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Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

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latriplice
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 12/02/2020, 17:12

viviana ha scritto:
12/02/2020, 7:29
Menti sapendo di mentina

e lo fai nel peggiore dei modi:
manipolando cio' che afferma la Tradizione per pura vanagloria.

Questa e' empieta'.

Trasformi cio' che e' sacro e dovrebbe essere un faro, in oscurita' x pura vanagloria e ignoranza.

Il tuo ostinarti a mentire e travisare non rende possibile piu' alcun dialogo, ne inutile chiarimento.

Ti auguro di trovare qlc che possa aiutarti.


Se pratichi senza comprendere che la sadhana passa attraverso un processo di de-personalizzazione, non comprendi ciò che stai praticando.

Finché sei convinta che i tratti distintivi (pensieri, emozioni, sentimenti, attitudini, carattere, apparenza fisica ecc.) che caratterizzano la "tua" personalità, sono peculiari soltanto a Viviana, che tu ti appartieni, sei l'unico ostacolo al concludersi della sadhana.

Non ci può essere alcuna trasformazione finché non viene allentata la presa sulla ossessione della "tua" roba, sul lasciarsi andare e abbandonarsi completamente a Dio, che equivale a restituire tutto ciò che gli appartiene (pensieri, emozioni, sentimenti, attitudini, carattere, apparenza fisica ecc.).

Lo so che è difficile in un mondo di non credenti o di falsi credenti, di cui i più ortodossi sono presenti nel mondo spirituale, specialmente tra le persone mondane in abiti spirituali.

Egli, Ishvara, è presente e si sta prendendo cura di te in ogni "tuo" respiro, in ogni "tuo" battito cardiaco, nel cibo che digerisci e nell'evacuazione delle feci, nei pensieri che pensi e nelle emozioni che provi, solo per elencarne alcune tra gli innumerevoli processi psicofisici che avvengono nel "tuo" corpo, di cui tu ne controlli a malapena 1 o al massimo 2, quando apri la bocca o batti le ciglia.

Se tu avessi creato qualcosa qui, sarebbe giustificato l'attribuzione della paternità e l'assunzione della responsabilità che ne consegue e saresti legittimata a prenderlo in consegna.

Dimmi, tu che cosa hai creato da sentirti autorizzata ed investita dal diritto inderogabile di gestire ciò che reputi sia la "tua" vita?

Se dovessimo sommare il "tuo" contributo creativo alla manifestazione, il risultato sarebbe zero. Non ne sei convinta? Allora cullati nell'illusione di contare qualcosa qui.

Se invece in te è sorto qualche dubbio, che forse è vero che qua è Ishvara che comanda la baracca e che nessuno conta un cazzo, allora posso umilmente, da piccino piccino, raccomandarti una meditazione che pratico quotidianamente.

Siediti, chiudi gli occhi, e apri il cuore con un atteggiamento di totale abbandono e gratitudine verso il Padre, che sicuramente avvertirai la Sua presenza da un senso di totale libertà e redenzione da quella personcina che credevi di essere.

Discriminare te consapevolezza (atman), dalla persona che credi di essere (jiva) e dal campo dell'esperienza (Ishvara o i tre guna) è l'essenza del Vedanta.

Comprendere la discriminazione è liberazione (moksha).

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A-U-M
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da A-U-M » 20/02/2020, 10:16

