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Samkhya ateo

Cenni storici e introduzione
I testi canonici di questa seconda tradizione Sankhya sono due: il Sankhya-karika di Ishvarakrishna e il Sankhya-sutra di Kapila.

La prima è un'opera abbastanza breve: è costituita di poco più di settanta versi. Nell'introduzione, l'autore afferma di rifarsi agli insegnamenti di Kapila e nei versi concludenti dice che quel saggio aveva avuto un discepolo di nome Asuri, il quale poi a sua volta avrebbe trasmesso quella conoscenza a Pancashikha. A meno che non si tratti di un caso straordinario di omonimia plurima (l'avatara Kapila aveva avuto discepoli dallo stesso nome), dobbiamo ritenere che Ishvarakrishna si riferisse proprio a lui oppure che la seconda discendenza sia stata costruita di proposito per assomigliare all’altra.

Ma allora verrebbe da chiedersi come mai Ishvarakrishna dichiari la sua appartenenza a una scuola con la quale si trova in un contrasto ideologico tanto netto e dalla quale sarebbe poi stato considerato un eretico.

Ci sono due risposte possibile. La prima che Ishvarakrishna tenti di far risalire il sistema da lui ingegnato al Kapila antico con lo scopo di dargli dignità di sistema classico. Riguardo a questo, la mentalità indiana è sempre stata diversa da quella occidentale: da noi l'originalità è sempre stata un vanto, mentre in India chi non fosse parte di una sampradaya rispettabile non godeva di grande considerazione. Era il prezzo per essere presi sul serio. La seconda che avesse assunto una missione particolare, cioè di giocare la parte dell'eretico per provvedere agli atei una teoria che sostenesse le loro convinzioni. Nella storia della filosofia indiana non sarebbe la prima volta. Tra i nomi più eclatanti troviamo persino quelli di Buddha e di Shankara.

Sembra comunque certo che Ishvarakrishna non sia l'ideatore di quel sistema Sankhya ateo. Probabilmente è stato un ordinatore dalla dubbia fedeltà intellettuale di una tradizione orale preesistente.

Per quanto riguarda invece Kapila, si ritiene che fosse vissuto nel quindicesimo secolo e che avesse scritto il Sankhya-sutra. C'è chi nutre persino dubbi che questo personaggio sia mai esistito. Costoro affermano che qualcuno ha assunto il nome di Kapila e ha codificato gli insegnamenti del Sankhya in forma di sutra per la necessità di conferire al sistema autorità e dignità. A quel tempo la dottrina era continuamente attaccata dagli assertori del Sankhya teista, che proclamavano l'estraneità degli avversari alla loro tradizione filosofica. Da lì il bisogno del Sankhya-sutra, oltre al già esistente Karika di Ishvarakrishna.

Una prima analisi del Sankhya-karika ci porta subito a notare che gli argomenti trattati possono essere classificati nelle seguenti sezioni: i giusti mezzi per ottenere vera conoscenza, le cause del creato, i tre elementi che costituiscono la natura, l'anima, l'unione anima-natura materiale, l'origine dei principi cosmici e il loro funzionamento, la triplice natura del mondo fenomenico e della definitiva liberazione dell'anima grazie all'opera della materia.

Andiamo ora a vedere questi punti uno per uno.

La dottrina
Ishvarakrishna premette che il desiderio di conoscere nasce dai tormenti causati dalle sofferenza dell'esistenza materiale. Infatti è grazie al sapere che si possono evitare gli errore che nascono dall'ignoranza e accedere così alla Verità. Ma subito gli studenti sono avvertiti: solamente questo sistema può dare la liberazione, e non quelli che sono privi di carattere assoluto e che non risolvono in modo definitivo il problema dell'esistenza.

Si comincia subito con la descrizione della prima due sostanze che, secondo il Sankhya-nirishvara (Sankhya-ateo), sono alla radice del creato: cioè la natura materiale primordiale (prakriti).

La prima delle sue caratteristiche è che non è mai prodotta. Dunque è eterna. I sette principi che scaturiscono da essa (l'intelligenza, il senso dell'io e i cinque elementi sottili) sono invece prodotti e a loro volta producono degli elementi. I sedici (gruppo composto dai cinque organi di senso, dai cinque organi d'azione, dalla mente e dai cinque organi pensanti) sono soltanto prodotti e non producono null'altro.

