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Yāma e niyāma

 Yāma e niyāma [scritto anche nyāma] sono i due primi passi dello yoga tradizionale, preliminari a qualsiasi pratica yogica, e corrispondono al NON FARE e al FARE.

Per introdurre l’argomento ricordiamo che l’ashtanga yoga [yoga in otto parti/gradini] è la pratica tradizionale descritta negli yoga sutra di Patanjali (Raja yoga).

Yāma e niyāma sono richiamati - sebbene con qualche differenza rispetto a Patanjali - anche da Shankara (si vedano le citazioni dell’Aparokshanubhuti più sotto).

Ashtanga è parola composta da ASHT, che significa otto e ANGA che significa membra, parti.

I primi cinque passi o gradini sono definiti esteriori (VAHIRANGA) e riguardano:

- il rapporto con se stessi e con gli altri ,ovvero YĀMA e NYĀMA.

- l’addestramento fisico ovvero ASANA e PRANAYAMA.

- l’autoanalisi interiore e il controllo dei desideri e degli stimoli ad esteriorizzarsi ovvero PRATYAHARA (ritirare i sensi all'interno come fa la tartaruga che ritira i propri arti all'interno del guscio).

Gli ultimi tre passi sono definiti interiori (YOGANGA) e riguardano:

- le tecniche di concentrazione per favorire lo sviluppo dell’attenzione e della concentrazione denominate DHARANA.

- le tecniche di meditazione chiamate DHYANA

- il  SAMADHI, il fine della pratica dello yoga, la trascendenza del senso dell'individualità, l'unione (yoga) per identità con il Divino.

Yāma e nyāma sono le solide fondamenta sulle quali può essere costruita una vera vita yoga.

“Non costruiresti un edificio colossale senza le fondamenta, vorresti farlo con lo yoga?” 

diceva Swami Gitananda ai numerosi aspiranti superficiali che volevano uno Yoga “rapido”, così marcando la grande importanza per il sadhaka di una profonda comprensione dei primi due passi del percorso.

Yāma e nyāma sono descritti nel secondo pada degli yoga sutra di Patanjali che, non a caso, si chiama Sadhana pada: il piede della sadhana.

Na shreyo niyāmah vinā

Non c'è successo senza disciplina

 

La verità (satya) dello yoga si manifesta solo quando l'uomo pratica l'austerità di yāma e niyāma (il controllo dei sensi) che procede attraverso il NON FARE (yāma) e il FARE (niyāma).

Può essere utile una breve digressione sulla parola satya che ha due significati intrinseci a seconda di come viene scomposta, sempre in tre sillabe.

Se scomponiamo la parola nel primo modo otteniamo:

“sat”, “aa” e “ya”.

“Sat” sta per permanente, ed è la Vita

”aa” sta per cibo (annamu).

Per mantenere la vita, il cibo è essenziale.

”ya” è la procedura per questa investigazione sul senso dell'esistenza.

Ya è anche il bjia, il seme, delle parole: yantra: strumento, macchina, mezzo, e anche: azione rituale, rito.

Ya rappresenta anche il Sole, Surya, senza il quale non ci sarebbe cibo.

Per “sat” , che è la vita, abbiamo bisogno di cibo e del sole che è necessario per poter avere il cibo.

Quindi, ”Satya”, secondo questa scomposizione  significa: “Per grazia del Dio Sole si soddisfa la fame e si vive una vita confortevole”.

Se scomponiamo la parola satya, sempre in tre sillabe, ma in altro modo, avremo un altro significato.

Dividiamo la parola in “Sa” “Ta” e “Ya”, e otteniamo Sa-ta-ya.

Se leggiamo Sataya da destra a sinistra avremo “Ya”, “Ta” e “Sa”.

YA-TA-SA

Satya, la Verità, si manifesta solo quando l'uomo pratica l'austerità di yāma e niyāma (il controllo dei sensi).

Difatti “Ya”, che significa anche il “il suono di Sa” (Sa è Quello, il Divino), è il bija (seme) di  yāma (il controllo dei sensi interni) e di  niyāma (il controllo dei sensi esterni).