L'illuminazione è solo una vertigine.
Un piccolo pensiero da vecchio semieremita, un pensiero considerabile al massimo neoadvaita, ma neoadvaita è tutto quello che viene detto superficialmente ed è anche tutto quello che viene vissuto invece che codificato in qualche monastero sopravvissuto nel tempo, ordine considerato ufficiale, maestro eletto ufficiosamente all'unanimità, testo entrato a far parte dei preferiti perché in accordo con altri suoi simili. E non c'è modo, dall'esterno (ed esterna è anche quella che noi consideriamo la nostra interiorità, che va dagli istinti agli intuiti passando per emozioni e pensieri), di distinguere tra ciò che viene detto superficialmente o che viene vissuto, di solito invece c'è solo un accettare e rifiutare. Ma la vertigine dell'illuminazione c'è solo quando queste due tendenze si assottigliano, trovando così l'ispirazione tanto in un testo di Shankara tanto quanto in un aforisma di astrologia moderna, tanto in un brahamana tanto quanto in un chandala. L'illuminazione è solo una vertigine, e quindi è solo un'illusione, ma anche le illusioni si rivelano essere, durante la vertigine, della stessa sostanza della Realtà, proprio perché le differenze si assottigliano. Come comprende il protagonista di Siddhartha di Hesse. Quando invece non si assottigliano e la vertigine è tenuta inconsciamente sotto scacco da una rigidità usata come controllo della purezza e come sintomo di rispetto della tradizione, ci si contrappone alle dichiarazioni che non ci piacciono, anche se contemporaneamente si citano quegli insegnanti che dicono che non dovremmo contrapporci a niente. Ed infatti non dobbiamo, non dobbiamo contrapporci neanche alla contrapposizione, anche perché senza contrapposizione al neoadvaita non c'è tradizione, e senza tradizione c'è meno insegnamento approfondito sulla non contrapposizione, e senza non contrapposizione non c'è nessuna vertigine, anche se la vertigine è solo una sensazione corporea. Anche uno dei  maestri eletti all'unanimità, qui molto apprezzato, disse che la realizzazione riguarda solo il corpo (per quanto il corpo si estenda oltre quello grossolano che vediamo). Come farebbe a riguardare altro? Magari l'assoluto, come se questo fosse un oggetto, affetto da qualche proprietà od evento? La vertigine ci serve a capire che al massimo possiamo ottenere vertigini, di sottigliezza, durata e radicamento diversi, a seconda che si cerchi una vertigine correndo in moto o meditando in monastero. È il risultato di una attività, che chiamiamo sadhana come se fosse davvero distinguibile da altre attività. Ha la stessa utilità ed inevitabilità di qualunque altra attività. Pensarla così è una saggia equanimità o un appiattimento new age? Anche il cristianesimo e il buddismo erano new age ai loro tempi.
Stavolta, sapendo in anticipo quando dovrò attendere il prossimo permesso per riaffacciarmi sul "mondo esterno", vi saluto e ringrazio.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 20/02/2020, 14:12

Ma visto che è così... perché prendersi la briga di negare qualcosa che non esiste, o che comunque si ritiene appartenente al mondo delle illusioni?

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da cielo » 20/02/2020, 21:04

