Il gruppo che cura Vedanta.it inizia ad incontrarsi sul web a metà degli anni 90. Dopo aver dialogato su mailing list e forum per vent'anni, ha optato per questo forum semplificato e indirizzato alla visione di Shankara.
Si raccomanda di tenere il forum libero da conflittualità e oscurità di ogni genere.
Grazie

La guerra santa

Utilizzate questo forum per qualsiasi argomento non categorizzato altrove.
Rispondi
ortica
Messaggi: 251
Iscritto il: 17/03/2017, 10:29

La guerra santa

Messaggio da ortica » 22/03/2020, 12:51

Renè Daumal (1908-1944), una delle figure più geniali della letteratura francese del ventesimo secolo, è stato un ricercatore autentico della verità. Nella seconda parte della sua vita, ha avuto la fortuna di incontrare e lavorare con Gurdjieff e alcuni dei suoi allievi più stretti.
Fine conoscitore del sanscrito e appassionato studioso del Sanatana Dharma, a lui sono dovute alcune splendide traduzioni delle Upanisad, di testi attribuiti a Shankara e del Panca-tantra.
Si spense a 36 anni per un'affezione polmonare, lasciando incompiuto il suo capolavoro iniziatico, Il monte Analogo.

Questa sua ode è stata scritta quando, già gravemente malato di tubercolosi, si era ritirato con la moglie Vera in un piccolo borgo di montagna per tentare di curarsi.
In quei giorni egli esperiva la sua, personale, fine di un mondo.
Per questo, forse, le sue parole possono essere utili a noi, qui, oggi.

Un richiamo che l'eco mi potrà rinviare, e che forse altri sentiranno.


Immagine


Farò un poema sulla guerra. Forse non sarà un vero poema, ma sarà su una guerra vera.

Non sarà un vero poema, perchè se il vero poeta fosse qui e si spargesse la voce, fra la gente, che egli stesse per parlare... allora si farebbe un gran silenzio, un silenzio pesante, prima, si gonfierebbe, un silenzio pieno di mille tuoni.

Visibile, noi lo vedremmo, il poeta; veggente, egli ci vedrebbe; e fatti pallidi nelle nostre povere ombre, gliene vorremmo di essere così reale, noi i gracili, noi gli imbarazzati, noi gli sbandati.

Sarebbe qui, pieno da scoppiare dei mille tuoni della moltitudine dei nemici che contiene - perchè li contiene, e li contenta, quando vuole - incandescente di dolore e di collera sacra, e pure tranquillo come un artificiere.
Nel gran silenzio aprirebbe un piccolo rubinetto, il piccolo rubinetto del mulino da parole.
E da esso lascerebbe scorrere un poema, un poema tale da diventarne verdi.

Quello che farò non sarà un vero poema poetico da poeta, perchè se la parola "guerra" fosse detta in un vero poema ... allora la guerra, la guerra vera di cui parlerebbe il vero poeta, la guera senza pietà, la guerra senza compromessi si accenderebbe definitivamente all'interno dei nostri cuori.

Perchè in un vero poema le parole portano le loro cose.

E neppure sarà un discorso filosofico. Perchè' per essere filosofi, per amare la verità più che sè stessi, bisogna essere morti all'errore, bisogna aver ucciso i compiacimenti traditori del sogno e della comoda illusione. E questo è lo scopo e la fine della guerra, e la guerra è appena incominciata, vi sono ancora dei traditori da smascherare.

E neppure sarà un'opera di scienza. Perchè per essere uno scienziato, per vedere ed amare le cose quali esse sono bisogna essere sè stessi e desiderare vedersi quali si è. Bisogna aver rotto gli specchi menzogneri, bisogna aver ucciso con uno sguardo spietato i fantasmi insinuanti. E questo è lo scopo e la fine della guerra, e la guerrà è appena incominciata, vi sono ancora delle maschere da strappare.

E neppure sarà un canto entusiasta. Perchè l'entusiasmo è stabile quando il dio si è levato, quando i nemici non sono più che forze senza forma, quando il frastuono di guerra risuona fino a spaccare tutto, e la guerra è appena incominciata, non abbiamo ancora dato alle fiamme i fusti dei nostri letti.

Nè sarà un'invocazione magica, perchè il mago chiede al suo dio: "Fa' ciò che mi piace", e rifiuta di fare la guerra al suo peggior nemico, se il nemico gli piace; e neppure sarà una preghiera di credente, perchè il credente chiede alla parte migliore di sè stesso: "Fa' ciò che vuoi" e per questo ha dovuto mettere il ferro e il fuoco nelle viscere del suo più caro nemico - e questa è la guerra, e la guerra è appena incominciata.

