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Liberamente ricevuto, liberamente dato.

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cannaminor
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Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 06/01/2021, 8:51

Una cosa che ho faticato molto a comprendere è stata del perchè mai, se veramente fosse “liberamente ricevuto, liberamente dato” mi si diceva, anzi sottolineava, che non fosse “gratis”, ovvero che avesse un costo. Nella mia logica se qualcosa era liberamente, non poteva avere un costo, un prezzo, e quindi o era gratis o non lo era.

Non capivo, non comprendevo, che il costo, il prezzo di cui si parlava stava proprio nel liberamente, nella libertà, nella libera possibilità di entrare e uscire, di essere ricevuto come donato, nell’apertura infine. Nei Vangeli viene detto, bussate e vi sarà aperto.

Matteo 7, 7-8 :Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

L’aprire una porta ha un doppio significato, o meglio la si può leggere in entrambe i sensi; quello di entrare ma anche quello di uscire, quello di ricevere come di dare, di liberamente ricevere come liberamente dare.

Quindi per tornare al “costo”, al “prezzo” di cui si parlava prima, questo altri non è che l’apertura (simbolicamente di una porta), l’apertura di cuore richiesta affinchè si crei uno spazio per il quale possa (liberamente) transitare il dare come l’avere, il donare come il ricevere.

Quindi l’iniziale “liberamente ricevuto, liberamente dato” passa necessariamente per una nostra apertura (di cuore) senza la quale nulla passa, nè per un verso nè per l’altro. Non si può ricevere nulla senza apertura, ma altresì non si può donare nulla senza la stessa identica apertura. Anzi, le due, ricevere e donare sono reciprocamente proporzionali all’apertura stessa.

Tanto quanto si dona, tanto si riceve; tanto quanto si riceve, tanto si dona.

Arrivare a riconoscere in ambito spirituale che quel “donare” altro non è che il “servizio” stesso, il passo è breve. Nel classico rapporto discepolo-maestro, il discepolo di ogni tradizione si poneva (e si pone tutt’oggi) a servizio del maestro. Questo porsi a servizio è sinonimo di apertura, di iniziazione, di aprire la porta (del cuore) onde poter ricevere l’insegnamento, e dalla cui stessa porta aperta poter offrire servizio e dono di sè al maestro (o chi per lui).

E come prima, la misura con cui sapremo “aprirci” ponendoci al servizio, sarà anche quella con cui saremo in grado di comprendere l’istruzione e insegnamento ricevuto.

Servizio quindi come apertura, solo che una volta che l’apertura è attuata, che la “porta” si sia aperta, non è che si può scegliere e\o distinguere tra servizio al maestro, o al mio prossimo, o al mondo intero. E così come non si può decidere o scegliere cosa esce e\o si dona altrettanto si potrebbe dire in entrata, di cosa si riceve. Accade quindi che il servizio diventa servizio al mondo intero e altrettanto si potrebbe dire dell’istruzione\insegnamento, anche questo diventa del mondo intero e non solo limitata alla figura e persona del maestro.

Accade quindi che la comprensione (vogliamo chiamarla amore ?), sia in entrata che in uscita dall’apertura del cuore, sia del tutto libera, liberamente ricevuto, liberamente dato. Sì perchè in fondo ciò che entra ed esce dal cuore (dall’apertura del cuore), chiamalo servizio, chiamalo, istruzione\insegnamento tradizionale, chiamalo testimonianza di sè, sempre moto del cuore è, sempre liberamente ricevuto-liberamente dato è, e se non il cuore, l’amore, cosa?

cielo
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cielo » 06/01/2021, 10:22

cannaminor ha scritto:
06/01/2021, 8:51
Una cosa che ho faticato molto a comprendere è stata del perchè mai, se veramente fosse “liberamente ricevuto, liberamente dato” mi si diceva, anzi sottolineava, che non fosse “gratis”, ovvero che avesse un costo. Nella mia logica se qualcosa era liberamente, non poteva avere un costo, un prezzo, e quindi o era gratis o non lo era.

Non capivo, non comprendevo, che il costo, il prezzo di cui si parlava stava proprio nel liberamente, nella libertà, nella libera possibilità di entrare e uscire, di essere ricevuto come donato, nell’apertura infine. Nei Vangeli viene detto, bussate e vi sarà aperto.

Matteo 7, 7-8 :Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

L’aprire una porta ha un doppio significato, o meglio la si può leggere in entrambe i sensi; quello di entrare ma anche quello di uscire, quello di ricevere come di dare, di liberamente ricevere come liberamente dare.

Quindi per tornare al “costo”, al “prezzo” di cui si parlava prima, questo altri non è che l’apertura (simbolicamente di una porta), l’apertura di cuore richiesta affinchè si crei uno spazio per il quale possa (liberamente) transitare il dare come l’avere, il donare come il ricevere.

Quindi l’iniziale “liberamente ricevuto, liberamente dato” passa necessariamente per una nostra apertura (di cuore) senza la quale nulla passa, nè per un verso nè per l’altro. Non si può ricevere nulla senza apertura, ma altresì non si può donare nulla senza la stessa identica apertura. Anzi, le due, ricevere e donare sono reciprocamente proporzionali all’apertura stessa.

Tanto quanto si dona, tanto si riceve; tanto quanto si riceve, tanto si dona.

Arrivare a riconoscere in ambito spirituale che quel “donare” altro non è che il “servizio” stesso, il passo è breve. Nel classico rapporto discepolo-maestro, il discepolo di ogni tradizione si poneva (e si pone tutt’oggi) a servizio del maestro. Questo porsi a servizio è sinonimo di apertura, di iniziazione, di aprire la porta (del cuore) onde poter ricevere l’insegnamento, e dalla cui stessa porta aperta poter offrire servizio e dono di sè al maestro (o chi per lui).

