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Rig Veda

Si tratta presumibilmente del più antico documento filosofico della letteratura indo - europea. Radhakrishnan lo colloca, generosamente nel XV secolo a.C. L'eterogeneità di visioni e contenuti è imputabile alla redazione di più autori. Vi sono assemblati 1028 inni, suddivisi in dieci libri.

Vengono cantati ed adorati parecchi dei. Essi corrispondono ai fenomeni naturali: per esempio, Agni (il fuoco), Dyaus (il cielo), Vayu (il vento o l'aria) e Surya (il sole). Divinità corrispondenti ad entità astratte, come Indra, Vanuna e Vishu, venivano correlate anch'esse in origine ad elementi naturali. Indra, che finì per diventare il Dio più popolare, era associato al fulmine.

I pensatori del Rig Veda ritengono che ogni fenomeno naturale sia da considerarsi divino e degno di adorazione.

Accanto agli dei di questo pantheon, si ammette l'esistenza degli spiriti dei boschi, delle fate (gandharva) e delle damigelle celesti (apsara).

La religiosità del Rig- Veda, più che al politeismo, sembra improntata all'enoteismo (il termine è di Max Muller): a turno, la divinità riverita in uno specifico inno viene considerata la più importante.

Nel Rig- Veda si celebra l'ordine del mondo (Rita): tutto avviene in conformità a leggi basilari, che si ripetono costantemente. L'uomo si sforza di conoscerle, ma i suoi tentativi rimangono frustrati, ed egli s'incanta davanti al grande mistero della vita. "Da dove veniamo?", "Chi ha creato l'universo?": sono le prime questioni dei pensatori indiani. Alcune risposte vengono indicate nell'Inno alla creazione  (Rig- Veda, 10, 129).

Si parla di un tempo in cui non esisteva nè l'essere, nè il non - essere. Non c'era ancora il vento, e nemmeno il cielo. Di vita e morte, notte e giorno, non si parlava ancora. Soltanto quell'Uno (tad Ekam) respirava, in virtù della propria forza intrinseca. In quell'istante il vuoto fu colmato, e l'Uno, grazie al suo "calore interno" (tapas), si autogenerò. L'Inno si conclude con la constatazione dell'impotenza cognitiva: l'enigma della vita non sarà mai decifrabile. Non si sa da dove la creazione derivi; gli dei furono generati in seguito, quindi non ne sanno nulla. Forse soltanto lui - quell'Uno ne sonda gli arcani, dal più alto dei cieli. Oppure, chissà, neanche lui ne sa niente!

Con il riferimento all'Uno si passa dal primitivo politeismo ad una sorta di monoteismo. Il passaggio è preparato dall'ammissione della possibilità di identificare un Dio con un altro. Tuttavia, non si deve pensare ad un monoteismo di stampo occidentale: un Dio che non conosca neppure la propria origine appare assai singolare alla nostra mentalità, assuefatta alla tradizione biblica.

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