Sarà un pò di tutto questo, un pò di speranza e di sforzo verso tutto questo, e anche un pò una chiamata alle armi. Un richiamo che l'eco mi potrà rinviare, e che forse altri sentiranno.

Ora capite di quale guerra intendo parlare.

Delle altre guerre - quelle che si subiscono - non parlerò.
Se ne parlassi sarebbe letteratura comune, un sostituto, un meglio che niente.
Come mi è accaduto di usare la parola "terribile", quando non avevo la pelle d'oca.
Come ho usato l'espressione "morir di fame" quando non ero arrivato al punto di rubare.
Come ho parlato di follia prima di aver tentato di guardare l'infinito dal buco della serratura.
Come ho parlato di morte prima di aver sentito la mia lingua prendere il sapore di sale dell'irreparabile.
Come certi parlano di purezza, essendosi sempre considerati superiori al maiale domestico.
Come certi parlano di libertà adorando e ridipingendo le loro catene.
Come certi parlano d'amore, non amando che la propria ombra.
O di sacrificio, quando per nessuna ragione si taglierebbero neanche un mignolo.
O di conoscenza, mascherandosi ai propri occhi.
Come è nostra grande malattia parlare per non vedere.

Sarebbe una sostituzione impotente, come i vecchi e i malati parlano volentieri dei colpi vigorosi che i giovani danno o ricevono.

Ma ho il diritto di parlare dell'altra guerra - quella che non si subisce soltanto - quando forse non è irrimediabilmente accesa in me?
Quando ancora non sono che alle scaramucce? Certo, raramente ne ho il diritto, ma "raramente il diritto" vuol dire anche "qualche volta il dovere" - e soprattutto "il bisogno" - perchè non avrò mai abbastanza alleati.

Cercherò dunque di parlare della guerra santa.

Che possa scoppiare in modo irreparabile!
Si accende di tanto in tanto, e mai per molto tempo.
Alla prima parvenza di vittoria, io mi ammiro trionfare e faccio il generoso, e vengo a patti col nemico.
Vi sono dei traditori nella casa, ma hanno volti di amici, sarebbe così sgradevole smascherarli! Hanno il loro posto accanto al fuoco, le loro poltrone e le loro pantofole, e arrivano quando sonnecchio, offrendomi un complimento, una storia palpitante o ridicola, fiori, zuccherini, e talvolta un bel cappello piumato. Parlano in prima persona, mi sembra di sentire la mia voce, ed è la mia voce che credo di emettere: "Io sono...io so...io voglio..."
Menzogne! Menzogne incise sulla mia carne, ascessi che mi gridano: "non inciderci, siamo dello stesso sangue!", pustole piagnucolanti: "siamo il tuo unico bene, il tuo unico ornamento, perciò continua a nutrirci, non ti costa poi tanto!"

E sono numerosi, seducenti, sono pietosi, sono arroganti, ricattano, si coalizzano... ma quei barbari non rispettano niente - niente di vero, voglio dire, perchè davanti a tutto il resto s'attorcigliano di rispetto. E' grazie a loro che faccio bella figura, sono loro che occupano il posto e tengono le chiavi dell'armadio delle maschere.
Mi dicono: "noi ti rivestiamo, senza di noi come potresti presentarti nel bel mondo?" - Oh! piuttosto andar nudo come una larva!

Per combattere quelle armate ho soltanto una piccola spada, appena visibile a occhio nudo, tagliente come un rasoio, però, e micidiale. Ma talmente piccola, che ogni momento la perdo. Non so mai dove l'ho cacciata. E quando l'ho ritrovata, allora mi sembra pesante da portare, e difficile da maneggiare, la mia piccola spada micidiale.

Io so dire solo poche parole, e anzi sono piuttosto dei vagiti, mentre quelli, sanno persino scrivere. Ce n'è sempre uno nella mia bocca, che spia le mie parole quando vorrei parlare, Le ascolta, tiene tutto per sè, e parla al mio posto con le stesse parole - ma col suo accento immondo. Ed è grazie a lui che sono considerato e che mi si trova intelligente. (Ma coloro che sanno, non si ingannino: potessi sentire coloro che sanno!)

