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Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

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viviana
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Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da viviana » 09/02/2020, 18:52

Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

So che puo’ sembrare ovvio che sia così ma per me non lo è: è così facile perdersi e noi siamo così piccini, così piccini, talmente piccini da far tenerezza.
Quando rileggo ciò che ho scritto in passato provo quasi sempre un forte imbarazzo e allora mi osservo e la tenerezza sorge, anche in qs momento provo imbarazzo e tenerezza per ciò che sto scrivendo e che so, non essere che opinione e sensazione e rappresentazione di uno stato coscienziale limitato e pertanto fallace, un fenomeno passeggero fra gli altri.
E sono consapevole che la mia limitata consapevolezza e di conseguenza la mia limitata e fallace capacità comunicativa potrebbero sviare il pensiero da ciò che vorrei condividere ma, in fin dei conti, una testimonianza non è che una testimonianza.

Essendo una pivellina che cerca di trovare continuità nella presenza e barlumi di Conoscenza durante il ”passaggio” che qs veicolo mi offre, non posso far altro che osservare qs tentativi cercando di sforzarmi di non procurare troppa sofferenza a me e agli altri.

Ognuno di noi ha degli strumenti a cui si aggrappa nel tentativo di cercare di “sgrassare” qs specchio così opaco, di riconoscere, comprendere e quindi liberarsi di ciò di cui non ha reale necessità e bisogno, di ciò con cui si identifica, di ciò a cui aderisce ma qs imponente movimento cui ancora aderiamo, qs corrente così grossolana che circonda ognuno di noi è talmente pressante che è veramente difficile non perdersi.

D’altronde, dimorando nell’errore, non lo riconosciamo, come potremmo altrimenti?

Io mi perdo spesso e talvolta per lunghissimi periodi e ogni volta aggiungo così tanta sofferenza ed ignoranza all’inevitabile dolore che comporta una consapevolezza duale da non comprendere nemmeno più ciò che credevo di aver compreso e praticato, nè ciò che avevo compreso e praticato.
E benchè sappia che questo è “il gioco”, me ne dispiaccio/vi aderisco, augurandomi di risolvere, prima o poi, qs continue aderenze, qs continue impennate e cadute a precipizio verso la polarità piaccere/dolore.
Mi auguro la continuità della pratica nel riconoscimento della polarità, nella temperanza e nella Grazia della sua trascendenza.
Mi aguro un giorno di poter essere degna di ricevere il Dono, la Grazia di una costante presenza priva di adesione agli oggetti interni ed esterni della mente.

Ho riflettuto molto sulla pratica dell’osservazione dell’impermanenza, ho ricevuto la Grazia di poterlo fare per un buon periodo, priva di distrazioni esterne, di responsabilità e doveri da adempiere, in un luogo confortevole e protetto che mi ha sostenuto; sono molto fortunata.

La pratica (per quanto la limitata consapevolezza di una pivellina possa comprendere ad oggi) è il sacrificio, è sacrificare se stessi per se stessi
(ciò che crediamo essere verso ciò in cui vorremo risiedere e in cui, in effetti, già risiediamo).
Le austerità sono lo strumento, la rinuncia il fine; e so bene che la rinuncia non avviene per atto di volontà,
(a differenza -da un punto di vista duale- del contenimento),
ma per un processo di maturazione che non dipende da noi, quando avviene, avviene e non necessitiamo più di ciò che in realtà non ci appartiene, non aderiamo più a ciò che Comprendiamo .

La Comprensione è conforme alla rinuncia.

E poi, volontà, azione, rappresentazione, comprensione, c’è forse qualcosa che dipenda da noi?
Cosa siamo se non un insieme di condizionamenti, mentali, biologici ed energetici che si portano a spasso in uno scheletro ricoperto di carne?
Ho compreso/sperimentato che aderisco ad ogni cosa, ogni minima “azione”, movimento che io possa compiere (pensiero e sensazioni comprese) non dipende da me, non c’è un me che governi tutto ciò, c’è solo una mente che riunisce tutte qs pulsioni e decide, in base alle condizioni esterne/interne in cui si trova, quali esteriorizzare e quali mantenere/far maturare al calduccio sotto il palustre, melmoso terreno di ciò che è conscio.
Per la maggior parte del tempo sono una succube, succube delle reazioni agli stimoli, succube della diade piacere/dolore che si trasforma nella schiavizzante diade bramosia/avversione ogni volta che vi aderisco stabilmente aumentando a dismisura la mia sofferenza.
Quanta sofferenza, quale schiavitù cui per lo più aderiamo senza essere consapevoli che abbiamo la possibilità di non farlo, essendone semplicemente testimoni.

