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La Morte e il Paradiso

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cielo
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La Morte e il Paradiso

Messaggio da cielo » 21/11/2016, 20:35

Ripropongo una serie di brani attinenti gli argomenti della morte e del paradiso tratti dal forum pitagorico, tenendo conto che, dal mio punto di vista, tali tematiche si collegano alle paure sollevate dalla mente intorno alla sofferenza-malattia-morte e ai suoi stessi desideri (di amore, armonia, serenità, pace, pienezza) e che ben ci stanno nella parola e nel concetto di "paradiso". Inoltre l'ispirazione attuale scaturisce dal fatto che di tanto in tanto faccio dei sogni particolarmente reali di incontri ed esperienze con persone di sogno (sconosciute) che lasciano tracce non meno intense delle esperienze di veglia e che ricordo con vividezza, addirittura confondendo i piani veglia e sogno.
Ogni volta che mi sveglio mi domando se sia la mia mente che crea un mondo immaginario popolandolo di personaggi che vadano ad equilibrare e compensare aspettative che i personaggi "reali" non soddisfano, oppure se sia l'Uno che così si traveste per interagire con questa povera anima vagabonda.
E' come se gli io separati, dunque menti sognanti e desiderose di esperienze, proiettassero le proprie aspettative in sogno dove ottengono più facilmente ciò che vogliono e ne provano soddisfazione interiore. Le persone, vive o morte nel piano della veglia, che incontro in sogno lasciano tracce nella mia coscienza esattamente come quelle che lasciano le persone reali che frequento ogni giorno. A volte mi accorgo di continuare a "pensare" agli incontri di sogno e sempre meno alle persone della veglia che tanto, inevitabilmente, so che incontrerò per mangiarci assieme, parlarci o lavorarci, "finché morte non ci separi". Ma ci separerà veramente o sarà soltanto mera apparenza come quella del sogno che svanisce e viene riconosciuto come tale appena mi sveglio?
Quando i piani si sovrappongono fa un po' paura perché ci si sente un po' disconnessi, non totalmente presenti nei ruoli che si indossano e vengono riconosciuti dagli altri (viventi) come reali.
Chi sono io? è sempre una buona domanda su cui riflettere.

E poi, come dice un mio amico in risposta alla mia confusione di piani:
"Il sogno, per quello che ho compreso, così come la veglia del resto, ha un aspetto individuale, come uno universale.
I raggi, i riflessi, sono molteplici rispetto al sole, ma anche ogni singolo raggio può moltiplicarsi a sua volta (spettro luminoso) e generare una molteplicità "individuale", ossia il sogno come di solito è, si tratta quindi di piani che non sono scalari, uno sopra l'altro, ma sono contemporanei, accadono nella stessa condizione e "realtà". Non sono in sequenza, non passi dall'uno all'altro in sequenza, ma sono tutti contemporanei, sono compresenti, tutti nello stesso piano, luogo, momento.
Qualcuno potrebbe dire che è un po' come sognare una tigre, comunque ti spaventa, ti terrorizza. e ne porti le conseguenze anche nella veglia, poichè il cuore ti batte all'impazzata anche da sveglio, ma questo accade solo se ci siamo identificati nel personaggio. Però anche se non siamo identificati non per questo il personaggio viene meno o la tigre non assale il personaggio.
E' come giocare quando giochi a un videogioco, e ti sparano, o tu spari, mica uccidi o muori per i colpi ricevuti o, meglio, muore il personaggio, ma non tu, e lo sai, sempre, anche se nel sogno ti credi "fisico" tanto quanto nella veglia. Quando non sei identificato, quando sai che è un sogno, un'apparenza, una proiezione e che nessuno di quelli, a cominciare da te-personaggio di sogno, siete veri e reali, ma solo fenomeni, una proiezione, un film, una sovrapposizione, un "credevo che fosse..un mi è parso di vedere un serpente ed invece era una corda...mi è parso di vivere ed invece era un sogno...mi è parso di morire e di nascere ed invece non sono mai morto, né rinato.
In conclusione, tutti i piani, quali che siano, sono Coscienza, il filo, il tramite, il medium conduttore è la coscienza, cambia solo essere la coscienza di ...questo o quello, ma la coscienza resta identica e presente in tutti.
Cambiano i piani, ma non cambia la coscienza che li alimenta e vivifica e tu sei la coscienza, non i piani (la coscienza di questo e quello)
"

E nel momento della morte permanere nella Coscienza, stabilire l'attenzione fermamente nella consapevolezza di essere, sarà sommamente importante.


