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Disciplina spirituale

DISCIPLINA

Spesso per disciplina spirituale (sādhana) si intende una serie di pratiche fisiche e mentali che devono condurre l'aspirante discepolo ad avere il pieno controllo del corpo fisico, emotivo e mentale.

Questo può essere vero per il discepolo che segua (essendo stato accettato come tale) un Maestro che pratichi tale cammino e che, attraverso questo, abbia conseguito la realizzazione del Sè.

Di prassi, in realtà, tali Maestri di solito sono degli aspiranti avanzati che attraverso la propria disciplina hanno raggiunto determinati traguardi ancora pertinenti la sfera del fenomenico sensibile (compreso il sottile mentale o emotivo).

Vediamo infatti che i realizzati non duali, i jīvanmukta, raramente propendono per un’unica disciplina, ma piuttosto indirizzano ogni allievo secondo l'indole e la posizione coscienziale o secondo i guna.

A seconda della posizione dei guna viene indicata di volta in volta la via dell'azione (karma) nel fisico denso, della parabhakti nel fisico sottile e quella dello jñāna nel causale. 

Pertanto certe discipline servono solo se si percorre una determinata via,  precipua ad un certo cammino.

Tale cammino non si intraprende perchè si è letto qualche libro o si è partecipato a saltuari seminari.

Le discipline servono come strumenti per esaminare determinati aspetti della propria indole, non certo per dominarli, dato che la dominazione comporterebbe comunque la nascita di nuovi samskara o semi causali che sono fonte di nuovo karma.

La disciplina è uno strumento di ausilio, non una gabbia in cui soccombere per inedia o sofferenza.

Posture spinte, pranayama dinamico, sospensione e osservazione del respiro, sono tutti strumenti usati da diversi tipi di yoga, sempre nella consapevolezza che sono un ausilio e non certo la meta.

Nè essi possono condurre alla realizzazione dello stato non duale essendo questo incausato ed essenza prima dell'essere individuato.

È lo scioglimento dell’individuazione lo scopo del cammino spirituale, la disciplina serve a dare quella presenza a se stessi che permetta la visione di sè senza la sovrapposizione di opinioni e giudizio. Anzi, potremmo dire che una disciplina qualificata alla posizione dell'aspirante serve ad evitare l'insorgere di nuove inferenze.

C'è anche chi crede che scopo della vita sia il premunirsi di un karma positivo, sicuramente intento lodevole, ma di certo non in linea con un discorso realizzativo che contempla invece l'esaurimento del karma, ossia la possibilità di compiere azioni che non provochino più alcun effetto grazie al distacco dai loro frutti.

L'azione di un Maestro è senza karma in quanto, esaurito l'io, non c'è più alcuno che possa aderire agli effetti delle azioni.

Ne consegue che ogni azione dell'aspirante dovrebbe essere compiuta consapevolmente, cioè non essere l'effetto di altro se non della ragion pura o del cuore.

Questo appare come paradosso per chi ritiene ogni azione soggetta alla considerazione mentale e all'opinione.

Eppure, per camminare non necessitiamo di pensare i passi, per bere non controlliamo con la mente i movimenti delle labbra, della gola e dell'apparato digerente.

Confondere il cammino realizzativo con le discipline spirituali può far credere che sia la meditazione la causa della realizzazione, mentre si può dire che la realizzazione può presentarsi durante la meditazione, ma certo non è causata da quella. La realizzazione è l'esaurimento della individuazione dell'essere, lo scioglimento dei veli (proiezione e sovrapposizione) con cui siamo identificati quando crediamo di essere altro di ciò che siamo.

Se con la meditazione si giunge ad avere una visione integrale dei contenuti mentali, si potrà intervenire sugli stessi con altri strumenti, certamente più proficui che non la stessa meditazione.

Ritenere che la meditazione sia la panacea di tutti i mali equivale ad affermare che tutti i contenuti di tutti gli individui siano gli stessi, che la posizione sia identica per tutti e che quindi i guna siano nella stessa posizione per ognuno.

Invece c'è chi necessita dell'azione piuttosto che della contemplazione, e si consideri che, anche nell'azione, ci sono diverse modalità possibili secondo le necessità di ciascuno.


Bodhananda, ML Advaita Vedanta

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