i prana, che stanno nell'intimo [d'ognuno] disposti a sette a sette.

9. Da Lui [procedono] gli oceani e tutte le montagne, originati da Lui scorrono i fiumi d'ogni tipo, da Lui [provengono] tutte le piante e la linfa vitale, cosicché può dirsi che Egli, come anima interiore, dimora in ogni creatura.

"10. Lo Spirito Universale è l'universo: azione, ascesi, Brahman, immortalità suprema. Colui che lo riconosce riposto nel profondo [del cuore], costui quaggiù scioglie i nodi dell'ignoranza, o caro" (…)

Commento di Sai Baba:


3. Da Lui nascono il respiro vitale, l'intelletto e tutti gli organi dei sensi, l'etere, il vento, la luce, le acque, la terra, sostegno di tutto. 
Il ragno sviluppa dal suo stesso corpo quella meravigliosa manifestazione che è la ragnatela. Allo stesso modo questo mondo (jagath) soggetto al movimento e alla trasformazione emana dal Brahma causale.
L’universo creato (samsara) è il prodotto dell’insieme Creatore-Creazione. E’ vero, reale ed utile finchè si resta inconsapevoli della Realtà. Il massimo che si può ottenere con le azioni buone e sacre è il Paradiso (Svarga), che, pur offrendo una prospettiva di vita più lunga, tuttavia ha un termine. Per questo il ricercatore spirituale perde ogni interesse per il Paradiso e accosta un anziano Maestro, traboccante di compassione, per farsi istruire nella disciplina che gli farà raggiungere Brahman

Considerazioni personali sul ragno:

Fin da bambina provo per il ragno una repulsione mista a rispetto, mai ammazzerei un ragno, ma scappare se lo vedo, questo sì.
Chissà perché il ragno mi si è sempre mostrato più del dovuto, mi è passato su una gamba nuda a sei anni, l’unica volta che avevo messo la gonna, a casa di mia nonna in campagna, un ragno nero grasso e peloso dalle gambe corte, sempre in quegli anni sono stata inseguita da un cugino più grande armato di bastoni pieni di ragnatele (e di ragni, diceva lui)
Sono stata morsicata più volte, anche da un ragno crociato…
Il mio fidanzato di quando ero giovane mi spaventò a morte componendo una tarantola con otto codine di visone fregate alla madre...le cucì insieme e poi animò la tarantola con un filo, dopo avermi attirato con tenere moine, verso la scrivania sulla quale l'aveva posizionata...
Urlai come una pazza e corse perfino la madre che lo insultò. Non so se l'ho perdonato, lui rideva come un matto...
Ho ragni che si fanno i fatti loro, figli compresi, dietro le piante, l'edera in particolare, scopo sempre le foglie secche con molta prudenza per dargli il tempo di scappare.
Qualche volta ne faccio volare qualcuno giù dal balcone, e spero che arrivi sano a terra, sto al primo piano d'altronde, prove di volo...planato.
Con otto zampe non dovrebbero avere grossi problemi di atterraggio.
Qualcuno, i gamba lunga, si osa pure a visitare la casa, così mi tocca catturarli delicatamente con i fazzoletti di carta per metterli fuori, evitandogli le scopate sulla testa di altri abitanti la casa...Insomma il ragno non mi molla.
Perché proprio ora questo simbolo onirico da decifrare?
Sto meditando sul brahman causale, quello in cui ci scioglieremo persa l'individualità.
Impensabile e incomprensibile, mi viene sempre in mente la stessa domanda, da fare al Maestro pieno di compassione, sarà ugualmente bello come vivere sciogliersi nel Tutto?
una domanda senza senso...provare per credere la presumibile risposta...la domanda sono anni che mi frulla nella testa  visto che lo so che non è possibile spiegare con le parole la "dissoluzione" per identità nell'Atma.
Provare a saltare nell'abisso...senza pensarci...chi sono io?

Prima del sogno già mi capitò uno strano incontro con il ragno, mentre stavo stesa a pancia all’aria in un prato sotto a un piccolo albero, un ragnetto piccolissimo faceva l’altalena attaccato al suo filo tra un ramo e il mio naso. Su e giù, dondolando, ma a distanza di sicurezza, lui da me e io da lui, lo osservavo, così grazioso e danzante, il filo era così sottile che appariva e scompariva sullo sfondo del cielo azzurro.
Fu un momento empatico, tra me e il ragno e poi da un ragno così piccolino potevo anche non mettermi in salvo. Una riconciliazione interiore, in fondo il ragno non è poi così brutto…
Poi il sogno; e così ho giocato un po’ con il simbolo.