Sai Baba, Gītā Vāhinī
Di solito, al momento della morte, la gente comune non riesce a fissare con facilità la mente su Dio. Il processo presuppone un lungo allenamento nonchè l'avvenuto conseguimento di determinati risultati definiti pūrva samskara, vale a dire tendenze e impulsi accumulati in precedenza. La mente deve passare attraverso un certo corso disciplinare e diventare yogayukta, cioè immersa nello yoga. Anche questo però non è sufficiente. Essa deve scartare tutti gli altri pensieri e considerarli bassi, inferiori e persino contaminati; deve inoltre sviluppare una repulsione verso tutti gli oggetti.
Se ciò avviene, il pensiero di Dio sicuramente emergerà e sarà stabile e costante durante gli ultimi istanti.
La vostra mente è quindi veramente importante: se si deteriora, anche tutto il resto si degrada; infatti l'uomo si muove alla velocità della sua mente e nella direzione che questa prende. Per domarla ed allenarla bisogna possedere buone abitudini e seguire certe discipline."
Sri Sathya Sai Baba "Gli insegnamenti di Dio (Gītā Vāhinī, capitolo, XVI, Mother Sai Publications)

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Il raja yoga è autodisciplina della mente, così come l'hatha yoga è autodisciplina che trasforma il corpo, sensibilizzandolo, ossigenandolo, rendendolo consapevole della possibilità di ritirare i sensi in se stessi, come le membra della tartaruga e concentrare l'attenzione sull'osservatore che osserva il corpo nel suo periodo di "vigenza".

Fino alla fusione ultima nel Divino.
Il pezzetto di sale si fonde nell'Oceano, ma non è distrutto, conserva la propria natura, la propria qualità di "salinità".

I brani sono tratti dall'Advaita bodha dipika: lampo di conoscenza non duale di Karapatra Svami (collana Vidya Bharata, edizioni I Pitagorici) e dalla Gītā Vāhinī di Sai Baba che commenta il testo della Bhagavatgītā.

Sulla morte.

E' importante osservare il gioco della mente che da un lato impedisce all'Energia di scorrere limitandola nell'individuo con cui si identifica fortemente, e dall'altro proietta, come nei sogni, i suoi desideri di essere in un certo qual modo, il "suo" modo fatto di fantasie, idee, teorie, speranze, attese.
Sogni, per dirla con una parola sola, non differenti, in fondo, da quelli che si fanno di notte, dormendo.
Sogni nati dal desiderio, insoddisfatto. Sogni che sperano di fare bingo, anche in materia di spiritualità.

Quel mondo illusorio deve morire, sono fiduciosa che morirà.
L'unico mezzo, per me, è accettare di essere come sono, piena di attaccamenti e di idee partorite dalla mia mente che cavalca senza posa.

Tutto questo fermento tende, a poco a poco, a concentrarsi intorno ad un'aspirazione sola, come la limatura del ferro attratta da una calamita.
Come primo passo comprendo che certamente è fondamentale svolgere l'azione senza desiderarne i frutti.
"Liberarsi" dal samsara.

Sai Baba, Gītā Vāhinī, cap. I, sul significato della Gītā.

In verità l'uomo è sceso in questo campo dell'azione, Karmakshetra, solo per impegnarsi nell'attività e non per guadagnare i frutti di quelle attività. Ecco qual'è l'insegnamento della Gita, la sua lezione fondamentale.



Advaita Bodha Dipika, Capitolo I: Adhyaropa (Sovrapposizione)

105. "Il jiva gira sulla sua giostra a causa dell'azione del karma passato, secondo quanto concesso dall'esperienza di veglia, sogno o sonno profondo. Questo è il samsara. Allo stesso modo il jiva è soggetto alla nascita e alla morte come risultato del karma passato.

106. Ciononostante queste sono solo illusioni della mente. Egli sembra nascere e morire.

Domanda: "Come possono la nascita e la morte essere solo illusorie?"

Maestro: "Ascolta attentamente quanto ti dirò.

107-109. "Quando il jiva sprofonda nel sonno, le modalità proprie dello stato di veglia lasciano il posto a quelle nuove del sogno che riproducono le esperienze precedenti, ma può esserci anche la totale assenza di tutte le cose esterne e delle attività mentali, come quando il jiva, sopraffatto dal coma antecedente la morte, perde gli indirizzi di comportamento e la mente rimane inattiva.

Questa è la morte.

Quando la mente, in un nuovo contesto, riprende la riproduzione delle esperienze passate, il fenomeno viene chiamato nascita.
Il processo della nascita inizia quando l'uomo immagina: "Questa è mia madre, io sono nel suo ventre, il mio corpo ha queste membra". Immagina poi di nascere nel mondo e, più tardi dirà: "Questo è mio padre, io sono suo figlio, ho questa età, questi sono i miei parenti ed amici; questa bella casa è mia".
E così via. Questa nuova serie di illusioni inizia quando cessano le illusioni che precedono il coma antecedente alla morte e sono il risultato delle azioni passate.



Gli uomini che non hanno nessuna regola di condotta e che non sanno discriminare tra il vizio e la virtù, il giusto e lo sbagliato, il decente e lo sconveniente, sono come bestie in forma umana, spiega Krishna ad Arjuna, sul campo di battaglia del Kurukshetra.