E come prima, la misura con cui sapremo “aprirci” ponendoci al servizio, sarà anche quella con cui saremo in grado di comprendere l’istruzione e insegnamento ricevuto.

Servizio quindi come apertura, solo che una volta che l’apertura è attuata, che la “porta” si sia aperta, non è che si può scegliere e\o distinguere tra servizio al maestro, o al mio prossimo, o al mondo intero. E così come non si può decidere o scegliere cosa esce e\o si dona altrettanto si potrebbe dire in entrata, di cosa si riceve. Accade quindi che il servizio diventa servizio al mondo intero e altrettanto si potrebbe dire dell’istruzione\insegnamento, anche questo diventa del mondo intero e non solo limitata alla figura e persona del maestro.

Accade quindi che la comprensione (vogliamo chiamarla amore ?), sia in entrata che in uscita dall’apertura del cuore, sia del tutto libera, liberamente ricevuto, liberamente dato. Sì perchè in fondo ciò che entra ed esce dal cuore (dall’apertura del cuore), chiamalo servizio, chiamalo, istruzione\insegnamento tradizionale, chiamalo testimonianza di sè, sempre moto del cuore è, sempre liberamente ricevuto-liberamente dato è, e se non il cuore, l’amore, cosa?
Bel post, degno di un tentativo di apertura di un dialogo che sia spontaneo e nel mio caso direi improvvisato, perchè se mi ci metto a pensare su, dovrò rinchiudere i pensieri relativi al "liberamente ricevuto e liberamente dato" in un apposito recinto in modo che non litighini con altri ammassi di pensieri attualmente organizzati in formazioni più compatte e che pretendono la mia attenzione qui ed ora.

Questo scambio tra cuori come presupposto di fondo richiede, secondo me, un'attitudine "non violenta" che però è qualcosa di ben diverso del "volemose bene" che spesso colora i consessi spirituali, i satsanga, in cui è regola frenare la polemica, chiamarsi "fratelli e sorelle", evitare le contrapposizioni dialettiche, dispensare lodi e complimenti agli "interrogati" sulla materia/argomento in dibattito, rimanere sul vago e silenti per prudenza e autopreservazione da eventuali conflitti...eccetera eccetera.
Questi sono certamente i primi passi dell'instaurare un dialogo, quel rispetto per l'altro che denota uno sforzo di comprensione di visioni altre dalle nostre. E se non si riesce ad aprirsi spontaneamente, a testimoniarsi senza ricami, allora meglio stare in silenzio...come dire: se non posso fare il bene, almeno cerco di non fare danni.
Ma la testimonianza libera trascende il giudizio di bene e di male. Sono libera solo se ho trasceso la verità relativa fondata sulla contrapposizione che non consente la risoluzione delle polarità, dell'io-tu.
L'apertura, la porta aperta che consente il libero flusso tra i due rubinetti di testimonianza è altro, è sostanziale, non formale. E' il disgregarsi di ogni valutazione proveniente dalla ragione, la trascende.
Mi piacciono tanto queste parole di Rumi: "la verità era uno specchio che cadendo dal cielo si ruppe…Ciascuno ne prese un pezzo e vedendo riflessa in esso la propria immagine, credette di possedere l’intera verità…"

La non violenza "vera" parte dal cuore e al cuore ritorna, è la comprensione dell'altro, l'assorbimento del tu nell'io, senza filti, senza barriere, senza giudizi, acqua nell'acqua, il torrrente raccoglie il ruscello e insieme vanno al fiume e poi al mare. Ma mettersi a cercare di riconoscere le diverse forme dell'acqua (sono ruscello o fiume...?) non serve, sempre acqua sono. Altrimenti sono tisana, preparata con le erbe del mio giardino, più o meno amara della tua.

Non violenza è accettare prima di tutto sè stessi, essere capaci di vedere l'io identificato che possiede (ruoli, sapienze, consapevolezze..) e vuole possedere di più e di meglio, "elevarsi ed elevare".
Vedere il soggetto individuato che agisce per sè stesso, impulsato da sè stesso, pur se in nome di un Ideale funzionale a trascendere l'io e il tu, il vertice del triangolo verso cui i punti della base orizzontale io-tu tendono.
Un soggetto che spesso crede di donare agendo in funzione del proprio progresso verso l'Ideale, così come se lo è immaginato.
Quell'apertura di cuore che consente il fluire tra l'io e il tu arricchendo e rinvigorendo entrambi richiede umiltà, e la deposizione dell'orgoglio dell'io sono questo e quello. La croce sulla quale l'io deve morire, rinunciando,non solo a parole, all'io e al mio.
Vedere ciò che siamo nudi e crudi, non ciò che crediamo di essere o che vorremmo essere secondo nostra misura e altezza, quale che sia il parametro che utilizziamo per la comparazione con l'altro da noi.
Il desiderio di trasformare l'altro, di adattarlo al nostro bisogno (spesso egoistico) non è modalità che attiene all'amore incondizionato, da rivolgere in primis a sè stessi in modo da ri-conoscere ciò che si è, in essenza e che ognuno, nella propria consapevolezza di "essente" è.