Il corpo del ragno ha la forma di un otto, la parte grande è il mondo manifesto, esterno, la parte piccola il mondo interiore, insieme fanno il ragno. O forse è viceversa: il mondo manifesto è la parte piccola e quello interiore la parte grande, dove il ragno ha il cuore.

Il ragno ha otto zampe per muoversi in tutte le direzioni.
Quattro dimensioni di coscienza, quattro direzioni dello spazio.
Al centro il punto di svincolo tra interno ed esterno.
Il ragno è un simbolo delle possibilità infinite della creazione.
La ragnatela in cui si muove simboleggia l’illusione in cui si resta intrappolati. La polarità del destino, che si alterna in buona e cattiva sorte, mosca e ragno, insieme nella ragnatela.
Centinaia di schemi intricati che catturano la rugiada del mattino.
Piccole gocce sospese ai margini della ragnatela.
Il tempo crea la prospettiva, ma dal centro della ragnatela la visione cambia.

La tessitura della ragnatela è composta dalle matrika le lettere sacre , l’alfabeto primordiale con cui viene tessuto il sogno del mondo divenuto manifesto dopo il solitario risuonare del pranava. La om.

Il ragno crea il mondo e lo riassorbe rimanendo al centro.

Anche l’uomo-scimmia, Hanuman, appare come essere intermedio, tra ciò che non è manifesto e ciò che è manifesto.
Hanuman che vola tra i mondi senza ali, ma usando il suo corpo come quello di un uccello che plana e s’innalza…

Come un ragno seguo le mie fila
Dal cuore del mondo emanano ragnatele di gioia.

Esploro il mondo con zampe sottili
Sono prudente ma fiducioso.
Emetto il filo e lo riassorbo, la creazione riposa sulla tela in attesa di dispiegarsi.
Sto fermo al centro ad osservare.
Il mio cuore pulsa sotto i raggi del sole.
La tela è madreperlacea e iridescente.

Il ragno nella Bṛhadāraṇyaka upaniṣad 

Nella Brihadaranyaka upaniṣad, il ragno si limita a insegnarci a seguire i nostri fili proprio come fa lui per costruire le sue ragnatele.

Così facendo, vedremo dipartire dall’atman tutti i sensi, tutti i mondi, tutti gli dei, tutte le creature e potremo conoscere il nome mistico dell’atma che è "Realtà della realtà" perché i sensi sono realtà e l'atman è la realtà dei sensi.

La Brihadaranyaka upanishad è chiamata "l'Upanishad del grande libro silvestre" e appartiene all'ultimo libro dello Satapatha Brahmana, che è il testo che raccoglie spiegazioni e commenti relativi alle formule del Yajurveda bianco recitate dall'adhvaryu o prete sacrificatore.

Lo Satapatha Brahmana. termina con un Aranyaka, questo a sua volta si conclude con l'Upanishad in questione, cui segue la Iśa Upanishad.

La Brihadaranyaka upanishad esiste in due recensioni, corrispondenti alle due scuole dei Kanva e dei Madhyandina, il traduttore ha scelto la recensione Kanva, non solo perché è quella seguita da Śaṅkara nel suo commento, ma anche perchè ritiene che, in alcuni passi, risulti fonte dell'altra.
Il Professor Carlo Della Casa considera, per ragioni soprattutto linguistiche, la Brihadaranyaka upanishad la più antica delle Upanishad vediche, anteriore per certi aspetti anche alla Chandogya upanisad che le è assai vicina per celebrità, ampiezza e contenuto.

Sai Baba, invece, nel suo libro il Fiume delle Upanishad, dice che la Brihadaranyaka è l’ultima delle dieci upanishad più conosciute evidenziando che l’insegnamento impartito al re Janaka dal saggio Yajnavalkya (contenuto nella terza e quarta sezione del testo, sezioni per questo motivo chiamate anche Yajnavalkya-kanda) costituisce la guida migliore per gli aspiranti che ardono dal desiderio di raggiungere il traguardo della liberazione e testimonia la superiorità intellettuale di quel saggio.

La Brihadaranyaka upanishad è divisa in sei sezioni che, ad eccezione della terza e della quarta, descrivono l’adorazione contemplativa (upasana) associata alle azioni rituali (karma).

