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Nyaya e Vaisesika

Anche questi due sistemi sono stati tradizionalmente abbinati, anche se hanno fondamenti diversi. Il Nyaya è, almeno alle origini, prevalentemente un sistema di logica che aiuta a motivare le proprie opinioni; solo in seguito diventerà un sistema metafisico. Il Vaisesika si occupa di classificare i dati dell'esperienza e di ridurli ad alcune categorie fondamentali, e quindi propone una teoria atomica che indaga la natura degli atomi, della loro combinazione e degli elementi che ne derivano. I testi canonici sono i Vaisesikasutra attribuiti ad un brahmano chiamato Kanada, redatti verso il I o II  secolo d.C; i Nyayasutra, attribuiti ad Aksapada, nel III secolo. 

Secondo il Vaisesika, tutto ciò che si percepisce è reale. Le cose esistono indipendentemente dal fatto che noi le percepiamo. Il mondo è eterno ed è il risultato di una combinazione di atomi in continuo movimento. Dio non è creatore ma è la causa efficiente dell'universo e il regolatore del karma. Quando avviene la liberazione, l'anima tornerà nella sua essenziale immobilità, inattività e inconsapevolezza, distaccata dal mutevole mondo terreno. 
Lo scopo del Nyaya è la conoscenza della realtà conoscibile attraverso quattro mezzi appropriati: percezione, inferenza, analogia o comparazione, testimonianza autorevole. Per cui conoscenza vera è quella che non sarà mai soggetta a contraddizione o dubbio, che riproduce l'oggetto come realmente è, e ci presenta insomma in maniera fedele un oggetto qualunque. Questa soltanto è conoscenza, ed è da distinguere dal ricordo, dal dubbio, dal ragionamento puramente ipotetico.

Ernesto Riva - Tratto da linguaggioglobale.com

 

Introduzione generale
Originalmente il Nyaya e il Vaisheshika sono due sistemi diversi. In seguito, quando i metodi e le convinzioni filosofiche vengono a coincidere in maniera quasi totale, le due scuole di pensiero si fondono in quello che oggi viene conosciuto come il Nyaya-vaisheshika.

Crediamo però che per comprendere bene l'argomento sia utile studiarli dapprima separatamente, nei momenti della loro nascita e del loro sviluppo. Questo perché, all'origine, ognuno di loro dava maggiore enfasi ad alcune questioni piuttosto che ad altre.

La parola Nyaya significa "regola, principio, direttiva"; perciò, la teoria dei principi che reggono l'argomentazione scientifica viene chiamata Nyaya. In altre parole, può essere anche definito come un sistema che mira a definire le regole del corretto modo di pensare, di concludere e di discutere. I cultori di questa scienza dialettica vengono chiamati naiyayika.

Il termine Vaisheshika deriva invece dal sanscrito vishesha, che vuol dire "differenza" e ha lo scopo di stabilire le differenze specifiche che esistono fra tutti gli oggetti che incontriamo nella realtà, sia in quella esterna che in quella interna. Particolare attenzione viene data all'analisi delle particelle che compongono la natura materiale, cioè all'atomo. Utilizzando questo metodo, il Vaisheshika mira a raggiungere una soluzione ai problemi dell'esistenza umana. Non vengono trascurate le numerose questioni metafisiche.

Sia l'uno che l'altro sono considerati sistemi ortodossi, in quanto riconoscono i Veda come autorità assoluta, ma allo stesso tempo non vogliono essere un commento o un ramo dei Veda, poiché partono da presupposti diversi. Oggi tra gli assertori autentici del Vedanta e i Nyaya-vaisheshika si è accesa una viva polemica, causata da conclusioni filosofiche che, col tempo, sono andate divergendosi sempre di più.

Come per tutti gli altri sistemi, abbiamo ragione di credere che lo scopo di Gautama e di Kanada (rispettivamente il fondatore del Nyaya e del Vaisheshika) avevano l'unica intenzione di fondare un altro Darshana, un punto di vista, approfondire insomma determinati aspetti della scienza vedica e, con tutta probabilità, non intendevano allontanarsi dalle giuste conclusioni filosofiche. E' quanto mai realistico credere che le eresie Nyaya-Vaisheshika siano state enunciate da commentatori successivi.

Insomma, più o meno la stessa cosa che è avvenuta col Sankhya, con lo Yoga e con tutti gli altri Darshana vedici.

Il Vaisheshika
Sulla sua origine apprendiamo diverse teorie. Qualcuna di queste lo vogliono ispirato alle teorie jaina, altre provenienti dalle dottrine materialistiche dei Lokayata shivaiti, altri ancora sostengono che sia una disciplina di origine Mimamsa. Ma è certo che nessuna di queste tre può dirsi corretta.

