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vedanta.it

Sankhya ateo - 1

Una presentazione ed un dibattito.

di Manonath Desa - Scritto nel Gennaio 1996
delle note...

 

Introduzione

Queste erano delle note destinate a diventare un libro sul Sankhya scritto a quattro mani. Il progetto del libro c'e' sempre, tuttavia forse richiederà più tempo. Per questa ragione abbiamo deciso di pubblicare il presente articolo, pur incompleto e probabilmente pieno di errori.

1. I due Kapila
La parola Sankhya significa letteralmente "numero". Dunque è quella dottrina che si occupa di enumerare i principi (tattva) che compongono l'universo materiale.

Originalmente questa fu insegnata molti millenni fa da un saggio di nome Kapila. Ancora oggi è ritenuto da grandi autorità un Vishnu avatara, un'incarnazione divina. Figlio di Kardama Muni e di Devahuti, Kapila parlò per la prima volta la filosofia immortale del Sankhya, che si basa sull'analisi metodica della natura materiale, per poi passare a quella dell'energia spirituale, in modo da poterle porre a confronto. La storia della nascita, della vita e degli insegnamenti di Kapila è narrata nel quarto canto della Srimad-Bhagavatam.

Molto tempo dopo un altro Kapila venne, progettando anch'egli una filosofia di tipo "analitico", chiamandola alla stessa maniera, Sankhya. Nonostante i casi di omonimia, le differenze fra le due è nettissima: la prima è di natura teistica, accettata da tutti gli studiosi vaishnava, mentre l'altra è, come vedremo, fondamentalmente ateistica e materialisitica.

Precisata la differenza fra i personaggi storici, con la raccomandazione di non confondere le due figure, ora, in questo articolo, ci occuperemo del secondo Kapila, l'eretico, quello che ha proposto conclusioni contrarie agli insegnamenti dei Veda.

Presentazione

2. L'analisi della natura
Da sempre i filosofi hanno tentato di spiegare l'origine della creazione, e lo stesso tentativo fu compiuto da Kapila. A ben ragione la sua filosofia può fregiarsi del titolo di filosofia materialistica, in quanto rifiuta la supremazia dell'elemento spirituale su quello materiale.

Gli elementi originali sono due: Mula-prakriti, sostanza materiale allo stato non-manifestato e Purusha, sostanza spirituale. Ambedue sono originali e non prodotti da nulla e nessuno; dunque sono ambedue eterni.

Ora vediamo cosa è la natura materiale.

La parola Mula significa radice, e viene chiamata Mula-prakriti proprio perchè è la sostanza che è alla radice di tutta la creazione. Questo elemento non-manifestato è anche chiamato Pradhana, e quando sarà manifesato avrà il nome di Prakriti, o Natura.

Prakriti è sottile e inconoscibile, se non grazie agli effetti (sat-karya). E' un caso di origine che è scomparsa nell'effetto stesso, come del grano diventato farina.

Pradhana (o Mula-prakriti) è costituito da un perfetto equilibrio interno di tre dei suoi attributi fondamentali, che sono chiamati Guna. I tre Guna sono:

sattva, ritmo, che causa piacere, e serve ad illuminare,
rajas, attività, che causa dolore, e serve ad attivare,
tamas, inerzia, che causa offuscamento, e serve a limitare.

Ma prima di procedere vediamo meglio cosa sono i Guna.

La parola Guna può significare cose diverse. I filosofi Sankhya attribuiscono al termine il significato di "qualità" o "caratteristiche". Queste sono i tre ingredienti fondamentali dei quali Prakriti è composta, in maniera inscindibile, così come il calore è la caratteristica fondamentale e inerente del fuoco e da esso non può mai separarsi (un fuoco che non avesse calore non sarebbe tale). Prakriti (come viene anche chiamata Mula-prakriti) e l'armonica mistura dei tre Guna sono la stessa cosa. Definiamoli con maggiore precisione.

La definizione di sattva è ritmo, o esistenza stabile, esistenza che si mantiene, o anche la capacità intrinseca di mantenersi secondo un proprio "ritmo" o "ragione" di esistenza. E' leggero e luminoso.

La definizione di rajas è attività, capacità e ragione di muoversi, di trasformarsi, di procedere in altri stadi di esistenza. E' stimolante e mobile.