Il brano che segue è contenuto nella prima sezione, Madhura kanda la "Sezione del miele" o Dolce sezione, che comprende il primo e il secondo adhyaya e si occupa dapprima di questioni relative al rituale e di riflessioni cosmogoniche, per poi passare a considerazioni più propriamente metafisiche e all'esposizione della dottrina dell'identità fra anima individuale e anima cosmica.
Inoltre:
 

La Brihadaranyaka è chiamata anche brihat (grande) per via delle sue dimensioni e, poiché sarebbe meglio studiarla nel silenzio della foresta (aranya), prende anche il nome di aranyaka. E’ classificata tra le upanishad perché il suo insegnamento riguarda la Conoscenza dell’Assoluto (brahmajnana).
[Sai Baba, Upanishad vahini, Mother Sai publications]

SECONDO ADHYAYA 
 

***

PRIMO BRAHMANA 

1. Viveva un tempo Driptabalaki, appartenente alla tribù dei Gargya e amante dello studio.

Egli disse ad Ajatasatru di Benares: "Io voglio parlarti del Brahman".

Replicò Ajatasatru: "Mille vacche daremo per questo insegnamento e la gente correrà dicendo: Ecco un [novello] Janaka!".

2. Gargya allora disse: "Quell'essere che sta nel sole, quello io venero come Brahman"

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come il primo fra tutti gli esseri, il capo, il re".

Colui che così lo venera, diventa il primo fra tutti gli esseri, il capo, il re."

3. Gargya riprese: "Quell'essere che è nella luna, quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come il grande re Soma dal bianco vestito".

Per colui che così lo venera, ogni giorno
viene spremuto una prima e una seconda volta il soma e non gli viene mai meno il nutrimento.

4. Allora Gargya disse: "Quell'essere che è nel lampo, quello io venero come Brahman"".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come lo Splendente".


Colui che così lo venera, splendente diventa e splendente pure è la sua prole."

"5. Allora Gargya riprese: "Quell'essere che è nello spazio etereo, quello io venero come il Brahman".

Ma Ajatasatru replicò: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come l'Essere completo, immoto".

Colui che così lo venera ha completezza di prole e di bestiame e la sua discendenza non mai scompare da questo mondo."

"6. Gargya disse ancora: "Quell'essere che è nel vento, quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come Indra Vaikuntha (Irresistibile), come l'armata invitta".

Colui che così lo venera, è vittorioso, trionfante, supera tutti i nemici."

"7. Allora Gargya riprese: "Quell'essere che è nel fuoco, quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come il Potentissimo".

Colui che così lo venera acquista ogni potere e così pure la sua prole."

"8. Disse allora Gargya: "Quell'essere che sta nelle acque, quello io venero come Brahman ".

Ma Ajatasatru disse a sua volta: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come il pratirupa (simile e conveniente)".

A colui che così lo venera, tocca ciò che gli è conveniente, non ciò che non gli conviene, e prole simile, da lui discende."

"9. Gargya disse allora: "Quell'essere che è nello specchio, quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru replicò: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come il Raggiante".

Colui che così lo venera, diventa raggiante, raggiante è la sua prole

e supera in splendore tutti quelli con cui viene a contatto."

"10. Gargya allora riprese: "Il suono che segue uno che se ne va: quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come la vita".

Colui che così lo venera, ottiene in questo mondo una vita completa (di cent'anni) e il respiro non lo abbandona prima del tempo."

"11. Allora Gargya disse: "Quell'essere che risiede nelle regioni del cielo, quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru replicò: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come l'amico che non s'allontana mai".

Colui che così lo venera, ha sempre amici e il seguito non viene mai allontanato da lui."

"12. Gargya disse ancora: "Quell'essere che è fatto d'ombra, quello io venero come Brahman".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come la Morte".

Colui che così lo venera, ottiene in questo mondo una vita piena, né la morte a lui giunge prima del tempo."

"13. Allora Gargya disse: "Quello spirito che sta nel corpo (ossia la forza vitale), quello io venero come Brahman ".

Ma Ajatasatru rispose: "Non parlarmi di lui! Io lo venero come il Corporeo".

Colui che così lo venera ha un corpo e pure un corpo ottiene la sua discendenza.

A questo punto Gargya rimase zitto."

14. Quindi Ajatasatru chiese: "Questo è tutto?".

"È tutto".

"Con tutto ciò non siamo giunti alla conoscenza".

Allora Gargya disse: "Io voglio essere tuo discepolo".

15. Ajatasatru replicò: "È una cosa contro natura che un brahmano s'accosti a un guerriero pensando che gli parlerà del Brahman. Ma io te lo farò conoscere".

Così dicendo lo prese per la mano e si alzò.

S'avvicinarono a un uomo che dormiva e Ajatasatru lo chiamò con questi nomi:
"O grande re Soma dal bianco vestito!".