A-U-M ha scritto:
20/02/2020, 10:16
L'illuminazione è solo una vertigine.
Un piccolo pensiero da vecchio semieremita, un pensiero considerabile al massimo neoadvaita, ma neoadvaita è tutto quello che viene detto superficialmente ed è anche tutto quello che viene vissuto invece che codificato in qualche monastero sopravvissuto nel tempo, ordine considerato ufficiale, maestro eletto ufficiosamente all'unanimità, testo entrato a far parte dei preferiti perché in accordo con altri suoi simili. E non c'è modo, dall'esterno (ed esterna è anche quella che noi consideriamo la nostra interiorità, che va dagli istinti agli intuiti passando per emozioni e pensieri), di distinguere tra ciò che viene detto superficialmente o che viene vissuto, di solito invece c'è solo un accettare e rifiutare. Ma la vertigine dell'illuminazione c'è solo quando queste due tendenze si assottigliano, trovando così l'ispirazione tanto in un testo di Shankara tanto quanto in un aforisma di astrologia moderna, tanto in un brahamana tanto quanto in un chandala. L'illuminazione è solo una vertigine, e quindi è solo un'illusione, ma anche le illusioni si rivelano essere, durante la vertigine, della stessa sostanza della Realtà, proprio perché le differenze si assottigliano. Come comprende il protagonista di Siddhartha di Hesse. Quando invece non si assottigliano e la vertigine è tenuta inconsciamente sotto scacco da una rigidità usata come controllo della purezza e come sintomo di rispetto della tradizione, ci si contrappone alle dichiarazioni che non ci piacciono, anche se contemporaneamente si citano quegli insegnanti che dicono che non dovremmo contrapporci a niente. Ed infatti non dobbiamo, non dobbiamo contrapporci neanche alla contrapposizione, anche perché senza contrapposizione al neoadvaita non c'è tradizione, e senza tradizione c'è meno insegnamento approfondito sulla non contrapposizione, e senza non contrapposizione non c'è nessuna vertigine, anche se la vertigine è solo una sensazione corporea. Anche uno dei  maestri eletti all'unanimità, qui molto apprezzato, disse che la realizzazione riguarda solo il corpo (per quanto il corpo si estenda oltre quello grossolano che vediamo). Come farebbe a riguardare altro? Magari l'assoluto, come se questo fosse un oggetto, affetto da qualche proprietà od evento? La vertigine ci serve a capire che al massimo possiamo ottenere vertigini, di sottigliezza, durata e radicamento diversi, a seconda che si cerchi una vertigine correndo in moto o meditando in monastero. È il risultato di una attività, che chiamiamo sadhana come se fosse davvero distinguibile da altre attività. Ha la stessa utilità ed inevitabilità di qualunque altra attività. Pensarla così è una saggia equanimità o un appiattimento new age? Anche il cristianesimo e il buddismo erano new age ai loro tempi.
Stavolta, sapendo in anticipo quando dovrò attendere il prossimo permesso per riaffacciarmi sul "mondo esterno", vi saluto e ringrazio.
L'equilibrio tra raga e dveṣa è indubbiamente come camminare su una corda tesa su un abisso, e meno male se si ha un bilanciere in mano.

La lunga pertica con attaccati i vasi pieni dei frutti del mondo.

Camminare sulla corda senza il bilanciere è molto più difficile, ma senza gli eroi che noioso sarebbe il mondo.

E certamente il brivido c'è, e la vertigine di cadere nel vuoto pure.

Una girandola di colori, nel bianco immacolato o nel nero più profondo. Pacifici conviventi, due in uno.

Indietro non si torna, sarebbe difficile girarsi sulla corda, guardare avanti può aiutare anche se tra cielo sopra e abisso sotto, l'avanti e i l'indietro si confondono.

Stelle di sopra e stelle di sotto, ma il cielo è sempre lo stesso.

Ti auguro di avere altri permessi per far sentire la tua voce in questo mondo esterno, sempre un po' estremo.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 18/03/2020, 22:22

Certo che se Ishwara si incazza, ci stermina tutti e si riprende in anticipo il maltolto. :mrgreen:

Qua la baracca è sua e si fa come dice lui e nessuno conta un cazzo.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 19/03/2020, 17:37

latriplice ha scritto:
18/03/2020, 22:22
Certo che se Ishwara si incazza, ci stermina tutti e si riprende in anticipo il maltolto. :mrgreen:

Qua la baracca è sua e si fa come dice lui e nessuno conta un cazzo.
Archetipi da Vecchio Testamento?

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 20/03/2020, 10:41

latriplice ha scritto: ↑18/03/2020, 22:22
Certo che se Ishwara si incazza, ci stermina tutti e si riprende in anticipo il maltolto. :mrgreen:
Qua la baracca è sua e si fa come dice lui e nessuno conta un cazzo.
Fedro ha scritto:

Archetipi da Vecchio Testamento?
Non tanto, nell'Antico Testamento l'uomo sulla base del proprio comportamento poteva attirare su di se l'ira o il favore degli Dei. Ma la contingenza attuale sembra smentire questa eventualità, Ishvara non è democratico e non guarda in faccia a nessuno. Meriti e demeriti non sono contemplati anche se l'osservanza del dharma sembra costituire una garanzia contro esiti funesti. Coloro che manifestano disaccordo nei confronti di questa ineluttabilità pensano che qua ci sia qualcosa sul quale rivendicare il diritto di proprietà ed il relativo controllo. Ma è solo apparente finché ci si culla in questa illusione.

