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Pitagora

Dopo aver lasciato Samo, dove era nato e dove era tornato, Pitagora creò a Crotone un centro iniziatico che ebbe filiazioni anche in altre città della Magna Grecia.

Sulla struttura di questa scuola ci sono pervenute notizie sufficientemente attendibili. Si trattava di un seminarium nel quale doveva formarsi una specie di corpo, , o ordine, di adepti e di sapienti.

Per esservi ammessi erano richieste qualificazioni particolari, anche fisiche.

Gellio (Noct. Att. I, 9) riferisce anzi di un esame fisiognomico eseguito per accertare, attraverso i tratti fisici, la presenza nei candidati delle predisposizioni spirituali e intellettuali richieste.

All’interno della scuola venivano distinti gli exoterici, o “quelli di fuori”, e gli esoterici, o “gruppo interno”.

Nel primo gruppo venivano a loro volta distinti tre gradi: gli uditori (acusmatici), i parlatori, i matematici.

Per primo grado vigeva la disciplina del silenzio – la cosiddetta echemythia – che durava secondo alcuni due anni, secondo altri cinque anni. I discepoli dovevano astenersi dal criticare e dal discutere, dovevano apprendere l’arte di ascoltare, senza fare osservazioni o chiedere spiegazioni.

Dovevano accettare ciò che veniva loro trasmesso in base alla sola autorità del maestro – donde la nota formula dell’ipse dixit (letteralmente: l’ha detto lui). 

Qui l’idea fondamentale, poco accessibile per un intellettuale moderno, è che alcune verità in un primo tempo debbono essere semplicemente ammesse: in seguito, corrispondentemente ad una silenziosa maturazione, sarebbe stato dato di verificarle, di riconoscerle per esperienza personale, la sapienza basata sull’esperienza diretta, e non sulla dialettica, essendo il criterio fondamentale di ogni disciplina iniziatica.

Dopo questo periodo di maturazione silenziosa, unita all’osservanza di particolari norme di vita (quelle di cui si possono raccogliere le tracce nei Versi Aurei), si era ammessi al grado successivo dei “parlatori”. Allora al discepolo era concesso di esprimere il proprio punto di vista, di discutere, di chiedere chiarimenti.

La partecipazione effettiva alla conoscenza- per trasmissione esclusivamente orale e con impiego della lingua dei simboli – aveva luogo nel terzo grado, in quello dei “matematici”, termine da prendersi nel senso antico.

È vero che qui alla matematica in senso stretto veniva riconosciuto, come in Platone, il valore di una preparazione, e Porfirio (Vita, 47) riferisce che essa per i Pitagorici valeva come un avviamento, per adusare lo sguardo interiore, portandolo alla contemplazione delle cose materiali e mutevoli a quella di ciò che realmente esiste, sempre uguale a sé stesso. Tuttavia si trattava del sistema di varie scienze “fisiche”, oltre che matematiche, compresa la musica, la scienza dei ritmi e degli astri, la gnomonica, la stessa cosmologia.

Erano scienze “umane e divine”, cioè aventi un duplice aspetto, esteriore ed interiore, non di carattere empirico ma dedotte essenzialmente da una metafisica. Per queste esse potevano far da elemento intermedio, e così far passare dalla categoria degli exoterici a quella degli esoterici quindi alla fase propriamente realizzativa ed iniziatica.

Solo allora al discepolo che avesse superato un ulteriore gruppo di prove era concesso di entrare in rapporto diretto col maestro, con Pitagora, di “vederne il volto” – prima, gli era solo dato di udirlo parlare dietro un velario.

Questo rituale, abbastanza trasparente nel suo contenuto simbolico, riproduceva le usanze dei Misteri, dove il grado più alto, l’epopteia, corrispondeva alla visione diretta di statue divine nude, non più velate.

Nella scuola pitagorica a questo livello si riferiva la dignità di Perfetto o Compiuto, teleìos e quella di “colui che è da venerare”, sebastikòs.

