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Buddismo - 3

Breve storia della vita del Buddha

Prima del raggiungimento dell'illuminazione il suo nome era Siddhartha e apparteneva alla nobile stirpe del saggio Gautama. Egli visse nel nord dell'India, pressappoco nel sesto secolo a. C. Suo padre si chiamava Shuddhodana, ed era il monarca del regno Sakya (che corrisponde più o meno all'odierno Nepal); sua madre era la regina Maya. Come era costume a quell'epoca, il principe si sposò molto giovane, quando aveva solo sedici anni; sua moglie era la bella e affezionata principessa Yashodhara. Per diversi anni Siddhartha visse immerso nei piaceri e nella spensieratezza, finche non gli accadde di accorgersi della realtà il mondo: che non c'era solo la gioia e la gaiezza di cui suo padre lo aveva sempre circondato. S'accorse che esisteva la sofferenza, la malattia, la morte. Decise così di abbandonare la vita illusoria che lo aveva così tanto preso fino a quel momento e di cercare la via che conduceva alla vittoria su ogni forma di dolore. All'età di ventinove anni, subito dopo la nascita del suo unico figlio, Rahula, lasciò il regno per diventare un asceta.

Per sei anni Siddhartha vagò per le regioni settentrionali dell'India, alla ricerca di maestri che fossero in grado di introdurlo a dottrine di verità, ma quello che trovò non riuscì a soddisfarlo per nulla. Scelse così di abbandonare le religioni tradizionali e di andare per la sua strada.

Una sera, seduto sotto un albero sulle rive del fiume Neranjara, a Buddha-gaya (vicino a Gaya, nel regione del Bihar), all'età di trentacinque anni, ottenne l'illuminazione e da allora venne conosciuto come il Buddha, il sapiente, l'illuminato.

Subito dopo cominciò l'opera di predicazione che lo portò ovunque. Insegnò a tutti, senza fare la benché minima distinzione. Nemico del sistema vigente delle differenze di casta e di gruppi sociali, il Buddha si recò da tutti, proclamando che la via era aperta a tutti, e che tutti gli uomini erano e saranno sempre uguali davanti alla Verità. Predicò l'ahimsa (la non-violenza) e numerose altre regole morali.

A Kushinara (nell'odierno Uttara Pradesh), all'età di 80 anni, il Buddha "entrò nel Nirvana", cioè morì.

In una di quelle stesse scritture che il maestro aveva sconsigliato di osservare, la Bhagavata Purana, c'era una profezia che lo riguardava: lì si affermava che il Buddha era un'incarnazione di Vishnu, sceso sulla Terra per predicare la filosofia della non-violenza.

La filosofia
Il problema principale che si incontra nello studio delle filosofie indiane (lo abbiamo già detto altre volte, ma è importate ripeterlo) è l'enorme difficoltà nell'accertare cosa abbia veramente detto il maestro originale e quali siano invece le interpretazioni dei suoi seguaci e discendenti. Il buddhismo non è un'eccezione. Ciò è abbastanza comprensibile se si pensa che i tempi del Buddha sono trascorsi da circa 2500 anni. Perciò cercheremo di parlare del buddhismo presentandovi la versione dei buddhisti storici. Ma quanto sarebbe meglio discutere di ciò che veramente disse il Maestro!

Cominciamo col definire la mentalità di un praticante buddhista. Prima di tutto il Buddha non diceva di essere Dio o qualche incarnazione divina, ma sosteneva di essere un uomo qualsiasi e che qualunque risultato dovesse essere ottenuto grazie al proprio sforzo. Il ruolo dell'uomo è fondamentale. Non essendoci alcun Dio da realizzare, il fulcro principale della ricerca filosofica è la persona, l'uomo, la cui posizione è sempre suprema. Solo lui, infatti, può accedere al più alto stadio, che è quello di divenire un Buddha. Come abbiamo già accennato, non c'è un essere supremo o un potere superiore che possa decidere il nostro destino: ognuno è il rifugio di se stesso. L'importanza dei maestri (i tathagata), come il Buddha e gli altri, sta nell'insegnare la via, che poi però deve essere percorsa dallo studente, cioè da ognuno di noi.

Da questo inizio possiamo vedere quanto diverso è l'approccio alla filosofia da parte del buddhismo rispetto alle altre dottrine indiane. Tutte queste hanno sempre messo al centro di ogni cosa un Dio spirituale (personale o meno che sia), mentre per il buddhismo l'uomo è solo e pienamente responsabile del proprio destino. Una manna, per gli atei e i materialisti di ogni genere.

La cosa più importante è la giusta conoscenza. Il maestro non deve essere accettato prima che abbia dato prova di possedere la conoscere corretta e solo allora il discepolo deve accettare di porsi sotto la sua guida. E lui, lo studente, deve avere un forte desiderio di conoscere.