La definizione di tamas è inerzia, o stato di non-movimento, prossimo dunque alla distruzione delle forme che la materia soggetta alla sua influenza assume. E' pesante e opaco.

Solo quando avviene uno squilibrio fra questi tre elemeti costitutivi avviene la creazione dell'universo in cui viviamo.

3. Prakriti e Purusha esaminati
Ora specifichiamo meglio le qualità inerenti di Prakriti e introduciamo quelle del Purusha. Stiamo entrando nel merito dell'eresia fondamentale da parte dei Sankhya-anishvara (Sankhya-atei).

Abbiamo detto che Prakriti non è causata, dunque è eterna. Pervade ogni cosa, non agisce (dunque è eternamente immobile), è unico (dunque non differenziato), non si poggia su nulla, poichè è un elemento originale e dunque indipendente, indissolubile, poichè non composto di parti. Come abiamo detto, è formato dai tre elementi costitutivi (i Guna), campo di esperienza delle anime, insienziente e produttivo.

In altre altre parole, Prakriti è vista come energia eterna e onnipervadente. Eterna perchè ciò che non ha fine non può avere neanche un inizio, onnipervadente perchè i suoi prodotti si possono osservare ovunque, (vedi Sankhya-sutra 6.36). E' la radice o causa primordiale, non esiste causa al di là di essa, proprio come la radice è la causa dell'albero ma essa non ha un'altra radice che la genera; (Sankhya-sutra 1.67). E' la causa materiale di tutto, ma essa (Prakriti) non ha un'ulteriore causa.

Mula Prakriti è così descritta come eterna e originale: ciò significa che, sebbene essa stessa sia la cuasa di tutto, niente e nessuno ne è stata la causa. Eternamente Prakriti produce tutto, e anche se essa stessa sia insenziente (dunque non-intelligente), è la causa del godimento e della liberazione di innumerevoli esseri senzienti. Qui abbiamo toccato un punto fondamentale che riprenderemo fra poco: lo scopo di Prakriti è di dare esperienza e infine liberazione alle anime.

Ma come possiamo capire la sua esistenza? Essendo al di là della possibilità di percezione sensoriale, è impossibile da captare mediante qualsiasi strumento, ma la sua esistenza può essere dedotta dai suoi effetti (concetto già espresso in precedenza). E sebbene unica in entità, possiede molti attributi eterogenei e grazie alla sua capacità di modificare produce questo mondo fantastico.

Passiamo ora a definire il Purusha.

Secondo il Sankhya ateo, il Purusha (l'anima spirituale) non è parte di Prakriti, ma è un'entità separata, sebbene simile ad essa in molti aspetti. Tanto simile alla materia non-manifestatata (avyakta) quanto dissimile la ritroviamo nel suo stadio manifestato (vyakta).

Isharakrishna dà cinque ragione perchè l'anima esiste. 1) perchè nessuna aggregazione può esistere per se stessa, ma per qualcos'altro, 2) perchè questo qualcos'altro deve essere l'inverso dei tre Guna, 3) perchè ci deve necessariamente essere un controllo che presieda a tutto, 4) perchè deve esserci un soggetto fruitore, 5) perchè c'è una naturale tendenza alla liberazione.

Purusha è eterno e privo di causa, pervadente perchè lo ritroviamo praticamente ovunque nella creazione, è il principio in grado di identificarsi, ma non produce niente, perchè è statico e immodificabile. Sempre fermo, immobile nella sua essenza, non può mai cambiare ciò che è. Senza attributi, è mera coscienza onni-pervadente, ma si amalgama completamente nei corpi che assume, anche se ne è a contatto per così tanto tempo. Indissolubile, non è costituito di parti, ed è per sempre indipendente. E' sempre privo dei Guna, non oggettivo, individuale, senziente e mai produce alcunchè. Possiamo capire che questo Purusha esiste perchè la realtà è stata capace edi organizzarsi. Senza l'azione del Purusha, Prakriti non avrebbe mai potuto creare nulla.

Ma perchè Prakriti crea l'universo? Per il bene esclusivo del Puruusha, rispondono i Sankhya. Infatti l'entità materiale (una qualsiasi) può creare qualcosa solo per beneficio di qualcun altro, e mai per sè stessa, in quanto priva di vita, di coscienza e quindi di interessi personali. A questo proposito, nel Sankhya-sutra (1.66) leggiamo proprio questo: che l'energia prakritica (nello stadio manifestato) non crea e agisce per prorpio interesse, ma per quello dell'anima individuale.

