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Sul Vedanta - 1

Conversazione 68 del 7 Settembre 1971 (pag 49, Vol II)

I.: L'altro giorno esaminavamo la mentalità occidentale moderna e la sua difficoltà ad accettare la disciplina morale e intellettuale del Vedanta. Uno degli ostacoli sta nell'atteggiamento di profonda inquietudine dei giovani in Europa e in America per la condizione disastrosa del mondo e la pretesa di un'immediata ed estrinseca soluzione.
Non tollerano chi predica come voi il perfezionamento personale come presupposto per quello del mondo. Dicono che è inattuabile e anche superfluo. L'umanità è pronta per un rinnovamento sociale, economico e politico dei sistemi. Un governo, una polizia, una pianificazione mondiali, e l'abolizione di ogni barriera fisica ed ideologica, è ciò che serve, e non una trasformazione della persona. Senza dubbio, gli individui modellano la società, ma anche la società modella gli individui. In una società umana la gente sarà umana; inoltre, la scienza dà la risposta a molte domande che prima erano monopolio della religione.


M.: Senza dubbio, darsi da fare per il miglioramento del mondo è molto lodevole. Attuato senza egoismo, rischiara la mente e purifica il cuore. Ma presto l'uomo s'accorgerà d'inseguire un miraggio. Il miglioramento locale e temporaneo è sempre possibile, e la storia ne offre svariati esempi quando si sia imposta l'influenza di un grande sovrano o di un illuminato, ma presto si esaurisce, abbandonando l'umanità a un nuovo ciclo di sofferenze. È nella natura della manifestazione che il bene e il male si avvicendino in pari misura. L'unico vero rifugio è nel non-manifestato.


I.: State consigliando la fuga?


M.: Al contrario. La sola via al rinnovamento passa attraverso la distruzione. Si devono rifondere i vecchi gioielli prima di modellarne uno nuovo. Solo chi ha superato il mondo può cambiarlo. Non è mai accaduto diversamente. I pochi uomini che hanno lasciato dietro di sé una traccia forte e durevole erano tutti conoscitori della realtà. Raggiungi il loro livello e solo allora potrai parlare di sollevare il mondo.


I.: Non sono i fiumi e i monti che vogliamo aiutare, ma la gente.


M.: Non c'è nulla di sbagliato nel mondo, a parte le persone che lo rendono cattivo. Va', e chiedi loro di comportarsi bene.


I.: Il desiderio e la paura li spingono a comportarsi come fanno.


M.: Esattamente. Finché il comportamento umano è dominato dal desiderio e dalla paura, non c'è molta speranza. E per sapere come accostare efficacemente la gente, devi tu stesso essere libero da ogni desiderio e paura.


I.: Certi desideri e paure biologiche sono inevitabili, come quelli connessi con il cibo, il sesso e la morte.


M.: Questi sono bisogni, perciò sono facili da soddisfare.


I.: Anche la morte è un bisogno?


M.: Dopo aver vissuto una vita lunga e fruttuosa, si sente il bisogno di morire. Il desiderio e la paura sono distruttivi solo quando malamente applicati. Desidera con forza ciò che è giusto e temi il suo contrario. Ma quando desideri l'ingiusto, il risultato è il caos e la disperazione.


I.: Che cosa è giusto e che cosa non lo è?


M.: In senso relativo, ciò che causa sofferenza è sbagliato, ciò che la allevia è giusto. In senso assoluto, ciò che ti riporta alla realtà è giusto e ciò che la oscura è sbagliato.


I.: Aiutare l'umanità significa lottare contro il disordine e la sofferenza.


M.: Ti limiti a parlare di aiuto. Hai mai aiutato, realmente, un singolo uomo? Lo hai mai messo in condizione di non averne più bisogno? Sai dare a un uomo il carattere, basato sul pieno adempimento dei doveri e delle possibilità, e sull'intuizione del suo vero essere? Quando non sai che cosa è bene per te, come puoi saperlo per gli altri?


I.: L'adeguata provvista dei mezzi di sopravvivenza è un bene per tutti. Potete essere Dio in persona, ma vi occorre un corpo ben nutrito per parlare con noi.


M.: Sei tu che hai bisogno che il mio corpo ti parli. Io non sono il mio corpo e neppure ne ho bisogno. Sono il testimone, senza forma.
Siete così avvezzi a pensarvi come corpi dotati di coscienza, che proprio non potete immaginare una coscienza dotata di corpo. Quando avrai compreso che l'esistenza fisica non è che uno stato della mente, un movimento della coscienza, che l'oceano della coscienza è eterno e infinito, e che, quando aderisci alla coscienza, diventi il testimone, saprai ritrarti interamente al di là.


I.: Ci è stato detto che l'esistenza si svolge su molti livelli. Voi esistete e funzionate su tutti? Siete sulla terra e contemporaneamente anche in cielo (swarga)?


M.: Non c'è un luogo in cui mi si possa trovare1! Non sono una cosa cui assegnare un posto tra le altre. Tutte le cose sono in me, ma io non sono tra le cose. Mi parli delle sovrastrutture, mentre io mi occupo delle fondamenta. Le sovrastrutture sorgono e crollano, ma le fondamenta durano. Il transitorio non m'interessa, e tu non parli d'altro.


I.: Perdonate una strana domanda. Se qualcuno, con una spada affilatissima, vi tagliasse improvvisamente la testa, che differenza farebbe per voi?


M.: Nessuna. Il corpo perderebbe la testa, certe linee di comunicazione verrebbero interrotte, questo è tutto. Due si parlano al telefono e il filo è reciso. Non è successo loro nulla, devono solo cercare un altro mezzo di comunicazione. Dice la Bhagavad Gita: "La spada non lo taglia". È letteralmente così. La coscienza per sua natura sopravvive ai suoi veicoli. È come il fuoco. Brucia il combustibile, ma non se stesso. Come il fuoco dura più di una montagna di combustibile, così la coscienza sopravvive a innumerevoli corpi.


I.: Il combustibile alimenta la fiamma.


M.: Finché dura. Cambia la natura del combustibile e cambieranno il colore e la consistenza del fuoco.
Per stare insieme e parlare, è necessario che siamo presenti. Ma la presenza, da sola, non basta. Deve esserci anche il desiderio di parlare. Il nostro massimo desiderio è di conservarci coscienti. In cambio, siamo disposti a qualsiasi disagio e umiliazione. Finché non ci ribelleremo a questa sete di esperienza, e non volteremo le spalle al manifestato, non ci sarà sollievo. Resteremo invischiati.


I.: Dite di essere il testimone silenzioso, ma che il vostro stato è al di là della coscienza. Non c'è una contraddizione? Se siete oltre la coscienza, di che siete testimone?


M.: Sono conscio e inconscio, tanto conscio quanto inconscio, e né l'uno né l'altro: di tutto sono il testimone; ma in realtà non c'è nessuno, perché non c'è niente da testimoniare. Sono svuotato di materia mentale, la mia testa è vuota ma la consapevolezza straripa. Quando dico che sono al di là della mente, intendo questo.


I.: Se è così, come posso raggiungervi?


M.: Sii consapevole della coscienza e cercane la fonte. Tutto qui. A parole si può comunicare ben poco. È il fare come ti dico, che illumina, non il fatto che te lo dico. I mezzi non contano granché, ma il desiderio, la spinta, il fervore sono essenziali.


Tratto da Io sono Quello

Rizzoli Editore - Milano 1981, 82

Introdotto, curato e tradotto da Grazia Marchianò

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