La base della sapienza è la fede, ma non quella cieca di tante religioni, bensì quella fondata sull'esperienza. Infatti, dice il Buddha, la fede è quella che scaturisce dalla conoscenza. Se conosci, credi. Non si può credere a qualcosa che non si conosce. L'Illuminato criticava il brahmanesimo del suo tempo proprio per questa loro pretesa di far credere ciò che poi non poteva essere realmente conosciuto e paragonava quei brahmana degradati a tanti ciechi che volevano trascinare altri nel loro stesso baratro.

Ma non si deve neanche essere attaccati alla conoscenza stessa, la quale può diventare un fardello. E' come una zattera: quando il fiume è attraversato, questa va abbandonata. Non c'è bisogno di portarsela appresso.

Il Buddha era un filosofo pratico. Non sembra che fosse stato interessato a complicate questioni metafisiche. Nel suo discorso a Malunkyaputta, affermò che comprendendo tutto ciò che riguarda le quattro verità fondamentali (chiamate le Quattro Nobili Verità), si sarebbe conosciuto tutto. Queste sono:

1) dukkha,
2) samudaya, il sorgere, o l'origine del dukkha,
3) nirodha, la cessazione del dukkha,
4) magga, il sentiero che conduce alla cessazione del dukkha.

Seguiremo la traccia dell'Illuminato cercando di spiegare i suoi insegnamenti passando proprio attraverso l'analisi delle Quattro Nobili Verità.

La Prima Nobile Verità
Il termine pali dukkha (in sanscrito duhkha) generalmente è tradotta come sofferenza, ma questa parola non è sufficiente per dare l'idea piena del suo significato. La sofferenza è solo una parte del dukkha. Infatti essa porta in sé anche i concetti di imperfezione, di impermanenza, di vacuità, di insostanzialità. E siccome è difficile trovare una parola italiana che comprenda tutti questi significati, crediamo sia meglio non tradurla affatto.

Quando il Buddha dice che questo mondo è composto solo di dukkha, non intende negare l'esistenza di varie forme di felicità, siano esse materiali che spirituali. In una delle scritture che ci informano dei primi dialoghi dell'Illuminato (l'Anguttara-nikaya) troviamo addirittura una lista di cose piacevoli che sia un laico che un monaco può trovare nel mondo. Ma queste sono incluse nel dukkha. Persino gli stati più altamente spirituali sono inclusi nel dukkha. La ragione è che tutti sono impermanenti e soggetti alle mutazioni. Forse non sono sofferenza, possono anche essere piacevoli, ma certamente sono dukkha, perché destinati alla fine.

Il piacere dei sensi si manifesta ed esiste in tre modi e momenti diversi, che sono:

1) l'attrazione, 
2) l'insoddisfazione e 
3) la liberazione.

Facciamo un esempio. Quando ascoltate una bella musica, ne siete attratti e ne gioite. Ma prima o poi finisce e allora sentite il dispiacere. In questo modo si può capire che è un'illusione e ve ne distaccate, diventando liberi dall'attrazione. Per liberarsi veramente è necessario rendersi conto della realtà della vita.

Il dukkha può essere visto sotto tre aspetti:

1) dukkha visto come sofferenza comune (dukkha-dukkha), 
2) dukkha inteso come prodotto del cambiamento (viparinama-dukkha) e 
3) dukkha compreso come l'insieme di stati condizionati (samkhara-dukkha).

Ora, comprendere che in questa vita si soffre e che si prova dolore perché tutto sfugge è facile capirlo. Ma per capire il terzo tipo di dukkha (il samkhara-dukkha) si devono approfondire alcuni concetti, cominciando da quello che riguarda il cosiddetto "io".

Per il buddhismo non esiste un io individuale, un atma, come lo si concepisce nel Vedanta e in tutte le altre dottrine di origine vedica. Quello che noi chiamiamo "il sé" è solo una combinazione di forze, o energie mentali e fisiche, che sono in continuo cambiamento. Insomma, potremmo chiamarlo un flusso energetico in continuo mutamento. Ma non esiste nessun io.

Questi flussi possono essere schematizzati secondo cinque raggruppamenti e per questa ragione vengono chiamati "i cinque aggregati". Messi insieme, costituiscono il senso più profondo della parola dukkha.

Questi cinque (panchakkhandha) sono gli aggregati

1. della materia (rupakkhandha), che includono tutto il regno della materia vera e propria, sia interna che esterna,
2. delle sensazioni (vedanakkhandha), comprendenti il mondo delle sensazioni sia fisiche che mentali,
3. delle percezioni (sannakkhandha), e cioè la capacità di riconoscere sia l'oggetto fisico che mentale,
4. delle formazioni mentali (samkharakkhandha), che sono il potere concernenti le attività dipendenti dalla volontà,
5. della coscienza (vinnanakkhandha), che sono le reazioni conseguenti alle percezioni.

