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Da Kalati a Kashi

Estratto da « Samnkaracarya » (Capp. I, II, III, IV) del dr. T.M.P. Mahadevan - National Book Trust - New Delhi

Lasciando Kalati all'età di otto anni, Sainkara andò alla ricerca di un Maestro, seguendo le consuetudini del tempo e allo scopo d'insegnare, con l'esempio, la necessità di apprendere la saggezza da chi è in grado di trasmetterla.

Dopo un lungo viaggio, egli raggiunse la riva del fiume Narmada dove trovò il suo guru. Govinda Bhagavatpada, discepolo di Gaudapáda, viveva in una caverna assistito da sapienti e saggi uomini che lo avevano scelto come loro guida. Samkara sostò all'entrata della grotta nella quale Govinda sedeva rapito in samádhi. Annunciò il suo arrivo e pregò di essere accettato come discepolo.

Ritornando dal samadhi, Govinda gli pose la domanda: « Chi sei? ». In risposta, Samkara proclamò in dieci versi, conosciuti come Dasagloki, la natura del supremo Sé, che è l'«Io» reale. Applicando il metodo dell'esclusione (tramite la discriminazione) (pariseshyanyáya), Samkara dichiara in questi dieci versi che la Realtà rimanente, dopo che tutti i fenomeni del mondo sono stati trascesi, è il Sé non-duale. Il mondo oggettivo esperimentato nello stato di veglia viene risolto nello stato di sogno; il mondo di sogno scompare nel sonno profondo. Anche in assenza di entrambi questi mondi - l'oggettivo e il soggettivo - il Sé risplende come pura consapevolezza. Il sonno profondo non è uno stato di annichilimento, poiché essere consapevoli di nulla non è lo stesso che essere nulla. Il Sé non è smentito in alcun tempo o da alcuna cosa. Quando ogni altra cosa è scomparsa, Esso rimane. Quando lo spazio è stato annullato e il tempo si è fermato, nessun danno è arrecato al Sé. E' la costante, invariabile realtà alla quale si allude nelle Upanishad con termini quali Atman e Brahman. Attraverso una corretta investigazione si dovrebbe realizzare che l'Assoluto (Brahman) è il Sé (Atman), il sostrato dell'«Io» (aham). Così, nel Dasagloki, Samkara proclama la grande verità della trascendente Identità con parole che sono ineguagliabili nel loro potere, svegliando il ricercatore dal torpore dell'ignoranza.

Govinda fu compiaciuto della magistrale esposizione dell'Advaita fatta da Samkara. Egli lo lodò per questo e disse che riconosceva in lui il grande Signore Siva venuto in terra per ristabilire la saggezza del Vedànta. Conformemente all'usanza, Samkara fu iniziato nel paramahansa-samnyása, e l'istruzione gli fu impartita secondo i mahavakya (i maggiori testi delle Upanishad) che insegnano la verità della non-dualità.

Durante il soggiorno di Samkara nell'asram di Govinda Bhagavatpada avvenne un miracolo. Il fiume Narmada s'ingrossò e straripò, inondando i villaggi che sorgevano su ambedue le rive. Recitando lo jalakarshana-mantra e mettendo il kamandalu (vaso d'acqua) sulla terra, il compassionevole Samkara fece calmare l'acqua del fiume, salvando i dintorni e l'eremitaggio del suo Maestro dalla distruzione. Era stato predetto dal saggio Vyàsa che colui il quale fosse stato capace di fermare l'inondazione del Narmada, e così impedire la distruzione della zona, sarebbe stata la persona adatta a scrivere un commento al Brahma-sutra. Il guru Govinda che sapeva ciò e che era convinto, indipendentemente da questo, della grandezza di Samkara lo incaricò di andare a Kashi a spiegare il significato del Brahma-sutra e delle altre due prasthana, cioè le Upanishad e la Bhagavad-Gita.

Samkara andò a Kashi, nota anche come Varanasi (Benares), la città famosa in tutta la storia dell'India per cultura e spiritualità. Fu là che Samkara ricevette il suo primo discepolo. Fra un giovane, di nome Vishnusarma, giunto a Kashi poco prima, proveniente da Chola-desa. Il nome di samnyása datogli da Samkara fu Sanandana. Presto altri discepoli si unirono al Maestro, ma essi non ritenevano Sanandana meritevole della predilezione di Samkara Il Maestro volle mostrarne loro il valore: un giorno, mentre stava facendo il bagno nel fiume Gange con questi discepoli, vide Sanandana sull'altra riva con il cambio delle sue vesti e lo chiamò chiedendogli di andare da lui. Sanandana, senza prendersi pensiero, comincio ad attraversare il fiume; e ad ogni passo che faceva sulle acque, un loto spuntava per sostenerlo. Da allora, egli venne chiamato Padmapada.