PS: nella calza della Befana ho trovato questo:

La mattina, al risveglio, udì un filo d’erba dire al nespolo sotto cui aveva dormito:«Ciò che è dato, non ci è mai appartenuto. È appartenuto da sempre a chi è stato dato.
C’è qualcosa che rimane dei possessi dopo la morte dei veicoli corporei?
E se prima non ci sono possessi, perché non si è nati; e se dopo non ci sono possessi, perché si è morti: come ci possono essere possessi ora, che si è vivi?
Liberamente ricevuto, liberamente donato, mai ci è appartenuto.
Come possiamo avere meriti o demeriti di ciò che non ci appartiene?».
Il germoglio di nespolo, sorrise al filo d’erba e chinò il capo acconsentendo alla saggezza della terra.
Premadharma, tratto da Untenshudenki II

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Fedro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 06/01/2021, 14:51

In questo discorso, non riesco mai a cogliere un soggetto (che da/riceve).
Quindi osservo un dono che si concede nell'apertura: ma il donatore e il ricevente, che enti sono?
Ci sono perché li enumero, li colgo, nella corrente del dare/ricevere: ma se colgo un donatore e un ricevente, esisterebbe ancora un flusso, un'apertura che sia libera di essere?
Evidentemente ho immaginato di dare come io , o di ricevere (da qualcuno).
In realtà è emersa un'apertura in cui accade un flusso a cui do un nome, dei nomi, nel raccontarla: quindi soltanto così, liberamente.

cielo
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cielo » 08/01/2021, 10:52

Fedro ha scritto:
06/01/2021, 14:51
In questo discorso, non riesco mai a cogliere un soggetto (che da/riceve).
Quindi osservo un dono che si concede nell'apertura: ma il donatore e il ricevente, che enti sono?
Ci sono perché li enumero, li colgo, nella corrente del dare/ricevere: ma se colgo un donatore e un ricevente, esisterebbe ancora un flusso, un'apertura che sia libera di essere?
Evidentemente ho immaginato di dare come io , o di ricevere (da qualcuno).
In realtà è emersa un'apertura in cui accade un flusso a cui do un nome, dei nomi, nel raccontarla: quindi soltanto così, liberamente.
Giusto, ma "a monte" si richiederebbe che il soggetto ricevente (il ricercatore di "quel qualcosa" di "speciale" che arrivi dritto al cuore e non alla mente e quindi in grado di dissolvere istantaneamente i contenuti "psicologici-personali" del ricevente, sia in grado di lasciarsi perforare gli strati della cipolla (le sovrapposizioni velanti che avvolgono il nucleo del puro Essere, la "goccia" di ognuno) aprendosi a quello che il Vivekacudamani chiama "l'influsso del Grande Signore".
Che mai sarà l'influsso del Grande Signore?
Un ricercatore del Sè deve appoggiarsi alla propria investigazione, al proprio discernimento che ci aiuta a porci nella giusta posizione mentale e nel giusto atteggiamento di coscienza. Liberamente ricevuto e liberamente dato.
Porsi in una condizione di ascolto, di apertura deponendo ai piedi del Grande Signore la propria ignoranza e chinando la testa per beccare i semi e trasformarli nel proprio essere che ancora soffre per la separazione, per il desiderio delle parti e non dell'intero.
Chiunque porge e si fa cannello di acqua per il prossimo, volendo e potendo.
Dattatreya ebbe un sacco di istruttori, anche se era nato "già imparato".
Mostra l'umiltà di chi è sempre nudo, della stessa natura del Cielo, onnipervadente e colorato da ogni nuvola, scuro e chiaro nell'alternanza degli opposti.
L'Ordinatore interno, l'ente che è.

6. Esso (prajna) è il Signore supremo, l'Onnisciente, l'Ordinatore interno, la Sorgente del tutto; in esso originano e si dissolvono tutte le cose.
(mandukya upanishad, Gaudapada)

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Fedro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 08/01/2021, 14:27

Ok, allora provo a porre l'osservazione da altro punto, magari risulta anche più chiaro.
"Liberamente".
Ovvero presupponendo vi sia libertà.
Vedo libertà di azione in questo ente che pone e dispone, ma soprattutto immagina di...?
Vedo piuttosto necessità e desiderio.
Ovvero non è questo ente che da e riceve, altrimenti disporrebbe di libertà.
E siccome la libertà (osservo) non è un attributo di questo ente, (osservo che) essa appartiene ad altro ambito, e si presenta qualora non vi sia ente che desidera e necessita, come dono (si dice in altre parole "frutto di amore) di cui non si dispone proprietà.
Al di là di ciò (osservo) una eventuale pretesa di un donatore che offre un dono a colui il quale questo frutto (amore) viene donato e soprattutto con pretesa di libertà.

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cannaminor
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 09/01/2021, 1:02

Fedro ha scritto:
06/01/2021, 14:51
In questo discorso, non riesco mai a cogliere un soggetto (che da/riceve).
Quindi osservo un dono che si concede nell'apertura: ma il donatore e il ricevente, che enti sono?
Ci sono perché li enumero, li colgo, nella corrente del dare/ricevere: ma se colgo un donatore e un ricevente, esisterebbe ancora un flusso, un'apertura che sia libera di essere?
Evidentemente ho immaginato di dare come io , o di ricevere (da qualcuno).
In realtà è emersa un'apertura in cui accade un flusso a cui do un nome, dei nomi, nel raccontarla: quindi soltanto così, liberamente.
Non cogli il soggetto perchè nel liberamente non c’è (o non ci dovrebbe essere) un soggetto.
Così come nella gita ci viene detto che il karmayoga o yoga dell’azione è lo yoga della rinuncia ai frutti dell’azione, così, più radicalmente l’agire per l’agire o l’azione per l’azione non presuppone un soggetto di tale azione-agire; la libertà sta proprio in questo nella mancanza di condizionamenti, di soggetti che ne rivendicano la paternità (o maternità) dell’azione-agire. C’è l’azione, c’è l’agire ma non c’è un soggetto agente e di azione. L’azione è libera dalla soggettività dell’azione stessa.

Questo per l’individuo, per l’io, per il soggetto agente (o che si crede tale) è sinonimo di morte, di inesistenza, di assenza, di non esserci.