A questo punto è meglio spendere qualche parola sulla coscienza.

Nelle filosofie vediche noi apprendiamo che la coscienza è la prima manifestazione dell'anima, intesa come un sé individuale. Ma nel buddhismo è differente. La coscienza non sorge da alcun sé, bensì è il risultato delle condizioni esterne. Abbiamo un occhio e una forma visibile; dunque nasce una coscienza visibile. Abbiamo un palato e del cibo; dunque nasce un'altra coscienza visibile. Ma questa coscienza non nasce se non ci sono le condizioni. Perciò non c'è una coscienza oggettivamente esistente.

Abbiamo già accennato a cosa è il mondo secondo il Buddha: un flusso continuo e non permanente di elementi. Con l'atto di sparire, un elemento condiziona l'apparizione del seguente, in una serie di cause ed effetti che non conosce soste. Quindi non c'è una sostanza eterna e immutabile. Non esiste nessun sé dietro le cose, nessun io individuale né subordinato né supremo, ma solo degli aggregati fisici e mentali interdipendenti tra di loro, che costituiscono la "macchina psicofisica".

Buddhaghosha diceva che esiste una sofferenza, ma non un lui che soffre; che ci sono le azioni, ma non un autore; c'è il movimento, ma non un motore che lo provoca. Non sussiste differenza tra il pensiero e colui che lo pensa: infatti se togliete il pensiero, non esiste più un pensatore.

Andiamo a vedere un'altra questione. Ci chiediamo: la vita ha un inizio? La risposta è no. E' impensabile che la vita, ossia la corrente vitale degli esseri viventi sia nata in qualsiasi dato momento. E' eterna e, con essa, anche il samsara è eterno. E la causa principale delle continuità della vita è l'ignoranza.

Il Buddha diceva che era importante capire bene cosa fosse il dukkha: chi lo conosce, vede chiaramente il suo insorgere e ne intravede la cessazione; così come comprende quale sia il sentiero che conduce alla perfezione dell'esistenza.

La Seconda Nobile Verità
Ora parleremo della Seconda Nobile Verità, che riguarda l'origine del dukkha. Da cosa proviene? Dal prepotente desiderio di essere e di provare qualcosa (tanha), risponde il Buddha, da cui proviene la rinascita e ogni tipo di divenire.

Ci sono diversi tipi di desideri (o sete di sensazioni), che vengono classificati nel seguente ordine:

1) la voglia di piacere sensoriale, 
2) la spinta a esistere e a divenire, 
3) il desiderio di annullarsi, di scomparire.

Queste voglie sono all'origine di tutte le sofferenze e, come conseguenza, della continuità degli esseri. Ma neanche questo forte desiderio è la causa prima di tutto, in quanto il buddhismo rifiuta l'idea di una qualsiasi ragione che sia al principio di tutto. Se si ammettesse che qualcosa era al principio, questa diverrebbe indipendente. E non c'è nulla del genere, in quanto ogni cosa è interdipendente in modo totale. Se volessimo immaginare il creato ce lo potremmo figurare come una ruota, che non ha un punto dove inizia e dove finisce.

Ma questa voglia insaziabile di esistere da dove proviene? Dall'ignoranza, risponderebbe qualsiasi buddhista, che nasce dalla falsa cognizione di un sé. In altre parole, dal momento in cui cominciamo a pensare di esistere, iniziamo a provare mille desideri. A causa di questa falsa concezione, noi agiamo (karma) e da queste azioni provengono delle reazioni (karma-phala), che ultimamente ci costringono a rinascere in un ciclo senza fine (samsara). Ma vediamo meglio questa teoria dalla prospettiva buddhista.

Ci sono quattro condizioni necessarie per l'esistenza e per la continuità degli esseri, che sono:

1) il nutrimento che conosciamo, quello che otteniamo con il cibo, 
2) il contatto degli organi di senso con il mondo esterno, senza dei quali qualsiasi vita sarebbe improbabile, 
3) la coscienza, di cui abbiamo già parlato, 
4) la volontà, che è l'esigenza di esistere.

Queste condizioni fanno sì che la vita sia possibile, ci capacitano a portare avanti diversi tipi di azioni, che possono sempre essere positive o negative. Queste provocano delle reazioni della stessa natura che causano la continuità e impediscono l'estinzione del concetto di essere, da cui scaturisce ogni sofferenza.

Ma non dobbiamo pensare che questo dolore sia qualche tipo di giustizia divina o morale, non sono delle ricompense o delle punizioni in quanto, per il buddhismo, non esiste un Dio che giudica e che quindi punisca o ricompensi. Ogni essere condizionato è prigioniero di questa legge; solo il liberato (arahant) può agire in questo mondo senza che i suoi atti producano alcun karma, e questo perché è libero dalla falsa idea che esista un sé. Per tale persona non c'è rinascita.