Possono essere qui citate altre due persone che divennero discepoli di Samkara. Un certo Prabhakara gli condusse il figlio muto affinché potesse ottenere il potere della parola per grazia del Maestro. Quando Samkara pose al ragazzo la domanda « Chi sei? » questi immediatamente rispose dichiarando che egli era il Sé il quale non doveva essere confuso con i fattori costituenti l'organismo psicofisico. In una serie di versi egli fece questa dichiarazione ed in ciascun verso egli affermò: « lo sono il Sé che è della natura dell'eterna Coscienza » (sa nityopalabdhi-svarupohamatma). Il Maestro rimase molto compiaciuto; egli ammise il ragazzo al suo gregge, facendolo samnyasa e dandogli il nome di Hastamalaka, che significa «uno la cui conoscenza è chiara come un frutto di mirabolano messo sul palmo della propria mano». L'opera di Hastamalaka ha il pregio di possedere un commento scritto da Samkara stesso, lo Hastamalakiya-bhashya.

L'altra persona che divenne discepolo di Samkara all'incirca in questo periodo fu un certo Kalanatha. Egli avvicinò il Maestro e gli chiese di essere accettato come discepolo; cantò un inno in sua lode nel difficile ma bel metro totaka. Fu ordinato discepolo samnyásin da Samkara e ricevette il nome di Totakacarya. Samkara il guru, rappresenta tutto per lui perché il guru è colui che disperde le tenebre dell'ignoranza. La devozione del discepolo riempie il commovente ritornello di questa canzone: Sii Tu il mio rifugio, o Maestro Samkara (bhava Samkara desika me saranam).

Possiamo ricordare un episodio capitato a Samkara durante la sua permanenza a Kashi. Un giorno, a Varanasi, egli stava camminando verso il Gange, accompagnato dai suoi discepoli. In lontananza, scorse un intoccabile venire verso di lui, seguito da quattro feroci cani. Rivolgendosi all'intoccabile, egli disse: « Allontanati, allontanati! ». L'intoccabile chiese, in risposta: « Che cosa dovrebbe allontanarsi, e da che cosa? E' il corpo fisico che dovrebbe allontanarsi oppure il Sé? Se fosse il corpo, tutti i corpi sono fatti della stessa sostanza, e perché dovrebbe un corpo allontanarsi da un altro corpo? Se fosse il Sé, come può allontanarsi e da che cosa, poiché esso è non-duale? E' un corpo fatto di cibo da un altro corpo fatto di cibo, o è la coscienza dalla coscienza che, o migliore tra gli asceti, vuoi che si allontani, dicendo: "Allontanati, allontanati"? Dimmelo, ti prego! ».

L'intoccabile passa, quindi, a spiegare la trascendente unità del Sé: « Nella realtà interiore che è l'oceano di naturale beatitudine e conoscenza, libero da onde, quale grande illusione di differenza è: "questo è un bràhmana" e "quello è un mangiatore di carne di cane"! C'è differenza nel sole che è riflesso nelle acque del Gange e nei pantani delle strade dove vivono gli intoccabili, o nell'etere che è presente in un recipiente d'oro e in un vaso di fango? ».

Samkara ascoltò le parole di saggezza e capì subito che si trattava del Signore Siva stesso che era venuto sotto l'apparenza di un chandala. In verità, si trattava di una depolarizzazione della stessa persona: la medesima Realtà che assume il doppio ruolo dell'insegnante e del discepolo. Ecco un'ardita dichiarazione di Samkara fatta nel Daksinamurti-stotra: « E' l'identica Realtà che appare nelle diverse forme come "discepolo" e "istruttore", 'figlio" e "padre" ». L'intoccabile e Samkara erano, ambedue, manifestazioni del supremo Siva.

Messo da parte il travestimento, apparve, al posto dell'intoccabile, Siva, il Signore dell'universo (Visvanatha); e i cani assunsero la loro forma originale, cioè quella dei quattro Veda. Samkara offrì obbedienza al Signore ed espresse la grande verità: « Dal punto di vista del corpo, o Siva, io sono il Tuo servitore; dal punto di vista dell'anima, o Te dai tre occhi, io divento una parte di Te; e, dal punto di vista del Sé, io sono veramente Te: questa è la mia conclusione definitiva raggiunta con l'aiuto di tutti gli Sastra ».