La seconda di queste sostanze originali è l'anima (purusha). Anch'essa non è mai prodotta (dunque è eterna), ma a differenza della materia non sarebbe in grado di produrre nulla (in quanto inerte).

Dunque sono due i principi primordiali e supremi: la materia e lo spirito. Questi sono dotati di caratteristiche tra loro diverse.

Torniamo alla prima. Prakriti è vista come un'energia eterna e onnipervadente. Eterna perché ciò che non ha fine non può neanche avere un inizio; onnipervadente perché i suoi prodotti si possono osservare ovunque. Infatti nei sutra Sankhya si dice che non è possibile osservare prakriti se non deducendone l'esistenza dai suoi prodotti, che sono presenti ovunque. E' la radice di tutto, la causa primordiale. Non esiste causa al di là di essa, proprio come nell'esempio della radice e dell'albero: la prima è la causa dell'albero e non c'è un'altra radice che la genera. Tutto viene da lei, ma prakriti non proviene da niente e nessun altro. La sua funzione eterna è di produrre tutto ciò che noi vediamo nell'universo. Ma questa natura materiale primordiale, priva di intelligenza perché composta di sola materia bruta, è la causa del godimento perverso e, solo alla fine, della liberazione di innumerevoli esseri senzienti.

Torniamo a porci la domanda: da cosa possiamo capire senza ombra di dubbi la sua reale esistenza? Solo dai suoi effetti, risponde l'autore. La materia nella sua forma originale è scomparsa nella creazione ed è rimasta solo quest'ultima. Sebbene la sua natura sia unica (nel senso di non diversificata), possiede molti attributi eterogenei e, attraverso i suoi poteri di modificazione, produce questo mondo fantastico e tutti i suoi fenomeni.

Ora vediamo qual è la sua composizione interna.

Agli albori della creazione, prakriti esiste in uno stato di equilibrio interiore dei suoi attributi fondamentali, che vengono chiamati Guna. Questi sono tre: sattva (ritmo), rajas (attività) e tamas (inerzia). La loro natura consiste rispettivamente nel piacere, nel dolore e nell'offuscamento; i Guna servono a illuminare, ad attivare e a limitare. Attraverso le loro interazioni qualitative, la varietà è creata. Ma ci sono numerose altre caratteristiche. Infatti il sattva è leggero e luminoso, il rajas è stimolante e mobile, il tamas è pesante e opaco.

La parola Guna può avere accezioni diverse. I filosofi Sankhya attribuiscono al termine il significato di "qualità" o "caratteristica". La prakriti è composta di questi tre ingredienti fondamentali in modo totalmente inscindibile, come il calore è la caratteristica fondamentale e inerente del fuoco e da esso non può mai separarsi: infatti un fuoco che non fosse caldo non sarebbe tale. Prakriti e la mistura armonica dei tre Guna sono la stessa cosa. Ma è un punto importante, per cui occorre definirlo con maggiore precisione.

Sattva è ritmo, o esistenza stabile, esistenza che si sostiene, o anche la capacità intrinseca di mantenersi secondo un proprio "ritmo" o "ragione" di esistenza. Provoca gioia. Rajas è atti-vità, capacità e ragione di muoversi, di trasformarsi, di procedere in direzione di altri stadi di esistenza. Provoca dolore. Tamas è inerzia, o stato di non-movimento, prossimo dunque a distruggere le numerose forme che la materia stessa assume. Causa illusione e la confusione più profonda.

Ora passiamo a parlare dell'anima. Se non ci fosse quest'ultima, nulla avrebbe senso, in quanto ogni aggregazione esiste sempre in rapporto a qualcos'altro. Nessun "composto", specifica Ishvarakrishna, può essere fine a se stesso. Infatti la natura, in quanto priva di vita e interessi, non avrebbe ragione di esistere. Il Purusha è il diretto interessato degli avvenimenti. Egli è il soggetto fruitore e tutte le attività vertono in direzione della sua liberazione. In ogni corpo, dunque, c'è un'anima ed essa è testimone, libera, indifferente, spettatrice e inattiva.

