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Esame "VERSI AUREI" I - IV

ESAME DEI "VERSI AUREI"

Gli antichi avevano la consuetudine di paragonare all'oro tutto quanto giudicassero senza difetti e bello per eccellenza: in tal senso, per l'"Età dell'oro" intendevano l'età delle virtù e della felicità; e per "Versi d'oro" i versi che racchiudevano la dottrina più pura [1] .

Ne attribuirono la paternità a Pitagora, non tanto perché credessero che li avesse composti Lui, ma perché sapevano che il discepolo che li aveva composti aveva esposto l’esatta dottrina del Maestro.

Pare, ma senza nessuna convalida, che questo discepolo fosse Liside, scampato assieme ad Archippo, alla strage dei Pitagorici a Crotone, poi rifugiatosi a Tebe dove avrebbe avuto per discepolo Epaminonda.
Comunque, nessuno associò mai il proprio nome a quest’opera perché l’uso antico prevedeva ancora di prendere in considerazione le cose trattate e non gli individui: è della dottrina di Pitagora che ci si occupava e non del talento di Liside o di chiunque altro l’avesse fatta conoscere.

Ciò spiega come Vyasa in India, Ermete in Egitto, Orfeo in Grecia, siano considerati gli autori di una tale moltitudine di libri, che non sarebbe bastata, a leggerli, l’intera vita di tanti uomini diversi.

Ierocle scrive, dei Versi: “Essi non sono le parole memorabili di un solo individuo, ma la dottrina di tutto il corpo dei Pitagorici”.

Dai soli Versi non si può avere conoscenza dell’insegnamento pitagorico complessivo, poiché essi riguardavano il dominio della morale, dominio che in un sistema iniziatico è il più esteriore.

Ciò non significa che siano banali, ricordando quale era la speciale via dei Pitagorici: non tendere direttamente ad una rottura esistenziale di livello, ma ad armonizzare l’essere e la vita, evitare ogni elemento di discordia e di tensione, moderare gli istinti, le passioni e i bisogni affinchè l’animo non sia disturbato nel volgersi verso la conoscenza e la contemplazione [2].

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1. Ierocle, Commentarius in Aurea Pythagoreorum Carmina, Proemio.
2. Commento di J.Evola, Pitagora i versi d’oro – Ed.Atanor.

 

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I. “Venera anzitutto gli Dei immortali, secondo la legge, e serba il giuramento…

Pitagora raccomanda ai suoi discepoli di seguire il culto stabilito dalle leggi – qualunque sia il culto – e di adorare gli Dei del proprio paese – chiunque siano questi Dei -; intima loro soltanto di restare interiormente fedeli alla dottrina pitagorica e di non divulgarne i misteri.
Il precetto pitagorico è di seguire il culto exoterico conformandosi alle particolari tradizioni religiose e culturali vigenti ma, allo stesso tempo, mantenendo il superiore sapere esoterico, al quale va riferito il giuramento da serbare – il giuramento del silenzio.

I Versi iniziano con lo stabilire due principi: tolleranza universale e riserbo.
L’una manifesta e comune, conforme alla legge; l’altra misteriosa e segreta, analoga al proprio percorso spirituale.
Per tolleranza non si intende né opportunismo, né indifferenza o freddo distacco; e per riserbo non ci si riferisce a eresia o ipocrisia. Il politeismo, nel mondo antico, era soltanto apparente; sotto nomi diversi, si adoravano nei vari luoghi stessi aspetti o potenze del divino.

Gli antichi riconoscevano, entrando in contatto con altri popoli (Egiziani, Caldei, Persiani, Celti, etc…) che le corrispondenti divinità erano quelle stesse che essi veneravano, presentate sotto altra forma e con altri nomi.
Il politeismo rappresentava una parcellizzazione dell’Essere universale, una personificazione dei suoi attributi e delle sue facoltà.
La Divinità fu considerata dai teosofi di tutte le nazioni sotto due aspetti: primariamente come unica, poi come infinita.

In quanto unica, destinata alla contemplazione e alla meditazione dei saggi sotto il sigillo del silenzio; in quanto infinita, lasciata alla venerazione e all’invocazione delle genti.
L’unità di Dio risiede nella sua essenza, che il popolo non può mai, in nessun modo, né concepire né conoscere.