Si sforzano di ottenere piaceri momentanei, brevi felicità, gioie temporanee e futili comodità, non hanno alcun orrore dell'inferno, nessuna concezione del paradiso e del demonio, nè reverenza per Isvara (Dio), non hanno rispetto per le scritture e nessuna nozione di Dharma.

Pare che la maggior parte degli umani rientri in questo sfortunato gruppo. Ahimè! Avremo modo di approfondire in seguito.

Molto duro Krishna che prosegue:

"Chiamarli scimmie con un corpo umano sarebbe un grosso errore, perchè le scimmie saltano da un ramo all'altro e da un albero all'altro, ma lo lasciano andare prima di raggiungere il successivo.
Questi uomini invece sono più simili ai bruchi che si muovono da una foglia all'altra e si aggrappano con la parte anteriore alla foglia nuova prima di aver abbandonato la vecchia con la parte posteriore.
A causa delle azioni compiute nella presente vita ed ancor prima di lasciare questo mondo, l'uomo determina la sua prossima nascita, come e dove essa avverrà.
Il nuovo posto è già pronto per lui, la sua parte anteriore è già là; solo dopo esserselo assicurato egli allenta la presa su questo mondo.
Gli uomini di tale categoria continuano a girare sulla ruota delle nascite e delle morti".

(Gītā Vāhinī XVII, pag. 173)

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Sul Paradiso:

Advaita botha dipika Cap. I.
110-113. «Il jiva, sopraffatto dal coma irreale che precede la morte, vive illusioni diverse secondo le differenti azioni passate.
Dopo la morte crede:
"Questo è il paradiso; è molto bello: io ci sono dentro; ora sono un magnifico essere celeste; ci sono tante fanciulle celesti al mio servizio; la mia bevanda è il nettare" oppure "questa è la regione della morte; questi sono i messaggeri della morte. Oh! sono così crudeli, mi hanno gettato all'inferno!" oppure "questa è la regione dei pitr (avi); o di Brahma, o di Visnu, o di Shiva"; e così via.
Così secondo la loro natura, le latenze del karma passato si portano avanti al Sé (che rimane sempre l'immutabile etere di consapevolezza), come illusioni di nascita, morte, paradiso, inferno o altro.
Queste sono solo illusioni della mente e non sono reali.

114. «Nello spazio della coscienza del sé si crea il fenomeno dell'universo, come una città celeste vista a mezz'aria. Lo si immagina reale ma certamente non lo è. È formato da nomi e forme e da null'altro».

115. D.:«Maestro, non solo io ma tutti sperimentiamo questo mondo di esseri e dì oggetti inanimati come tangibile e reale. Come affermare che sia irreale?».

116. M.: «Il mondo con tutto il suo contenuto è solamente sovrapposto allo spazio della coscienza».

D.:«Da cosa è sovrapposto?».
M.:«Dall'ignoranza del Sé».
D.:«Come è sovrapposto?».
M.:«Come un dipinto mostra una scena di esseri senzienti e di oggetti inanimati su una tela».

117. D.: «Mentre le Scritture dichiarano che l'intero universo fu creato dal volere di Ishvara, tu asserisci che è la nostra ignoranza a crearlo. Come si possono conciliare queste due asserzioni?».

118. M.:«Non vi è alcuna contraddizione. Quello che le Scritture dichiarano - che Ishvara per mezzo di maya creò i cinque elementi, li mischiò in modi diversi per creare la diversità dell'universo - è tutto falso».

D.:«Come possono le Scritture affermare il falso?».

M.:«Sono guide per l'ignorante e non si riferiscono che a ciò che appare in superficie».
D.:«Come?».
M.:«Avendo l'uomo dimenticato la sua vera natura, di essere cioè la sempre perfetta consapevolezza, è indotto dall'ignoranza ad identificarsi con un corpo, ecc. ed a considerarsi un individuo insignificante di dubbie capacità. Se gli si dicesse che è il creatore dell'universo, respingerebbe con scherno l'idea, rifiutando qualsiasi indirizzo. Così, le scritture si abbassano al suo livello proponendo un Ishvara quale creatore dell'universo. Ma questa non è la verità, anche se le Scritture rivelano la verità al ricercatore maturo. Tu ora stai confondendo una favola con una verità metafisica.
A tal proposito puoi ricordare la storia per bambini dello Yoga Vasistha».



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I sentieri che conducono al Divino (Ghita vahini, capitolo XII).

Krishna:

"Colui che non intrattiene nessun altro pensiero all'infuori di me e mi ricorda costantemente, rilascerà il suo ultimo respiro attraverso la sommità del capo e mi raggiungerà.

Io sono vicino a lui quanto lui lo è a me. Mio caro Arjuna! Come potrei mai dimenticare chi non si dimentica di me?
La dimenticanza è una debolezza umana, non è certamente una caratteristica di Dio!