Come dicevo a proposito di Ishwara: Qua la baracca è sua e si fa come dice lui e nessuno conta un cazzo.

A questo punto conviene restituire in anticipo il maltolto liberandoci da quel fardello della "propria roba" che ostinatamente ci trasciniamo sulle spalle che comunque dovremmo cedere alla dipartita dell'involucro fisico.

Essendo l'ego quell'aspetto del corpo sottile che si considera l'artefice dell'azione ed il proprietario dei risultati di tali azioni, è probabile che che con la restituzione del maltolto l'ego si dissolva e avvenga di fatto la liberazione (moksha).

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 20/03/2020, 12:08

Nel momento in cui utilizzo la logica di cosa mi conviene fare, e del liberarmi del "maltolto", siamo dentro la stessa dinamica dell'io che usa la liberazione per ottenere uno scopo: non posso usare la logica del risveglio (o meglio, del risveglio sognato) all'interno del sogno, se non per illudermi, ancora una volta.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 20/03/2020, 14:03

Fedro ha scritto:
20/03/2020, 12:08
Nel momento in cui utilizzo la logica di cosa mi conviene fare, e del liberarmi del "maltolto", siamo dentro la stessa dinamica dell'io che usa la liberazione per ottenere uno scopo: non posso usare la logica del risveglio (o meglio, del risveglio sognato) all'interno del sogno, se non per illudermi, ancora una volta.
Se vuoi essere coerente fino in fondo, la logica che hai applicato deve spingersi ad oltranza includendo colui che sta per illudersi. Esattamente chi è costui che sta illudendosi? Non siamo sempre dentro la stessa dinamica dell'io dal quale cerchi di tenerti inutilmente fuori?

Inoltre la restituzione del "maltolto" avviene per constatazione evidente che qua non c'è realmente nulla di tuo, non invece per mero calcolo opportunistico volto all'ottenimento di uno scopo, nel caso specifico la liberazione.

Anche perché la restituzione del "maltolto" va a minare le stesse fondamenta sul quale l'ego si sostiene essendo quell'aspetto del corpo sottile come ho detto in precedenza, che si considera l'artefice dell'azione ed il proprietario dei risultati di tali azioni. Pertanto se di liberazione si tratta, dai pesi e dai fardelli con l'etichetta "mio", è soltanto la conseguenza e corollario di questa presa di coscienza, che di tuo non c'è realmente nulla e tutto ciò che momentaneamente possiedi è preso a prestito con data di scadenza.

O non sei d'accordo? O Magari sei convinto che qualcosina Ishvara te l'abbia concessa in regalo?

Se poi mi dici che questa fondamentalmente una realtà non duale, che tutto è il Sé, e che pertanto non può esserci diversità tra schiavitù e liberazione e alcuno che possa aspirare a liberarsi, sono d'accordo con te.

Ma una affermazione del genere la puoi fare solo dalla prospettiva dell'atman, non certo del jiva. Pertanto è meglio non saltare da una prospettiva fenomenica ad una metafisica senza la necessaria certezza della propria autentica statura.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da cielo » 20/03/2020, 18:29

latriplice ha scritto:
20/03/2020, 14:03
Fedro ha scritto:
20/03/2020, 12:08
Nel momento in cui utilizzo la logica di cosa mi conviene fare, e del liberarmi del "maltolto", siamo dentro la stessa dinamica dell'io che usa la liberazione per ottenere uno scopo: non posso usare la logica del risveglio (o meglio, del risveglio sognato) all'interno del sogno, se non per illudermi, ancora una volta.
Se vuoi essere coerente fino in fondo, la logica che hai applicato deve spingersi ad oltranza includendo colui che sta per illudersi. Esattamente chi è costui che sta illudendosi? Non siamo sempre dentro la stessa dinamica dell'io dal quale cerchi di tenerti inutilmente fuori?

Inoltre la restituzione del "maltolto" avviene per constatazione evidente che qua non c'è realmente nulla di tuo, non invece per mero calcolo opportunistico volto all'ottenimento di uno scopo, nel caso specifico la liberazione.