Questo concetto è importante; quindi ne riassumiamo i punti salienti:

1) la creazione ha come scopo la liberazione, ma non dell'elemento creatore (Prakriti), ma quella di qualcun altro (o qualcos'altro), del Purusha,
2) anche perchè essa (Prakriti) non è mai un elemento "allo stato puro", bensì esiste sempre sotto forma di "composto" o "combinazione",
3) e ogni combinazione è sempre in funzione dell'uso di qualcun altro, e mai fine a se stessa.

Per chiarire il punto 3, i Sankhya propongono l'esempio di una sedia, che è un composto di elementi e che esiste per le finalità personali di un principio dissimile da esso. Il legno non si siederà mai sulla sedia, ma serve perchè qualcuno ci si sieda sopra. Nè può asserire che i vari composti organizzino "un lavoro di gruppo" per servire interessi in comune. In special modo si deve escludere che un'entità composta possa essere personale, e dunque è priva di interesse verso la prigionie come verso la liberazione.

Il Purusha deve essere eterno, in quanto è definito come "libero da ogni azione e modificazione". Infatti l'atto di essere creato comporta una modificazione rispetto allo stato inziale. Se il Purusha non può cambiare, non è neanche in grado di passare dallo stato non-esistente a quello di  esistente, perchè ciò mostrerebbe, appunto, la capacità di modificarsi.

Il Purusha è inattivo: l'anima non può agire e non è in grado di provare la gioia, perchè tale qualità non fa parte della sua natura. Soffrire e godere, così come la capacità di agire, appartiene a Prakriti e non a Purusha, dicono i Sankhya. Ma, dovuto all'illusione che lo imprigiona, l'uomo pensa erroneamente che sia Purusha colui che agisce e che gode e soffre, e che può arrogarsi il diritto alla felicità.

Le anime sono plurali. Non esiste un "blocco unico" trascendentale, ma le anime sono individuali. Ishvarakrishna dice infatti che ciò viene provato 1) dal fatto che la nascita, la vecchiaia e la morte siano detrminati individualente, 2) dal fatto che esistono azioni non simultanee, 3) dal fatto che ci sono differenze nella proporzione dei tre elementi costitutivi nelle diverse entità.

4. La meccanica della creazione
Quando avviene uno squilibrio fra i tre attributi di Prakriti, la stessa comincia a trasformarsi, ad assumere aspetti più evoluti.

In quel momento, quando Prakriti comincia a muoversi e dunque a differenziarsi (caratteristica di rajas), assistiamo alla trasformazione di Prakriti in Mahat, che è il totale degli elementi materiali "differenziati", dunque pronti alla creazione di forme specifiche. Appena gli ingredienti sono maturi, la stessa potenzialità di creazione fa scaturire fa scaturire ahankara, che è l'energia di identificazione necessaria agli esseri viventi per vivere le esperienze di questo mondo. A questo punto sia gli ingredienti materiali che le basi dell'esistenza condizionata sono pronti, e da ahankara scaturiscono i 5 tanmatra, che sono i 5 oggetti dei sensi (suono, tatto, ecc.). Poi i due tipi di sensi (i sensi cogniticvi e i sensi d'azione); infine gli elementi grossolani.

Dunque, secondo il sistema Sankhya, i 24 tamatra (o elementi primordiali) sono Prakritici, cioè di natura strettamente materiale, senza connessione alcuna con realtà trascendentali.

Questi sono, secondo i Sankhya, i 25 elementi che costituiscono la natura materiale.

5. Perchè esiste il dolore?
Una delle domande che ci vengono in mente con maggiore frequenza, riguarda il dolore: perchè soffriamo?

Abbiamo detto che secondo i Sankhya le qualità presenti in questo mondo sono l'effetto della mescolanza delle tre qualità in un momento di squilibrio interno. E' proprio a causa dello squilibrio che queste tre caratteristiche tanto diverse tra di loro pervadono tutta la nostra vita. Così talvolta siamo gioiosi, altre volte sofferenti, oppure spesso confusi.