Non serve lo yoga, le austerità e neppure jnana! Non importa se tu non pratichi queste discipline perchè sei troppo debole o se, pur avendone la forza, non ti senti di lottare per padroneggiarle.
Non ha importanza! Non chiedo nè yoga nè austerità; chiedo solamente che la tua mente sia fissa su di me; consacra a me la tua mente, dedicala a me: è tutto quello che ti chiedo.
Se un aspirante spirituale non riesce ad offrire neppure questo atto di dedizione al Signore, mi domando che efficacia abbia la sua disciplina.
Se tu adduci il pretesto di non possedere la forza mentale necessaria, allora dimmi dove invece ricavi la forza per dedicarti, come fai ora, a futili ideali, a frivole fantasie relative alla famiglia, alla fortuna e alla notorietà
Non potresti orientare questa energia verso la dedizione suprema?"

L'uomo dedica con facilità tutto se stesso a venefici piaceri sensoriali, ma si dibatte e protesta come se una montagna gli stesse rotolando addosso quando lo si invita a dedicare i suoi pensieri, sentimenti ed azioni all'Onnipotente!

Secondo lui la salvezza deve essere poco costosa e di facile conseguimento, come acquistare ortaggi al mercato!

Egli cerca dì sfuggire alla schiavitù con la stessa facilità; non si strugge troppo, ma desidera acquisire molto nel campo spirituale!
Egli è più immerso nell'ignoranza che nelle austerità, però desidera i frutti che solo queste ultime possono offrire. Coloro che sono spinti dal genuino desiderio di ottenere tali frutti devono superare ostacoli e tentazioni, dubbi e delusioni e stabilirsi nel pensiero di Dio.

Allora il Signore non rimarrà in disparte, ma conferirà a quell'aspirante lo stato di Identità descritto come Aham Brahmasmi, Io sono Te, Tu sei me, Noi siamo Uno.
Il Sadhaka contemplerà incessantemente l'Unità con il Brahman; questo stato è chiamato ananyabhava.


Arjuna è un guerriero, non ancora un saggio e fa a Krishna una bella domanda, che condivido, perchè l'ho fatta anch'io varie volte. Una domanda "da un milione di dollari" che fa sorridere anche Krishna, come vedremo.
Perchè l'aspirazione sia "ardente" è bene che l'interrogante capisca senza dubbi qual'è il frutto che gusterà dedicando i suoi pensieri, sentimenti ed azioni all'Onnipotente.

Arjuna chiese a Krishna:

"Tu asserisci che tale stato di Unità, come pure questa devozione priva di distrazioni, pensieri ed emozioni, possono essere raggiunti facilmente senza problemi; inoltre affermi che coloro che hanno acquisito ciò, giungono a Te senza difficoltà. Ebbene, in che cosa consiste esattamente il vantaggio di conseguirti?'"

Krishna sorrise e rispose: "Arjuna! Quale beneficio maggiore può esserci? Quella santa vittoria fa di un uomo mortale una Grande Anima, un Mahatma. Potresti chiedermi allora che vantaggio c'è nel divenire un Mahatma? Ascolta: il Mahatma è superiore all'uomo ordinario; quest'ultimo è radicato nel corpo e nel Sé individuale, identifica sé stesso con il corpo e con il respiro, con il particolare, cioè con l'onda anziché con l'oceano; per questa ragione egli è sballottato fra gioia e dolore, cade e si rialza ad ogni esperienza e, tra periodi intervallati dalla quiete e dalla tempesta, barcolla sotto innumerevoli colpi.

Il Mahatma invece è libero da ogni esperienza duale, poiché è al di sopra ed al di là di ciò; ha liberato sé stesso dall'identificazione con il particolare ed è immerso nell'universale, nell'eterno, nell'immutabile, nel Brahmabhava, lo Stato del Brahman, non in quello individuale.

Egli sa che l’Atma non è un'entità limitata, ma trascende qualsiasi limitazione; egli è libero da ogni macchia di tamas e rajas: non è ottuso, né trascinato dal desiderio; possiede una coscienza pura, non influenzata dall'attaccamento e dall'odio.

Molti di quelli che oggi si atteggiano a Mahatma non hanno purezza di cuore e la loro coscienza è imbrattata dal sudiciume. I puri di cuore non avranno rinascita né morte, non avranno più l'obbligo di riapparire sulla terra.

Per quanto numerosi siano gli atti meritori compiuti, per quanto elevato sia il livello spirituale raggiunto o glorioso il Paradiso conseguito, se non acquisisci purezza non ti sarà possibile porre fine al ciclo delle nascite delle morti. Solo coloro che sono perpetuamente immersi nella Realtà Divina potranno a giungere Me, l'Eterno, essere liberati dalle catene e fondersi in Me!"



Conclusioni

Chiudo questo breve exscursus sulle tematiche della Morte e del Paradiso trattate parallelemente in un testo di tradizione non duale e da Sai Baba nel suo esporre l'insegnamento di Krishna ad Arjuna nella Gita, con le conclusioni del capitolo I dell'Advaita bodha dipika dedicate a spiegare che cos'è la sovrapposizione (adhyaropa) che fa scambiare qualcosa che è, per qualcosa che non è. La sovrapposizione è vedere una cosa falsa in luogo di quella reale.