Il suo essere infinito consiste nelle sue perfezioni, facoltà e attributi, di cui la gente può cogliere, a seconda della propria evoluzione interiore, qualche flebile emanazione, e avvicinarli a sé separandoli dalla loro universalità; ovvero parcellizzandoli e personificandoli.

Il gran numero di Dei che ne risulta è infinito come la Divinità stessa da cui ha origine.
Ecco che i discepoli di Pitagora vedevano negli Dei gli attributi dell’Essere ineffabile che non era permesso loro di nominare e, gli stessi Dei, erano ricondotti, in segreto, all’Unità.

Il sapere esoterico riguardava la conoscenza effettiva dell’essenza di queste potenze del Divino e dell’Unità anteriore e superiore ad esse.

Si legge che Pitagora era stato iniziato a Misteri di tradizioni profondamente diverse. Ciò appare come una convalida sperimentale dell’unità essenziale della conoscenza metafisica e iniziatica, aldilà delle differenti forme tradizionali.

Un esempio più recente fu Sri Ramakrishna, che realizzò la medesima Verità percorrendo le diverse forme tradizionali del vedanta, dell’islamismo, del cristianesimo.

Circa il venerare, non si tratta dell’atteggiamento devoto del credente, ovvero quello di una creatura distaccata dagli esseri divini e che deve solo servire e pregare.

Ierocle definisce l’uomo un “dio mortale”, chiarendo che “la morte dell’essenza intellettuale è lo staccarsi dal divino e dall’intellegibile”, la cui conseguenza è “una disordinata sommossa delle passioni nella vita”.
Per Ierocle adorare, venerare e rendere culto significa “conoscenza della natura di coloro a cui si rende onore e per quanto è possibile farsi simili ad essa.”

“Onorerà Dio nel modo migliore – egli dice – chi nell’anima gli assomiglierà.”
Per i Pitagorici: “Dio sulla terra non ha dimora più gradita di un’anima pura”. Si parla di coloro che agli Dei non offrono cose esteriori per propiziarseli, bensì “la propria perfezione come il massimo degli onori”.
“Perciò soltanto il Sapiente può dirsi sacerdote, soltanto lui è grato a Dio, soltanto lui è conoscitore della vera natura della preghiera”. “Per sacrificio offre innanzitutto sé stesso”, “preparando la propria mente come un tempio per ricevere la luce di Dio”.
L’impegno del discepolo, il giuramento del riserbo, è – scrive Ierocle - il tenersi incrollabilmente sulla via divina, tanto da vincere ogni cosa “in ciò imitando la divinità la quale non muta ed è sempre uguale a sé stessa”.

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II.“Onora poi i radiosi eroi divinificati, e ai daimoni sotterranei offri, secondo il rito.”

Pitagora designava Dio con l'“1” e la materia con il “2”, rappresentando così l’Universo con il numero “12”.

Questo stesso numero si forma anche moltiplicando il “3” con il “4”: il filosofo concepiva pertanto il Mondo universale come composto da tre mondi particolari i quali, concatenandosi l’uno agli altri per mezzo delle quattro modificazioni elementari, si sviluppa in dodici sfere concentriche (1).

L’Essere ineffabile che informa queste dodici sfere, senza appartenere a nessuna di esse, è Dio e Pitagora gli attribuiva come anima la verità e come corpo la luce (2).

Le Intelligenze che popolano i tre mondi erano, in primo luogo, gli Dei immortali, secondariamente gli Eroi assunti a gloria, per terzi i Daimoni terrestri.

Gli Dei immortali, emanazioni dirette dell’Essere non creato e manifestazioni delle sue facoltà infinite, venivano così chiamati perchè non potevano morire nella vita divina, ovvero non potevano mai cadere nell’oblio del loro Padre, errare nelle tenebre dell’ignoranza; a differenza delle anime degli uomini, che producevano gli Eroi glorificati e i Demoni terrestri a seconda del loro grado di purezza, e potevano talvolta morire nella vita divina a causa del loro allontanamento volontario da Dio; poiché la morte dell’essenza intellettiva è l’ignoranza.