[Ma] quello non s'alzò. [Allora] lo svegliò toccandolo con la mano. E quello si levò.

16. Allora Ajatasatru disse: "Quando costui era così immerso nel sonno, quell'essere costituito di coscienza dov'era allora e da dove è ora tornato?" 

Ma Gargya non sapeva neppure questo."

"17. Allora Ajatasatru disse: "Quando un uomo cade così addormentato, l'essere costituito di coscienza, impadronitosi della coscienza dell'uomo mediante la conoscenza [che possiede] dei sensi, se ne sta in quello spazio che è dentro il cuore.

Quando tiene legati i sensi, allora si dice che l'uomo dorme. Allora legato è l'olfatto, legata la voce, legata la vista, legato l'udito, legata la mente."

18. Suoi sono i mondi nei quali in sogno si muove.
Diventa un gran re, un grande brahmano, subisce alti e bassi. Come un grande re con il seguito di sudditi se ne va dove vuole nel suo regno, così [l'essere fatto di coscienza] con i suoi sensi se ne va nel suo corpo dove gli pare.

19. Dunque, quando uno giace immerso nel sonno profondo e non ha più coscienza di nulla, uscendo lungo le 72.000 vene chiamate hita, che si diffondono dal cuore verso il pericardio, [l'essere fatto di coscienza] riposa nel pericardio. Come riposa un principe, o un grande re o un grande brahmano giunto al culmine della felicità, così egli riposa.

20. Come un ragno va seguendo le sue fila, come dal fuoco sprizzano le faville, così da questo Atman tutti i sensi, tutti i mondi, tutti gli dei, tutte le creature si dipartono.

Il suo nome mistico è realtà della realtà. I sensi sono realtà, l'Atman è la loro realtà.

 

Il ragno nella Śvetāśvatara  upaniśad


Questa upanishad non è tra quelle commentate da Sai Baba , pertanto mi atterrò soltanto all’introduzione e alla traduzione del Prof. Carlo Della Casa.

In questa upanishad il ragno viene paragonato all’unico dio che, come fa il ragno avvolgendosi con i fili da lui stesso prodotti, si avvolge, per propria natura, con le [entità] derivanti dalla materia primordiale.

L’invocazione è che questo unico Dio ci procuri l'accesso al Brahman.

Devo dire che il verso non mi è chiarissimo, più che altro mi interrogo su come/cosa dobbiamo intendere come “entità derivanti dalla materia primordiale”.

Mi è subito venuto in mente un riferimento alle “anime disincarnate” (qualcuno privo di corpo) presente nel commento di Bodhananda al sutra 49 del I capitolo dell’Avadhūtagītā di Dattātreya [ed. I Pitagorici] che recita:

49. Non esiste il corpo costituito da cinque elementi e non ha senso parlare di qualcuno come privo di corpo, tutto è solamente atman, Come possono esserci i tre stati di coscienza e il quarto? 

Riporto alcuni passaggi del commento di Bodhananda:

Avendo negato l’esistenza del corpo e dei suoi elementi costitutivi, viene negata anche l’esistenza delle anime disincarnate. Occorre ricordare che quanto esposto è l’esperienza diretta di un Conoscitore saldamente stabilizzato nella Non-dualità; questo significa che non si tratta di una congettura (…).
La nota sulle anime disincarnate viene probabilmente esposta per quanti ritengono che un’anima disincarnata (senza più il corpo) possa essere depositaria di conoscenza supreme da comunicare attraverso medium o canali vari, normalmente oggetto di commerci molto redditizi. All’aspirante viene insegnato che dal confronto dei tre stati (veglia, sogno e sonno) è possibile intuire la propria realtà di puro Essere. Questo stato viene detto di solito Quarto o turiya proprio per distinguerlo dai tre precedenti. In realtà non si tratta di una sequenza matematica, il Quarto è l’unico stato possibile, sempre presente e vera natura dell’ente, esso sottende gli altri tre, esistenti solo per l’ente. 


Il filo esiste solo per permettere al ragno di venire in esistenza insieme alla sua tela, di sperimentare il senso di esistere attraverso il filo “che lo avvolge”.
Per analogia intuiamo che il brahman si avvolge con ciò che emana da se stesso (le entità derivanti dalla materia primordiale) per manifestarle nel fenomenico.
Anime/entità che si intrecciano come fili per tessere la trama dell’esistenza, i mille volti del Dio unico (da intendere come Ishvara qui?, lo Sposo della materia primordiale? Il fecondatore?).