Il momento che “apri” e l’apertura (la porta) si fa grande quanto il soggetto stesso, non c’è più un soggetto ed un oggetto, non c’è più una distinzione, ma c’è l'identità dell’unità, della sintesi.

Se io apro una paratia e tutta l’acqua che era di là passa di qua (o viceversa quella che era di qua passa di là) alla fine quando si giunge all’equilibrio delle parti, diventa difficile dire l’acqua di dove sia e da che parte stia.

Il liberamente ricevuto liberamente dato è un semplice gioco di vasi comunicanti, alla fine di un maestro e del discepolo ne resta solo uno, che non è nè il maestro nè il discepolo, ma la condizione finale di equilibrio, equanime, punto al centro.

Si presuppone (nel nostro immaginario causale) che il mestro dia (liberamente dia) ed il discepolo riceva (liberamente riceva), che il flusso, l’influenza, l’istruzione abbia un verso, un senso, dal maestro verso il discepolo. Avete presente un clessidra, una classica clessidra con la sabbia in due scomparti, solitamente posti in verticale e separati da un passagggio stretto tra i due da cui passa a misura, per caduta la sabbia da quello sopra a quello sotto.

Potremmo ipotizzare che quello sopra pieno sia il maestro e quello sotto vuoto sia il discepolo e che durante il tempo dell’istruzione la sabbia (l’insegnamento) passi da quello sopra (maestro) a quello sotto (discepolo). Quando tutta la sabbia è passata, quello sopra è vuoto e quello sotto è pieno, e basta a quel punto ribaltare la clessidra per ricominciare il giochino, liberamente ricevuto liberamente dato. Noi pensiamo sempre al maestro e al discepolo come due entità distinte e separate, ma in effetti lo sono solo nel nostro immaginario identificativo, di noi discepoli e “lui\lei” il maestro. Ma è solo la nostra voglia e desiderio esistenziale di crederci “discepoli” che ci fa indicare il maestro in un corpo altro da noi. Nella realtà, la clessidra è una, l’istruzione è una, la tradizione è una, tutto è uno, siamo solo noi a cui piace vederci due e dei due noi uno dei due.

Una volta il solito caro amico mi disse; sono discepoli a fare i maestri; fare nel senso di immaginare, ideare, creare, credere, etc. L’esistenza del “maestro” legittima quella più importante ancora del “discepolo” nel quale io mi identifico e per cui esisto.

Non ci sarebbe nessun maestro se non ci fossero i discepoli a crearli, letteralmente.

Quindi per tornare al discorso liberamente ricevuto, liberamente dato, se letto nell’ottica duale di soggetti e oggetti, non c’è nessun liberamente, a motivo stesso della presenza causale dei soggetti, e del loro credersi artefici e agenti dell’azione (di dare e ricevere); altrimenti se non si pone alcun soggetto (e oggetto) allora c’è tutta la libertà di questo mondo, sia nel ricevere che nel dare, inquanto nell’unità nessuno riceve e nessuno da alcunchè; a chi dovrebbero darlo (o riceverlo) se soggetto e oggetto sono coincidenti?

Coincidenza (quella tra soggetto e oggetto) che è in diretta funzione di quell’apertura di cui si parlava; più è aperta, oppure detto altrimenti, meno limiti e limitazioni poniamo al divisorio tra soggetto e oggetto, più questi due trovano coincidenza e identità nell’unità che sono.

Come dire più ci apriamo e più siamo oggetto (mondo) ma anche parimenti, più il mondo (oggetto) è noi (soggetto). È evidente che le due cose sono speculari e che la divisione e separazione in parti (molteplice) è solo una nostra modalità ideativa, mentale, immaginativa-proiettiva, ma che non ha alcun fondamento di realtà. C’è una sola “acqua” al mondo, poi a noi divertirci dividerla in oceani, mari, fiumi e laghi etc etc e farla fluire da una parte all’altra (tipo per le maree) ma sempre una acqua rimane, non ce ne sono altre se non nella nostra arbitraria limitazione e confini.

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Fedro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 09/01/2021, 8:41

. Servizio quindi come apertura, solo che una volta che l’apertura è attuata, che la “porta” si sia aperta, non è che si può scegliere e\o distinguere tra servizio al maestro, o al mio prossimo, o al mondo intero. E così come non si può decidere o scegliere cosa esce e\o si dona altrettanto si potrebbe dire in entrata, di cosa si riceve. Accade quindi che il servizio diventa servizio al mondo intero e altrettanto si potrebbe dire dell’istruzione\insegnamento, anche questo diventa del mondo intero e non solo limitata alla figura e persona del maestro.
Rimane infine da comprendere (almeno per me) cos'è questo famigerato servizio.
Sì serve la vita, mi viene da dire in altre parole, e non ci sono servizi speciali e altri di secondo grado.
Rimanevo per un attimo perplesso, quantomeno spiazzato, quando il nostro amico mi diceva quanto fosse prezioso impiegare un po' del nostro tempo per una traduzione o sistemazione di un testo, piuttosto che disquisire, opinarvi, o cercare giuste sadhana,a nostra misura. Dall'altro non dimentico l'osservazione, la sua, circa il senso per cui inseguire una sadhana spirituale, quando dall'altra stanza c'è una bocca che invoca d'essere sfamata.
Quindi in altre parole, è sempre il presente il vero Principio, ove tentare sempre di radicarsi, e attuare la "nostra verità" personale.
Se cominciassi a trovare più spirituale, profondo, un
pensiero, per quanto profondo sia, più profondo di ciò a cui sono chiamato (a servire) nel mio presente, mi sto allontanando da questa unica verità che riesco, a mio limite umano, ad incarnare.