Il Vaisheshika è più semplicemente una scienza di origine vedica ingegnata dal brahmana Kanada, grande devoto di Shiva. Si dice che il "Grande Deva" (Mahadeva) gliela comunicò assumendo le sembianze di un gufo e che per questa ragione il Vaisheshika viene anche chiamato Aulukya-darshana (la Filosofia del Gufo). Il maestro stesso viene conosciuto col nome di Uluka.

Il nome Kanada significa "mangiatore di atomi", un nomignolo datogli dai suoi avversari probabilmente per ridicolizzarlo, facendo leva sul fatto che passa la maggior parte della sua giornata a ragionare sulle particelle ultime della natura materiale. Agli studiosi delle scritture vediche, il Rishi è forse più noto come il saggio Pippalada. Sovente menzionato nel Padma Purana, dove si racconta delle sue severissime austerità, Kanada acquista una profondissima sapienza, da cui però nasce anche una insopportabile arroganza, difetto che poi viene corretto da Brahma stesso. E' anche il protagonista della Prashna Upanishad, dove egli illumina quattro saggi venuti da lui per cercare conoscenza spirituale.

Il testo canonico si chiama Vaisheshika-sutra, ed è diviso in 10 parti, ciascuna delle quali è suddivisa in due sezioni. Ognuna di queste contengono da 7 a 37 sutra (che notoriamente sono dichiarazioni concise). Sembra che non esistano commentari molto antichi al Vaisheshika, ma a partire dagli inizi dell'era cristiana ne sono stati redatti numerosi.

Il testo comincia con una definizione di dharma, che è ciò che ci fa conseguire la felicità e il bene supremo. La parola dharma ha numerosi significati, ma in questo contesto è l'insieme delle norme che regolano la vita religiosa della persona. Chi intende liberarsi deve saper distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, e questa analisi deve consistere di una conoscenza analitica che passi attraverso le varie differenziazioni del reale. Ciò che esiste può essere diviso in sei categorie, che sono:

1. sostanza,
2. qualità,
3. attività,
4. generalità,
5. particolarità
6. inerenza.

La maggior parte dell'opera si occupa della spiegazione di queste categorie che, a parere dell'autore, abbracciano tutto il reale.

Ma non manca di affrontare anche le più svariate questioni filosofiche.

Per quanto riguarda il problema dell’esistenza o meno di un Dio, o che Egli sia una persona o no, Kanada, come nel caso di altri Darshana, non lo affronta direttamente ed esplicitamente. Ma certo è che i riferimenti a un Essere Supremo, Autore e Reggitore dei Veda, sono presenti e anzi frequenti. Che egli fosse un teista appare certo, essendo un fervente shivaita. Il punto è che Kanada non incentra il suo lavoro sul problema della divinità o della descrizione della natura spirituale, quanto sull'analisi scientifica della realtà materiale. Non fa neanche mistero di credere nell'esistenza di un'anima spirituale individuale.

Per quanto riguarda la materia, il mondo in cui viviamo, egli sostiene che è formata da atomi e che tutto esiste per la forza creatrice di queste particelle ultime. Tutti i fenomeni e le situazioni del mondo avvengono per la potenza insita nel karma (o adrishta).

Il Nyaya
Non si sa molto degli albori della scienza della logica. Al solito, le teorie sono tante, ma fintanto che non si scopriranno nuove testimonianza queste non possono che rimanere tali. Anche sulla datazione della nascita del sistema ci sono serie incertezze. Se si dà fiducia ai Veda e ai Purana (e in questo campo non abbiamo scelta), vediamo che si sente parlare del Rishi Gautama (o Gotama), vissuto in epoche antichissime, che è ritenuto l'artefice del Nyaya-sutra.

Abbiamo già detto che l'autore del testo base è Gautama, soprannominato Akshapada perché aveva l'abitudine di tenere gli occhi rivolti al suolo mentre era immerso nelle sue riflessioni. Tanta era la profondità dei suoi pensieri che non vedeva dove metteva i piedi, per cui una volta gli accadde persino di cadere in un pozzo. Per questo il Signore gli conferì la capacità di vedere attraverso i piedi. Da lì il nomignolo Akshapada.

Qualcuno afferma che questo Akshapada non è lo stesso Gautama che compare frequentemente nella letteratura vedica, come nel Ramayana e nel Maha-bharata, e sostiene che invece deve trattarsi di due persone diverse. Noi crediamo che si tratti della stessa persona, anche perché non si hanno elementi per pensare altrimenti.