161. D.: “Se il paradiso e l’inferno e i quattro stadi di beatitudine sono tutti falsi, perché una parte delle Scritture prescrive dei metodi per raggiungere la beatitudine del paradiso?”

161-164. M.: “ Una madre amorevole che desideri somministrare del pepe al figlio sofferente di mal di stomaco, è consapevole che il figlio preferisce il miele al pepe, così lo blandisce dolcemente somministrando prima il miele per poi forzargli in bocca il pepe. Similmente le Scritture nella loro misericordia, vedendo lo studente ignorante soffrire nel mondo, desideroso di fargli realizzare la verità ma conoscendo il suo amore per il mondo e la sua antipatia per la realtà non duale, sottile e difficile da capire, gentilmente lo blandiscono con il dolce piacere del paradiso ecc., prima dì rivelare la natura della realtà non duale».

165. D.:«In che modo una idea come il paradiso, può condurre alla realtà non duale?».

M.: «Con la retta azione si guadagna il paradiso; con le austerità e la devozione a Vishnu i quattro stadi di beatitudine.
Sapendolo, l'uomo, fra queste, pratica la più congeniale. Attraverso queste pratiche, ripetute in parecchie vite, la mente diviene pura[libera da opinioni, credenze aspettative e desideri] e viene distolta dai godimenti sensoriali per ricevere l'insegnamento superiore della realtà non duale».

166. D.:«Maestro, anche ammettendo che il paradiso, l'inferno, ecc., siano falsi, come può Isvara così sovente menzionato dalle Scritture essere considerato non reale?».

167. M.:«Beh, ai passi riguardanti Isvara in tutta la sua gloria, ne seguono altri che lo definiscono come il prodotto di maya, così come il jiva [essere individuato, individuo] lo è dell'ignoranza (avidya)».

D.:«Perché le Scritture si contraddicono con passi dal significato tanto diverso?».

M.:«Il loro scopo è far sì che lo studente purifichi la mente con il suo sforzo, attraverso le buone azioni, l'austerità e la devozione. Per indurlo ad iniziare la pratica gli si dice che queste procureranno piacere. Essendo però queste insenzienti, non sono in grado di accordare frutti, cosicché si dice che un onnipotente Isvara dispenserà i frutti delle azioni.
È così che Isvara appare sulla scena. Successivamente le Scritture diranno che jiva, Isvara e jagat (il mondo| sono tutti egualmente falsi.

(…)

180. D.: “Maestro, se Isvara fosse un’illusione dovuta all’ignoranza, si dovrebbe manifestare come tale, invece appare come origine dell’universo e nostro creatore. Non è ragionevole affermare che Isvara e jagat sono entrambi illusioni; invece di mostrarsi come una nostra creazione appare come nostro creatore…Non è una contraddizione?”

181-183. M.: “No. Nel sogno, il sognatore vede il proprio padre morto da tempo. Nonostante crei il padre all’interno del sogno il sognatore sente che l’altro, in quanto padre, vive lui come figlio, giungendo ad assumere le proprietà paterne, anche queste una creazione nel sogno. Osserva allora come il sognatore ha creato gli individui e le cose, relazionandole a se stesso e pensando che queste esistessero anche prima della sua comparsa. Lo stesso avviene con Isvara, jagat e jiva. E’ solo un trucco di maya, rendere possibile l’impossibile.

D.: “Come può maya essere così potente?”

M.:"Non c’è da meravigliarsi. Un qualsiasi mago può far vedere una città celeste a mezz’aria a tante persone contemporaneamente, tu stesso puoi creare dei mondi magnifici, nei sogni.
Se è possibile ad individui dotati di così scarni poteri, perché non dovrebbe essere possibile a maya che è la causa materiale dell'universo?
Per concludere, tutto questo, inclusi Isvara, jìva e jagat sono apparenze illusorie risultanti dall'ignoranza e sovrapposti alla realtà una, il Sé. Questo ci porta a considerare i mezzi per rimuovere la sovrapposizione».



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cielo
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Re: La Morte e il Paradiso