Anche perché la restituzione del "maltolto" va a minare le stesse fondamenta sul quale l'ego si sostiene essendo quell'aspetto del corpo sottile come ho detto in precedenza, che si considera l'artefice dell'azione ed il proprietario dei risultati di tali azioni. Pertanto se di liberazione si tratta, dai pesi e dai fardelli con l'etichetta "mio", è soltanto la conseguenza e corollario di questa presa di coscienza, che di tuo non c'è realmente nulla e tutto ciò che momentaneamente possiedi è preso a prestito con data di scadenza.

O non sei d'accordo? O Magari sei convinto che qualcosina Ishvara te l'abbia concessa in regalo?

Se poi mi dici che questa fondamentalmente una realtà non duale, che tutto è il Sé, e che pertanto non può esserci diversità tra schiavitù e liberazione e alcuno che possa aspirare a liberarsi, sono d'accordo con te.

Ma una affermazione del genere la puoi fare solo dalla prospettiva dell'atman, non certo del jiva. Pertanto è meglio non saltare da una prospettiva fenomenica ad una metafisica senza la necessaria certezza della propria autentica statura.
autentica statura? o natura?

Avere certezza della propria statura-natura potrebbe essere l'ultima trappola, l'ultimo chiodo.

La contemporaneità dell'esperire insieme realtà oggettiva (io-mio), realtà pura (Iśvara) e realtà assoluta (brahman) è propria dei jivanmuktha o degli avatara, o di qualche raro yogi e viene chiamata sahaja samadhi o stato naturale.
Ma questo stato naturale non basta concepirlo e concettualizzarlo con la mente, non a caso si dice che la realizzazione non duale è per pochissimi e immaginarsi tra quei pochissimi è un'altra trappola. Meglio attestarsi sull'osservazione di quello che c'è, qui e ora. Se c'è paura o resistenza alla possibilità di andarsene prima del tempo programmato (da noi), quella paura è da attenzionare, onestamente e senza sconti.
Di questi tempi soprattutto meglio non volare alto, meglio fare i piccioni, stanziali.

Per quanto la possiamo andare ad immaginare, questa realizzazione non duale così rarefatta, andiamo nuovamente a creare una trappola per la mente. Perchè quello è sì lo stato naturale: noi siamo quello, ma siccome questa nostra naturalezza vuole vivere l'esperienza della dualità perchè checchè se ne possa dire è comunque piacevole, sarà opportuno prenderne atto in tutta umiltà del timore di perdere questo mondo oggettivo, fatto di affetti e speranze per il domani, e se si è aspiranti devoti, è certamente necessario accogliere la volontà di Iśvara per quello che è.
La sua volontà, non la mia.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 20/03/2020, 20:43

Avere certezza della propria statura-natura potrebbe essere l'ultima trappola, l'ultimo chiodo.
Certo, per colui che ritenendosi l'autore dell'azione e fruitore dei risultati intende tirare a campare.

Quindi, fammi capire, comprendere attraverso l'uso della discriminazione che si è Quello è una trappola?

E per chi, se si è Quello?


"Non io, ma il Padre attraverso di me"

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 21/03/2020, 7:54

latriplice ha scritto:
20/03/2020, 20:43
Avere certezza della propria statura-natura potrebbe essere l'ultima trappola, l'ultimo chiodo.
Certo, per colui che ritenendosi l'autore dell'azione e fruitore dei risultati intende tirare a campare.

Quindi, fammi capire, comprendere attraverso l'uso della discriminazione che si è Quello è una trappola?

E per chi, se si è Quello?


"Non io, ma il Padre attraverso di me"

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Ricordiamoci che, anche questo soggetto che sbandiera di essere Quello, svanisce sistematicamente tutte le notti nel sonno profondo, vanificandone la realtà (o riaffermando la sua illusoria esistenza)

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 21/03/2020, 10:00

Fedro ha scritto:
21/03/2020, 7:54
latriplice ha scritto:
20/03/2020, 20:43
Avere certezza della propria statura-natura potrebbe essere l'ultima trappola, l'ultimo chiodo.
Certo, per colui che ritenendosi l'autore dell'azione e fruitore dei risultati intende tirare a campare.

