Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione.

vedanta.it

Articoli

46. Quando il jīva dell'esperienza di sogno si riassorbe in quello di veglia, l'esistenza, la coscienza e la beatitudine del jīva notturno si risolvono nello stato di veglia. Quando il jīva dell'esperienza di veglia finisce per riassorbirsi nello spettatore-Testimone, anche i suoi riflessi di esistenza, coscienza e beatitudine si dissolvono in quest'ultimo.

 Quando affermiamo che le condizioni di veglia e di sogno sono proiezioni o modificazioni mentali, non dobbiamo dimenticare certe considerazioni di enorme portata. Bisogna sempre distinguere la posizione del jīva individuale da quella del Jīva universale o Iśvara, causa prima di tutta la manifestazione, il microcosmo dal macrocosmo. Possiamo eliminare questa dualità solo con la Realizzazione del quarto stato: Turīya. L'universo è una modificazione della mente universale. Tale modificazione o proiezione per noi, io-individuali o coscienze separate, prende un carattere oggettivo (duale) più stabile, diremo apparentemente duraturo e identico per tutti, laddove la nostra individuale proiezione notturna è valida solo per noi stessi, in linea di massima, ed è meno duratura.

Dal punto di vista individuale, l'intero mentale o corpo sottile si riassorbe nello stato germinale del sonno profondo: prājña; dal punto di vista universale, l'intero mentale cosmico, compreso quel corpo causale individuale, si riassorbe nella condizione germinale di Īśvara. Di là dai due jīva, individuale e universale, esiste sulla base comune e identica ad entrambi: Brahman, Assoluto-senza-secondo. Tra il composto ferro e il carbonio puro esistono delle differenze notevoli sul piano del manifesto; è solo quando andiamo oltre i composti che scorgiamo un'unica sostanza indifferenziata elettronica, corpo causale e virtuale di ogni futura differenziazione molecolare.

I jīva rappresentano coscienze separate, scale di valori unicamente sul piano del manifestato, per cui ci sono jīva più o meno perfetti o, meglio velati da maya. La concezione realizzativa di Śaṁkara poggia esclusivamente sulla visione metafisica, quindi brahmanica; per cui ne consegue che tutti i jīva, piccoli e grandi, perfetti e meno perfetti, e l'intera manifestazione non sono altro che ombre-luci o miraggi stagliantisi sullo schermo dell'Infinito Brahman.

Il manifesto contiene indefiniti ordini coscienziali o enti che vanno da quelli sub-umani a quelli super-umani e divini. Il più alto della stessa gerarchia divina rimane sempre uno stato di coscienza, benché elevatissimo all'occhio del modesto jīva umano. Ma questi ordini e gradi qualificati, enti che hanno attributi ed espressioni formali, svaniscono quando ci poniamo dal punto di vista metafisico, dell'assoluto Brahman nirguṇa (senza attributi), svelato da Śaṁkara. Il sentiero advaita samkariano, dell'Uno-senza-secondo, è il più difficile e pieno di trabocchetti ma anche il più elevato ed ardito che mente umana abbia potuto conoscere. Tutti gli altri darśana e le due stesse correnti del Vedānta, di Madhva (Dualismo) e di Rāmānuja (Monismo mitigato), poggiano in definita sul punto di vista della Causa prima: Īśvara, quindi sono dualisti o monisti.

Sarebbe bene, studiando e meditando l'Advaita Vedānta, tener presente queste considerazioni e, nel fare la sādhanā, saper rimanere fermi quale punto al centro del proprio sistema psico-fisico, ed essere temprati per affrontare tutti gli ostacoli dell'avidyā a livello individuale, e della maya a livello universale.

Vorremmo terminare queste modeste note di commento con le parole di Plotino:

« Se riuscirai a coglierlo dopo avergli tolto persino l'essere (l'Uno principale e lo Spirito universale), cadrai in un prodigioso stupore. E slanciati, allora, verso di Lui (il Quello del Vedānta) e raggiungilo nella sua dimora, in un pacato riposo: abbi sempre più il senso di Lui mentre lo scorgi con l'intuizione e, pur attraverso le cose posteriori a Lui e che devono a Lui la loro esistenza (mondo dei nomi e delle forme), ne abbracci con lo sguardo la grandezza. » (Enneadi: III, 8, x)

(Dṛgdṛśyaviveka discriminazione tra Sé e non-Sé, Raphael, Ed. Asram Vidya, pag 84)

Vidya Bharata - Edizioni I Pitagorici © Tutti i diritti riservati.  
Tutti i diritti su testi e immagini contenuti nel sito sono riservati secondo le normative sul diritto d’autore.

Chi è online

Abbiamo 227 visitatori e nessun utente online

Sei qui: Home