Messaggio da cielo » 24/11/2016, 20:34

Per il solo fatto che dimorate in questo corpo, non potete chiamarlo ‘Io’. Se siete seduti in questa sala, non la chiamate ‘Io’, perché sapete che siete separati e che siete qui solo temporaneamente. Se vi spostate su un carro trainato da cavalli, non dite che il carro è ‘voi’; infatti quando scendete perché siete arrivati, non ve lo portate dentro casa, non è vero? Allo stesso modo quando arriverete a ‘casa’, dovrete abbandonare il vostro corpo. L’Io in voi è l’Essere Supremo stesso. L’Io è la minuscola onda che per un momento gioca col vento sopra le acque profonde del mare; l’onda vi dà l’impressione di essere separata dall’azzurro ed infinito oceano che sta al di sotto, ma è solo un’apparenza, una creazione che nasce da due idee: nome e forma. Liberatevi di queste due idee e l’onda si dissolverà nel mare; la sua realtà vi balenerà come in un lampo e voi la comprenderete. Il Paramātma, l’Essere Supremo, rivela la Sua Gloria nell’uomo come Amore. L’Amore appare in diverse forme nell’indirizzarsi alla ricchezza, ai genitori, ai figli, al compagno della vita o agli amici. Tutti questi aspetti non sono che scintille della stessa fiamma, di cui l’amore per l’Universale è l’espressione più elevata. Tale Amore non può essere coltivato leggendo libri o imparandone i passaggi a memoria; deve iniziare con un grande anelito per la luce, con un irresistibile tormento di voler sfuggire alle tenebre e di vedere la luce, come nella preghiera ‘Tamaso mā Jyotir gamaya’. Quell’anelito stesso farà discendere la luce; l’amore crescerà da sé e con la sua lenta ma inevitabile alchimia vi trasformerà in oro.
Prahlāda era un Rākshasa (demone) ma l’Amore lo liberò; Jatāyu era un uccello rapace, Dhruva solo un bimbetto, i pastori di Brindavan erano illetterati; ciò nonostante, per mezzo di quell’alchimia tutti rifulsero dello splendore dell’Amore e conobbero la Sorgente.

Una volta che avrete adottato il Nome del Signore, che è pura dolcezza, si risveglierà tutta la dolcezza latente in voi, e dopo averne gustato la gioia non potrete esistere neanche un momento senza quel conforto che diventerà essenziale quanto l’aria per i polmoni. Ascoltando alcune storie mitologiche contenute nei Purāna potreste pensare che sia sufficiente ricordare il Nome di Dio, anche casualmente, negli ultimi momenti di vita! Tuttavia sarà un arduo compito ricordarlo se prima non lo avrete praticato per anni; infatti il Nome di Dio verrà sommerso dall’ondata di emozioni e di pensieri che si impadroniranno di voi in quegli ultimi istanti, a meno che sin d’ora non impariate a portare quel Nome all’apice della vostra coscienza ogni qualvolta lo vogliate.
Una volta c’era un negoziante che, ispirato dalla storia di Ajāmila, decise di ricordarsi del Nome divino adottando una scorciatoia; perciò chiamò i suoi figli con i nomi dei vari Avatār poiché sapeva che li avrebbe chiamati quando sarebbe stato prossimo alla morte.
Alla fine quel momento giunse e, come previsto, l’uomo chiamò a sé tutti i figli per nome, uno ad uno. Erano sei e quindi egli chiamò il Signore ‘per procura’ sei volte in tutto. I ragazzi arrivarono e si misero attorno alla sua branda, ma non appena egli vide l’intero gruppetto, il pensiero che gli venne in mente proprio prima di esalare l’ultimo respiro fu: “Ahimé! Sono venuti via tutti; adesso chi bada al negozio?” Il negozio era stato il suo stesso respiro per tutta la vita e quindi non riuscì a portare la mente su Dio in quel breve lasso di tempo. Le tendenze, gli impulsi e le impronte lasciate dalle azioni passate esercitano la loro influenza indipendentemente da quello che voi desiderate.

Non è una conquista facile avere il Nome del Signore sulla lingua nell’ultimo momento di vita; ci vuole una pratica di molti anni basata su una fede profondamente consolidata; richiede anche un carattere forte, privo di odio e di malizia, poiché il pensiero di Dio non può sopravvivere in un clima di orgoglio e di cupidigia.
E poi come farete a sapere quale sarà il vostro ultimo momento? Yama, il Dio della morte, non vi notificherà il suo arrivo quando verrà a portarvi via. È come quell’uomo con la macchina fotografica che scatta delle foto istantanee; egli non avvisa mai: “Pronti? Sto per scattare!” Se desiderate che il vostro ritratto sia appeso alle pareti del paradiso, deve essere attraente; l’atteggiamento, la posa ed il sorriso devono essere piacevoli. Quindi è meglio essere pronti allo scatto, giorno e notte, col Nome divino danzante sulla lingua e la Sua gloria sempre radiosa nella mente. Allora, in qualsiasi momento lo scatto avvenga, la vostra foto sarà bella.

Sai Baba, discorso 23 novembre 1960

cielo
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Re: La Morte e il Paradiso

Messaggio da cielo » 26/11/2016, 17:08

49. Non esiste il corpo costituito dai cinque elementi e non ha senso parlare di qualcuno come privo di corpo, tutto è solamente atma. Come possono esserci i tre stati di coscienza e il quarto?