La designazione dell’Universo tramite il numero “12” non era un’invenzione arbitraria di Pitagora, ma era comune ai Caldei, agli Egiziani e ai principali popoli della Terra: essa aveva dato luogo all’istituzione dello zodiaco, la cui divisione in dodici costellazioni esisteva ovunque da tempi immemorabili.
Pitagora diffondeva la dottrina che aveva acquisito a Tiro, a Menfi e a Babilonia; dottrina che apparteneva agli Indiani.
Comune a tutti i filosofi antichi era la concezione di un’Unità assoluta – o Dio – come anima spirituale dell’Universo, il principio dell’esistenza, la luce delle luci; si pensava che questa Unità creatrice, inaccessibile alla comprensione, producesse per emanazione una diffusione di luce che, procedendo dal centro alla circonferenza, perdeva gradatamente ed impercettibilmente il suo chiarore e la sua purezza man mano che si allontanava dalla sorgente fino ai confini delle tenebre, nelle quali finiva per confondersi, in modo che i suoi raggi divergenti, diventando sempre meno informati dallo Spirito e allo stesso tempo respinti dalle tenebre, si condensavano e si mescolavano ad esse e, assumendo una forma materiale, costituivano tutte le specie di esseri che il Mondo contiene.

Pitagora concepiva questa gerarchia spirituale come una progressione geometrica e considerò gli esseri che la componevano secondo rapporti armonici, fondando così, per analogia, le leggi dell’Universo sulla scorta delle leggi della musica.

Chiamò armonia il movimento delle sfere celesti e si servì dei numeri per esprimere le facoltà dei diversi esseri, le loro relazioni e i lori influssi.
Pitagora chiamava queste emanazioni divine: Dei, Eroi e Demoni, a seconda del loro rispettivo grado di elevatezza e della posizione armonica dei tre mondi che abitavano.
Nei termini greci, gli Dei sono gli Esseri-primi giunti a perfezione, gli Eroi sono gli Esseri-primi dominatori, i Daimoni sono le Esistenze terrestri.
Gli Eroi, o semidei, sono nature intermedie, esseri che “non da mortale natura venuti alla luce ma procedenti dal principio essenziale degli stessi Dei” (Ierocle), hanno superato la condizione umana partecipando, a differenza degli altri viventi, dell’immortalità olimpica e assumendo, in certa misura, la funzione di mediatori e protettori degli uomini. Il mito della nascita di Pitagora da Apollo, insieme a quella della sua ascesa in cielo, lo farebbe rientrare nel novero degli “uomini divini” e degli eroi.

Quanto alla terza, e più bassa gerarchia, si usa il termine daimone dato che, com’è noto, la parola demone nel cristianesimo ha assunto un differente significato, esclusivamente negativo, quello di entità malvagia.

Nell’antichità i daimoni erano invece forze invisibili agenti nel mondo terrestre e naturale. Esseri sotterranei, ovvero abitanti la controparte nascosta, non solo del mondo della natura, ma anche di tutto ciò che nella psiche umana è elemento irrazionale e puramente vitale.

Oggi forse si parlerebbe delle potenze e degli archetipi dell’inconscio. Gli antichi riti riferentisi ai daimoni erano essenzialmente intesi a propiziare rapporti di armonia o a prevenire tensioni infauste anche rispetto a queste forze, agenti nella regione più bassa del Kosmos (3).

L’uomo antico conservava una sensibilità del substrato psichico del mondo, che nell’uomo delle età successive si è sempre più atrofizzata.
La tripartizione in mondo degli Dei, degli Eroi e dei Daimoni ha una certa relazione con un’altra tripartizione dell’universo, attribuita parimenti al pitagorismo. Da esso sarebbero state distinte tre regioni dell’universo: la regione dell’Olimpo, nella quale i principi si trovano nella loro purezza, la regione del Kosmos sovrastante la Luna, caratterizzata da movimenti regolati e uniformi; e infine la regione sublunare di Uranio, sede del divenire e dei mutamenti, ove si svolge il “circolo della generazione”, detto anche “circolo della Necessità” o del destino.
Questa cosmogonia ternaria, collegata all’Unità creatrice, costituiva il famoso Quaternario, o la Tetrade sacra.
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1. Giamblico, De vita pythagorica.
2. André Dacier, La vie de Pythagore.
3. Pitagora fu il primo che designò questo “Tutto” con il termine Kosmos. I latini tradussero questa parola con “Mundus”. Kosmos la cui radice primitiva si trova nel termine fenicio “aosh”, il fuoco. Il termine Mundus significa “ciò che è reso chiaro e pulito per mezzo dell’acqua”. In base a questa etimologia si può notare che i Greci ricavavano l’idea dell’ordine e della bellezza dal fuoco, mentre i Latini dall’acqua.

