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Esame "VERSI AUREI" V - IX

V. “Queste cose sappi e quest’altre domina: il ventre innanzitutto, e così pure il sonno, sesso e collera. Non far cosa che sia turpe in faccia ad altri o a te stesso. Ma soprattutto rispetta te stesso”.

È soprattutto per rispetto verso se stessi che ci si asterrà dal compiere cose indegne.

Pitagora vedeva l’uomo sotto tre modalità principali, come l’Universo; ecco perché attribuiva all’uomo il nome di microcosmo o “piccolo mondo”.

L’universo considerato come un grande “tutto vivente”, composto da intelligenza, anima e corpo, veniva chiamato Pan o Phanes.

L’uomo, ovvero il microcosmo, era ugualmente composto, ma in ordine inverso, di corpo, anima ed intelligenza; ed ognuna di queste tre parti era a sua volta considerata sotto tre diverse modalità, in modo che il sistema ternario dominasse sul tutto, così come dominava sulla più piccola suddivisione. 

Negli oracoli di Zoroastro si trova espresso: “La Triade brilla ovunque nell’Universo, e la Monade è il suo principio”. Secondo questa dottrina l’uomo, considerato come un’unità relativa compresa nell’Unità assoluta del grande Tutto, si proponeva come la triade universale, sotto le tre modalità principali di corpo, anima e spirito, o intelligenza.

L’anima in quanto sede delle passioni, si offriva a sua volta sotto le tre facoltà di anima razionale, irascibile e appetente.

Secondo Pitagora, il vizio della facoltà appetente era l’intemperanza o l’avarizia, quella della facoltà irascibile era la viltà e quella della facoltà razionale era la follia. Il vizio comune alle tre facoltà era l’ingiustizia. Per evitare tali vizi, il filosofo raccomandava ai suoi discepoli quattro virtù fondamentali: la temperanza per la facoltà appetente, il coraggio per la facoltà irascibile, la prudenza per la facoltà razionale; e per queste tre facoltà messe insieme, la giustizia, che considerava la più perfetta delle virtù dell’anima.

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VI. L’etica pitagorica non prescrive di soffocare o distruggere gli impulsi della vita inferiore, ma di vegliare su di essi.


Il Filosofo indica di imporre ad essi un limite, di frenare ogni eccesso, di impedire che la volontà venga da essi determinata e che il loro potere sia maggiore di quello della mente.
Secondo Porfirio, Pitagora “non approvava la voluttà volgare e seduttrice, ma quella giusta, elevata e pura di colpa”; distingueva due tipi di piaceri, gli uni “simili ai mortali canti delle sirene”, gli altri “tali da non suscitare pentimenti nel futuro e che egli diceva esser simili ad armonie delle Muse”.

Il fine ultimo non è un despotismo interno puritano, ma piuttosto un equilibro ed un’armonia nelle tre parti dell’essere umano: corpo, anima e mente.

La purezza e la salute del corpo, la misura ed il controllo di sé nell’anima, la sapienza nell’intelletto.
Scrive Giambico che Pitagora, per mezzo di ritmi e musica, avrebbe “guarito la condotta umana e le passioni, ripristinando l’originaria armonia delle facoltà dell’anima… con arte divina egli accordava ritmi diatonici, cromatici ed enarmonici per trasformare e piegare le passioni, per ristorare e preparare ad un sonno tranquillo, apportatore di sogni di buon augurio e, anzi, di vaticini”.

In parte si potrebbe indicare un parallelo nella tecnica yogica dei mantra.

***

VI. “Poi con le opere e la parola esercita la giustizia.
In ogni cosa, di agire senza riflettere perdi l’abitudine.
Considera che per tutti è destino morire.
Delle ricchezze e degli onori, accetta ora il venire ed ora il dipartirsi”.

Nei versi precedenti, il filosofo raccomandava ai suoi discepoli quattro virtù fondamentali: la temperanza per la facoltà appetente, il coraggio per la facoltà irascibile, la prudenza per la facoltà razionale; e per queste tre facoltà messe insieme, la giustizia, che considerava la più perfetta delle virtù dell’anima.