Il filo è continuamente emanato e riassorbito, questo è il gioco eterno del brahman e delle sue illusorie ragnatele di esistenza separata. I fili dove viaggiano le zampette del senso dell'io devono essere dissolti...

Parrebbe che mancando la consapevolezza di tutti questi fili che ci avvolgono e nel contempo la volontà di recisione del filo stesso (compreso quello che stiamo emanando?), non potrebbe insorgere la comprensione che null’altro esiste di separato da colui che emana il filo, di conseguenza non si avrebbe alcun accesso al Brahman.

Siccome mi chiedevo perché nel sutra successivo dell’upanishad il dio unico venga definito “vendicatore”, riflettevo sul fatto se la recisione volontaria del filo possa essere considerata atto complementare dell’innamorarsi della vita.
Ossia che ci venga chiesto anche l’abbandono, consapevole, di tutte quelle idee (consolatorie) sulle anime disincarnate e dotate di esistenza propria.
Una doppia ragnatela, quella formata di fili visibili e quella formata da fili invisibili...
Ma rimanendo a contemplare il filo e non il ragno si rimane intrappolati..

Il filo però esiste solo per me che credo di emanarlo e riassorbirlo, in realtà è un unico ragno, [i]indiviso, inattivo, sereno, senza biasimo, senza macchia, ponte supremo verso l'immortalità, simile a fuoco che ha consumato tutto il combustibile[/i]

Mi viene anche in mente che nelle versioni più antiche, Rudra-Shiva (a cui è dedicata questa upanishad) viene rappresentato con otto braccia, proprio come un ragno che attira la sua preda nella ragnatela.

 



Śvetāśvatara  upaniśad

La Svetasvara upanishad, appartenente allo Yajurveda nero, prende il nome dal saggio Svetasvara che, come citato in 6, 21, comunicò l'insegnamento in essa contenuto a una comunità di asceti probabilmente non ortodossi, se sono definiti come coloro che avevano superato la regola dei quattro stadi della vita. Accresciutasi con il passare del tempo, ricca di citazioni dai Veda e dai Brahmana, la Svetasvara upanishad si rivela, anche per ragioni linguistiche, tra le più recenti delle upanishad antiche. La tendenza prevalente è nettamente teista: nella dottrina dell'Atman, Brahman viene infatti sviluppato l'elemento dell'interno reggitore, cosicché l'Assoluto si configura come dio personale, denominato spesso Isvara o Rudra - Shiva, causa materiale e causa efficiente dell'universo, creatore ma anche protettore e guida delle creature, immanente e trascendente, al di là delle contraddizioni.
Dalla grazia della divinità, a cui si rivolge con fiducioso abbandono (bhakti), il fedele spera la liberazione. Questa consiste nel diventare una cosa sola con la divinità, ossia nel riconoscere nel proprio io la divinità per mezzo dello yoga, cioè della concentrazione di tutte le facoltà umane. L'Assoluto, non più impersonale e immobile, si configura in una triplicità di aspetti: natura, io individuale e Dio. Compaiono nella Svetasvara upanishad concetti destinati in seguito a grande fortuna, come la bhakti e la capacità di evolversi dell'Assoluto, che saranno i punti focali della Bhagavad gita e delle sette tantriche, mentre, rispettivamente la concezione della prakriti e delle anime inattive, richiamano idee proprie del Samkya, che viene citato in questa upanishad e che, nella sua prima fase, è d'altra parte anch'esso teista.
Ben a ragione quindi la Svetasvara upanishad è stata definita “la porta d'accesso all'Induismo”.

 

SESTO ADHYAYA 

1. Alcuni saggi erroneamente dicono che [la causa] è la forza insita nelle cose, altri dicono che è il tempo. Ma è la potenza di dio nel mondo [la causa] per cui si mette in moto la ruota dell'universo.

2. Egli è colui che invero comprende tutto il mondo, il conoscitore, il creatore del tempo, privo di qualificazioni, onnisciente. da lui dominata, si sviluppa la creazione, che è da concepirsi come terra, parte acquea, fuoco, vento, etere.

3. Dopo aver prodotto questa creazione e averla di nuovo riassorbita, dopo essersi unito volta a volta con [i vari elementi della] realtà, ossia con l'unico [Purusa], con le due [forme della materia, evoluta e inevoluta], con i tre [guna], con gli otto [principi della materia, cioè i cinque elementi, l'intelletto, il senso dell'io, il senso interno,] e pure con il tempo e con le qualità sottili proprie dell'io individuale,

4. Dopo aver prodotto la creazione costituita dai tre guna e aver stabilito ogni condizione di esistenza, quando queste cose più non esistono, al tempo della distruzione della creazione, egli, distruttore dell'opera [sua], si allontana dalla realtà [fenomenica], distinto [da essa] .