Cos'è la morte? Come dicono anche le dottrine di origini vediche, la morte in sostanza non esiste: anche per il buddhismo la conclusione è la stessa. Ma le ragioni differiscono. Mentre per i Veda noi siamo l'anima e questa, essendo eterna, non muore, per il buddhismo tutto ciò che c'è in questa vita si trasferisce nella prossima. E quindi la morte è un fenomeno illusorio.

Ora, sicuramente viene da chiederci, se non c'è un atma, dopo la morte cos'è che si reincarna? Abbiamo già detto che per il buddhismo la vita è una combinazione di elementi, di impulsi energetici in continuo cambiamento; nulla rimane lo stesso neanche per due istanti consecutivi. Ogni momento tutto nasce e muore. Anche ciò che identifichiamo come il "noi" subisce ogni istante lo stesso processo. L'istante della morte non è che uno dei tanti momenti della vita, in cui quelle stesse forze si trasformano, per continuare ad esistere in nuove forme. L'esistenza di ogni cosa è un continuo rinnovarsi: nulla è immutabile e nulla si trasmette da un istante all'altro. E' una serie continua, ininterrotta, di mutazioni, di movimenti. Ciò che rinasce dopo la morte non è che la continuità della stessa serie.

La differenza tra la vita e la morte non è che un istante mentale: l'ultimo momento di attività mentale condiziona il primo della cosiddetta nuova vita, che porrà le basi per la continuazione della serie. E tutto ciò andrà avanti fintanto che ci sarà la sete di essere. Questo circolo vizioso si può spezzare solo con l'arma della saggezza.

La Terza Nobile Verità
Ora discuteremo le teorie buddhiste che riguardano la liberazione. Questa Terza Verità è chiamata "la Cessazione del Dukkha" (dukkhanirodha-ariyasacca) e non è altro che il Nirvana, termine ben conosciuto anche in occidente.

Prima di tutto dobbiamo dire che il Buddha ammetteva l'esistenza della liberazione, e anzi che tutto il nostro sforzo deve vertere sul suo ottenimento. Per far ciò bisogna eliminare la radice del dukkha. Come? Azzerando i desideri. Infatti un altro epiteto del Nirvana è tanhakkhaya (estinzione della sete).

Ma andiamo con ordine e vediamo cosa si intende per Nirvana.

In primo luogo bisogna dire che non si può mai essere precisi quando si parla di questo argomento, in quanto il linguaggio è uno strumento creato dagli uomini e risente perciò delle loro stesse limitazioni e dei loro condizionamenti. Infatti abbiamo tradotto in parole solo la limitata gamma delle esperienze sensoriali. Dunque è un'arma che potrebbe diventare controproducente, in quanto produce degli schemi mentali che non corrispondono alla verità. Ma siccome non si può rinunciare a comunicare con le parole, tentiamo di definire il Nirvana.

Secondo una logica diffusa negli ambienti buddhisti, definire il Nirvana in modo positivo presenta pericoli maggiori che farlo con il processo negativo, per cui conviene sempre prima specificarlo in rapporto a "ciò che non è". Per cui il Nirvana è "lo stato dove il desiderio è cessato", è il "non composto", "l'incondizionato", "la situazione in cui tutto è estinto, spento" e via dicendo. E' dunque la cessazione della continuità e del divenire.

Ma, affermano i buddhisti, sbaglia chi dice che si stia tentando di promuovere una qualsiasi forma di nichilismo, o di annientamento del sé: in realtà non c'è alcun sé da annullare, né nient'altro da azzerare. L'unica cosa che deve essere annientata è la falsa idea di un sé. Questa è sapienza perfetta.

In ciò consiste la Verità Assoluta, che è il determinare con certezza totale che al di là del Nirvana non c'è nulla di assoluto; che tutto è relativo, condizionato e temporaneo e che non esiste atma dentro o fuori di noi. Ogni cosa che sperimentiamo diventa vera solo quando possiamo vedere la realtà priva di veli, senza illusioni o condizionamenti.

Ma il Nirvana non è il risultato dell'estinzione del desiderio. Infatti se fosse il risultato di qualcosa, diventerebbe un elemento condizionato. E nella logica buddhista questa conclusione deve essere rigettata.

Potremmo chiederci cosa ci sia al di là del Nirvana, e la risposta è ovvia: dopo di quello non c'è nulla. Il Nirvana non è un regno, o uno stato, ma un'estinzione. Dunque non dobbiamo immaginarlo come una specie di paradiso dove ritroviamo i nostri maestri, i nostri amici, le persone a cui tenevamo durante la nostra vita. Anche i Buddha si estinguono dopo la morte.

Si sta parlando di come ottenere lo stato di Nirvana. Ma chi è che lo realizza, se non esiste un'atma? La risposta è che è la comprensione che comprende, ed è la stessa energia che vuole liberarsi. Dentro la prigionia c'è la liberazione, l'ignoranza comprende la capacità di giungere a comprensione. Dentro dukkha c'è l'elemento della sua cessazione: possiamo trovarlo all'interno dei cinque aggregati. Dunque la liberazione è parte naturale di ciò che noi crediamo sia il creato.