In genere troviamo tutti i tre Guna nello stesso oggetto, anche nello stesso momento, secondo la prospettiva di persone differenti che lo osservano in momenti e situazioni differenti. Una bella ragazza può essere oggetto di gioia per l'amante accettato, oggetto di dolore per il rivale rifiutato e oggetto di indifferenza per un asceta; lo stesso causa dunque tre sensazioni differenti a tre persone che lo osservano con visione diversa. Una moglie, quando di buon umore, causa gioia, quando irritata causa dolore e quando lontana è sorgente di rimpianti e dunque di illusione. Lo stesso oggetto causa alla stessa persona tre esperienze diverse a causa di altrettante condizioni diverse. Questa, secondo la filosofia Sankhya, è la causa della sofferenza: l'azione dei tre Guna nel soggetto vittima dell'illusione.

6. Il fine dell'esistenza
Quando Prakriti e Pradhana si incontrano, essi si sovrappongono e questo fenomeno produce fra di loro un interscambio di attributi; cioè la coscienza (o l'intelligenza) appare nella materia e la capacità di agire e di godere nello spirito. Questo fenomeno si chiama adhyasa, o sovrapposizione, ed è la causa dell'illusione dell'uomo, che pensa che le due entità abbiano proprietà di cui in realtà sono prive.

La natura è incosciente, ma il contatto con lo spirito la fa apparire cosciente. D'altra parte, lo spirito non è nè l'agente nè il goditore, ma il contatto con la materia lo fa apparire tale.

La sofferenza che sperimentiamo nella vita nasce da questo adhyasa, o discernimento errato, mentre la liberazione consiste nel realizzarne la differenza. Colui che è diventato indifferente alla materia (Prakriti) ha ottenuto moksha (liberazione).

7. Il metodo dell'indagine
Vediamo ora come gli studiosi e i filosofi Sankhya impostano la loro ricerca.
In questo sistema i metodi per arrivare a pramana (la conoscenza vera) sono tre, e cioè:

1) pratyaksha, la percezione sensoriale,
2) anumana, la deduzione (comprendere la verità dai "segni"), e
3) shabda, la testimonianza.

Un Sankhya sutra dice: "Un oggetto di studio può (e deve) essere vagliato in tre maniere. Non ce ne possono essere di più perchè sulle basi di queste tutto il conoscibile può essere accertato, senza che si presenti la necessità di ricorrere al metodo aggiuntivo della comparazione, che secondo il nyaya è un mezzo particolarmente valido di conoscenza."

Questi tre metodi sono accettati anche dai Veda. Nessuno studioso accetterà mai nessuna conclusione che non sia formata da una concordanza di questi tre elementi. Non ci può essere verità dove le scritture (shastra) non concordano, dove la logica è frustrata, dove manca ampia discussione degli elementi a favore e contrari. Il grande santo ed erudito Krishnadas Kaviraja Gosvami accetta questi tre metodi della ricerca della verità (Shri Caitanya Caritamrita, Madhya-lila 22,65).

"Colui che è esperto nella logica, nella argomentazioni e nelle scritture rivelate, e che ha ferma fede in Krishna, è classificato come un devoto del grado più alto..."

Un dibattito

Gli studiosi della filosofia vedica non concordano con le idee promosse da Kapila. Ora presenteremo le ragioni del dissenso.

8. Pradhana è privo di intelligenza direttiva
Ci sembra giusto cominciare menzionando una scrittura di grande importanza come il Vedanta-sutra, la quale sostiene che:

racana-anupapattesh-ca na-anumanam

"Ciò la cui esistenza è deducibile dai suoi stessi effetti (Pradhana, cioè la creazione stessa), non è la causa del mondo, perchè impossibilitata a creare l'universo (in quanto priva di intelligenza)." Vedanta-sutra, 2.2.1

Qui Pradhana è chiamato anumanam, "ciò che è dedotto", poichè la sua esistenza è puramente ipotetica. Infatti l'origine di tutto è totalmente invisibile ai nostri occhi. Il sistema degli assiomi talvolta è necessario. I più grandi scienziati hanno li hanno usati per poi giungre alle più grandi scoperte della storia. Srila Baladeva Vidyabhushana porta l'esempio delle etere, l'esistenza della quale è postulata allo scopo di spiegare fenomeni come la luce o il magnetismo. Per poter spiegare il fenomeno della creazione, i filosofi Sankhya hanno accettato l'assioma dell'esistenza di una energia che chiamano Pradhana (o Prakriti). C'è una sottile differenza tecnica tra i due termini, ma ciò lo vedremo in seguito, ma l'esistenza di tale energia è appunto indimostrata e indimostrabile. Nessuno strumento potrà mai provare la sua esistenza, anche perchè oramai si è dissolto nel suo effetto primario, cioè la creazione stessa.