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 09/01/2021, 10:27

Fedro ha scritto:
09/01/2021, 8:41
. Servizio quindi come apertura, solo che una volta che l’apertura è attuata, che la “porta” si sia aperta, non è che si può scegliere e\o distinguere tra servizio al maestro, o al mio prossimo, o al mondo intero. E così come non si può decidere o scegliere cosa esce e\o si dona altrettanto si potrebbe dire in entrata, di cosa si riceve. Accade quindi che il servizio diventa servizio al mondo intero e altrettanto si potrebbe dire dell’istruzione\insegnamento, anche questo diventa del mondo intero e non solo limitata alla figura e persona del maestro.
Rimane infine da comprendere (almeno per me) cos'è questo famigerato servizio.
Sì serve la vita, mi viene da dire in altre parole, e non ci sono servizi speciali e altri di secondo grado.
Rimanevo per un attimo perplesso, quantomeno spiazzato, quando il nostro amico mi diceva quanto fosse prezioso impiegare un po' del nostro tempo per una traduzione o sistemazione di un testo, piuttosto che disquisire, opinarvi, o cercare giuste sadhana,a nostra misura. Dall'altro non dimentico l'osservazione, la sua, circa il senso per cui inseguire una sadhana spirituale, quando dall'altra stanza c'è una bocca che invoca d'essere sfamata.
Quindi in altre parole, è sempre il presente il vero Principio, ove tentare sempre di radicarsi, e attuare la "nostra verità" personale.
Se cominciassi a trovare più spirituale, profondo, un
pensiero, per quanto profondo sia, più profondo di ciò a cui sono chiamato (a servire) nel mio presente, mi sto allontanando da questa unica verità che riesco, a mio limite umano, ad incarnare.
Servizio è quell’apertura, quella disponibilità, quell’essere se stessi in ultimo, sempre e comunque.

Non scambiare il servizio come un’azione di cui come solito e sempre ci poniamo “noi” come agenti di azione o di servizio in questo caso. Il vero servizio non ha un “agente” si servizio, non c’è nessuno sta facendo o svolgendo servizio (ad alcuno).

È come il discorso del giusto agire, dell’agire per l’agire o dell’azione per l’azione (descritta nella Gita); non c’è nessun agente di azione, nessuno che ne colga i frutti, lo stesso accade per il servizio non c’è nessun agente di servizio nessuno che ne colga i frutti del servizio reso.

Così come dell’azione c’è l’azione per l’azione altrettanto si potrebbe dire del servizio, c’è il servizio per il servizio.

Servizio è essere se stessi, essere presenti all’azione, presenti a se stessi. Quando la presenza al momento presente (qui e ora) è totale, non c’è più nessun soggetto che è presente, perchè diviene la presenza stessa, è la “presenza” stessa.

Se sei presente totalmente, completamente ad un “momento”, ad una azione, al qui e ora e adesso, tu di fatto non ci sei più; tu quale soggetto, tu quale agente di azione, tu quale presenza esistenziale-individuale, “tu” non ci sei più. Rimane solo la presenza a se stessa, all’azione, al momento, al qui e ora.

Servizio è la tua stessa natura, il tuo essere, questo perchè non è un servizio reso da “qualcuno” a qualcun’altro, ma la tua stessa presenza al mondo, al momento presente, al qui e ora; in tutto ciò “tu” non ci sei più e qualcuno ti direbbe pure che non ci sei neppure mai stato.

La verità ultima è che nessuno nasce e nessuno muore nessuno è prigioniero e nessuno (viene) liberato; questa dicono sia la verità ultima; ma in quella relativa, vissuta da soggetti esistenti in un mondo duale e molteplice quali noi siamo, possiamo solo ambire e centrarci il più possibile nell’azione (svolta) nel presente (vissuto) e nell’essere noi stessi.

Servizio è quell’apertura, quella centratura, quella comprensione, quell’amore (parola fin troppo usata e abusata ma alle volte non ce ne sono altre) che muove e smuove il mondo intero e noi con esso. Servizio è rinunciare al particolare, all’individuale (lo chiamano morire a se stessi) , per abbracciare-amare il tutto, il mondo. È essere presenti, essere l’azione svolta, essere se stessi...

cielo
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cielo » 10/01/2021, 10:04

cannaminor ha scritto:
09/01/2021, 10:27
Fedro ha scritto:
09/01/2021, 8:41
. Servizio quindi come apertura, solo che una volta che l’apertura è attuata, che la “porta” si sia aperta, non è che si può scegliere e\o distinguere tra servizio al maestro, o al mio prossimo, o al mondo intero. E così come non si può decidere o scegliere cosa esce e\o si dona altrettanto si potrebbe dire in entrata, di cosa si riceve. Accade quindi che il servizio diventa servizio al mondo intero e altrettanto si potrebbe dire dell’istruzione\insegnamento, anche questo diventa del mondo intero e non solo limitata alla figura e persona del maestro.
Rimane infine da comprendere (almeno per me) cos'è questo famigerato servizio.
Sì serve la vita, mi viene da dire in altre parole, e non ci sono servizi speciali e altri di secondo grado.
Rimanevo per un attimo perplesso, quantomeno spiazzato, quando il nostro amico mi diceva quanto fosse prezioso impiegare un po' del nostro tempo per una traduzione o sistemazione di un testo, piuttosto che disquisire, opinarvi, o cercare giuste sadhana,a nostra misura. Dall'altro non dimentico l'osservazione, la sua, circa il senso per cui inseguire una sadhana spirituale, quando dall'altra stanza c'è una bocca che invoca d'essere sfamata.
Quindi in altre parole, è sempre il presente il vero Principio, ove tentare sempre di radicarsi, e attuare la "nostra verità" personale.
Se cominciassi a trovare più spirituale, profondo, un
pensiero, per quanto profondo sia, più profondo di ciò a cui sono chiamato (a servire) nel mio presente, mi sto allontanando da questa unica verità che riesco, a mio limite umano, ad incarnare.
Servizio è quell’apertura, quella disponibilità, quell’essere se stessi in ultimo, sempre e comunque.

