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Sri Aurobindo e il Vedanta

Premadharma in questo articolo approfondisce la posizione di Sri Aurobindo rispetto al darshana Vedanta evidenziando come nel sanāthanadharma (il dharma-legge perenne, l'eterno Ordine cosmico, ṛta) non ci sia spazio per contrapposizioni, perchè si tratta sempre di testimonianze dell’unica Realtà indivisa, esposte secondo i diversi punti di vista coscienziali da cui è stata osservata-realizzata.

 

 

 

Nel sanathanadharma non c’è spazio per contrapposizioni, si tratta sempre di testimonianze dell’unica Realtà indivisa, esposte secondo i diversi punti di vista coscienziali da cui è stata osservata-realizzata.

Sri Aurobindo è un testimone del Reale al pari di Sri Shankara e di Sri Ramanuja, al pari di Sri Ramana e di Sri Ramakrishna.

Ognuno è considerato un avatara (dai seguaci vaisnava) o Incarnazione del Divino o maharishi (dagli altri).

Definire una scala di merito è ridicolo, se non inutile, perché ognuno di costoro rappresenta il barbaglio del sole attraverso una diversa sostanza. Noi indichiamo la sostanza che più ci aggrada, che più ci attrae e la diciamo unica, migliore. Se lo vediamo riflesso dalle acque del mare, diremo che è cangiante, mutevole, in continuo divenire e ci accosteremo con entusiasmo ad Eraclito. Se lo vediamo attraverso le fronde di un albero di arance, lo vedremo a tratti e con sfere più luminose, e allora forse saremo attratti dal Platonismo. Se lo vediamo riflesso nel ghiaccio, lo vedremo cristallino, luminescente e saremo attratti dal Vedanta Advaita di Gaudapada e Shankara; se lo vediamo immersi nell’acqua durante le abluzioni, vedremo i raggi chiari, ma spezzati e forse andremo verso Ramanuja. Se lo vediamo riflesso negli occhi della Madre, ecco che andremo verso Ramakrishna o Aurobindo, e se ci ritrovassimo a bruciare per essere diventati sole ed essere ancora vivi, forse dovremo tornare a Shankara ed Aurobindo.

È sempre e solo lo stesso Iswara che si incarna, ed è ridicolo che un seguace o un aspirante voglia entrare in merito alle potenze e possibilità del Divino. Al limite, un aurobindiano o un cristiano potrà affermare che è sempre lo stesso Sri Aurobindo o Gesù Cristo ad essersi incarnato in tutti costoro. Perché una cosa è l’ascesi dell’anima, una cosa è la discesa del Divino, il puro Essere che unico si manifesta senza le limitazioni dei veicoli indossati. Quindi non c’è alcuna contraddizione quando sembra che Sri Aurobindo abbia indicato nello specifico alcune sue vite passate. Quando si realizzano certi stati di coscienza, alcuni lignaggi sembrano più limpidi, più forieri di rimembranze, a prescindere dal fatto che nella pienezza dell’Essere, si trova la completa tonalità dell’esperienza consapevole.

Le contrapposizioni sorgono solo fra le frange più ignoranti e esterne ai vari rami tradizionali, qualora vogliano affermare la propria superiorità attraverso la degnazione, il distacco, il confronto, il conflitto. Difficile trovare mai un vero paramahamsa, che abbia pienamente e stabilmente realizzato il Divino, che contesti la tradizione, al limite ne contesterà l’uso e l’applicazione di coloro che non avendola realizzata la vorrebbero imporre o per ignoranza la profanino o la mercifichino. È come quando i seguaci della Madonna si confrontano con quelli del Cristo. Altre saranno le ragioni se dovessero arrivare allo scontro. È come se un seguace dell’Advaita contestasse chi pratica lo Zen o viceversa. Si tratta di chi non ha nemmeno scalfito il primo gradino di accesso al cammino spirituale.

Chi pratica veramente le vie al Divino, non si contrappone: per mancanza di interesse, di visuale, di tempo, per mancanza di energia. Capita ogni tanto di incontrare qualche giovane entusiasta del Vedanta che inizi a spiegare con passione come pratichi la realizzazione Advaita. Quell’aspirante, così convinto delle proprie asserzioni, starà in realtà praticando il bhaktivedanta o bhaktiyoga nei confronti del Divino senza forma. Molti aspiranti tendono a fare confusione fra il Divino senza forma e la non-dualità, l’Assoluto. Questo porta alcuni a credere di praticare l’aspetto advaita, nonduale, del Vedanta, mentre la non-dualità è veramente per pochi.