5 a, b. Egli è concepito come l'inizio, il principio e la causa dell'unione [apparente tra se stesso e il fenomeno], è al di là del tempo (kala) che è triplice ed è privo di distinzioni (akala).

6 a, b. Egli è diverso e superiore alle apparizioni, legate al tempo, dell'albero [della vita], egli da cui il mondo visibile procede.

5 c, d. Dopo aver venerato questo dio che assume tutte le forme, che è diventato il mondo, che è degno di essere adorato, che giace nel nostro pensiero, primordiale,

6 c, d. dopo averlo riconosciuto come il sostenitore del diritto, il distruttore del male, come il signore della prosperità, come l'immortale che giace dentro di noi, [pur] contenendo tutto,

7. voglia il cielo che noi possiamo trovare questo signore supremo tra i signori, suprema divinità tra le divinità, supremo sovrano tra i sovrani, che è dio nell'al di là [e] padrone del mondo, degno di essere adorato.

8. Per lui non c'è azione né strumento d'azione. Non c'è nessuno a lui simile o che sia superiore. Si sa invece della sua potenza, suprema e molteplice, che dipende dalla sua natura e opera basandosi sulla sua intelligenza e sulla forza.

9. Nel mondo non c'è alcun padrone per lui, né signore, né c'è un contrassegno per lui. Egli è la causa, egli è il signore del primo degli organi di senso (ossia del respiro), non c'è per lui progenitore né signore.

10. L'unico dio che, come un ragno con i fili, s'avvolse, per propria natura, con le [entità] derivanti dalla materia primordiale, ci procuri l'accesso al Brahman![

11. Il dio unico è celato in tutte le creature, pervade ogni cosa, è il sé intimo d'ogni creatura, sovrintende alla creazione, in ogni creatura abita, è il testimone, il vendicatore, è solo e privo di qualificazioni.

12. È l'unico dominatore fra molte [anime] inattive, egli che rende molteplice un solo seme. Per i saggi, che lo riconoscono come dimorante nel proprio sé, per questi c'è eterna felicità, non per gli altri.

13. Eterno, adempie i desideri delle [anime] eterne, dotato di intelligenza [adempie i desideri] di chi ha intelligenza, unico [adempie i desideri] di molti. Chi ha riconosciuto come causa di ciò il dio che si raggiunge per mezzo della discriminazione , è libero da ogni legame.

14. Là non riluce il sole, non la luna e le stelle, non brillano i lampi, per non parlar del fuoco; tutto l'universo risplende se egli risplende, tutto questo universo brilla della sua luce 

15. Egli, che è l'unico hamsa nel centro di questo mondo, è pure il fuoco penetrato nell'oceano . Chi l'ha così conosciuto supera la morte. Non esiste altro cammino per giungere [all'immortalità].

16. Egli è creatore d'ogni cosa, onnisciente, causa di se stesso, conoscitore, creatore del tempo, privo di qualificazioni, in possesso d'ogni scienza, signore della materia primordiale e dell'anima individuale, padrone dei guna, causa della liberazione dal ciclo delle esistenze, del permanere in esso e del rimanerne invischiati.

17. Colui che, della stessa sua sostanza, immortale, conoscitore, onnipresente, custode di questo mondo, è fisso nel Signore, costui domina per sempre questo mondo. Non altra causa si conosce per la sua eccellenza.

18. In quel dio che al principio [d'ogni era cosmica] genera Brahma e gli consegna i Veda, io, desideroso di salvezza, cerco rifugio, in lui che è illuminato dalla propria intelligenza,

19. In lui che è indiviso, inattivo, sereno, senza biasimo, senza macchia, ponte supremo verso l'immortalità, simile a fuoco che ha consumato tutto il combustibile.

20. Soltanto quando gli uomini potranno avviluppare il cielo come una pelle, soltanto allora ci sarà la fine del dolore [anche] senza conoscere dio .

21. Avendo conosciuto il Brahman per la forza dell'ascesi e per la grazia di dio, Svetasvatara rivelò compiutamente quel sommo mezzo di purificazione, caro alle schiere dei veggenti, a coloro che avevano superato i quattro stadi della vita.

22. Nelle Upanishad fu in un tempo antico proclamato il segreto supremo. Non bisogna consegnarlo a chi non abbia raggiunto la pace, a chi non sia figlio o a chi non sia discepolo.