Dice Ierocle: “Con la giustizia si tributa quel che è dovuto sia agli dei che agli uomini e a sé stessi”. (1)

Non parlare e non agire senza aver riflettuto.
Ricordando che nei primi gradi della disciplina pitagorica era imposto il silenzio. Abituando il discepolo pitagorico a saper frenare l’impulso immediato a formulare un giudizio, a criticare o a discutere, invece di riflettere prima in silenzio (esterno ed interno) sulle conoscenze trasmesse.

Abituarsi a non agire senza prima riflettere. Vegliare su sé stessi, osservando se il proprio parlare e il proprio agire siano dettati dal proprio tornaconto, ricordandosi che i beni (tornaconto materiale) e gli onori (tornaconto psicologico) facilmente conquistati sono altrettanto facili da perdere, poiché un invincibile potere ordina di morire.
Per cui sii giusto, sii consapevole delle tue azioni.
È l’agire (pensieri, parole ed opere) senza aderire al frutto dell’azione che riscontriamo nel Karma yoga, meditando sulla caducità di qualsiasi frutto (ricchezze ed onori), destinato a scomparire, a morire assieme al soggetto fruitore.
Si dovrebbe tener presente ciò che non dipende dal nostro potere. Inutile esasperarsi di fronte a quanto appartiene al regno della Necessità. Preferibile, osservando la temporaneità delle cose, realizzare un certo distacco, in virtù del quale, pur accettando i beni e godendo di essi quando ci si offrono, non sia dimenticata la possibilità del loro venir meno.
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1. “Suum cuique tribuere”, secondo Platone la giustizia consiste nel dare ad ognuno il suo; non si riferisce ad un diritto stabilito dalla società degli uomini, bensì ad una legge ontologica e divina, alla stessa che definisce il luogo proprio ad ogni essere nell’insieme della realtà. È giusto, quindi, dare ad ognuno secondo la sua natura propria.
Dice Aristotele e ripete Cicerone: “Massima ingiustizia è volere l’eguaglianza dei diseguali, quindi l’uniformizzare diritti e doveri.” Tali vedute hanno per sfondo la nozione di kosmos, cioè l’universo concepito come un’unità ordinata comprendente parti diverse.

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VII. “Di quei mali che per daimonico destino toccano ai mortali, con animo calmo, senz’ira, sopporta la tua parte; e ricordati che non estremi sono quelli riservati dalla Moira al Saggio. Buono o malvagio può essere il parlare degli uomini: che esso non ti turbi; non permettere che ti distolga. E se mai venisse detta falsità, ad essa calmo opponiti.”

“Esiste un Ordine in questo universo che è dato dalla Legge di Causalità.

Ogni effetto ha la sua causa. Ogni causa ha il suo effetto. L'insieme delle cause e degli effetti che vestono l'essente è chiamato incarnazione.” (1)

Ricordiamo che Pitagora ipotizzava due motori delle azioni umane: la potenza della Volontà e la Necessità del Destino, che sottoponeva ad una legge fondamentale chiamata Provvidenza.

“È dal passato che nasce il futuro, dal futuro che si costruisce il passato, e dall’unione dell’uno e dell’altro si genera il Presente sempre esistente, al quale entrambi debbono la loro origine.” (2)

La libertà regna sull’avvenire, la necessità sul passato e la provvidenza sul presente.
L’uomo deve conoscere l’origine dei suoi mali di cui ha necessariamente esperienza e, lungi dall’accusare la Provvidenza che dispensa i beni e i mali, deve attribuirne a se stesso la responsabilità.

La sofferenza è conseguenza inevitabile (necessaria – legge causa effetto) dei suoi errori passati. Questa Necessità, di cui l’uomo non smette di lamentarsi, è lui stesso che l’ha creata, con l’uso della volontà.
Pitagora così stabiliva la necessità del Destino, senza nuocere alla potenza della Volontà, e lasciando alla Provvidenza il suo universale imperio, senza attribuirle l’origine del male e senza attribuire al male un’esistenza assoluta.