Ma questo ipotetico Pradhana non può essere nè la causa materiale nè la causa operativa, giacchè ciò è smentito proprio dal suo presunto effetto. Il mondo è infatti una realtà magnifica, impareggiabile in molti dei suoi aspetti, ed è impossibile ed illogico che la materia priva di intelligenza (come rientra nella ideologia Sankhya) possa aver prodotto tutto ciò, priva della azione direttiva di un agente dotato di facoltà intellettive, di gusto, di qualità personali, caratteristiche che sono tuttora necessarie per opere anche molto più semplici di un universo. Nessuno di noi ha mai assistito al fenomeno di un palazzo scaturito da una casuale combinazione di mattoni, calce e altre componenti, senza l'azione diretta e attiva di un soggetto intelligente, come un architetto, dei muratori e via dicendo.

A ciò, la filosofia Sankhya così ribatte:

"Nell'energia-materia è presente una certa capacità vitale, cosciente, anche se in forma ridotta e spesso potenziale, nel senso che per essere manifestata necessita dell'intervento del Purusha. Questo possiamo osservarlo nella realtà, dove alcuni oggetti fisici hanno la capacità di provocare in noi delle sensazioni. Se vediamo un bel fiore, diciamo "che bel fiore", e ci sentiamo pervadere da un sentimento poetico che ci provoca del piacere. Questa sensazione prima della sua nascita era assente in noi, in quanto prima della visione del fiore non esisteva. L'ha provocata il fiore; dunque la sensazione del piacere è insita negli oggetti del mondo."

Questo è un argomento privo di forza. Infatti è più che ovvio che il sentimento di piacere non può essere un sentimento esterno, bensì interno.

Non possiamo dire che il piacere è insito nella natura dei fiori, poichè non a tutti provocano la stessa emozione. Ciò che fa sospirare un innamorato lascia indifferente un'altra persona priva di quella particolare sensibilità. Gli oggetti eccitano il piacere, ma è il soggetto che "riceve l'informazione", la elabora e poi sente piacere. Un fiore non provoca nulla a un soggetto privo di vita, privo di vista, o assente davanti ad esso. Insomma il piacere è un sentimento interno, un attributo dell'anima e giammai della materia.

Non possiamo così dire che la qualità della gioia e altre siano proprie degli oggetti materiali.

I Veda classificano la materia fra la lista degli elementi inerti. Ma vediamo che si muove, potrebbe obiettare qualcuno. Difatti i Sankhya sostengono che è Pradhana ad essere in grado di muoversi, e non lo spirito.
A questa obieizone il Vedanta-sutra (2.2.2) dice:

Pravittesh-ca

"La materia inerte diventa attiva solo quando in essa c'è l'azione direttiva dell'intelligenza."

Anche quando vediamo che si muove, in realtà la materia (Prak-riti) non è mai attiva. Osserviamo questa semplice verità anche nella vita di tutti i giorni. Se vediamo muoversi la manica del maglione che indossiamo non diremo "il maglione si muove, è vivo dunque", diremo piuttosto che è il braccio all'interno della manica che lo fa muovere. E il movimento è diretto dall'intelligenza (che consiste nella capacità di discriminare).

9. Il mondo non è creato dall'incontro tra Pradhana e Purusha
Ora analizziamo come secondo la filosofia Sankhya questo mondo sia potuto scaturire da un elemento come Pradhana.

I filosofi Sankhya, certamenti più intelligenti dei moderni "pensatori" atei, si sono guardati bene dall'assegnare alla materia qualità come l'intelligenza e la coscienza. Infatti che essa ne sia priva è sotto l'occhio di tutti, nel modo più ovvio. Quindi hanno mantenuto saldo il principio che Pradhana è solo un meccanismo, e non un'entità vivente. Non potendo escludere dalla paternità del creato un principio di natura spirituale (Purusha), lo hanno ammesso, ma allo stesso tempo gliene hanno riconosciuta solo parzialmente. Vediamo cosa dicono.