Quanto Sri Aurobindo insegna possiamo chiamarlo Vedanta. Ma potremmo chiamarlo Platonismo o Pitagorismo; ma anche Zen. Una volta che ci si confronti con l’interezza di queste tradizioni, accedendo ai lignaggi tradizionali di queste che comprendono integrati i Piccoli e i Grandi Misteri, non si potrà non scorgere la completa e totale mutua sovrapponibilità. Ed è questa la forza della tradizione vivente, altrimenti sarebbe impossibile avere il supporto dei vari paramahamsa a prescindere dalle radici di provenienza degli aspiranti: tutti Loro indicano la stessa meta.

Forse un aspirante nel Vedanta Advaita potrà sottolineare che Sri Aurobindo sembri più Shakta che Vedanta. Questa sfumatura non sarà certo un problema, altrimenti cosa si dovrà dire di Sri Ramakrishna, ma anche dello stesso Sri Ramana, se si dovesse accedere a tutta la letteratura sul Saggio della Montagna? Certe affermazioni nascono dal ritenere pura o migliore solo l’acqua che si tira al proprio mulino. Ma se si è ancora coinvolti col “mio e tuo”, allora il vero cammino di Conoscenza, il vero cammino della Devozione, che prevedono entrambi il disfarsi degli aspetti egotici, sono ancora da iniziare.

In realtà, esiste una tradizione unica metafisica universale e ognuna di queste Incarnazioni ha incarnato e testimoniato uno o più aspetti del Divino, nel linguaggio più adatto per le categorie di persone cui si rivolgeva, secondo le loro capacità di comprensione e di crescita.

Sri Aurobindo, falsamente, può sembrare comprensibile, ma è invece difficile per chi non abbia già praticato con successo uno yoga (karma, bhakti o jnana) e dato che forse l’unico yoga veramente accessibile in questa era, secondo molti paramahamsa, è il bhaktiyoga, è comprensibile che in realtà i seguaci di Sri Aurobindo, come di qualsiasi altra Incarnazione, pratichino la bhakti nei suoi confronti.

Per questo forse occorre distinguere fra due Sri Aurobindo: l’Incarnazione divina cui porgere la venerazione e il Maestro o acarya. È quest’ultimo che conduce in meandri tortuosi e difficili, oscuri e pericolosi, lungo indirizzi che altre Incarnazioni hanno appena accennato, poiché vissute quando l’istruzione era orale e certi passaggi non marcati perché accidentali alla stessa ascesi.

Sri Aurobindo è un capofamiglia che nasce al mondo come giornalista, filosofo, politico: quindi ha inciso la sua testimonianza direttamente e accuratamente, cosa che prima di lui è stata fatta solo da Swami Vivekananda, ma in ambito e con scopi totalmente diversi.

Swami Vivekananda ha usato la penna per avviare e sostenere il ripristino del Vedanta tradizionale, dai Piccoli ai Grandi Misteri, attraverso il lavoro del lignaggio monastico di Sri Shankaracarya rinvigorito da Sri Ramakrishna; Sri Aurobindo ha lavorato, nello stesso ambito, per far discendere un determinato Principio.

Per questo se si volesse seguire Sri Aurobindo, come anche si volesse praticare il Vedanta, o qualsiasi altro ramo della tradizione, occorrerebbe comprendere quale sia la propria posizione coscienziale e con quale dei suoi indirizzi sia opportuno confrontarsi. Poi si proceda con serietà, tenendo conto anche della propria posizione sociale (studente, capofamiglia, anacoreta, rinunciante). Per chi volesse confrontarsi con la via devozionale, si ricordano le parole di Sri Ramakrishna: «Solevo piangere e pregare la Madre Divina: “Oh Madre, distruggi con le tue saette la mia inclinazione a ragionare!”».

Fonte: Premadharma, Sri Aurobindo e il Vedanta, Periodico Vedånta - Nº 13 - Giugno 2007

Per approfondimenti su Sri Aurobindo si vedano anche i periodici Vedanta n. 14 e 24

[articolo a cura di ambika]

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