Quando la saggezza è sviluppata, si vedono le cose come stanno e tutte le forze che producono il ciclo delle morti e delle rinascite (samsara) si placano e diventano incapaci di produrre nuovo karma. Cessata è l'illusione, non c'è più sete per la continuità: solo allora si ottiene il Nirvana, stato che si può raggiungere anche in questa stessa vita. Chi ha guadagnato questa posizione prova la più grande felicità possibile, che consiste nel non provare più sensazioni.

Ma il Nirvana è al di là di ogni logica e ragionamento. Non si può capire con esattezza solo discutendone: dobbiamo soprattutto realizzarlo.

La Quarta Nobile Verità
Ora andiamo ad analizzare il sentiero, cioè i modi necessari per giungere alla cessazione del dukkha. Questo sentiero è generalmente conosciuto come "l'Ottuplice Sentiero", una strada composta di otto fasi. Infatti essa è composta da altrettante categorie (o divisioni), che sono:

1) retta comprensione,
2) retto pensiero
3) retta parola
4) retta azione
5) retta condotta di vita
6) retto sforzo
7) retta consapevolezza
8) retta concentrazione

Questa sezione può, con tutta probabilità, essere considerata la parte più importante dell'insegnamento del Maestro; sicuramente è quella sulla quale ci si è soffermato con maggiore insistenza. Bisogna anche premettere che le otto categorie che compongono questo processo disciplinare non vanno praticate una dopo l'altra, ma più o meno in modo simultaneo. Queste sono utili a perfezionare i tre elementi essenziali della disciplina buddhista, che sono la Moralità, la Disciplina Mentale e la Saggezza.

Vediamo le ultime tre una per una, inquadrandole nella logica del Sentiero a Otto Fasi.

Quando parliamo di Moralità (shila) intendiamo l'amore e la compassione nei confronti di tutti gli esseri viventi, che però deve tradursi in un aiuto reale, non sentimentale, che solo la Saggezza può conferire. Questa qualità comprende tre fattori del Sentiero a Otto Gradi, che sono la retta parola, la retta azione e la retta condotta di vita. La parola è retta quando non si indulge in bugie, in maldicenze, in linguaggi duri, scorbutici o addirittura ingiuriosi, nel pettegolezzo o nei discorsi futili. Se non ha nulla di importante da dire, il buddhista deve rimanere in "nobile silenzio". La retta azione mira a promuovere una condotta morale irreprensibile. La retta condotta di vita vuole ingiungere a tutti di astenersi, anche se solo per guadagnarsi da vivere, da professioni che possano nuocere agli altri. Questi tre fattori costituiscono la Moralità.

Viene poi la Disciplina Mentale, in cui sono inclusi altre tre elementi del Sentiero a Otto Gradi, che sono: il retto sforzo, la retta attenzione e la retta concentrazione. Il retto sforzo è la volontà energica di prevenire gli stati mentali cattivi e malsani, di sbarazzarsi di quegli stati negativi che siano già sorti in noi e naturalmente di produrne di positivi. La retta consapevolezza (o attenzione) consiste nell'essere sempre coscienti di ciò che si fa, delle nostre sensazioni, delle emozioni, delle attività della nostra mente, delle idee e dei pensieri. Il terzo e ultimo fattore della disciplina mentale è la retta concentrazione. E' importante imparare a concentrarsi nel modo giusto.

Infine la Saggezza, composta dagli ultimi due elementi che costituiscono il Sentiero a Otto Fasi, che sono il retto pensiero e la retta comprensione. Il retto pensiero è il controllo delle proprie riflessioni, le quali devono essere educate a focalizzarsi su soggetti come la rinuncia e l'amore universale. La retta comprensione consiste nello sforzarsi di capire come stanno le cose in realtà e che possiamo impararle comprendendo le Quattro Nobili Verità.

Dunque, riassumendo il tutto, la prima verità consiste nel capire la natura vera della vita, che è dukkha. La seconda nella comprensione precisa dell'origine del dukkha, che è il desiderio. La terza nel trovare il modo di estirpare il dukkha. La quarta nell'analisi del sentiero che conduce al Nirvana.

La dottrina del non-sé
Torniamo ora su uno dei punti cardini della filosofia buddhista, che è quella dell'anatma (in pali anatta), ovverosia della convinzione che non esista nessun sé, né individuale né assoluto. Vediamo di dare qualche elemento in più oltre quelli già espressi.