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III.“Sii un buon figlio, un fratello giusto, uno sposo tenero e un padre amorevole”

La dottrina pitagorica si divideva fondamentalmente in due parti: la parte purgativa e la parte unitiva. Grazie alla prima l’uomo si purificava, usciva dall’ignoranza e approdava alla virtù; nella seconda, facendo uso della virtù, si univa alla Divinità, pervenendo alla perfezione. I maghi e i Caldei dicevano: “Noi facciamo consumare le impurità al fuoco dell’amore divino”.
Si narra che i pitagorici professavano che si giunge alla perfezione in tre modi: conversando con gli Dei, facendo il bene a imitazione degli Dei, uscendo da questa vita per raggiungere gli Dei.

Il primo di questi modi è contenuto nei due versi aurei iniziali che trattano il culto da tributare, secondo la legge e la fede, agli Dei, agli Eroi assunti in gloria e agli Spiriti.

Il secondo, ovvero la Purificazione, comincia a partire da questo terzo verso.
È degno di nota il fatto che Pitagora inizia la parte purgativa raccomandando l’osservanza degli obblighi naturali; e che ponga nel novero delle principali virtù la pietà filiale, l’amore paterno e quello coniugale, rendendo caro e sacro il legame di sangue.
Si nota la linea specifica del pitagorismo il quale tendeva all’armonia ed evitava le brusche rotture. Il distacco ascetico quale premessa per il risveglio non appartiene alla linea pitagorica; la via della sapienza non sarebbe incompatibile con la famiglia.

Per il maestro o per il discepolo pitagorico era ammesso lo stesso matrimonio. Lo stesso Pitagora si sarebbe sposato molto tempo dopo le sue iniziazioni e avrebbe avuto tre figli.
Va inoltre ricordato il fondo sacrale che la famiglia antica aveva. Si sa che nell’Ellade e a Roma il padre rivestiva la dignità di un sacerdote dei suoi. Ierocle parla della simiglianza dei genitori ai numi e agli Eroi, dal che egli trae anche la logica conseguenza che non si è più tenuti ad onorarli ove i genitori non obbediscano alla legge divina.

Lo stesso verso, visto da un altro punto di vista, quello esoterico che si riferisce alla dottrina della preesistenza dell’anima, offre un ulteriore spunto di riflessione, ovvero quello della possibilità della scelta dei propri consanguinei. Da questo punto di vista la propria famiglia non è imposta da un piano in cui vige la necessità, bensì l’uomo sceglie liberamente i genitori e i parenti che vuole o che meglio servono agli scopi dell’anima.

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IV. “Degli altri, fatti amico chi per virtù è il migliore, imitandolo nel calmo parlare, nell’azione utile. Per lieve colpa, non adirarti con l’amico. Presso il potere vige la necessità”

È a Pitagora che si deve questa parola così bella: “amico”.
L’amicizia segue immediatamente la pietà filiale e l’amore paterno e fraterno, ma il filosofo compie una distinzione: ordina di onorare i parenti, ma di scegliere gli amici.


Per il filosofo pitagorico, la natura che presiede alla nostra nascita, che ci da un padre ed una madre, fratelli e sorelle, relazioni di parentela, un luogo sulla Terra, una condizione nella società, è la conseguenza di un ordine che sta a monte, severo, cui non ci si può opporre, chiamato Fortuna (Tyche) o Necessità.

Fortuna che non coincide con il Fato, intesa come una legge sovraordinata o divina che tutto regola. È piuttosto un elemento irrazionale ed imprevedibile, da associare al termine “indeterminato” della Diade pitagorica (limite-indeterminato), di cui si parlerà più avanti.