Commento:
Avendo negato l'esistenza del corpo e dei suoi elementi costituenti, viene negata anche l'esistenza delle anime disincarnate.
Occorre ricordare che quanto esposto è l'esperienza diretta di un Conoscitore saldamente stabilizzato nella Non-dualità; questo significa che non si tratta di una congettura.
Nonostante l'esperienza del lettore sia diversa, perchè ritiene reali sia questo libro che le mani che lo reggono, non si può contestare la visione del Conoscitore, perchè è la semplice esposizione (con tutti i limiti formali del linguaggio) di chi ha già vissuto anche l'esperienza stessa del lettore.
In sostanza il lettore non ha coscienza di quanto espresso da Dattatreya che, invece, precedentemente ha fatto l'esperienza del mondo del lettore. Inoltre questa posizione è stata ugualmente confermata da tutti coloro che l'hanno poi ripetuta e testimoniata.
La nota sulle anime disincarnate viene probabilmente esposta per quanti ritengano che un'anima disincarnata (senza più il corpo) possa essere depositaria di conoscenze supreme da comunicare attraverso medium o canali vari, normalmente oggetto di commerci molto redditizi.
All'aspirante (sadhaka) viene insegnato che dal confronto dei tre stati (veglia, sogno e sonno) è possibile intuire la propria realtà di puro Essere.
Questo stato viene detto di solito Quarto o turiya proprio per distinguerlo dai tre precedenti. In realtà non si tratta di una sequenza matematica. Il Quarto è l'unico stato possibile, sempre presente e la vera natura dell'ente. esso sottende gli altri tre, esistenti solo per l'ente ancora avvolto dal velo di maya.

Dattātreya, Avadhūtagītā (Commento di Bodhananda). Edizioni I Pitagorici

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Re: La Morte e il Paradiso

Messaggio da cielo » 02/11/2019, 8:23

cielo ha scritto:
21/11/2016, 20:35

Advaita Bodha Dipika, Capitolo I: Adhyaropa (Sovrapposizione)

105. "Il jiva gira sulla sua giostra a causa dell'azione del karma passato, secondo quanto concesso dall'esperienza di veglia, sogno o sonno profondo. Questo è il samsara. Allo stesso modo il jiva è soggetto alla nascita e alla morte come risultato del karma passato.

106. Ciononostante queste sono solo illusioni della mente. Egli sembra nascere e morire.

Domanda: "Come possono la nascita e la morte essere solo illusorie?"

Maestro: "Ascolta attentamente quanto ti dirò.

107-109. "Quando il jiva sprofonda nel sonno, le modalità proprie dello stato di veglia lasciano il posto a quelle nuove del sogno che riproducono le esperienze precedenti, ma può esserci anche la totale assenza di tutte le cose esterne e delle attività mentali, come quando il jiva, sopraffatto dal coma antecedente la morte, perde gli indirizzi di comportamento e la mente rimane inattiva.

Questa è la morte.

Quando la mente, in un nuovo contesto, riprende la riproduzione delle esperienze passate, il fenomeno viene chiamato nascita.
Il processo della nascita inizia quando l'uomo immagina: "Questa è mia madre, io sono nel suo ventre, il mio corpo ha queste membra". Immagina poi di nascere nel mondo e, più tardi dirà: "Questo è mio padre, io sono suo figlio, ho questa età, questi sono i miei parenti ed amici; questa bella casa è mia".
E così via. Questa nuova serie di illusioni inizia quando cessano le illusioni che precedono il coma antecedente alla morte e sono il risultato delle azioni passate.




Advaita botha dipika Cap. I.
110-113. «Il jiva, sopraffatto dal coma irreale che precede la morte, vive illusioni diverse secondo le differenti azioni passate.
Dopo la morte crede:
"Questo è il paradiso; è molto bello: io ci sono dentro; ora sono un magnifico essere celeste; ci sono tante fanciulle celesti al mio servizio; la mia bevanda è il nettare" oppure "questa è la regione della morte; questi sono i messaggeri della morte. Oh! sono così crudeli, mi hanno gettato all'inferno!" oppure "questa è la regione dei pitr (avi); o di Brahma, o di Visnu, o di Shiva"; e così via.
Così secondo la loro natura, le latenze del karma passato si portano avanti al Sé (che rimane sempre l'immutabile etere di consapevolezza), come illusioni di nascita, morte, paradiso, inferno o altro.
Queste sono solo illusioni della mente e non sono reali.

114. «Nello spazio della coscienza del sé si crea il fenomeno dell'universo, come una città celeste vista a mezz'aria. Lo si immagina reale ma certamente non lo è. È formato da nomi e forme e da null'altro».

115. D.:«Maestro, non solo io ma tutti sperimentiamo questo mondo di esseri e dì oggetti inanimati come tangibile e reale. Come affermare che sia irreale?».

116. M.: «Il mondo con tutto il suo contenuto è solamente sovrapposto allo spazio della coscienza».

D.:«Da cosa è sovrapposto?».
M.:«Dall'ignoranza del Sé».
D.:«Come è sovrapposto?».
M.:«Come un dipinto mostra una scena di esseri senzienti e di oggetti inanimati su una tela».

117. D.: «Mentre le Scritture dichiarano che l'intero universo fu creato dal volere di Ishvara, tu asserisci che è la nostra ignoranza a crearlo. Come si possono conciliare queste due asserzioni?».