Liside raccomandava di giudicare questi mali, dipendenti dalla necessità, come la conseguenza inevitabile di qualche errore; e raccomandava di sopportarli.
Quindi alleviare o rimuovere tali mali (cosa inconcepibile se essi fossero dovuti alla legge divina) o, quando non sia possibile, sopportarli con animo calmo e fermo.
Sopportazione intesa come capacità di accettare la realtà così com’è, senza immaginare e desiderare altre possibilità, che diverrebbero un’ulteriore generazione di causa ed effetti.
Il Saggio, comprendendo profondamente che ogni azione è effetto di una o più precedenti, scoglie questo processo di causa-effetto, non attraverso un’azione, ma cessando di aggiungere alcunché agli eventi che vive, lasciando che ogni effetto si esaurisca.
Ecco perché al Saggio viene data una superiore libertà, ovvero il potere di piegare in una certa misura il Destino, di agire positivamente sulla Necessità; per cui il male derivante da tale potere (la Moira) non è estremo. Infine perché il Saggio sa volgere a proprio vantaggio le avversità e scorgere il significato riposto in esse, secondo quanto si è detto.

Pitagora raccomandava la tolleranza delle opinioni altrui, dal momento che la verità e l’errore hanno i loro seguaci in misura uguale.
Quella di opporsi alla falsità può ricondursi al culto della verità, riferendosi appunto ad un precetto essenziale del Filosofo: “il dire la verità perché solamente ciò può rendere simili a Dio”.

Qui si innesta l’ipotesi dei contatti che Pitagora avrebbe avuto con i Magi persiani, dai quali avrebbe appreso che “il corpo ha la natura della luce, l’anima quello della verità”.

Verità è accettare la realtà così com’è; e “la Verità vi renderà liberi”.

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1.Tratto da alcuni dialoghi privati con Bodhananda.
2. Seneca, De senectute

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VIII. "Ciò che inoltre ti dirò, in tutto osservalo: che nessuno, con parole o con atti, ti porti a dire o a fare cosa che per te non sia il meglio. Prendi consiglio prima di agire a che non ne seguano conseguenze funeste."

Continua la parte "purgativa" o di purificazione. Dopo aver raccomandato la moderazione e la prudenza in ogni cosa, dopo aver esortato a non aver fretta nel biasimare e nell'approvare, ora si mette in guardia il discepolo contro i pregiudizi e l'immutabilità preconcetta dei modelli, considerati gli ostacoli più duri che incontrano la scienza e la verità.

Il discepolo non deve lasciare che i giudizi, i pregiudizi e le convenzioni umane influiscano in alcun modo sulla sua condotta ("non camminare per la via maestra": simbolo pitagorico spiegato in precedenza).

"Tra gli esseri si svolgono continui processi di osmosi di energia, per cui la personalità si trova ininterrottamente sotto un incessante dare e avere che il più delle volte rimane inconscio [...]
Tale dare e avere può avvenire in relazione a tutte le sfere psichiche. Può esserci un interscambio di idee, di sensazioni, di impulsi istintivi. [...] Oseremmo dire che moltissimi pensano e sentono con la mente e la sensitività di altri.[...] Un'opinione pubblica può essere creata, galvanizzata, indirizzata verso precisi scopi oppure svitalizzata.[...]
In questi fenomeni psichici la vera identità personale si oscura, la sfera del mentale e del volere perdono i propri limiti e la propria freschezza; l'io sembra sottomesso a forze che non vengono dalla vita interiore o superiore.[...]
Ci deve essere un'uniformità di atteggiamento, più una direzione delle nostre energie e facoltà. Qui entriamo nel punto più delicato, complesso e interessante della dinamica psichica.
Delicato perchè ognuno di noi deve trovare domanda e risposta nell'intimo di se stesso per un comportamento di vita; complesso perchè le istanze psichiche sono polidimensionali, la nostra psiche si muove su un terreno friabile, ove tutto può succedere da un momento all'altro; interessante perchè è con e su questo terreno che l'essere diventa responsabile della sua condotta. [...]
Ecco la necessità e l'ineluttabilità di costituirsi come centro dinamico delle fluttuanti potenzialità e possibilità psichiche energetiche e l'altrettanta ineluttabilità di trovare una finaltà che determini una particolare realizzazione di moto." (1)