Quindi, fammi capire, comprendere attraverso l'uso della discriminazione che si è Quello è una trappola?

E per chi, se si è Quello?


"Non io, ma il Padre attraverso di me"

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Ricordiamoci che, anche questo soggetto che sbandiera di essere Quello, svanisce sistematicamente tutte le notti nel sonno profondo, vanificandone la realtà (o riaffermando la sua illusoria esistenza)
Corrisponde alla tua diretta esperienza o l'hai letto da qualche parte che l'oggetto ego (erroneamente ritenuto il soggetto) svanisce sistematicamente tutte le notti nel sonno profondo?

Sei tu che sparisci o sei Quello che testimonia tale sparizione?

Se di esperienza si tratta, universale a tutti ma non riconosciuta nelle sue implicazioni (per ignoranza), non ti resta che l'ultima opzione.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 21/03/2020, 10:03

Io che affermo di essere Quello sparisco, nell'ignoranza di essere, tutte le notti.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 21/03/2020, 10:29

Fedro ha scritto:
21/03/2020, 10:03
Io che affermo di essere Quello sparisco, nell'ignoranza di essere, tutte le notti.
Esattamente, sparisci per poi ricomparire. La mente si arresta per poi ripartire. Ma il problema che ora sorge è che al livello della mente tale movimento o assenza dello stesso non sarebbe avvertibile e sperimentabile se non in presenza di un principio trascendente e costante, non mosso e non soggetta all'alternanza delle due fasi e che ne renda testimonianza, cioè Quello.

Si chiama logica applicata, o se preferisci la discriminazione raccomandata dal vedanta.

Pertanto se di esperienza la tua si tratta, il vero soggetto sperimentatore è solo riconducibile a Quello, la consapevolezza_atman.

O preferisci che ti faccio uno schemino?

Non è che ti restano altre alternative, sei Quello e basta.

Quell'io che afferma di essere Quello e che in esso si è riconosciuto è Quello.

"Brahma satyam, Jagan mithya, jivo brahmevo naparah."

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 21/03/2020, 11:06

Anche la discriminazione, a questo livello, è unicamente mentale: non è che possiamo utilizzare questa parola come alibi per i nostri concetti.
Comunque non hai certo da dimostrarmi niente, nemmeno coi sutra, non intendevo convincerti di qualcosa

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 21/03/2020, 11:31

Fedro ha scritto:
21/03/2020, 11:06
Anche la discriminazione, a questo livello, è unicamente mentale: non è che possiamo utilizzare questa parola come alibi per i nostri concetti.
Comunque non hai certo da dimostrarmi niente, nemmeno coi sutra, non intendevo convincerti di qualcosa
Il processo della discriminazione avviene unicamente al livello della mente, dell'intelletto (buddhi) per essere precisi.

E' il livello dove viene svolta l'auto-indagine (vedanta).

Ora se tu sei fra quelli che intende escludere la conoscenza derivante dall'auto-indagine perché considerata concettuale pertanto da aborrire (e anche questo è un concetto), e aspiri ad una esperienza estatica, trascendente, di unione con l'assoluto e di assenza di pensiero (nivirkalpa samadhi), sappi che quando finisce, perché se non lo sai tutte le esperienze hanno termine, ne esci ignorante come prima.

L'unico antidoto all'ignoranza non è il silenzio e la pace mentale, essi stanno bene insieme, ma la conoscenza.

E purtroppo per te quella arriva sottoforma di concetti.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 21/03/2020, 12:00

Viveka avviene dal punto di discriminazione che si riesce a constatare, dunque quello mio o tuo è diverso da quello di Shankara contenuto nella Drigdrisyaviveka o nel Vivekacudamani.

ortica
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da ortica » 21/03/2020, 12:17

latriplice ha scritto: Ma una affermazione del genere la puoi fare solo dalla prospettiva dell'atman, non certo del jiva. Pertanto è meglio non saltare da una prospettiva fenomenica ad una metafisica senza la necessaria certezza della propria autentica statura.
esattamente.