A causa dell'unione dei due, ciò che è inconscio (la materia) appare essere cosciente; e ciò che è indifferente (l'anima) appare essere attiva nelle azioni causate dalle interazioni dei tre elementi costitutivi (Guna). Lo scopo ultimo di questa unione è di far capire all'anima la verità della natura materiale e di guadagnare liberazione dalla schiavitù, che è causa di grandi sofferenze.

Il purusha è il principio in grado di identificarsi, cioè è l'unico ente capace di dire "io sono questo". E' eterno e mai prodotto; ma egli non produce niente, perché è statico e immodificabile. Sempre fermo, immobile nella sua essenza, non può mai cambiare ciò che è. Privo di attributi, mera coscienza onnipervadente, non si amalgama completamente nei corpi che assume, anche se ne è a contatto per lungo tempo. La sua esistenza si deduce dal fatto che questa realtà materiale sia stata capace di organizzarsi. Senza la  presenza del Purusha, Prakriti non avrebbe mai potuto generare alcunché ed è per il suo bene che Prakriti ha manifestato tutto ciò che esiste. Infatti, come già detto in precedenza, un'entità composta (come è la materia) può creare qualcosa solo se c'è qualcuno che poi ne beneficia, e mai per sé stessa. Egli (il purusha) è sempre libero da ogni azione e modificazione e dunque non può mai essere stato prodotto: è un principio eterno. Infatti l'atto di essere creato comporterebbe una modificazione rispetto allo stato iniziale, ma l'anima è sempre ferma nel suo essere e non può mai cambiare. E se il Purusha non può subire modificazioni, non è neanche in grado di passare da uno stato di non-esistenza a uno di esistenza, perché ciò mostrerebbe, appunto, la capacità di modificarsi; dunque è eterno. Secondo Ishvarakrishna, l'anima non può agire e non è in grado di provare la gioia, in quanto tale qualità non è parte della sua natura. Soffrire e godere, così come la capacità di agire, appartiene a Prakriti e non a Purusha. Ma, dovuto all'illusione che lo imprigiona, l'uomo pensa erroneamente che sia Purusha colui che agisce e che ha il diritto di godere.

Ora, come i Sankhya-nirishvara giudicano il processo conoscitivo? Come giungere a una conoscenza che sia priva di errori? I mezzi autentici e accettati sono solo tre: la percezione sensoriale (come la vista e l'udito), l'inferenza (che è la deduzione intellettuale) e la testimonianza degna di fede (come le scritture rivelate e i saggi realizzati). La qualità della conoscenza che scaturisce dipende dall'uso che si fa di questi strumenti. Infatti il saggio mette in guardia i suoi studenti dai problemi che possono generare dall'uso dei mezzi di conoscenza. Infatti, per fare un esempio, afferma di non fidarsi completamente dei sensi e delle capacità intellettive, in quanto limitati e imperfetti.

Passiamo ora ad enumerare i principi che costituiscono la natura nel suo stadio manifestato, cioè al momento presente, in cui la natura materiale si è totalmente espressa. Non approfondiremo la questione perché ci sono molte similarità col Sankhya teistico, per cui chi ha letto la prima parte può trovare superfluo rileggere la completa descrizione dei principi costitutivi della creazione.

Dalla natura (prakriti) viene l'intelletto (buddhi), da cui proviene il senso dell'io (ahankara); poi tutti gli altri elementi. La funzione dell'intelletto è quella di accertare come siano veramente le cose, ed è costituito dalla virtù, dalla conoscenza, dal distacco e dal potere. Queste qualità costituiscono il suo aspetto luminoso (sattvika).

La mente coordina il funzionamento degli organi di senso, ed è essa stessa un organo sensoriale.

Segue poi la descrizione degli altri elementi.

Il punto fondamentale del Sankhya ateo, comunque, rimane il fatto che l'unico scopo logico dell'azione è l'interesse dell'anima, cioè quello di volerla beneficiare. Un qualsiasi organo non può essere mosso ad agire da null'altro. Tutto è incentrato sull'aiutare l'anima a liberarsi dalle catene dell'ignoranza. Grazie all'opera dell'intelligenza diventa possibile determinare la sottile differenza fra natura e anima, tra materia e spirito, e grazie a questa sapienza siamo in grado di liberarci.