23. A colui che ha grande devozione a dio e come a dio così al maestro spirituale, a questo magnanimo soltanto risplendono le verità rivelate - a questo magnanimo soltanto risplendono.
Recisi i legami, non più è tenuto prigioniero - non è tenuto più prigioniero.

 

Dalle interiorità del ragno emerge il filo.

Il ragno costruisce la ragnatela.

La percorre lungo il filo.

Riassorbendo il filo, il ragno dissolve la tela.

 

Il ragno nella Kṣurikā Upaniṣad

Concludo la mia breve ricerca sulle upanishad  che contengono dei riferimenti al “ragno” con un brano di una upaniṣad pressoché sconosciuta: la Kṣurikā Upaniṣad, cosiddetta "upanisad del coltello", che fa parte del gruppo delle yoga-upaniṣad.

Ricordiamo che lo studio delle upanisad è particolarmente utili al ricercatore perché esse rappresentano i frutti maturi dell’albero dei Veda, difatti abbiamo:

I quattro veda:
1. Ṛg-Veda
2. Yajur-Veda
3. Sama-Veda
4. Atharva-Veda

Ogni Veda contiene a sua volta quattro parti, che si possono descrivere come:
un albero (i Samhita),
che ha le sue relative fioriture (i Brahmana),
con dei frutti in maturazione (gli Aranyaka)
e i frutti ormai maturi (le Upanisad).

La parola Upaniśad viene scomposta in: upa (vicino), ni (giù) śad (sedere) e viene normalmente tradotta come: "Sedere vicino ai piedi del maestro, per ricevere gli insegnamenti confidenziali".

Da ricordare che non sempre l’insegnamento del maestro viene espresso tramite le parole, a volte ci raggiunge con il silenzio. Il silenzio è una dimensione da esplorare ed eventualmente da colmare con le proprie ricerche personali, ove si ritenga utile, prima di tutto a se stessi.

Le upaniśad principali sono 108 e sono divise in gruppi contenenti un certo numero di testi (solitamente gruppi di 10, 50, 16 e 32).

Le principali sono 10:
1. Katha
2. Taittiriya
3. Isavasya
4. Brihadaranyaka
5. Svetasvatara
6. Kena
7. Ciandogya
8. Prasna
9. Mandukya
10. Mundaka

Nella classificazione maggiormente usata vengono assemblate in sottogruppi:
1. Samanya-Vedanta-Upanisad
2. Sannyasa-Upanisad
3. Yoga-Upanisad
4. Vaisnava-Upanisad
5. Shaiva-Upanisad
6. Shakta-Upanisad

Il numero delle upaniśad all’interno dei sopra citati gruppi e la loro organizzazione possono tuttavia variare, dipendendo dalla tradizione che le propone.

Ogni upanishad serve ad uno speciale obiettivo relato alla crescita spirituale.

La Ksurika upanisad, fa parte, come abbiamo detto, del gruppo delle yoga-upanishad che sono indirizzate all’acquisizione della consapevolezza del nadabindu, la mistica sillaba OM su cui si dirige la meditazione dello yogi.

 

 

Kṣurikā Upaniṣad

La Kṣurikā Upaniṣad, “Upanisad del coltello”, insegna a raggiungere l'immortalità per mezzo della concentrazione dello spirito (dhāraṇa), che, simile appunto a un coltello, recide i legami che vincolano l'anima alla materia e alle passioni. 

La concentrazione, dhāraṇa, è preceduta dalle varie pratiche prescritte dallo yoga, in particolare dal controllo del respiro (pranayama), che, una volta trattenuto nel corpo, viene fatto circolare nelle varie membra seguendo sostanzialmente la via descritta nella fisiologia mistica del Yoga, con il superamento dai vari cakra o centri posti lungo il canale della suṣumṇā e con la recisione di vari punti vitali (marman), posti nel piede, nei polpacci, nelle cosce. Trapassati i cakra e distrutti i punti vitali, l'individualità dello yogin si dissolverà, come svanisce la luce d'una lampada che ha consumato l'olio che l'alimentava.

 

1. Io voglio rivelare il [segreto del] coltello, che è la concentrazione dello spirito (dharana) per realizzare lo Yoga: chi, praticando lo Yoga, l'otterrà, non rinascerà più. Questi sono l'essenza e il significato dei Veda, come è stato insegnato dal Signore che esiste di per sé.

2. Scelto un luogo tranquillo e qui fissatosi in una postura adatta [il devoto] deve concentrare lo spirito nel cuore [ritraendolo dagli oggetti dei sensi], come una tartaruga ritrae le sue membra.