Non scambiare il servizio come un’azione di cui come solito e sempre ci poniamo “noi” come agenti di azione o di servizio in questo caso. Il vero servizio non ha un “agente” si servizio, non c’è nessuno sta facendo o svolgendo servizio (ad alcuno).

È come il discorso del giusto agire, dell’agire per l’agire o dell’azione per l’azione (descritta nella Gita); non c’è nessun agente di azione, nessuno che ne colga i frutti, lo stesso accade per il servizio non c’è nessun agente di servizio nessuno che ne colga i frutti del servizio reso.

Così come dell’azione c’è l’azione per l’azione altrettanto si potrebbe dire del servizio, c’è il servizio per il servizio.

Servizio è essere se stessi, essere presenti all’azione, presenti a se stessi. Quando la presenza al momento presente (qui e ora) è totale, non c’è più nessun soggetto che è presente, perchè diviene la presenza stessa, è la “presenza” stessa.

Se sei presente totalmente, completamente ad un “momento”, ad una azione, al qui e ora e adesso, tu di fatto non ci sei più; tu quale soggetto, tu quale agente di azione, tu quale presenza esistenziale-individuale, “tu” non ci sei più. Rimane solo la presenza a se stessa, all’azione, al momento, al qui e ora.

Servizio è la tua stessa natura, il tuo essere, questo perchè non è un servizio reso da “qualcuno” a qualcun’altro, ma la tua stessa presenza al mondo, al momento presente, al qui e ora; in tutto ciò “tu” non ci sei più e qualcuno ti direbbe pure che non ci sei neppure mai stato.

La verità ultima è che nessuno nasce e nessuno muore nessuno è prigioniero e nessuno (viene) liberato; questa dicono sia la verità ultima; ma in quella relativa, vissuta da soggetti esistenti in un mondo duale e molteplice quali noi siamo, possiamo solo ambire e centrarci il più possibile nell’azione (svolta) nel presente (vissuto) e nell’essere noi stessi.

Servizio è quell’apertura, quella centratura, quella comprensione, quell’amore (parola fin troppo usata e abusata ma alle volte non ce ne sono altre) che muove e smuove il mondo intero e noi con esso. Servizio è rinunciare al particolare, all’individuale (lo chiamano morire a se stessi) , per abbracciare-amare il tutto, il mondo. È essere presenti, essere l’azione svolta, essere se stessi...
Essere se stessi...
mi viene da dire: siamo sempre noi stessi in quanto conoscitori di un mondo in cui gioco forza siamo particella di materia senziente. Siamo noi stessi con tutti i desideri (massa informe) che ci impulsano ora qua e ora là.
Siamo noi stessi che sperimentiamo oggetti, intrappolati nella triade costitutiva dell'esistenza, impulsati dal desiderio primario di felicità e conoscenza (sattva), agiamo per ottenerla (rajas), ma erriamo trascinati dalla percezione errata e dalla pigrizia, inerti di fronte alle ondate delle percezioni.
C'abbiamo gli attacchi di panico: rende bene l'idea della forza di trascinamento della mente. Io non sono questa mente, è solo strumento.

Per questo la Gita invita lo sperimentatore sul campo a neutralizzare tamas con rajas: l'inerzia con l'azione (senza scopo, in abbandono alla volontà divina che trascende i destini delle stirpi, delle famiglie e dei singoli individui), in attuazione di un Disegno divino che riporta l'umanità all'armonico ritmo della Natura che espira ed insipa le creature.
Ogni creatura è un'opportunità tramite quale il Disegno divino prosegue nel tratto, un momento, un quadro unico e perfetto in sè stesso.

Ma il rajas, l'azione sul campo di battaglia di Arjuna dovrà essere "neutralizzata" dal puro sattva, resa al Divino e abbandonata.
Solo così l'individuo si libererà dalla rete dei guna e sarà libero, nell'eterno fluire dell'esistenza. Immortale, mai nato.
L'Atma, ciò che siamo, il luogo del Cuore a cui la freccia nel "me stesso-io sono" tende, è il sempre puro, il sempre libero.
Se lo guardiamo partizionato e diviso Esso è la Natura, dalle cangianti e inconcepibili, sempre nuove, forme e in continua trasformazione, eternamente mutevole. Quale limite nell'Universo? Non si trova...

Se lo guardiamo dal punto di vista mortale è così mutevole da suscitare paura.
La paura di morire, di soffrire, di perdere la propria individualità lasciando "pezzi" per strada, vedendo svanire persone care sui campi di battaglia.
Lo strazio della vita in cui si è pienamente identificati con il corpo, con il nome forma.
Neti neti: io non sono questo corpo, queste ondate di schiere armate che mi corrono incontro a cavallo con le lance puntate.
Non sono una creatura come una foglia attaccata a un rametto.

Alla fine della fiera, rimando alla cruda disamina di Cannaminor.
C'è da restare fissi nel proprio sè, trovare, nel marasma dei fantasmi di noi stessi che ci agitano un ordinatore interno, un testimone equanime che agisce sganciato dall'azione, incarnandola senza scopo.
Fermarsi, domandarsi chi siamo veramente. Chi sono io? Proponeva di interrogarsi costantemente Ramana.

Mollare la presa, fermarsi nell'azione in modo da riacquistare la piena presenza, e rendere tutto al Donatore.
A colui da cui procede l'universo, in cui esso riposa e a cui ritorna. Ishvara, l'eternamente libero.