L'anima è prigioniera dell'idea errata di essere parte della materia, per cui soffre. Tutte le esperienze che subisce si accumulano nel corpo sottile (linga) e causa delle modificazioni, o modi di essere (bhava), che sono quelli che causano una nuova nascita. E lui, il purusha, è trascinato nel vortice dell'esistere. Ed è sempre per il bene ultimo dell'anima che il corpo sottile, in collaborazione con la natura, assume forme diverse.

In quali corpi è possibile andare a vivere? Ishvarakrishna specifica che ci sono tre tipi di corpi: quello degli esseri celesti, che vivono nei pianeti superiori, quello degli uomini, che popolano i pianeti mediani, e quello degli animali. In uno qualsiasi di queste forme viventi, l'anima sperimenta, in diversi gradi e forme, sempre la stessa cosa: la sofferenza. E tutto ciò va avanti fino all'estinzione del corpo sottile.

Come è stato già spiegato in precedenza, anche se vediamo gli organi di azione del corpo materiale agire, essi non lo stanno facendo per il proprio vantaggio, ma solo per quello del purusha, dell'anima. Questi è il beneficiario di tutto. Ishvarakrishna fa l'esempio del latte, che esiste in modo disinteressato per il benessere del vitello, il quale nulla dà al latte stesso, ma così tanto prende.

Cosa succede alla prakriti dopo la liberazione dell'anima? Il filosofo usa l'esempio della danzatrice e del pubblico; alla fine dello spettacolo, lei si ritira e il contatto cessa. Dunque la natura materiale, dopo aver salvato l'anima, smette ogni attività.

In cosa consiste la liberazione? Null'altro che nella presa di coscienza da parte del purusha di essere sempre stato libero, che la prigionia era in realtà illusione. E quando egli sarà finalmente arrivato ad aver realizzato questa verità, avrà capito che la conoscenza è un "io non sono", che "nulla è mio" e che in realtà "non c'è un io". Questa è liberazione perfetta, in quanto definitiva.

E quando anche gli ultimi effetti del karma cessano di agire, al momento della morte ogni attività si spegne e l'anima perviene all'isolamento liberatore che è la Perfezione Ultima e Suprema.

Un confronto ideologico
In questa sezione non vogliamo sviscerare tutte le ragioni filosofiche che sono alla base della discordia fra i due sistemi, anche perché i punti da discutere sono così tanti da richiedere troppo spazio. Ma crediamo che questi saranno parsi ovvi a tutti i lettori. Ne daremo solo qualche accenno.

Prima di tutto il Sankhya teistico pone un Purusha Supremo e personale all'inizio di tutto; nulla è più importante di stabilire questo punto fondamentale. Di questo il Sankhya-karika non parla affatto, anzi giustifica l'idea per cui la presenza di un Essere Supremo non è necessaria. Come se non fosse importante di-scutere dell'esistenza o meno di un Dio.

In secondo luogo l'esistenza e l'azione della prakriti. Nella filosofia Vedanta (ma anche nello stesso sistema Sankhya ateistico) appare chiaro che questa energia sia costituzionalmente priva di vita e di intelligenza. I Sankhya affermano che essa crea in modo indipendente, autonomo. Ma come avrebbe potuto farlo, essendo priva di vita e intelligenza? E visto che nulla che non abbia una vita può esistere all'infinito, come prakriti si è venuta a creare? E la creazione stessa: come potrebbe un elemento delle qualità di prakriti essere l'unica autrice della manifestazione cosmica?

Non da ultima, l'idea di un'anima descritta come inerte e incapace di produrre alcunché deve essere stata un vero orrore per i vedantisti, che vedono nell'energia spirituale l'unico motore di azione del creato.

In altre parole, il Sankhya-nirishvara è considerato dagli studiosi del Sankhya dell'avatara Kapila come un'aberrazione, un prodotto del materialismo a cui nessuna persona desiderosa di liberazione dalle sofferenze dell'esistenza materiale vorrà rivolgersi

Anonimo

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