"Viene qui ripetuta la regola, di considerare bene le azioni prima di compierle, in vista delle loro conseguenze; regola, che nel suo aspetto non banale e sociale rimanda alla capacità di penetrare nessi di causa ed effetto che sfuggono all'uomo comune. Da qui l'altra massima, di non agire se non si ha prima la conoscenza: ciò, naturalmente, nei limiti del possibile, dato che lo spazio illuminato della conoscenza, sottratto all'ignoranza, è proporzionato al grado del proprio sviluppo iniziatico. Commentando i Versi, Fabre d'Olivet illustra l'idea in questione nel modo seguente: "Devi considerare quali saranno gli effetti di questa o di quell'azione, e pensare che tali effetti, dipendenti dal tuo volere finchè l'azione rimane in sospeso, e liberi finchè debbono ancora nascere, apparteranno al dominio della Necessità nel punto in cui l'azione sarà eseguita, e una volta avvenuti, divenendo un passato, concorreranno a formare la trama di un nuovo avvenire." (2)

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1. R. Lacquaniti, Autoconoscenza - Ed. Asram Vidya

2. Pitagora. I versi d'oro, a cura di J. Evola - Ed. Atanor

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IX. "Tu invece fa cose di cui non abbia a pentirti. Nulla dunque di cui non sappia; scorgi quel che davvero ti è necessario e felice sarà la tua strada”

Non pretendere di fare ciò che non sai.
“Tutta la scienza consisterebbe nel saper riconoscere quello che non si sa e nel voler apprendere quello che si ignora” (1)

“Riconoscere quello che non si sa e apprendere quello che si ignora sono cose molto più rare di quanto si creda.

È il ‘giusto mezzo’ della scienza, altrettanto difficile da possedere quanto quello della virtù e senza il quale è tuttavia impossibile conoscere se stessi. Ora, senza la conoscenza di sé, come poter acquisire quella degli altri? Come si potrebbe giudicarli, se non si può essere giudici di sé stessi?
Seguite questo ragionamento.

È evidente che è possibile sapere solo quello che si è imparato dagli altri o ciò che si è scoperto da soli: per aver appreso dagli altri è necessario aver avuto la volontà di ricevere delle lezioni e, per aver scoperto, bisogna aver avuto la volontà di cercare; ma non si può, a ragion veduta, desiderare di apprendere o cercare se non ciò che si ritiene di non sapere. Se non ci si fissa su questo punto importante, e se si pensa di sapere ciò che si ignora, per forza si giudica del tutto inutile imparare o cercare; allora l’ignoranza sarà incurabile e diventerà del tutto insensata, qualora ci si erga a dottori su cose che non si sono né imparate né cercate e di cui non si può, di conseguenza, avere nessuna contezza. È Platone colui che ha formulato questo inattaccabile ragionamento, traendo la conclusione che tutti gli errori che l’uomo commette derivano da questo genere di ignoranza, che fa si che si creda di sapere quello che in realtà non si sa”. (2)

…che fa sì che si creda di sapere quello che in realtà non si sa”; e per cui la propria ignoranza resta invisibile ai propri occhi.