Quindi, rimanendo nella prospettiva fenomenica che maggiormente ci si confà, direi che attribuire a Ishvara una sorta di volontà punitiva è quantomeno impreciso.

L'ambito fenomenico, Samsara, è retto da leggi-regole-ordine cui nessuno può sottrarsi.
Ishvara è quelle leggi-regole-ordine, per questo il bhakta si affida con il "sia fatta la tua volontà".
Ma il bhakta mica è cieco.
Legge fondamentale è quella del karma: causa produce effetto, ovvero l'effetto è contenuto nella causa, sebbene la mente li percepisca separati nel tempo.
L'attuale pandemia, osservata nel flusso causale, è effetto di diverse cause, alcune maggiormente visibili e comprensibili di altre.
Non si tratta di una punizione divina, nè si può attribuire - in un'ottica tradizionale - ad un Demiurgo malevolo che si riprende tutto per divertimento.
Peraltro da un punto di vista il più possibile oggettivo non è un male, anzi.
La natura si protegge aggredendo i suoi aggressori che, purtroppo, siamo prevalentemente noialtri umani.
Noialtri, che invece di custodire il giardino l'abbiamo ignobilmente devastato.

Considerazioni, queste, che non escludono cordoglio e condivisione per ogni singola vittima, nè paura e angoscia per la propria sorte e per quella dei propri più cari.

Si tratta, volenti o nolenti, di una straordinaria occasione per la pratica: qui si parrà la nostra nobilitate.
Non nelle comodità, ma nell'incertezza, non nella sazietà ma nel timore e, se dovrà essere, nella disperazione.
Le chiacchiere, come si dice a Roma, stanno a zero.

"Shiva risplende anche nel dolore" ha scritto Somananda nella Shivadristhi.
Sta a noi aprire gli occhi al suo splendore.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 25/03/2020, 12:02

ortica ha scritto:
21/03/2020, 12:17
latriplice ha scritto:
Se poi mi dici che questa è fondamentalmente una realtà non duale, che tutto è il Sé, e che pertanto non può esserci diversità tra schiavitù e liberazione e alcuno che possa aspirare a liberarsi, sono d'accordo con te.

Ma una affermazione del genere la puoi fare solo dalla prospettiva dell'atman, non certo del jiva. Pertanto è meglio non saltare da una prospettiva fenomenica ad una metafisica senza la necessaria certezza della propria autentica statura.
esattamente.
Da una prospettiva fenomenica le coppie di opposti, nella fattispecie schiavitù e liberazione, sono destinate a persistere finché non le si rifiuta comprendendo (da una prospettiva metafisica) l'irrealtà della manifestazione. La vita in sé (esperienza, mondo, universo) non porterà mai alla trascendenza perché è essa stessa il prodotto di quella mente che ci fa confondere il falso (l'io, il mondo manifesto) con il vero (il Sé).

Pertanto cercare di trovare una soluzione al problema esistenziale (samsara), che trova fondamento soltanto nella apparenza della dualità, attraverso mezzi (le varie pratiche) che danno per assodato tale apparenza, è uno sforzo vano.

Dal fenomenico non si giunge al metafisico, come è vero che non c'è un "Sé inferiore" che possa realizzare un "Sé superiore".

Non c'è una vera soluzione perché non c'è un vero problema.

Il problema persiste soltanto da una prospettiva fenomenica e credere che da quest'ultima si possa giungere alla trascendenza della stessa per realizzare la prospettiva metafisica, quella del Brahman per intenderci, contribuisce soltanto a rafforzare l'apparenza della dualità e mantenerci nell'ignoranza.

P.S. Che poi per essere sinceri, da una prospettiva metafisica non ci sono ignoranti, poiché ogni "cosa" è il Sé..

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