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Samata Catuṣṭaya I

I. SAMATA (ŚANTI) CATUŞŢAYA

SAMATA, ŚĀNTI, SUKHA, HASYA

1. SAMATA
Il fondamento della pace interiore è samatā, la capacità di ricevere con mente calma ed equanime tutti gli attacchi e le apparenze delle cose esteriori, piacevoli o spiacevoli: buona e cattiva fortuna, piacere e pena, onore e disistima, lode e biasimo, amicizia e inimicizia, peccatore e santo, o, fisicamente, caldo e freddo, ecc. Esistono due forme di samatā, passiva e attiva: la samatā nel ricevere le cose del mondo esterno e la samatā nel reagire ad esse.


1) Samatā passiva
La samatā passiva consiste di tre elementi:
titikşā, udāsīnatā, natih iti samatā.

Titikşā
Titikşā è il sostenere con fermezza tutti i contatti, gradevoli o sgradevoli, senza essere sopraffatti da ciò che è penoso, senza essere trascinati da ciò che è piacevole. Riceverli tutti con calma e fermezza e sostenerli come chi è più forte, più grande e più vasto di ogni attacco del mondo, è la disposizione di titikşā.

Udāsīnatā
Udāsīnatā è l’indifferenza ai dvandva, o dualità; letteralmente significa essere assisi in alto, superiori a tutti i contatti fisici e mentali. Lo udāsīna, libero dal desiderio, o non sente il contatto della gioia e del dolore, del piacere e della pena, delle simpatie e antipatie, o sente che queste cose toccano la sua mente e il suo corpo, ma non lui stesso, essendo egli diverso dalla mente e dal corpo e assiso in alto sopra di essi.

Nati
Nati è la sottomissione dell’anima alla volontà di Dio, la sua accettazione di tutti i contatti come Suoi contatti, di tutte le esperienze come Suo gioco con l’anima dell’uomo. Nati può essere associata a titikşā, sentire il dolore ma accettarlo come volontà di Dio, o ad udāsīnatā, sollevarsi in una posizione superiore e osservare la gioia e il dolore allo stesso modo, come operazioni di Dio negli strumenti inferiori; oppure può associarsi con ānanda, e ricevere ogni cosa come il gioco di Krishna e perciò in sé stesso sempre pieno di gioia. Quest’ultimo è lo stato dello yogi completo, poiché attraverso questo continuo namaskāra [saluto] gioioso, o ānandamaya [pieno di gioia], a Dio, praticato costantemente, si arriva infine alla completa eliminazione della sofferenza, del dolore ecc, alla piena libertà dai dvandva [dualità], e si trova Brahmananda [l’ānanda del Brahman] in tutti i più piccoli, più banali, i più apparentemente discordanti particolari della vita e dell’esperienza nel corpo umano.

Ci sbarazziamo completamente della paura e della sofferenza; ānandam brahmaņo vidvān na bibheti kutaścana [“Colui che possiede la gioia del brahman non teme cosa alcuna al mondo”, Taittiriya Up., 2.4]. E’ possibile che si debba cominciare con titikşā e udāsīnatā, ma è in questo ānanda che dovremo giungere come compimento della siddhi [perfezione] di samatā.

Lo Yogi accoglie la vittoria e la sconfitta, il successo e l’insuccesso, il piacere e la pena, l’onore e l’infamia con un ānanda uguale, sama ānanda – all’inizio mediante buddhi-yoga, separandosi dalle sue abituali reazioni mentali e nervose, ed insistendo mediante vicāra [riflessione discriminativa della mente] sulla vera natura dell’esperienza stessa e della sua anima che segretamente è ānandamaya, colma di sama ānanda in tutte le cose.

Giunge così a cambiare tutti gli ordinari valori dell’esperienza: amańgala [sfortuna] gli si rivela come mangala [buona fortuna], la sconfitta e l’insuccesso come il compimento dell’immediato proposito di Dio e un passo verso la vittoria suprema, il dolore e la pena come forme nascoste e perverse di piacere. Arriva persino lo stadio in cui lo stesso dolore fisico, la cosa più dura da sopportare per l’uomo materiale, cambia la sua natura nell’esperienza e diviene ānanda fisico; avverrà però soltanto alla fine, quando l’essere umano imprigionato nella materia e soggetto alla mente emergerà dalla sua soggezione, conquisterà la mente e si libererà del tutto nel corpo, realizzando il suo reale sé ānandamaya in ogni parte dell’ādhāra [ricettacolo o veicolo della coscienza, costituito di mente, vita, corpo].


2) Samatā attiva

Questo ānanda universale o sama ānanda in tutte le esperienze costituisce la samatā attiva, che ha tre parti o stadi:

Rasah, prītih, ānanda

Rasa è la percezione che apprezza quel guņa [qualità], quell’āsvāda [gusto], gusto e qualità che l’Īśvara della Lila [Gioco divino] percepisce in ciascun oggetto dell’esperienza (vişaya) e per il godimento del quale Egli crea l’oggetto nella Lila.
Prītih è il piacere della mente in tutti i rasa [contatti, gusti], piacevoli o spiacevoli, dolci o amari.
Ānanda è il divino bhoga [piacere] superiore a qualsiasi piacere mentale, mediante il quale Dio gode del rasa [contatto, gusto]; in ānanda l’opposizione delle dualità cessa del tutto.

2. ŚĀNTI

Solo quando la samatā è completa, śānti può essere perfetta nell’organismo. Se nella mente c’è anche il minimo fastidio o turbamento, possiamo essere del tutto certi che c’è una perturbazione o un difetto nella samatā. La mente dell’uomo è infatti complessa, e persino quando nella buddhi ci si è completamente stabiliti in udāsīnatā o in nati possono esserci rivolte, sensazioni di disagio, scontentezze in altre parti. La buddhi [mente raziocinante], il manas [mente sensoriale], il cuore, i nervi (prāņa), lo stesso involucro fisico devono essere sottomessi alla legge della samatā.

Śānti può essere sia una calma vasta e passiva fondata su udāsīnatā, sia una calma vasta e gioiosa fondata su nati. Il primo tipo può avere la tendenza ad associarsi con l’inazione e quindi il nostro Yoga deve trovare la sua culminazione nel secondo.

3. SUKHA

Sukham è il totale sollievo, la completa liberazione da duhkha [dolore], da vişāda [depressione], che discende dal compimento di samatā e śānti. Lo Yogi perfetto non ha mai la minima traccia di dolore in sé, la minima tendenza alla depressione, all’ottenebramento, alla lamentela e alla stanchezza, ma è sempre pieno di luce e benessere sattvici.

4. HASYA
 

Hasyam è l’aspetto attivo di sukham; consiste in uno stato interiore attivo di felicità e allegria che nessuna esperienza avversa, mentale o fisica, può turbare. La sua perfezione è il sigillo e lo stampo di Dio sulla Siddhi della samatā. È, nel nostro essere interiore, l’immagine del sorriso di Sri Krishna che suona il flauto, bālavat [simile a un fanciullo], quale eterno bālaka [bambino] e kumāra [ragazzo] nel giardino del mondo.


Sri Aurobindo, Record of Yoga, SA Ashram, Pondicherry 2001, p. 3-6 . Traduzione di Laura C.

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