Tratto da “Apologia di Socrate” di Platone:
Socrate parla ai cittadini ateniesi: “ Voi certamente conoscete Cherofonte, egli trovatosi a Delfi, osò porre al dio questa domanda, gli chiese se vi fosse qualcuno più sapiente di me. Ebbene, la Pizia riferì che nessuno era più sapiente.
Venuto infatti a conoscenza di questi fatti, dissi a me stesso: “Cosa dice il dio, a cosa allude? So bene di non essere affatto sapiente, né poco né molto. Che cosa intende dicendo che io sono il più sapiente? Certo, infatti, il dio non mente: mentire è contro la legge degli dei”. A lungo rimasi così, senza trovare una via d’uscita. Infine, davvero controvoglia, mi decisi a verificare la cosa nel modo seguente.
Andai a trovare uno degli uomini che avevano fama di sapienti, pensando che così avrei smentito in qualche modo il responso e avrei potuto dire all’oracolo: “Ecco, questi è più sapiente di me, mentre tu hai detto che io sono il più sapiente di tutti”. Esaminai dunque a fondo quest’uomo - inutile citare adesso il suo nome: basti dire che era uno dei nostri uomini politici. Solo che discutendo con lui, ecco l’impressione che ne ricavai, Ateniesi: mi sembrò che costui fosse capace di apparire sapiente a molti, e soprattutto a se stesso, ma che in fondo non lo fosse affatto. Allora cercai di mostrargli che si credeva sapiente, ma non lo era per nulla. E il risultato fu che attirai su di me la sua ostilità, e così quella di molti dei presenti. Alla fine me ne andai, dicendo tra me e me: “Io sono in effetti più sapiente di quest’uomo. Infatti nessuno di noi due sa davvero niente sulla perfezione; lui però non sa e crede di sapere; io che non so niente come lui, almeno non credo di sapere. Sembra dunque che almeno per questo particolare io sia più saggio di quest’uomo, poiché non m’illudo di sapere ciò che non so”.
In seguito andai da una seconda persona, uno di quelli che apparivano ancora più sapienti di lui. Ma ne ricevetti la stessa impressione. E così ottenni anche il risultato di attirarmi addosso anche l’odio di costui, e di molti altri.
In seguito mi recai da uno dopo l’altro, accorgendomi con rammarico e anzi con una certa inquietudine, che mi stavo facendo dei nemici. Continuai lo stesso, però, perché ritenevo indispensabile considerare più di ogni altra cosa il responso del dio. Bisognava dunque che cercassi coloro che sembravano possedere il sapere, e in questo modo potessi capire il senso dell’oracolo. Ed ecco - perbacco, Ateniesi, devo pur dirvi la verità! - ecco quello che mi capitò. Proseguendo la mia indagine secondo il pensiero del dio, mi accorsi che le persone più illustri erano quasi del tutto prive di sapienza, e che altri invece, che erano noti per valere meno, avevano le idee ben più chiare. Bisogna proprio che vi racconti questa mia inchiesta. Sottoporre a verifica l’oracolo è stato davvero come svolgere un duro lavoro.
Dopo i politici, andai a trovare i poeti, autori di tragedie, di ditirambi e d’altro. Mi dicevo che, in questo caso, sarebbe emersa con chiarezza l’inferiorità del mio sapere. Prendendo le loro opere a mio giudizio più complesse e profonde, chiedevo ai poeti di spiegarmele: era un modo, fra l’altro, per imparare da loro. Ebbene, tutti coloro che erano presenti ai nostri discorsi quasi quasi avrebbero parlato delle varie opere meglio dei loro stessi autori. In poco tempo, dunque, fui portato a pensare che le creazioni dei poeti non sono dovute al loro sapere, ma a un dono naturale, a una sorta di ispirazione divina analoga a quella degli indovini e dei profeti. Questi dicono molte cose, e bene, ma non conoscono a fondo nulla di ciò che dicono. E così mi convinsi che anche i poeti subiscono passivamente la loro ispirazione. Allo stesso tempo mi accorsi che essi credono, per via del loro talento, di essere più sapienti degli altri anche in cose diverse dalla poesia; ma non lo sono affatto. Li lasciai allora, convinto di avere su di loro lo stesso vantaggio che avevo sui politici.
Per finire, andai dagli artigiani. Avevo coscienza di non sapere proprio niente in questo campo, ed ero proprio sicuro di trovare tra essi uomini esperti di molte e belle arti. Su questo punto non mi ingannavo: sapevano in effetti cose che io non sapevo, e in questo erano più bravi di me. Tuttavia, Ateniesi, anche i buoni artigiani mi sembrava compissero lo stesso errore dei poeti. Poiché compivano bene il loro mestiere, ciascuno di essi credeva di sapere tutto, persino le cose più difficili, e questa illusione faceva passare in secondo piano la sua abilità.
E così, nel riflettere sull’oracolo, io finivo col chiedermi se non fosse meglio che mi accettassi così, senza il loro sapere né la loro ignoranza, piuttosto che avere come loro il sapere e l’ignoranza insieme . E così risposi a me stesso e all’oracolo che era meglio per me essere come ero.
In realtà probabilmente solo la divinità è sapiente, e con questo l’oracolo ha voluto dichiarare che il sapere dell’uomo è davvero poca cosa, o niente. E se ha nominato Socrate, è chiaro che si è servito del mio nome portandomi ad esempio. È come se avesse detto: “O uomini, il più sapiente tra voi è colui che sa, come Socrate, che alla fin fine il suo sapere è nulla”.

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1. Ierocle, Commentarius in Aurea Pythagoreorum Carmina, v. 31.
2. A. Fabre d’Olivet. I versi aurei di Pitagora. Luni Editrice

articolo a cura di Manduka, tratto da forum pitagorico, Vedanta & e co.

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