118. M.:«Non vi è alcuna contraddizione. Quello che le Scritture dichiarano - che Ishvara per mezzo di maya creò i cinque elementi, li mischiò in modi diversi per creare la diversità dell'universo - è tutto falso».

D.:«Come possono le Scritture affermare il falso?».

M.:«Sono guide per l'ignorante e non si riferiscono che a ciò che appare in superficie».
D.:«Come?».
M.:«Avendo l'uomo dimenticato la sua vera natura, di essere cioè la sempre perfetta consapevolezza, è indotto dall'ignoranza ad identificarsi con un corpo, ecc. ed a considerarsi un individuo insignificante di dubbie capacità. Se gli si dicesse che è il creatore dell'universo, respingerebbe con scherno l'idea, rifiutando qualsiasi indirizzo. Così, le scritture si abbassano al suo livello proponendo un Ishvara quale creatore dell'universo. Ma questa non è la verità, anche se le Scritture rivelano la verità al ricercatore maturo. Tu ora stai confondendo una favola con una verità metafisica.

A tal proposito puoi ricordare la storia per bambini dello Yoga Vasistha».


In onore dei Santi e dei Morti, propongo la storia per bambini dello Yoga Vasistha accennata nel vecchio post.
Le valenze simboliche della storia sono innumerevoli, per la loro esplicitazione vi rinvio al testo Advaita Bodha Dipika di Karapātra Svāmi con il commento di Bodhananda (edizioni I Pitagorici).

Considerato che tutti i nostri cari (morti) abitano lo spazio della nostra coscienza, ove creati, preservati e dissolti, vi auguro una buona ricorrenza e piacevoli e intensi incontri nella Presenza che tutto racchiude come il grembo di una madre sterile che, nella città che non c'è pur visibile sospesa a mezz'aria, diede alla luce suo figlio: il Re.

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M.:«Avendo l'uomo dimenticato la sua vera natura, di essere cioè la sempre perfetta consapevolezza, è indotto dall'ignoranza ad identificarsi con un corpo, ecc. ed a considerarsi un individuo insignificante di dubbie capacità. Se gli si dicesse che è il creatore dell'universo, respingerebbe con scherno l'idea, rifiutando qualsiasi indirizzo. Così, le scritture si abbassano al suo livello proponendo un Ishvara quale creatore dell'universo. Ma questa non è la verità, anche se le Scritture rivelano la verità al ricercatore maturo. Tu ora stai confondendo una favola con una verità metafisica.

A tal proposito puoi ricordare la storia per bambini dello Yoga Vasistha».

"Qual è ?"
"E' una bella storia che illustra il vuoto dell'universo. Ascoltandola, le false teorie sulla realtà del mondo e sulla sua creazione da parte di Īśvara spariranno. Questa è la storia in sintesi: un bimbo chiede alla nutrice di narrargli una bella storia.

Acconsentendo, ella inizia.
"C'era una volta un re, figlio di una madre sterile, che governava su tutti e tre i mondi. La sua parola era legge per tutti gli altri re dei tre mondi. Il figlio della madre sterile aveva lo straordinario potere di creare, mantenere e distruggere i mondi. A suo piacimento poteva assumere un corpo bianco, giallo o nero. Quando assunse il corpo giallo ebbe un desiderio e volle, come un mago, creare una città".

Bimbo: "Dove si trova questa città?".
Nutrice: "E' sospesa a mezz'aria".
Bimbo: "Come si chiama?".
Nutrice: "Totale irrealtà".
Bimbo: "Come è costruita?".

Nutrice: "Ha quattordici strade reali ciascuna divisa in tre sezioni nelle quali vi sono molti giardini, enormi palazzi e sette lussuose vasche, adorne di fili di perle. Due lampade, una calda e l'altra fredda, illuminano costantemente la città.

Il figlio di madre sterile vi ha costruito molte belle case, alcune sul terreno elevato, altre sul terreno intermedio ed altre sul terreno basso. Ognuna aveva il tetto in velluto nero, nove cancelli, parecchie finestre per far entrare la brezza, cinque lampade, tre pilastri bianchi e pareti graziosamente affrescate.

Con la sua magia creò spaventosi fantasmi, ognuno a guardia di ciascuna casa.

Come un uccello entra nel suo nido, lui entra a volontà in una qualsiasi di queste [case] e si diverte a suo piacimento.

Quando assume il corpo nero protegge queste case con delle guardie fantasma. Con il corpo bianco le riduce istantaneamente in cenere.

Questo figlio di madre sterile che, come uno sciocco crea, protegge distrugge la città a suo capriccio, una volta stanco del suo operare, si rinfresca bagnandosi nelle acque sgorganti da un miraggio e orgogliosamente indossa fiori presi dal cielo.

Io l'ho visto; verrà presto a regalarti quattro fili di gemme fatte di lucenti frammenti di vetro e cavigliere di argentea madreperla.".

Il bimbo credette alla favola e ne fu felice. Così è lo sciocco che crede che questo mondo sia reale.

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