Il suo Nyaya-sutra è diviso in 5 capitoli, ognuno dei quali è suddiviso in 2 paragrafi, per un totale di 528 sutra.

Il saggio esordisce affermando che il raggiungimento del bene supremo è ottenuto grazie alla comprensione scientifica della realtà, altrimenti chiamata natura. Questo sapere è conoscibile passando attraverso un esame dello stesso. Gli strumenti sono racchiusi in sedici categorie. Che sono:

1) i mezzi di conoscenza; 
2) l'oggetto della conoscenza; 
3) il dubbio; 
4) lo scopo (cioè il motivo); 
5) l'esempio; 
6) la tesi (o la massima); 
7) i termini (del ragionamento deduttivo); 
8) la confutazione (o la riduzione all'assurdo di una tesi contraria); 
9) l'accertamento; 
10) la discussione; 
11) la disputa; 
12) il cavillo; 
13) la ragione fallace (o sofisma); 
14) le false interpretazioni (o frodi intellettuali); 
15) le obiezioni futili; 
16) i punti di sconfitta (o come perdere una disputa).

La liberazione dalla prigionia della materia (quest'ultima causata dall'ignoranza e dall'angoscia) si ottiene mediante la distruzione della sofferenza, della nascita, dell'attività condizionata, dei difetti, dell'errore e della falsa conoscenza.

Questi che abbiamo appena menzionato sono i primi due aforismi del Nyaya-sutra, dai quali risulta chiaro che nel sistema Nyaya si dà primaria importanza al percorrimento del sentiero conoscitivo (jnana-marga).

Ora andiamo a vedere brevemente le sedici categorie necessarie all'ottenimento della conoscenza.

I mezzi o gli strumenti per acquisire conoscenza sono quattro: la percezione, l'inferenza, l'analogia e la testimonianza degna di fede.

Per percezione s'intende quella conoscenza prodotta dal contatto dei sensi con i loro rispettivi oggetti. La mano si avvicina al fuoco, sentiamo il calore, dunque impariamo che il fuoco è caldo.

L'inferenza è la deduzione logica, che può essere di diverso tipo. Vediamo che l'acqua, a contatto con il fuoco, bolle, quindi capiamo che dal fuoco sprigiona calore.

Per comparazione s'intende quella conoscenza ottenuta mediante analogia. Non vediamo il fuoco sotto la pentola colma d'acqua che bolle, però abbiamo visto altre volte che tutti i liquidi si riscaldano solo se vengono a contatto con un fuoco, per cui deduciamo che sotto l'acqua ci deve essere un fuoco e che questo è indubbiamente caldo.

Per testimonianze verbali intendiamo quella conoscenza acquisita grazie a fonti degne di fede, quali sono le scritture autentiche e le persone che hanno dimostrato di possedere conoscenza realizzata.

In accordo al Nyaya, questi sono i mezzi di conoscenza. Ma Gautama mette in guardia i suoi studenti dall'uso sconsiderato di questi. Ogni strumento deve essere usato in modo corretto.

Ora che abbiamo stabilito quali siano gli strumenti per sapere, dobbiamo conoscere gli oggetti della conoscenza. In altre parole, cosa è giusto che si impari? Secondo Gautama sono dodici: 
il sé (o l'anima), 
il corpo, 
gli organi di senso, 
gli oggetti dei sensi, 
l'intelletto, 
la mente, 
l'attività, 
i difetti (o le passioni), 
la rinascita, 
il frutto delle opere, 
il dolore e 
la liberazione.

Questi dodici argomenti devono costituire oggetto di ricerca e di studio da parte di chi voglia raggiungere il bene supremo.

Finora abbiamo visto le prime due categorie, che sono certamente le più importanti del sistema. Le altre quattordici hanno valore dialettico e logico, e servono per accertare che la ricerca sia condotta nella maniera corretta e che ci si stia dirigendo nella direzione giusta.

La prossima categoria è il dubbio, cioè l'analisi delle proprie incertezze, che devono essere vagliate. Segue lo scopo, cioè il fine che la discussione persegue. Poi l'esempio, vale a dire la prova che si adduce a sostegno di una data opinione.

Ora procediamo a definire la tesi, o principio ammesso, che possiamo definire anche come dottrina comprovata. E' la base del ragionamento, in quanto stabilisce l'oggetto che poi deve essere dimostrato con tutti i mezzi di ragionamento a nostra disposizione.

Segue la settima categoria, chiamata in sanscrito avayava, composta dai termini del ragionamento deduttivo. In pratica si tratta del celebre sillogismo, divenuto tanto famoso nella storia della filosofia. Viene diviso in cinque parti: tesi, ragione, esempio, applicazione e conclusione. Per chiarirci le idee facciamo un esempio di come può essere usato un sillogismo.