Nella sâdhanâ questo distacco dai sensi porta a ”ta” che è tattva (la Realtà) che, a sua volta, porta a “sa”, che è la Divinità.

“La Verità è Dio. Dov'è la Verità? Essa pervade tutto. Non c'è luogo dove la Verità non sia presente. Non c'è oggetto che in sé non la contenga; nella Verità tutto è contenuto. Verità significa ciò che rimane immutato nei tre periodi di tempo, passato, presente e futuro. Se l'uomo segue il sentiero di yâma e niyāma e compie austerità, avrà la visione di Satya Svarûpa (l'Incarnazione della Verità).” [Sai Baba, discorso del 14 ottobre 2002]

Riassumendo:

Yāma, i NON FARE, le proibizioni come indicate da Patanjali sono:

- non violenza (ahimsa),

- non mentire (satya),

- non appropriarti di cose non tue (non rubare: asteya),

- non seguire gli impulsi dei sensi, continenza, castità (brahmacarya)

- non essere avido di possessi, non accettare doni: non corrompere e non essere corrotto (aparigraha)

[Patanjali, libro II, sutra 30].

Shankara in proposito dice:

"Brahman è tutto; da tale conoscenza insistentemente realizzata [deriva] il dominio dell'apparato sensitivo, questo è chiamato giustamente Yāma" (Aparokshanubhuti, 104)

Nyāma, le osservanze, le discipline, il FARE, secondo Patanjali sono:

- purezza, pulizia (saucha)

- accontentarsi, appagamento, felicità con ciò che si ha, semplicità e modestia (santosha)

- ardente aspirazione, fervore, austerità, disciplina (tapas),

- studio delle scritture sacre e indagine interiore su se stessi (svadhyaya)

- abbandonarsi alla Divinità, la resa al Signore di tutte le nostre azioni (Ishvara pranidhana: abbandono ad Isvara)

[Patanjali, Libro II, sutra 32]

e Shankara:

"Il continuo trovarsi con un solo contenuto di pensiero, vijatiyati escludendo tutti gli altri, è chiamato niyāma. Ciò che rappresenta paranando, la suprema beatitudine, è praticato regolarmente dal saggio" (Aparokshanubhuti 105)

Attraverso la pratica di YĀMA si abbandona l’attaccamento al corpo e ai sensi.

La parola Yāma significa anche “rigoroso” e viene tradotta come pazienza, autocontrollo, distacco, riguarda la correttezza nel proprio comportamento, l'astenersi dal fare del male agli altri e, nel caso in cui si faccia del bene agli altri, l’agire senza nessun desiderio di ricompensa, senza aspettarsi nulla in cambio.

Dimenticare il male ricevuto, dimenticare il bene fatto.

Yāma è anche la pulizia intesa come purezza del corpo e della mente.

Nyāma viene spiegato come autorità, rettitudine studio e comporta una continua e prolungata disciplina, una memoria e una concentrazione incrollabili sul Sè supremo.

Yāma e Nyāma sono le due leggi da seguire secondo il naithikam, o il codice di comportamento delle sacre scritture induiste.

Yāma è la legge individuale, cioè come ci si dovrebbe comportare individualmente, mentre niyāma è la legge sociale, come ci si dovrebbe comportare nella società.

Bisognerebbe evitare di considerare yāma e niyāma come dei comandamenti morali, delle mere proibizioni o obblighi.

Oltre che delle “posizioni” ideali da ottenere yāma e niyāma sono anche tecniche operative, delle realizzazioni che insorgono nella pratica dello yoga.

Per concludere, è da rilevare che la parola Yāma sia anche il nome proprio del Dio della morte nel pantheon induista.

Il nome completo del dio della morte è Yama Dharmaraja, dove yama significa “rigoroso”, dharma significa “retta condotta” e raja significa “re, colui che senza riserve fa rispettare il dharma”.

In proposito Sai Baba racconta una bella storia sull’incontro di Dharmaraja, il re dei Pandava, chiamato anche Dharmaja, e il Dio della morte: Yama Dharmaraja.

Si racconta che alla morte di Krishna, che segna l’inizio della nostra era (l’era di Kali) i Pandava sconvolti decisero di abbandonare il governo del regno al piccolo Parikshit, figlio di Abhimanyu, a sua volta figlio di Arjuna.