Si tende a farne simulacro, a ridurre la bhakti (contemplazione ininterrotta di Ishvara) al mercanteggiare con il grande Cliente per ottenere pace e salute e andare in paradiso.
Non c'è un Essere da ingraziarsi e propiziarsi, non c'è un Dio che salva e neppure una preghiera o una sadhana risolutiva. Non c'è speranza.
E' la vecchia storia indù: era arrivato sulle rive del Gange e scavava una piccola buca per l'acqua... (forse che la voleva vicina vicina, nel "suo" territorio, lo stolto?).

Pura contemplazione dell'Essere immutabile nel frastuono del mondo. L'io sono questo e quello deve morire. Fa male, malissimo.
Mi viene in mente quel mito in cui l'incatenato aveva un rapace che gli sbrandellava il cuore a beccate. Prometeo?
Camminare sulla corda tra due grattacieli rende l'idea.

Si torna a quelli che Sai Baba chiama i "valori umani", a mia libera sintesi, non sto citando, vado a memoria arretrando. Partendo dall'ultimo e risalendo al primo, così come vengono nominati da lui: satya dharma shanti prema ahimsa.

Dalla non violenza (ahimsa) procede l'amore disinteressato (prema), da questo la pace (shanti), l'accettazione del proprio ruolo nel mondo e l'abbandono dei frutti, la capacità di ritornare all'essenza (dharma) e infine essere ciò che si è: Puro Essere (satya).
La verità dell'uccello in cima al ramo, sereno maestoso e immerso nel proprio splendore autorisplendente, che il fratello uccello sul ramo più basso che becca irrequieto i frutti ora dolci ora amari, cercava di raggiungere.
Sempre i due da fondere nell'uno.
Il sottile tubicino che unisce i due vasi della clessidra.

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cannaminor
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 13/06/2021, 9:02

Fedro ha scritto:
06/01/2021, 14:51
In questo discorso, non riesco mai a cogliere un soggetto (che da/riceve).
Quindi osservo un dono che si concede nell'apertura: ma il donatore e il ricevente, che enti sono?

Rimane infine da comprendere (almeno per me) cos'è questo famigerato servizio.
Spesso il “liberamente ricevuto, liberamente donato” viene inteso come fossero due distinte azioni, distinte e separate l’una l’altra. Invece non solo c’è correlazione, ma ancora di più, la relazione è diretta e biunivoca, bi direzionale. Si potrebbe dire che per tanto ricevi tanto doni, o meglio per tanto sei capace di donare per tanto ricevi ed hai ricevuto.
È un po', se mi passi l’analogia, come un rubinetto. Quando ne giri la maniglia quello apre la saracinesca (porta) che ha dentro e comincia a versarti-donarti l’acqua: ma l’acqua che esce non è che ce l’aveva lì in tasca apposta per te il rubinetto, l’acqua è la stessa acqua che lui riceve e che tale e quale per l’apertutra della porta-saracinesca passa e ti dona.
E la misura dell’una è commisurata all’altra. Tanta acqua riceve tanta acqua dona, nulla viene trattenuto, tutto passa come per un canale, tanta ne riceve-passa tanta ne arriva in dono-esce.

L’idea di farsi portatori d’acqua o canali e\o rubinetti-dispensatori d’acqua non prescinde da questo concetto. L’acqua non ci appartiene, non è nostra, né possiamo farne nostro accumulo o deposito sapienziale, l’acqua quella vera, quella di vita (di cui parlava gesù e la tradizione; «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». ) la puoi solo donare per tanta quanta ne ricevi e viceversa, per quanta ne ricevi tanta ne puoi donare.

Anche nel passaggio evangelico di cui sopra si dice in ultimo “l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”; si parla si diventare a sua volta “sorgente di acqua che zampilla…” quindi si parla di flusso di acqua che continua a sgorgare-zampillare, in eterno. Una sorgente se non zampilla non è sorgente, non è nulla; ci potrà anche essere un mare di acqua sotto, ma se non zampilla, se non dona, per tutto il mare d’acqua che possa aver ricevuto è come se non avesse ricevuto nulla.

Il discorso credo sia poi in ultimo tutto qui, così come quello del servizio. Il servizio è lo zampillare della sorgente, è quel donare di quanto ricevuto, senza dono senza zampillo-servizio, non hai ricevuto nulla, perché nulla è passato per tuo tramite, perché nulla hai donato e sei stato tramite di dono, per quella porta (aperta o chiusa) del cuore di cui si parlava prima. La nostra scelta, l’unica nostra scelta è di aprire o tenere chiusa quella porta, quel rubinetto, che tutti noi potenzialmente siamo ma ben pochi di fatto attuano e aprono.

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 13/06/2021, 10:01

Zampillare dell'acqua.
Ossia essere a propria volta, fonte da cui l'acqua esce zampillando.
A chi parlava Gesù con quelle parole?
Se dovessimo considerare quanti e chi, si sia messo in bocca le sue parole (quindi in suo nome) concluderemmo che qualcosa e andato storto...o forse alquanto frainteso.
In altre parole: se il canale della mia fontana è ancora sporco, intasato di residui personali, di buone intenzioni (quindi di interpretazioni, desiderio, volontà di cambiare ecc.) che acqua condurrò o ne uscirà mai fuori?
A questo punto, una cognizione di sé, quindi consapevolezza di ciò che sono come ente tra gli enti, con cui vengo in relazione, lascerà emergere i limiti di una visione che mi sembrava tanto genuina e spontanea e che nel tempo posso verificare molto impantanata ancora nei miei gorghi e flussi personali...
Dunque quanto è certo che il mio sia utile servizio, sol perché credo di averne le buone intenzioni?