Tesi: sulla montagna c'è il fuoco. Ma perché diciamo che c'è fuoco? Ragione: perché c'è il fumo. E perché se c'è il fumo ci deve essere il fuoco? Esempio: perché dove c'è il fumo c'è il fuoco, come vediamo in una cucina. Dunque se (applicazione:) c'è fumo sulla montagna, possiamo dire (conclusione) che c'è fuoco sulla montagna.

E' un metodo per educare la nostra mente a trarre conclusioni sensate.

Poi c'è la confutazione (o riduzione all'assurdo per giungere a una conclusione corretta). Facciamo un esempio. Se dobbiamo stabilire se l'anima sia eterna o meno, cominciamo col supporre che non lo sia. Se non è eterna, ciò vuole dire che si spegne al momento della morte e dunque per lei sarebbe impossibile godere dei frutti delle sue azioni, passare di corpo in corpo e alla fine conseguire la liberazione. Questa ipotesi è assurda in quanto queste ultime (gioire dei frutti delle azioni e via dicendo) sono qualità che notoriamente appartengono all'anima. Perciò dobbiamo accettare che l'anima è eterna. Secondo i naiyayika ci sono undici tipi di confutazione.

Segue l'accertamento della reale natura dell'oggetto, stimolata da qualche dubbio iniziale e che poi viene accertata con argomentazioni in favore o in sfavore.

Andiamo ora a vedere le regole dell'argomentazione. Siamo alla discussione, che è la decima categoria naiyayika. I due opponenti cercano onestamente di provare ognuno i propri punti di vista, osservando in modo rigoroso le norme della logica. Si tratta di un procedimento dialettico pacato, che avviene tra persone sagge e miti, che hanno come loro unico obiettivo il riconoscimento della verità.

Poi la disputa, che è quella forma di dibattito mirante a una esclusiva vittoria sull'avversario, anche quando questa va a scapito della verità.

Segue il cavillo, che è del tutto simile alla disputa, con la differenza, però, che in questo si cerca di demolire le tesi av-versarie senza cercare di stabilire la correttezza delle proprie.

Siamo arrivati ora alla tredicesima categoria, che è definita come ragione fallace, o sofisma. Nella scienza della dialettica, infatti, si possono usare mezzi discorsivi dei quali si può anche non essere convinti affatto ma che possono farci guadagnare la vittoria nel dibattito. Gautama menziona cinque tipi di ragione apparente.

La prossima è un'altra categoria assai usata nell'arte dialettica, che è chiamata frode, o falsa interpretazione. E' un travisamento intenzionale di una data espressione, cioè attribuire un significato a una termine ambiguo usato dall'avversario al fine di invalidare la sua tesi e ogni possibile successiva argomentazione. Ci possono essere tre tipi di inganni.

Viene poi la categoria successiva, chiamata jati, o obiezioni futili. Il relatore adduce come prova argomentazioni di scarso valore, ma che possono causare confusione nella mente dell'avversario. E per concludere, ci sono i punti di sconfitta, o come far perdere una disputa, mettendo in confusione l'avversario che così rimane sconfitto. Ci possono essere ventiquattro tipi di risposte futili e ventidue tipi di punti di sconfitta.

Fin qui il primo libro del Nyaya-sutra di Gautama Akshapada, che è il più importante dei cinque. Gli altri non sono che un approfondimento di quanto è già stato enunciato nei primi 61 aforismi.

Per quanto riguarda invece le idee di carattere puramente filosofico, Gautama accetta i Veda come autorità infallibile, l'idea della spiritualità dell’anima, la teoria del karma, e critica in modo vigoroso l'idea mimamsa per cui la legge del karma sarebbe suprema. Nei sutra seguenti si troverà, infatti, ad affermare che il meccanismo delle azioni e delle reazioni non potrebbe avere nessun effetto senza la presenza e l'intervento, più o meno diretto, di un Dio. Certamente nella parte iniziale del Nyaya-sutra il problema dell'Essere Supremo non viene affrontato affatto, ma ciò non deve confondere il teista in quanto, nel disegno unitario vedico, il ruolo del Nyaya è di provvedere le regole della scienza del dibattito e del ragionamento.

Il Nyaya-sutra è un testo che ha avuto numerosissimi commenti ed è stato largamente usato da chi intendeva promuovere le tesi più disparate, utilizzando appunto i mezzi logici forniti da Akshapada. I bhashya più importanti sono quelli redatti da Vatsyayana, da Uddyotakara, da Jayanta Bhatta, da Vacaspati Mishra, da Bhasarvajna e da Udayana, il quale, in aperta polemica coi buddhisti, stabilisce l'individualità dell'anima e l'esistenza di un Dio personale.

