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Dattatreya

Dattātreya è una di quelle figure che si perdono fra il mito e il culto.
C’è chi lo considera una incarnazione di Viṣṇu, chi di Hari-Hara-Pitāmaha (Viṣnu-Śiva-Brahmā), chi creatore del tantra e del soma.
Figlio del rṣi vedico Atri (quale ricompensa degli Dei alla sua compagna Anasūya per aver ripristinato il corso del sole), la sua iconografia è estremamente ampia perché viene raffigurato con tutti gli attributi e i simboli propri della trimūrti.
Nel ritualismo vedico, nella gerarchia degli asceti indù, nel formalismo del sistema delle caste, nella tradizione del guruparampara, Dattātreya mette d’accordo tutti sulla sua grandezza, nonostante neghi le fondamenta di tutti questi sistemi.
È spesso anche raffigurato come un asceta solitario, talvolta accompagnato da quattro cani: i Veda, che insieme lo proteggono e vengono protetti dalla sua presenza. Se ci fossero maggiori informazioni sarebbe una figura che piacerebbe parecchio agli occidentali per il disinteresse nel porgersi, nel non curarsi dei formalismi, nel non vendersi, nel non cercare pubblico; restio e riluttante al contatto con chiunque, finanche con quegli aspiranti che ne hanno le qualificazioni e a cui fa meritare duramente l’istruzione.
Nonostante la sua leggendaria ricerca di solitudine, era sempre seguito da aspiranti qualificati che non si lasciavano ingannare dalle apparenze.
Narrano che una volta si sia immerso in meditazione sul fondo di un lago aspettando invano che i seguaci stanchi se ne andassero. Fallito questo tentativo, ne uscì in compagnia di una bellissima donna, pensando che gli aspiranti non lo avrebbero più ritenuto uno yogi fermamente stabilizzato nel Sé, ma evidentemente quegli aspiranti erano oltre il formalismo delle apparenze, perché nemmeno per un istante furono confusi.
La loro consapevolezza era tale che riconoscevano in Dattātreya, lo sthitaprajñā, colui che è fermamente stabilizzato nel Reale, e pertanto non si fecero ingannare dalla percezione dei sensi. Nonostante sia considerato una incarnazione di Viṣṇu, certi suoi comportamenti, richiamano più la dicotomia che troviamo in Ś̂iva, fra lussuria, mondanità e disinteresse.
Questa modalità di raffigurarlo viene spiegata da taluni come una prova per chi deve avere fede nella santità del guru, da tal’altri come la necessità di lasciar infine cadere ogni tipologia di sostegno, quindi andare oltre ogni aspettativa, abitudine e attitudine mentale, per rompere ogni schema acquisito nel fenomenico. Questa modalità spesso è stata fraintesa, confondendo il libertalismo con la libertà metafisica dell’essere.
L’Occidente ha dimostrato che questo universo è retto dalle leggi della causalità e quindi la libertà esiste solo nel momento stesso in cui si esauriscono i legami del fenomenico per accedere al noumeno, eppure l’occidentale continua a credere ad una gradualità di libertalismo personale, che continua a inseguire nel consumismo della società moderna.
Quindi, l’istruzione di Dattātreya, come la testimonianza dell’Advaita Vedānta, è stata spesso vista come la possibilità di accedere ai Grandi Misteri senza alcuna fatica, senza alcuna metamorfosi, senza trascendenza, senza ascesi.
Molti confondono la suprema libertà del Conoscitore, pienamente consapevole della Realtà assoluta, con le sue azioni, con il suo dire, convinti che la Realtà o anche l’Essere siano delle nozioni acquisibili attraverso la conoscenza indiretta come l’ascolto o la lettura.
Questo è l’equivoco in cui incorrono gli intelletti che si lasciano sedurre dalla semplicità delle parole di un Rāmaṇa Mahārṣi, di Śaṅkara, delle Upaniṣad o dalle negazioni o - se vogliamo - dalle parole, azioni e dissacrazioni di un Dattātreya. La via, che costoro propongono, è semplice, ma non necessariamente facile se sono così pochi coloro che l’hanno percorsa sino in fondo.

Nota di Bodhānanda all’introduzione dell’Avadhūtagītā di Dattātreya. Commento di Bodhānanda. Edizioni I Pitagorici

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