Pitagora contrappone a questa natura obbligata una natura libera che, agendo sulle cose, forzate come fossero materia bruta, le modifica e ne ricava, a seconda del proprio valore, risultati buoni o cattivi. Questa seconda natura viene chiamata Potenza o Volontà: è essa che regola la vita dell’uomo e ne indirizza la condotta, conseguentemente alla caratteristiche che la prima natura gli procura.

La Necessità e la Potenza sono i due motori opposti del mondo sublunare, dov’è relegato l’uomo.

I due motori ricevono la loro forza da una causa superiore, che gli Antichi chiamavano Nemesi e che noi definiamo Provvidenza.
Questa dottrina era la stessa degli antichi egizi, presso i quali Pitagora l’aveva attinta. Dicevano infatti: “L’uomo è mortale in relazione al corpo, ma è immortale per quanto concerne l’anima che costituisce l’uomo nella sua essenza. In quanto immortale ha l’autorità su ogni cosa ma, quanto alla sua parte mortale e materiale, è sottomesso al destino”. (1)

Potenza e Necessità, Il Sé e l’Altro, la Luce e le Tenebre sono in fondo le stesse cose diversamente espresse, diversamente percepite, ma sempre ricondotte alla medesima origine e sottomesse alla medesima Causa fondamentale dell’Universo.

Ciò è stato compreso da Omero, che l’ha manifestato in una straordinaria allegoria, rappresentando il Dio degli Dei in persona – Zeus – aprire indifferentemente le sorgenti del Bene e del Male sull’Universo: “Ai piedi di Zeus vi sono due vasi uguali: dall’uno scaturiscono i Beni, dall’altro i Mali”. (2)

Si raccomandava di onorare il padre e la madre, e di obbedir loro in tutto ciò che riguarda il corpo e le cose del mondo, senza però concedere la propria anima, poiché la legge divina stabilisce che sia libero ciò che non proviene dai genitori, e l’affranca dal loro potere. Pitagora sosteneva che dopo aver scelto un amico tra le persone più raccomandabili per virtù, bisognava imparare dalle sue azioni e comportarsi secondo i suoi discorsi.

Gli amici – diceva – sono come compagni di viaggio, che devono aiutarsi l’un l’altro a perseverare nel cammino della retta via”.

Del resto Pitagora non concepiva l’amicizia come un semplice affetto individuale, ma come un atto di benevolenza universale, che deve estendersi a tutti gli uomini in genere e in particolare agli uomini di buona volontà. In questo caso dava a questa virtù il nome di filantropia ed è la stessa virtù che, sotto il nome di carità, è il fondamento della religione cristiana.

Merita attenzione un’altra testimonianza di Diogene Laerzio che parla dell’amicizia fondata soprattutto “sull’essere uniti da comunanza di simboli”.

Nel pitagorismo i simboli erano massime con un duplice senso, esteriore ed interiore. Eccone alcuni esempi:

“Non mangiarti il cuore”, non tormentarti l’animo con angosce e dolori.

“Non camminare per la via maestra”, non seguire l’opinione corrente, ma cerca quella dei pochi e dei sapienti.

“Non adoperarti a togliere il peso agli altri ma accrescilo”, oppure: “Aiuta i portatori ad assumere pesi, non a toglierseli di dosso”, aiutare gli altri non perché poltriscano in una vita facile, sazia e vana, ma che si esercitino in virtuose fatiche, potendosi far del bene con la durezza e del male con la bontà.

“Non portare immagini di iddii sugli anelli”, non mettere in mostra la sapienza, la gnosi circa gli Dei, né parteciparla al profano.

“Nel partire non voltarti”, non desiderare la vita in punta di morte.

Non semplici fatti sentimentali, ma l’affinità data dal far davvero propri simili principi era dunque il vero cemento delle amicizie pitagoriche.

Da qui anche il precetto di seguire ed imitare quell’amico che possa servire da modello per essere più avanti sulla via e di mettere in conto che in lui possa ancora mostrarsi l’umana debolezza. Per ciò non adirarsi per una sua lieve colpa.
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1. Ermete Trismegisto, Poemander (Pimandro), del Corpus Hermeticum.
2. Omero, Iliade

 

articolo a cura di Manduka, tratto da forum pitagorico, Vedanta & e co.

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