Ricordiamo anche che alla fine del XII secolo nel Bengala, a Navadvipa, nasce una scuola di Nyaya che avrebbe avuto una vastissima eco, tanto che da allora il Nyaya viene diviso in Pracina-nyaya (Nyaya Antico) e Nava-nyaya (Nyaya Nuovo), che è appunto quello fiorito in Bengala. Quest'ultimo si occupa con mirabile acutezza dei singoli problemi di logica, mostrando un vero culto della sottigliezza, andando persino al di là del contenuto. Per la scuola Nava-nyaya, l'interesse per i sutra e per la filosofia passa decisamente in seconda linea.

L'unione Nyaya-vaisheshika
Come è già stato rilevato, Nyaya e Vaisheshika si sono sempre tenuti in stretto contatto, fino a che a partire dal XVI secolo i due sistemi hanno concordato una teoria unificata.

Gli studiosi e gli osservanti di questa dottrina sono da una parte estremamente realisti, dall'altra si avvicinano maggiormente alle teorie spiritualistiche proprie dei Veda e delle Upanishad.

Affermano che il reale è solo ciò che esiste in modo oggettivo, e che una conoscenza è reale solo quando i mezzi conoscitivi sono stati impiegati in modo corretto e in quantità sufficiente. Il procedimento non si discosta eccessivamente dagli antichi sistemi Nyaya e Vaisheshika, in quanto si tratta di classificare il reale secondo categorie logiche che siano eccezionalmente precise e libere dall'errore.

Si giunge a una maggiore specificazione della teoria atomistica, per la quale gli elementi di terra, di acqua, di fuoco e di aria sono costituiti da atomi, i quali sono eterni e solo le forme che acquistano sono caduche, in quanto prodotti composti. Vi sono innumerevoli atomi di terra, acqua, fuoco ed aria, ma questi sono così minuscoli da non poter essere percepiti attraverso l'esercizio sensoriale. Ognuna di queste particelle è diversa dall'altra.

Per quanto riguarda invece il problema del sé, l'essere è principalmente un'anima di natura spirituale. Ve ne sono di due tipi: un'anima onnisciente (che è unica, ed è Dio) e le anime individuali, che sono parte dell'Essere Supremo. Quest'ultime sarebbero libere se non fossero legate alle illusioni di questo mondo dall'attività frenetica della mente.

Tutto ciò che accade in questo mondo avviene per un meccanismo automatico, che è regolato dalla complessa legge del karma, la quale regge ogni cosa. In questa logica non è necessario l'intervento di un Dio. Nella tradizione Nyaya-vaisheshika c'è chi afferma che persino Lui deve subire le leggi del karma.

Dio è un'entità individuale separata dalle anime e vive in un mondo di natura spirituale. Non ha nulla a che fare con la dimensione in cui viviamo noi, se non di aver avviato il motore dell'avvenire cosmico. Qualcuno conclude così che Dio non sia in grado di intervenire nelle vicende umane, per cui le regole religiose non sono utili per la società, ma solo quelle sociali. Attraverso l'azione corretta (che consiste principalmente nella ricerca della conoscenza) è possibile giungere alla liberazione. Da parte sua, Dio agisce solo per piacere del gioco (lila), l'attività fine a se stessa: questa è la sua inclinazione naturale.

Ma non dimentica le anime prigioniere; anzi prova per esse suprema compassione e per salvarle comunica con loro attraverso le rivelazioni vediche, giungendo così persino ad assumere una forma corporea composta di elementi materiali al fine di mostrarsi a tutti.

Noi, l'anima individuale, siamo dentro il corpo e lo pervadiamo con la nostra energia. Per liberarci dobbiamo interrompere il contatto con la mente (manas) e con l'organo intellettivo (buddhi). In quel momento l'anima diventerà inattiva e inaccessibile a ogni ulteriore condizionamento. L'esistenza materiale è dolore unico e la nostra meta deve essere solo la liberazione che si ottiene, come già detto, con le opere e con la conoscenza. In modo particolare quest'ultima ha il potere di far dissolvere ogni desiderio e di cancellare ogni karma residuo. Da lì la cessazione delle rinascite.

Cos'è per il Nyaya-vaisheshika la liberazione? Uno stato di coscienza del tutto "simile a quello di una pietra", uno stato di immobilità esistenziale dal quale non dovremo più discostarci. A quel punto si ottiene per l'eternità la beatitudine in Dio, identificato nella persona di Shiva

Anonimo

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