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 13/06/2021, 13:56

Fedro ha scritto:
13/06/2021, 10:01
A chi parlava Gesù con quelle parole?
Gesù rispondeva ad una donna samaritana giunta ad attingere acqua presso il pozzo di Giacobbe dove sedeva Gesù...trovi il brano per intero in Gv 4,5-42 con una piccola ricerca google trovi tutto.
Fedro ha scritto:
13/06/2021, 10:01
Ossia essere a propria volta, fonte da cui l'acqua esce zampillando.
È qui il problema di fondo di qualsiasi discepolato, nonché servizio, nonché fonte o sorgente che sia. Il “problema” è che quale che sia la sorgente questa non ha nome, non ha individualità, non ha proprietà personale e non ne detiene alcuna in alcun modo. È lo stesso discorso di quando si parla di retto agire o retta azione, o dell’agire per l’agire, o dell’azione per l’azione; non c’è un soggetto ad agire, non c’è un detentore di azione, di acqua di cui si fa carico e nome; il “rubinetto” di cui giri la manopola per avere acqua non ha nome, al massimo potrai dire acqua calda e acqua fredda (volendo stare nell’analogia del rubinetto), ma sempre di acqua si chiama e parla.
Gesù più avanti sempre nel brano cui ci si riferiva dirà in risposta ai suoi discepoli che lo stanno incalzando affinché mangi qualcosa; Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.» Servizio, acqua, cibo, etc, metafore per alludere sempre a quello, “fare la volontà di Colui che mi ha mandato”. Non c’è un soggetto che fa la volontà di chi l’ha mandato, c’è solo la Volontà di chi l’ha mandato. Non ha un nome chi porta l’acqua o il cibo di “spirito e verità” secondo la stessa locuzione evangelica. Fare la volontà del Padre, vuol dire fare la volontà del Padre, punto, non la mia, la tua, la sua, la nostra.

Certo, chi non si pone o non si è posto la domanda, dopo aver letto l’evangelo, ma come faccio a fare la volontà del Padre (ammesso che questo sia nelle sue intenzioni)? Come faccio a farmi sorgente o portatore di acqua, di servizio, della “volontà del Padre”? Sembrerebbe a me che per fare la Sua uno debba farsi appunto canale e tramite della sua Volontà, il che vuol dire fargli spazio, e quindi togliere di mezzo tutto ciò che noi invece crediamo e consideriamo nostra-mia volontà. Non si può servire due padroni allo stesso tempo, o scegli e decidi di fare la tua di volontà, individuale e soggettiva (legittima come scelta della maggioranza del genere umano), oppure decidi di fare la Sua di volontà, la Volontà del Padre, ma non puoi fare ed esercitare entrambe le volontà insieme e contemporaneamente. O fai la tua o fai la Sua. Se opti per la Sua la tua deve venire meno, annullarsi o comunque risolversi integrarsi nella Sua, scomparendo di fatto individualmente parlando. Questo il mio pensiero riguardo al fare la Sua Volontà.

Per tornare al discorso acqua e sorgente di acqua, e tramite o portatore di acqua, c’è da dire che l’acqua è sempre pura e cristallina di Suo, se non lo è è perché l’abbiamo contaminata noi col nostro, con la nostra di individualità egoica, con le nostre credenze, inferenze, opinioni e quant’altro, atterrandola appunto a nostra misura individuata, soggettiva e concettuale-manasica.

Ma volendo tornare al discorso iniziale del liberamente ricevuto e liberamente dato, volevo, a mio vedere, porre in maggiore risalato quanto l’uno dipenda dall’altro, e non come possa sembrare invece siano due fatti semplicemente accostati e prossimi nel divenire. Tornando a quel discorso della porta e dell’apertura, questa, l’apertura è appunto a doppio senso, letteralmente a doppio senso come i vasi comunicanti. Ciò che accade da una parte accade dall’altra. Se cala da una parte cala anche dall’altra. Se non si dona non si riceve; se chiudi la porta (o il rubimetto secondo l’analogia) non solo non esce più acqua dal rubinetto, ma nemmeno ne entra più, è questo il punto che credo molti sottovalutino per semplice scollegamneto causale tra i due eventi. Si riceve nella misura in cui si dona, più si fa dono più si riceve e si può ricevere, direttamente proporzionale. È comunque e sempre di passaggio l’acqua, nessuno ne è proprietario, nessuno la detiene, tutto e tutti ne ricevono e tutto e tutti ne donano, vicendevolmente, come per la Tradizione, tutti ne siamo testimoni (a varia misura e grado come per i rubinetti e portatori di acqua), nessuno ne è detentore e titolare unico ed esclusivo. Non c’è differenza, tra la testimonianza, tra il liberamente ricevuto liberamente donato, tra il servizio, tra il fare la volontà del Padre, è sempre lo stesso discorso visto da angolature diverse, ma sempre lo stesso e identico.

Gv 4,5-42

In quel tempo Gesù 5 giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9 Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10 Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11 gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13 Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». 15 «Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16 Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17 Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18 Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19 Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20 I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26 Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27 In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28 La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30 Uscirono dalla città e andavano da lui. 31 Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32 Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33 E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35 Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36 Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 13/06/2021, 17:38

cannaminor ha scritto:
13/06/2021, 13:56
l’acqua è sempre pura e cristallina di Suo, se non lo è è perché l’abbiamo contaminata noi col nostro, con la nostra di individualità egoica, con le nostre credenze, inferenze, opinioni e quant’altro, atterrandola appunto a nostra misura individuata, soggettiva e concettuale-manasica
infatti mi chiedevo semplicemente cosa accadesse in questo preciso caso, che poi mi pare sia la distanza tra il ciò che è (o meglio, si mostra) e il ciò che dovrebbe essere,

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