Qui vigeva il vincolo del silenzio, silenzio non più come la disciplina dei novizi, bensì come sacro impegno di non comunicare a nessuno, nemmeno a parenti o amici fidati, a nessun prezzo, l’insegnamento esoterico: è lo stesso segreto che in tutti i Misteri dell’antichità fu rigorosamente osservato.

***

Nel pitagorismo chi violava il silenzio veniva cancellato dalla comunità iniziatica e considerato morto: e come tale veniva altresì considerato – e perfino si faceva, per gli uni e per gli altri, un “cenotafio”, una specie di monumento funerario nella scuola – chi era stato ammesso ai primi gradi della gerarchia per aver già dato buona prova di sé, e poi aveva fallito, si era fermato a metà strada.

Il sistema riproduceva dunque la struttura essenziale di ogni organizzazione regolare di tipo iniziatico.

Gli “esoterici” pitagorici avevano segni – modi di salutare e simboli (il loro simbolo principale sembra essere stato il pentagramma) mediante i quali potevano farsi riconoscere presso altri centri pitagorici o presso organizzazioni similari, nella Magna Grecia ma anche in Grecia ed in Oriente, per ottenere accoglienza, assistenza e aiuto. È un altro tratto ben noto delle società segrete, conservatosi fin nei tempi moderni (come ultima eco, nella massoneria).

Gli appartenenti al gruppo interno non erano tenuti ad una vita distaccata dal mondo. In effetti il pitagorismo non ebbe caratteri ascetici e monastici. Fra l’altro il celibato non era d’obbligo per nessuno. Dello stesso Pitagora si riferisce come egli, in età già matura, sposasse una giovane e bella discepola, Teano.

Era dato agli adepti di scegliere se rimanere nella scuola e dedicarsi unicamente alle discipline iniziatiche o se tornare nella vita ordinaria per svolgere questa o quella attività, anche in tal caso la loro realizzazione sussistendo come qualcosa di indelebile. Così venivano a distinguersi – secondo le testimonianze pervenuteci – i membri “attivi” dell’ordine pitagorico da quelli “speculativi”.
Da qui il passaggio anche al piano politico.

L’idea pitagorica era che il potere politico dovesse essere soggetto ad un gruppo di uomini in possesso della sapienza, quindi, più o meno, di adepti: come si sa, è la stessa idea che difenderà Platone e che riflette il regime di quelle organizzazioni sociali tradizionali, specie orientali, ove una casta sacerdotale deteneva la suprema autorità. Si vuole pertanto che l’ultimo insegnamento di Pitagora agli iniziati fosse quello circa l’esercizio dei pubblici poteri (si cfr. Agostino, De Ord., II, 20, 25, con la lode espressa, a questo proposito, da Varrone).
Il pitagorismo della Magna Grecia passò, a tale riguardo, anche all’azione pratica. A Crotone, sede della scuola pitagorica, il Consiglio dei Mille, che reggeva la città, per un certo periodo fu effettivamente controllato da un etaire, dal Consiglio dei Trecento costituito da uomini che, già iniziati da giovani alla dottrina, sarebbero rimasti legati a Pitagora da un giuramento segreto.

Lo stesso regime cercò di affermarsi in altri centri della Magna Grecia: distinto dalla tirannide, che anzi Pitagora avversava (si vuole che egli lasciasse Samo, sua patria, a causa della tirannide ivi esercitata da Policrate), esso aveva il carattere di una oligarchia a sfondo teocratico-sapienziale. Sembra che questi sviluppi politici del primo pitagorismo siano stati la causa della sua rovina. Rivolte del popolo fomentate – si dice – da uomini a cui era stata negata l’iniziazione e da una fazione avversa, democratica, del Consiglio dei Mille provocarono un massacro dei Pitagorici a Crotone e una persecuzione che presto si estese ad altri centri. Finì così la scuola, dopo appena quarant’anni di vita.
Per tutto ciò che in seguito avvenne della tradizione pitagorica, non si ha nessuna certezza, né come storia né come dottrina.

 

Pythagoras, depicted in a wooden sculpture by Jörg Syrlin, at the Cathedral at Ulm, Germany

 

Fonte: Commento di J.Evola, Pitagora i versi d’oro – Ed.Atanor.

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