"La creazione è stata resa possibile grazie a una combinazione 'sovrapposta' di spirito e materia (Purusha e Prakriti), ed è a causa di questa mutua sovrapposizione che viene ad apparire come se le due entità si siano scambiate le loro caratteristiche fondamentali."

Questa idee chiamata adhyasa (sovrapposizione delle nature) fa acqua da tutte le parti. Prima di proporre questa tesi, i Sankhya avrebbero dovuto rispondere a queste domande:

prima: qual'è la causa della sovrapposizione?
seconda: come è composta questa energia che spinge a sovrappore?
terza: quali sono le leggi che regolano la sua esistenza e la sua azione?

E' forse una sostanza intrinseca nell'esistenza intima dello spirito e della materia? Questo non può essere perchè se la capacità di sovrapporsi con la materia è propria dello spirito, allora non potrebbe esistere la liberazione, poichè a quel punto appena uno si libererebbe si sovrapporrebbe immediatamente con l'energia materiale e cadrebbe di nuovo preda dell'illusione materialistica.

Oppure che sia un elemento modificato che è scaturito dallo spirito o dalla materia? Certamente non può provenire dalla materia perchè non potendo avere qualifiche superiori alla sua origine non potrebbe agire in nessun modo. Nè può essere una modificazione dello spirito in quanto, in accordo al sistema Sankhya, lo spirito è immodificabile. In altre parole, lo spirito non può mai cambiare ciò che è.
Il dilemma di questo misterioso fenomeno di adhyasa rimane tale. Ma i Sankhya potrebbero tentare di presentare un'altra ipotesi, e cioè:

"Il latte si trasforma in yoghurt perchè è una qualità inerente (cioè il latte si trasforma in yoghurt perchè ciò è parte delle sue caratteristiche naturali). Per spiegare poi le differenze sostanziali che acquista si potrebbe fare l'esempio dell'acqua piovana: quando essa cade dalle nuvole ha un solo sapore, poi quando entra nei vari frutti acquista sapori differenti. In modo analogo Pradhana, sebbene come energia sia omogenea, in accordo al tipo particolare di karma della jiva con le quali viene a contatto, acquista caratteristiche diverse. La differenza nei corpi e nelle circostanze della jiva è dovuto proprio agli effetti dei passati karma dei Purusha. Dunque l'adhyasa avviene perchè è una capacità intrinseca della natura materiale che si manifesta appena viene a contatto con lo spirito."
Ma anche questa ipotesi è scartata dai testi vedici. Il Vedanta-sutra (2.2.3), infatti, afferma:

payo'mbu-vac-cet-tatra-api

"Se si afferma che Pradhana si modifica da sè nei suoi vari prodotti, come (ad esempio il latte (payas) o l'acqua (ambu), senza la guida di nessuna intelligenza replichiamo che anche in quel caso il cambiamento è guidato dall'intelligenza."

L'affermazione di Vyasa, l'autore dei sutra del Vedanta,  è corretta e sostenuta dalla ragione. Infatti esiste una legge precisa che regola la tramutazione, ad esempio, dell'acqua piovana in differenti sapori e odori; ciò non accade mai seguendo un meccanismo casuale, perchè se la causa fosse tale, casuale sarebbe anche l'effetto. Così una vlta un albero di mele darebbe mele, altre volte pere o ciliege. Oppure potremmo avere mele dal sapore di pere o viceversa. Invece qesto non è mai accaduto. Se dunque gli effetti sono così precisi e determinati significa che esiste una legge determinatrice intelligente e allora anche la causa alla radice deve essere intelligente.

L'esempio del latte proposto da Vyasa segue la stessa logica. Il latte si trasforma in yoghurt seguendo regole precise, in circostanze simili e il risultato è sempre lo stesso. E' ovvio che una regola intelligente ne guida la trasformazione.

Sebbene i nostri sensi non sempre percepiscono o comprendono questa legge o questo legislatore, tuttavia possiamo dedurre le qualità della causa osservando gli effetti; esiste infatti un preciso rapporto di somiglianze qualitative tra la causa e l'effetto. Se l'effetto segue criteri di intelligenza e logica, vuole dire che la causa deve essere inyelligente e logica.

L'argomento è ben sviluppato nella sezione Antaryami Brahmana del Brihad-Aranyaka Upanishad.

 

Manonath Dasa

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