3. Con la [recitazione della] sillaba Om, nella quale si ritrovano dodici parti, a poco a poco bisogna riempire d'aria l'intero corpo e, dopo aver chiuso tutte le porte,

4. Con il petto, il volto, i fianchi, la gola rivolti gradualmente verso il cuore, [il devoto] deve far circolare nel corpo i soffi che sono entrati attraverso il naso.

5. Avendo così introdotto il respiro, poi a poco a poco [il devoto] lo deve espellere. Quando abbia fatto penetrare stabilmente nel corpo [il respiro] nella misura fissata per mezzo del pollice, concentrandosi,

6. conduca [l'aria] intorno alle caviglie, ai polpacci, alle ginocchia e dalle cosce [la faccia risalire] fino all'ano e al pene, per tre volte [ripetendo la pratica]

7. e la conduca al luogo dove il soffio risiede [abitualmente], nella regione dell'ombelico. Qui si trova il canale suṣumnā, circondato da molti canali, il sottile, il rosso, il giallo, il nero, l'arancione, il bruno.

8. [Lo yogin] introduca [l'aria] nella suṣumnā, sottilissima, leggera, bianca: lungo essa elevi i soffi, come un ragno [s'arrampica] su un filo,

9. fino al cuore, simile a una rossa ninfea, la grande dimora dello spirito, chiamato nei testi vedantici "il piccolo fiore di ninfea". Superatolo, giunge alla gola, donde [l'ambrosia cola] colmando quel canale.

10. Preso l'acuto coltello della mente, lucente per la conoscenza, recida nome e forma di quel punto che è posto sopra il piede.

11. Per mezzo [della concentrazione] dello spirito, dedicandosi sempre allo yoga, [il devoto], simile alla folgore di Indra, con la forza della meditazione e degli esercizi di concentrazione recida il punto che ha nome ""polpaccio".

12. Poi, per mezzo di esercizi quattro volte ripetuti, lo yogin effettui senza esitare la recisione del punto che è tra le cosce, liberando in tal modo gli spiriti vitali

13. e radunando poi nella gola il complesso delle nadi: si dice che tra queste, 101 siano le migliori.

14. A sinistra deve far buona guardia la Ida, a destra la Pingalā; tra di esse c'è il posto migliore [riservato alla suṣumnā]. Chi lo conosce, conosce i Veda."

15. La suṣumnā è posta nel profondo, è pura, è sostanziata di Brahman. Attorno ci sono le 72.000 nadi, per le quali [la suṣumnā] è il guanciale [su cui sono poste]. Per mezzo della meditazione esse vengono recise, soltanto la suṣumnā non viene recisa.

16. Con il coltello, che ha come pura lama lo Yoga, che brilla d'immacolato splendore, il saggio può, con la potenza [della concentrazione], recidere le cento vene già in questa vita.

17. Come si profuma con i fiori di gelsomino un guanciale, così [il devoto] faccia sì che il canale [della suṣumnā] lo sia con le condizioni di nascita buone o cattive.

18. Coloro che così sono disposti sono liberati da una nuova rinascita.

19. Allora con lo spirito consapevole, stando nella sua solitudine, senza passioni, conscio della realtà dello yoga, [il devoto] è senza desideri.

20. Come un uccello, spezzato il laccio, senza paura s'innalza nel cielo, così l'anima, recisi i legami, supera allora l'oceano delle esistenze.

21. Come una lampada, bruciato [l'olio], al momento dell'estinzione sparisce, così lo yogin, bruciato tutto il suo karma, dissolve la propria individualità.

22. Lo yogin che abbia reciso i legami con il [coltello della concentrazione dello spirito,] che ha come lama le varie parti [della sillaba Om], che è reso acuto dalla disciplina dei soffi, che è affilato sulla cote della rinuncia, non più è tenuto prigioniero.

23. Quando si libera dai desideri, [lo yogin] raggiunge l'immortalità; liberato da tutte le passioni, recisi i legami, non è tenuto più prigioniero.

 

***

Otto braccia, quattro teste, otto occhi, quattro facce.

La continuità del filo si dipana: non c'è un qualcosa che è prima che è anche dopo.

Lo stesso filo vibra sui piani, puoi considerarlo essente e allora li crea per vibrazione,

o meglio è la vibrazione della corda ad essere "piano", lo manifesta.

Se non lo si considera essente, allora ci si pone a prescindere.

[tratto da forum pitagorico]

Articolo a cura di ambika.

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