Nella storia del pensiero, il buddhismo è stato forse il solo a negarne l'esistenza in modo tanto perentorio. Va detto subito però che anche su questo punto fervono da secoli aspre polemiche, in quanto c'è chi sostiene che il Buddha non sarebbe stato affatto chiaro su questo argomento ma che avrebbe spesso taciuto e altre volte detto mezze verità. Siamo d'accordo su questa interpretazione. Infatti non affrontare un discorso sull'anima non significa necessariamente volerne affermare l'inesistenza. Ma anche qui sarebbe interessante poter stabilire cosa avesse veramente inteso dire o tacere il Maestro e separarlo dalle interpretazioni dei suoi successori.

Ad ogni buon conto, per il buddhismo classico l'idea dell'atma è una credenza totalmente infondata e anzi pericolosa. Dal loro punto di vista ha, infatti, il potere di causare pericolosi dualismi interiori, scatenare l'idea dell'io e del mio, desideri egoistici e mai saziabili, orgoglio e impurità. Secondo loro, tutti i guai del mondo possono essere fatti risalire a questa falsa visione.

Abbiamo già visto come tutto il creato ricade nelle cinque divisioni di elementi, oltre alle quali non c'è nulla. Comprendendo la dottrina della Genesi Condizionata (Paticca-samuppada), ci si può liberare dalla falsità. Questo sistema dice che:

1) L'ignoranza condiziona le azioni (karma); in altre parole noi agiamo, e lo facciamo in un certo modo a causa dell'ignoranza che ci imprigiona. Poi
2) dalla qualità delle azioni viene condizionata la coscienza, che è la facoltà di percepire. Dunque è naturale che
3) dalla coscienza siano condizionati i fenomeni mentali e fisici,
4) dai quali inevitabilmente vengono condizionate le sei facoltà (i cinque organi di senso più la mente).
5) Dalle sei facoltà è condizionato il contatto (sia dei sensi che della mente), il quale poi
6) condiziona la sensazione, o la capacità di provare gusti,
7) dalla sensazione è condizionato il desiderio. Quando si provano delle sensazioni è normale che il desiderio ne sia condizionato. Poi
8) dal desiderio viene condizionato l'attaccamento
9) dall'attaccamento è condizionato il divenire
10) dal divenire è condizionata la nascita
11 e 12) dalla nascita sono condizionati la vecchiaia, la morte, il lamento, il dolore.

E' così che la vita nasce esiste e continua. Per far sì che il processo dell'ignoranza abbia fine dobbiamo invertire la direzione di marcia, e cioè: cessando l'ignoranza, terminano le attività interessate e via dicendo.

Comunque ribadiamo che per il buddhismo non esiste nulla di assoluto e indipendente: tutto è condizionato e condizionante.

Qualcuno potrebbe chiedersi: come mai nel linguaggio del Buddha erano così tanto presenti i concetti riguardanti le persone e le cose, come se esistessero delle individualità?

La risposta è simile a quella che avrebbe dato Shankara, e cioè che esistono due tipi di verità: la verità convenzionale e la verità ultima. La prima è quella che si stabilisce per comodità di dialogo e serve per avvicinarsi a una verità superiore, mentre l'altra è la definitiva.

Non sono pochi, comunque, coloro che sostengono che il Buddha avrebbe ammesso l'esistenza di un sé e altrettanti quelli che dicono con certezza che, a riguardo di questo punto specifico, abbia intenzionalmente taciuto.

La meditazione
Per il buddhismo, la meditazione è lo strumento grazie al quale si può ripulire la mente da ogni impurità, da ciò che provoca turbamento, come i desideri materiali, l'odio e le preoccupazioni. Grazie ad essa, il praticante può dunque giungere alla verità più alta, il Nirvana.

Sono previste due forme di meditazione, due sistemi abbastanza diversi tra di loro: il primo è detto samadhi (in pali samatha) e il secondo vipashyana (in pali vipassana).

Il samadhi consiste nel concentrare la propria attenzione mentale su un unico punto, cercando di non deviare mai dall'oggetto assunto come strumento di meditazione. E' sostanzialmente una forma di meditazione presa in prestito dal sistema yoga, ben precedente all'epoca buddhista. Si dice che attraverso questo sistema non si possa direttamente conseguire il Nirvana, tanto che il Buddha stesso ne avrebbe contestato la validità. Sarebbe utile, questa, solo per vivere felicemente in questa vita. Fu lui stesso che scoprì un altro metodo di meditazione, conosciuta come vipashyana, che è lo sviluppo di una diversa visione della natura delle cose che dovrebbe condurre alla liberazione della mente e ultimamente al Nirvana.

Analizzato dal Buddha stesso in un importante discorso sulla meditazione chiamato satipattana-sutta, (I Fondamenti della Consapevolezza), è un metodo analitico basato sulla presa di coscienza attenta e vigile di ogni azione che si compia. Non importa cosa si faccia, l'importante è non perdere mai la concentrazione sui propri atti, siano questi la respirazione, il provare piacere, odio, amore o dolore. Si deve sempre essere attenti a qualsiasi cosa si faccia. Secondo il buddhismo, questa forma di controllo mentale può portare al Nirvana.