Il Signore Siva, profondamente compiaciuto, fece piovere le sue benedizioni su Samkara per il fortunato compimento della sua grande missione di ristabilire l'unità spirituale; poi scomparve nell'aformale donde aveva preso forma.

Come guidato dal Signore, che era venuto nelle vesti di un chandala, Samkara andò a Badarikasrama sull'Himalaya; incontrò il saggio Vyása e ricevette le sue benedizioni. Fu qui che egli vide Gaudapáda, il suo parama-guru (l'istruttore del suo istruttore) e fu benedetto da lui. Poi, ritornò a Kashi e compose il bhashya, in modo ineccepibile.

Secondo la tradizione, Samkara scrisse il suo primo commento al Vishnu-sahasranama, quindi i suoi bhashya alla Prasthana-traya (la triplice scienza del Vedánta), cioè alle Upanishad, alla Bhagavad-Gita e al Brahma-sutra. Una volta, mentre stava esponendo il Brahma-sutra-bhashya, Vyása apparve nella forma dì un vecchio e chiese a Samkara di difendere il suo punto di vista dell'Advaita. Il dibattito fra i due continuò per quattro giorni. Padmapada aveva, alla fine, indovinato che si trattava di Vyàsa, l'autore del Brahma-sútra, che era venuto sotto un travestimento. Egli pregò Samkara e il vecchio di porre termine alla disputa perché, egli disse, non ci sarebbe stata pace se Samkara un'incarnazione di Siva e Vyása, un'incarnazione di Vishnu, disputavano fra loro. Essendo stata rivelata la sua identità, Vyása benedisse Samkara approvò il suo bhashya e gli concesse un prolungamento della vita da sedici a trentadue anni. Egli desiderava anche che Samkara viaggiasse da una estremità all'altra dell'India e diffondesse il principio del Vedánta tra la gente.

Un episodio, accaduto durante il soggiorno di Samkara a Kashi, riguarda la composizione del popolare inno Bhaja Govindam.

Samkara stava passeggiando lungo una via accompagnato dai suoi discepoli, quando udì un vecchio studioso recitare le regole di grammatica. Impietosito, gli si accostò e lo consigliò di non sciupare il suo tempo prezioso con la grammatica, ma di rivolgere la sua mente a Dio nel culto e nell'adorazione. Fu in questa occasione che venne composto l'Inno a Govinda. Oltre al ritornello della canzone che inizia con le parole « Bhaja Govindam », Samkara compose dodici versi; di conseguenza l'inno porta il titolo « Dvadasa-manjarika-stotra » (Un inno che è un bouquet di dodici fiori-versi). I discepoli che furono con il Maestro a quel tempo si crede vi abbiano aggiunto un verso ciascuno. Il Bhaja Govìndam di Samkara non è un semplice inno di lode celebrante Govinda (Govinda è anche il nome del guru di Samkara esso è un manuale dell'Advaita Vedànta).

Samkara insegna qui tutto ciò che è essenziale per far comprendere al discepolo la verità della Non-dualità: il desiderio per i beni perituri deve essere ripudiato; la fugace natura della vita, della proprietà, della famiglia, della progenie, ecc. deve essere meditata; vizi quali la cupidigia e la superbia devono essere trascesi; virtù come il contentarsi, l'equanimità e la fede devono essere coltivate; che il mondo è una magica-apparenza di máyà e che il Sé soltanto esiste devono essere realizzati. Rivolgendosi al grammatico, Samkara dice: « Adora il Signore! L'attaccamento a ciò che perisce non è la via verso la Liberazione. Solo la devozione all'Imperituro può costituire il mezzo. Immaginare che gli oggetti relativi salveranno qualcuno è una illusione. E' del pari un'illusione inviare il pensiero a Dio negli ultimi giorni della propria vita. Non si può rivolgere la propria mente a Lui quando la morte si avvicina, se non ci si è preparati attraverso la ripetuta adorazione e devozione ». Tratteggiando le fasi per la liberazione, Samkara dice: « Per la compagnia dei saggi, sorge il non-attaccamento; attraverso il non-attaccamento sorge la libertà dall'illusione; a seguito della libertà dall'illusione sorge la risolutezza; in conseguenza della risolutezza sorge la liberazione-in-vita ».

© Periodico Vidya - Aprile 1976

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