Quei fantasmi mi rubano tutto.
Dopo, riescono facilmente ad impietosirmi: "Noi ti proteggiamo, noi ti esprimiamo, noi ti facciamo valere! E tu vuoi assassinarci! Ma è te stesso che tu dilani, quando ci rimproveri, quando con malvagità ci colpisci sul nostro naso sensibile, noi, i tuoi buoni amici."

E la sporca pietà, coi suoi tepori, viene ad indebolirmi.
Contro di voi, fantasmi, tutta la luce!
Appena accenderò la lampada, starete zitti. Appena aprirò un occhio sparirete. Perchè siete del vuoto scolpito, del nulla truccato. Contro di voi, guerra senza quartiere. Nessuna pietà, nessuna tolleranza. Un solo diritto: quello di essere di più.

Ma adesso, la canzone è un'altra. Si sentono scoperti, così fanno i concilianti. "Difatti, sei tu il padrone. Ma che cos'è un padrone senza servitori? Conservaci ai nostri posti modesti, promettiamo di aiutarti. Ecco, per esempio: immagina di voler scrivere una poesia: cosa faresti senza di noi?"

Si, ribelli, un giorno vi rimetterò a posto. Vi curverò sotto il mio giogo, vi nutrirò di fieno e vi striglierò tutte le mattine. Ma finchè succhierete il mio sangue e mi ruberete la parole, oh! piuttosto non scrivere mai poesie!

Guardate che bella pace mi si propone. Chiudere gli occhi per non vedere il delitto. Agitarsi dalla mattina alla sera per non vedere la morte sempre spalancata. Credersi vittorioso prima di aver lottato.
Pace di menzogna!
Adattarsi alle proprie vigliaccherie poichè lo fanno tutti.
Pace di vinti!
Un pò di sudiciume, un pò di ubriachezza, un pò di bestemmia, sotto motti di spirito, un pò di mascherata, di cui si fa virtù, e anche molto, se si è artisti, un pò di tutto questo con intorno una confetteria di belle parole, ecco la pace che ci viene proposta.
Pace di venduti!
E per salvaguardare questa pace vergognosa, si farebbe di tutto, si farebbe la guerra al proprio simile.
Perchè esiste una vecchia ricetta sicura per conservare sempre la pace dentro di sè: accusare sempre gli altri!
Pace di tradimento!

Adesso sapete che intendo parlare della guerra santa.

Colui che ha dichiarato questa guerra dentro di sè è in pace coi propri simili e, benchè egli sia tutto quanto campo della più violenta battaglia, nell'intimo del suo intimo regna una pace più attiva di qualsiasi guerra. E più regna la pace nell'intimo dell'intimo, nel silenzio e nella solitudine centrale, più infierisce la guerra contro il tumulto delle menzogne e l'innumerevole illusione.

In questo vasto silenzio bardato di grida di guerra, nascosto all'esterno dal fuggevole miraggio del tempo, l'eterno vincitore ode le voci di altri silenzi.
Solo, dissolta l'illusione di non essere solo; solo, non è più il solo ad essere solo.
Ma io sono separato da lui dalle armate di fantasmi che debbo annientare. Potessi un giorno insediarmi in questa cittadella! Sui bastioni, che io sia dilaniato fino all'osso purchè il tumulto non entri nella stanza regale!

"Ma ucciderò?" chiede Arjuna il guerriero. "Pagherò il tributo a Cesare?" chiede un altro.
- Uccidi, viene risposto, se sei uccisore. Non hai scelta. Ma se le tue mani rosseggiano del sangue dei nemici, non lasciare che neanche una goccia macchi la stanza regale, dove immobile aspetta il vincitore. - Paga, viene risposto, ma non permettere che Cesare getti un solo sguardo sul tesoro regale.

E io che non ho altra arma, nel mondo di Cesare, che la parola, io che non ho altra moneta, nel mondo di Cesare, che dei vocaboli, parlerò forse io?

Parlerò per fare appello alla guerra santa. Parlerò per denunciare i traditori che ho nutrito. Parlerò perchè le mie parole facciano onta alle mie azioni, fino al giorno in cui una pace corazzata di tuono regnerà nella stanza dell'eterno vincitore.

E poichè ho usato la parola guerra, e tale parola guerra oggi non è più un semplice suono che la gente istruita fa con la bocca, perchè adesso è una parola seria e carica di significato, si saprà che parlo sul serio e che non si tratta di suoni vani che faccio con la bocca.


Renè Daumal - La conoscenza di sè, pagg. 39-45
Ed. Adelphi

Rispondi