Ma non si deve pensare che "sono io che faccio questo". Bisogna dimenticare il concetto illusorio dell'esistenza di un io agente per identificarsi totalmente nella propria azione. E quando i cinque impedimenti che si frappongono sul sentiero (i desideri sessuali, l'odio, la pigrizia, le eccitazioni e i dubbi) si saranno acquietati, sarà possibile ottenere la liberazione finale, il Nirvana.

Storia del buddhismo hinayana
Come ogni altro movimento religioso o filosofico, dopo la scomparsa del maestro l'organizzazione del "movimento buddhista" è andata sfaldandosi sotto i colpi dei dissensi interni di carattere teorico e politico.

Normalmente il buddhismo viene diviso in due grandi correnti, l'hinayana (del Piccolo Veicolo) e il mahayana (del Grande Veicolo).

Per l'hinayana (che si fregia del titolo di buddhismo vero e cioè quello ortodosso), non esistono sostanze eterne nel mondo delle mutazioni. L'essere individuale (pudgala) è stato frammentato in una molteplicità di fattori d'esistenza che sorgono per interdipendenza funzionale. I Dharma (che sono gli elementi ultimi della realtà, quelli che poi portano al divenire cosmico) sono delle forze concepite come concrete. Queste sono le realtà ultime e irriducibili; ed è mediante il loro gioco d'insieme che ogni cosa viene a originarsi.

L'hinayana si divide in tre grandi movimenti, tutti di ispirazione antica. Sono:

1) il theravada (o sthaviravada)
2) il sarvastivada (o vaibhashika)
3) il sautrantika (o sarvastivada)

Vediamoli brevemente uno ad uno.

Il theravada
La parola thera in pali significa vecchio, autorevole. La parola sanscrita sthavira vuol dire la stessa cosa. Per questa ragione gli adepti venivano anche chiamati sthaviravadi. Indica la dottrina dei monaci anziani e venerandi, quelli che più s'avvicinano al Buddha, che più di tutti rifuggono da ogni innovazione di tipo teorico. Erano, insomma, i più conservatori. Ancora oggi i theravadin asseriscono che la loro ideologia sia proprio quella enunciata dal Divino e a più riprese si sono eretti come paladini contro ogni tipo di eresia.

Il Kathavattu è l'opera che dovrebbe contenere l'insegnamento puro del maestro. Il maestro da loro ritenuto il più autorevole è Buddhaghosha, che fu un prolifico scrittore.

Il sarvastivada
La parola sarvastivadi significa "che tutto esiste" (sarvam asti). Sembrerebbe in contrasto con l'ideologia buddista, la quale nega invece l'esistenza di qualsiasi cosa. In realtà questi affermano che i dharma esistono eternamente, e di questi noi conosciamo solo le manifestazioni, mentre gli elementi originali (i dharma, appunto) in loro rimangono trascendenti. Dunque tutte le forme sono illusorie, ma i dharma che le compongono sono reali.

Ovviamente i theravadi attaccarono energicamente queste teorie giudicate eretiche, tanto che i sarvastivadi dovettero formarsi un proprio canone, diverso da quello theravadi. E fu l'Abhidharma-dipika, composto di sette testi. In esso l'opera principale è il Jnana-prasthana (Sistema della Conoscenza), che dicono risalga al Buddha e che fu redatto da Katyayaniputra. L'opera più celebre della loro scuola è l'Abhidharmakosha (Tesoro della Dogmatica), redatta da Vasubandhu (4 o 5 secolo d.C.). E' composto di 600 versetti facili e da un diffuso commento dell'autore.

Il sautrantika
I sautrantika hanno la particolarità di dare valore di norma assoluta solo ai discorsi del Buddha. La loro scuola venne fondata da Kumaralata (si suppone nel secondo secolo d.C.) ed è una derivazione del sarvastivada, tanto che loro stessi amano chiamarsi con quell'appellativo.

Di loro si ha poca letteratura; non amano molto scrivere. Si conoscono solo le discussione nella quali si dilungano secondo una scadenza regolare.

Sebbene si facessero chiamare sarvastivadi, fra i due movimenti omonimi c'era aperta polemica e venivano dai primi ritenuti dei traditori. Pur tentando di ristabilire le concezioni più antiche, loro stessi non poterono fare a meno di apportare modifiche anche sostanziali.

Secondo loro, i dharma non hanno esistenza oggettiva, ma sono solo definizioni verbali. Un dharma non dura neanche un istante e quindi esiste solo il nascere e il morire, la non persistenza e l'invecchiamento. L'essere non è che una catena continua e ininterrotta di momenti. In conseguenza di ciò, non consideravano vere le percezioni dirette degli oggetti del mondo, in quanto nulla poteva essere percepito che questa non fosse già scomparsa.

