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Vyasadeva e Ramanuja

Vyasadeva

Non si può trattare di vaishnavismo e neanche di letteratura vedica se non si parla del più fulgido intelletto che la storia dell'umanità abbia mai avuto: Sri Vyasadeva. Figlio del saggio Parashara e di Satyavati (colei che avrebbe poi dato due figli al celebre re Shantanu), Vyasa è una figura fondamentale e i momenti salienti della sua vita vengono narrati in una delle sue stesse opere, il Maha-bharata. Chi desidera conoscere meglio la figura di questo potente saggio deve leggere questo libro.

Prima della sua venuta nessuna scrittura veniva messa per iscritto. Fu lui a inaugurare il sistema di assicurare la conoscenza in questo modo, osservando con occhi profetici quanto la gente di Kali-yuga (la nostra era, quella più degradata) avrebbe perso le sue naturali facoltà mnemoniche. Dando un ordine e una forma a una conoscenza che discendeva da millenni prima di lui, trascrisse i quattro Veda, i Purana, le Upanishad e compilò la sconfinata epica chiamata Maha-bharata. Ma questi non sono i soli testi che preservò da una sicura distruzione. Vyasadeva fu un perfetto commentatore di tutto lo scibile umano e divino. La parte filosofica è trattata nel Vedanta-sutra, l'opera filosofica più discussa della storia del pensiero indiano.

Per gli ignoranti la sua vita è pura leggenda, ma non possono esibirne le prove. Se non altro i Vaishnava hanno dalla loro le parole delle scritture le quali, tra le altre informazioni, dicono che egli sia ancora vivo sulle Himalaya, ancora impegnato a mettere per iscritto un sapere che proviene dai mondi trascendentali.

Le sue tesi sono indiscutibilmente di stampo Vaishnava: per nulla si discostano dalle tesi promosse dai devoti di Krishna. Avvalora questa tesi il fatto che il testo basilare di questa tradizione è lo Srimad-Bhagavatam, che Vyasadeva ha definito "il frutto maturo dell'albero dei Veda". Infatti egli stesso non si dichiarava soddisfatto del mastodontico lavoro che aveva fin lì svolto, organizzando i Veda, i Purana e le Upanishad. Il suo maestro, Narada, gliene spiegò le ragioni (ci si riferisca al libro Bhakti-yoga, dello stesso autore). A ragione dunque i Vaishnava affermano che tutta la conoscenza vedica o, per meglio dire, il suo siddhanta, le sue conclusioni più corrette, si possono trovare nel Bhagavata.

Qualcuno potrebbe obiettare: se Vyasa avesse voluto indicare Krishna come il Dio supremo, non avrebbe potuto essere più esplicito? Perché ha poi scritto il Vedanta-sutra, dove forse si arriva alle stesse conclusioni (come hanno dimostrato i maestri Vaishnava come Madhva, Ramanuja e Baladeva Vidyabhushana) ma attraverso sentieri interpretativi molto tortuosi? Il Bhagavatam e il Vedanta-sutra sembrano provenire da autori diversi, tanto il loro stile differisce. La risposta è che ogni maestro insegna non per se stesso ma per una platea, e il suo scopo è condurre verso le medesime conclusioni differenti tipi di persone, che necessitano linguaggi e tipi di approccio diversi. Questa è la ragione per la tanta differenza esistente tra i testi vedici.
 

Ramanuja

Di famiglia brahminica, visse a Kanci e a Srirangam in un periodo che va dal 1017 al 1137 circa. La sua lingua era il tamil. Fin da piccolo visse in un ambiente dove si respirava un'intensa atmosfera di fede per Vishnu. Imparò un tipo di dottrina che tendeva ad unire in una sintesi il Vedanta, le Upanishad, il Vishnu Purana e i testi Pancaratra, dove si parla dell'amore per Vishnu secondo il sentimento di vaidhi-bhakti.

Il suo maestro spirituale fu Yamunacarya, il quale era stato un importante imperatore indiano che poi, disgustato dai piaceri materiali, aveva abbandonato la vita mondana per darsi all'ascesi. Faceva parte della Sri-sampradaya. Come continuatore dell'opera del maestro, egli si impegnò in modo particolare a combattere la filosofia impersonalistica di Shankara e a questo scopo scrisse ottimi commenti sui Brahma-sutra e sulla Bhagavad-gita.

La sua dottrina rispecchia appieno la filosofia Vaishnava. Il termine tecnico con il quale veniva designata era vishistad-vaita, cioè un monismo dal punto di vista della qualità. E' vero, dice Ramanuja, che esiste un solo ente che è al di là di tutto, ma allo stesso tempo c'è anche il "differente", che è Sua energia, e cioè le anime individuali e la materia. Tutte queste ultime sono delle qualità (vishesha) divine. Per questa ragione tutto è dipendente da Dio. Le qualità in un certo senso sono uguali alla loro origine, ma allo stesso tempo sono distinte, proprio perché particelle.

Dunque la molteplicità non è affatto illusoria come dice Shankara, ma è reale, in quanto è modo o realtà (prakara) di Dio. Questo vale sia per le anime individuali che per la natura materiale.

Dio è sicuramente una persona ed è attraverso le Sue energie che riesce a compenetrare tutto. La salvezza suprema si ottiene solo grazie alla bhakti, cioè al servizio devozionale offerto a Vishnu, riconosciuto come la Persona Suprema. Grazie a questa pratica è possibile ritrovare il corpo spirituale originale e godere di eterna beatitudine.

Il Ramanujiya (il movimento spirituale inaugurato dal maestro Ramanuja, organizzazione ancora viva e attiva nel sud dell'India), ha due punti di vista che talvolta si compenetrano e altre volte invece causano dei veri conflitti. I rappresentanti di queste due opinioni si chiamano vadakalai e tenkalai. I primi (vadakalai significa via della scimmia) affermano che per ottenere la liberazione il discepolo deve partecipare attivamente, come la scimmietta che si aggrappa al collo della madre ma che deve tenersi ben stretta. I secondi (tenkalai vuol dire via della gatta) insegnano che è Dio che si prende cura dell'anima inerme, senza che egli debba fare nulla, come la gatta prende nella sua bocca il cucciolo senza che esso debba fare alcunché. Questo tipo di abbandono è particolarmente consigliato per le classi inferiori della società, che non hanno capacità di impegnarsi in complessi sacrifici vedici. A questi viene consigliata la prapatti (l'abbandono con fede).

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