Dopo l’incoronazione e l'insediamento sul trono di Hastinapura di questo re bambino, disperato per le responsabilità che gli venivano lasciate, tutti i fratelli pandava e Draupadi, moglie di Arjuna, partirono.

Dharmaraja, il più vecchio dei cinque fratelli pandava, cominciò a camminare in direzione nord; gli altri lo seguirono, uno dietro l'altro.

Tra loro non parlavano, né si guardavano.

Dopo aver camminato per una certa distanza, Nakula cadde a terra. Poi fu Sahadeva a cadere, e poi Bhîma e Arjuna; anche Draupadî cadde.

Dharmaraja invece rimase imperturbabile e disse:

“Tutti se ne vanno; io vado avanti da solo.”

Egli aderiva strettamente alla Verità ed era ardito nel seguirla, parlava secondo verità e si comportava coerentemente.

Yama Dharmarâja, il Dio della morte e re del Dharma, si manifestò a lui dicendogli:

“Tu sei Dharmarâja e io sono Yama Dharmarâja. Verrò con te.” Prese le sembianze di un cane e lo seguì.

Persino il Dio della morte ha rispetto del Dharma.

“Il Dharma è la nostra vita. Che ne sarà di noi se abbandoniamo il Dharma?”

Con quel pensiero Yama lo seguì.

Dopo aver percorso una certa distanza, a Dharmaja si presentò la visione di una scena spaventosa.

Egli pensò: “Che cosa sono queste urla strazianti? Quante sofferenze, quante pene si vedono qui! Perché?”

La volontà di Krishna è che ogni cosa accada secondo la legge del karma. Dharmaraja era ormai entrato nel regno della morte, l'inferno.

Yama gli disse: “DharmaRaja, in tutta la tua vita, solo una volta hai detto una bugia: ‘Ashvatthâma Hatah Kuñjarah', che significa ‘un elefante di nome Ashvatthâma è stato ucciso'.

Quella non fu esattamente una bugia. Dicesti così allo scopo di scoraggiare Drona [maestro d'armi dei Pândava e dei Kaurava, e padre di Ashvatthâma; in quel momento era al comando dell'esercito nemico ed attaccava i Pândava con inarrestabile violenza, al fine di catturare Dharmaraja], ma pronunciasti la parola kuñjaraha (elefante) sottovoce. Facesti così credere a Dronâchârya che suo figlio fosse stato ucciso.

Per quel peccato, occorre che tu trascorra qualche tempo all'inferno.”.

E così il figlio di Pându, Yudhisthira, detto Dharmarâja, re del Dharma, per la sua integrità morale si fece un giretto all’inferno.

Tutti gli esseri che soffrivano nello Yamaloka, negli inferi, esclamarono: “Ora siamo in estasi, in estasi! Oh Dharmaraja! Per merito tuo, grazie al solo tuo tocco, alle tue parole, alla tua visita qui, tutta la nostra sofferenza è svanita!”

Dharmaraja visitò il luogo. Tutti gli spiriti guardiani, però, non gli permisero di rimanere e lo avvisarono: “Ora, il tuo tempo qui è terminato. Devi andare in Paradiso.” Gli esseri che si trovavano là ne furono così addolorati!

“Come potremo stare senza questa gioia? Vogliamo venire con te!” Ma i guardiani di Yama lo impedirono.

Allora Dharmaraja, che era così nobile, così grande, così sincero, mosso a pietà decise di restare all’inferno per dare conforto a quei sofferenti. Ma Yama disse: “Tu sei Dharmarâja, io sono Yama Dharmarâja; se si toglie quella parola ‘yama' il risultato è yoga.

La Verità comprende yāma e niyāma; essa è la tua forma.

Tale Verità possiede la forma del Dharma". Così dicendo, lo mandò in Paradiso. Yama gli aveva svelato il significato interiore di tutto.

Chi segue il sentiero della verità, a prescindere da qualsiasi situazione, non incontrerà mai sofferenze. 

[Sai Baba, discorso del 14 ottobre 2002]

In questo percorso di ritorno all'eterno Sè, la pratica costante di yāma e niyāma ci può aiutare.

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