Furono dei precursori alle teorie mahayana.

Storia del buddhismo mahayana
Ora parliamo della scuola mahayana (cioè del "Grande Veicolo").

La differenza fondamentale tra le due è che mentre l'hinayana accetta che i dharma abbiano qualche esistenza, il mahayana rifiuta anche questo punto di vista.
Le principali scuole sono due:

1. la madhyamika, (o shunya-vada)
2. la vijnana-vada (detta anche cittamatra-vada o yogachara)

Vediamole una per una.

La madhyamika, o shunyavada (la dottrina del "giusto mezzo")
Sorta all'inizio della nostra era, i madhyamika considerarono che si doveva andare al di là della concezione che i dharma potessero avere una qualsiasi realtà, o che possedessero qualsiasi sostanza, pur se a durata momentanea (relativismo universale). I dharma, infatti, sono esistenti o non esistenti solo in rapporto a qualcos'altro e in sé non hanno alcuna esistenza. Per questa ragione furono chiamati shunya-vadi, assertori della dottrina del vuoto. Vuota è una cosa che è "senza se stessa", cioè senza sostanzialità durevole. Il mondo è perciò vuoto.

La loro tecnica di meditazione consisteva nel distaccarsi da ciò che era concreto e definito. E' possibile liberarsi dall'idea di "villaggio" e "uomo", per concentrarsi gradualmente su quella della "foresta", poi sulla "terra" e poi sull'immensità dello "spazio". Fino a giungere a qualcosa che sia privo di qualsiasi segno distintivo. Quando si diventa consapevoli che anche questa è una nozione immaginativa, condizionata e transitoria, la si può superare e conquistare la liberazione. Lo svuotamento sistematico del pensiero e del pensare conduce all'abolizione di tutti i confini imposti al pensiero e dunque alla salvezza. Questa meditazione sul vuoto venne ideata dagli hinayani, ma furono i mahayani a dargli un'importanza determinante.

Gli scritti mahayana che espongono la teoria shunya-vada sono il Prajnaparamita-sutra (scritto prima dell'inizio della nostra era) e contengono i discorsi del Buddha.

Il principale esponente della dottrina shunyavada è Nagarjuna, che si suppone sia vissuto nel secondo secolo d.C. Fu lui a scrivere i 400 versi del Madhyama-karika e sembra che lui stesso ne abbia scritto un commento. Importante fu anche il suo discepolo Aryadeva, i cui scritti sono ancora considerati come autorità massima da tutti i buddhisti madhyamika.

La vijnana-vada, o yogacara (la dottrina della sola coscienza)
Per questa ramificazione del buddhismo, la parte più importante dell"essere" è la coscienza (vijnana-citta), in quanto è essa che assicura la continuità della personalità (pure apparente) nella vita presente e futura. E' attraverso la coscienza che il karma può avere i suoi effetti.

I vijnana-vadi architettarono una teoria per cui in realtà il buddhismo non aveva mai subito scissioni, ma che le differenti scuole fossero come i pezzi di un unico mosaico, disegnato da una mente superiore. Il tutto era avvenuto in tre fasi.

Nella prima il Buddha aveva messo in moto la legge con la teoria dei dharma, idea gelosamente custodita dagli hinayani. La seconda era stata inaugurata da Nagarjuna con la filosofia shunya-vada. La terza i saggi Maitreya e Asanga con la bahyartha-shunyata-vada, teoria dell'irrealtà del mondo esteriore. Questi ultimi due, infatti, erano stati i maestri della vijnana-vada.

Maitreya è il nome del Buddha che deve ancora venire e che avrebbe rivelato ad Asanga (il fratello di Vasubandhu) i testi sacri chiamati Sutralankara e Madhyantavibhanga. Di Asanga si dicono cose eccezionali: addirittura sembra che convertì il fratello alla sua teoria vijnana-vada. A questa scuola si sarebbero uniti anche i celebri Dignaga e Dharmakirti (settimo secolo circa).

Dunque è sbagliato credere a un io e all'esistenza degli oggetti; invece tutto è in interdipendenza da qualcos'altro e che l'ultima realtà è un "uno spirituale".

Vengono chiamati yogacara perché i loro adepti adottarono tecniche di purificazione tipicamente yogiche. Il massimo raggiungimento è diventare un Buddha.

Per quanto riguarda il concetto di Nirvana, per i vijnanavadi non è più lo "spegnersi di una fiamma", come dicevano gli hinayani, ma una dimensione dinamica, dal quale il Buddha agisce sempre per il bene degli altri. Addirittura quegli illuminati che giungono al Nirvana statico saranno risvegliati da un Buddha e condotti al Nirvana "in movimento". Come si può ben vedere, questa teoria si discosta di molto dall'idea vedantica, secondo la quale l'individualità è una qualità che si sarebbe conservata in eterno.

Senza autore. Tratto da Isvarait

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