Dopo tanti anni, ho compreso che l’Equanimità puo’ sorgere soltanto quando per un processo del tutto indipendente dalla nostra volontà, si è Compreso, trasceso e risolto il desiderio di reazione allo stimolo della polarità.
Quando anche un solo briciolo di avversione e bramosia è presente nel nostro cuore allora ciò che “agiamo”/esperiamo è contenimento e non equanimità.

L’equanimità è roba da Santi, nasce dalla reale Comprensione della Realtà e la Comprensione riconosce, accoglie, unifica per poi trascendere; non frammenta, non allontana, non disprezza, nè giudica. La Comprensione si riflette nella Consapevolezza che “i frutti non ci appartengono che non è benefico assaporarli anche perchè, in realtà, non abbiamo bisogno di farlo ”.

Io son molto lontana dalla santità, non aspiro nemmeno a tanto (per non parlare della liberazione), ciò a cui aspiro è la riunificazione dei contenuti frammentati dell’io, conscia che l’unione è passo necessario alla comprensione e alla risoluzione.
Ma, ragazzi, quanto coraggio ci vuole? Quanta forza ci vuole? Quanto forti devono essere cuore e mente per riuscire anche solo ad accettare di prendere visione di questi contenuti?

Mi sono ingannata così a lungo, ne avevo bisogno, avevo troppa paura, non ero pronta ad accettare altrimenti… so che tutto avviene quando deve avvenire e che “le apparenti involuzioni” non sono altro che parte di questo continuo movimento e che in qs momento ho ricevuto la grazia di poterlo accogliere per quello che è.

Nonostante sia, anche questa volta, fuggita dall’introversione dei sensi perchè terrorizzata da ciò che poteva emergere e da ciò di cui potrei esser stata testimone (e di conseguenza di ciò che avrei provato), ho ricevuto la Grazia di essere amorevolmente ripresa e affrancata verso l’errata direzione in cui persistevo.

Molti di noi sono consci delle potenziali conseguenze che potrebbero scaturire dai diversi livelli di concentrazione emersi durante lunghi periodi di pratica ininterrotta, praticare e risiedere in samadhi per un principiante è punto di partenza
(ovviamente previo persistente tentativo di conformità di vita alle leggi etiche di qs cosmo) per arrivare all’osservazione, alla cosiddetta “presenza costante”.
E tutti noi sappiamo che vi sono molteplici livelli cui possiamo risuonare più o meno costantemente.
Sappiamo che più la concentrazione e la serenità della mente è sottile e salda/costante, più l’osservazione è costante e più profondi sono i contenuti/i condizionamenti/le pulsioni che emergono e di conseguenza a ciò, più violente sono le sensazioni che ne derivano e la pressione di aderire ad esse; e poco importa se siano irrestistibilmente piacevoli o tremendamente incontenibili/insostenibili, sono comunque mostruose e ci vuole grande coraggio per affrontarle anche solo per pochi attimi. E io temo la violenza, ne sono terrorizzata, non importa quale forma assuma, mi terrorizza.

In qs lungo periodo (un bel quattro anni ad oggi) non ho mai dimorato in qs coraggio, essendo stata testimone in passato, mio malgrado, per un “discreto periodo di mostruosi contenuti”, avevo aderito completamente alla rassicurante e del tutto errata convinzione che finchè non sarei stata pronta e reggerne l’emersione equanimamente, avrei dovuto rifuggerli rimanendo in superficie…
e così mi raccontavo e raccontavo:

“se non sei in grado di affrontarli, di esserne testimone equanime, reagendo non farai che nutrirli; se rimani in superficie non li nutrirai”

Sì, lo so: “lo faccio lo stesso, li nutro, ogni attimo, inconsciamente, vi aderisco continuamente e la sola possibilità che ho di non continuare a farlo è di esserne testimone ancora e ancora e ancora...”

“Sii coraggiosa” mi è stato detto, “sii coraggiosa, continua a rinsaldare le basi, presente, momento dopo momento, sii coraggiosa, sarai sostenuta”.

Quanta gratitudine, quanta gratitudine verso chi ci indica la direzione e quanta fede e ammirazione verso chi è riuscito nell’impresa, io ad oggi non ho ancora il coraggio neanche di fare questo passo ma mi affido, ho fede nella Tradizione e il mio cuore è lieto e lieve risiedendo in qs consapevolezza.

Ogni bene a tutti noi.

latriplice
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 09/02/2020, 21:53

"...e sono consapevole che la mia limitata consapevolezza..."

Fammi capire, ci sono dei limiti alla tua consapevolezza nel testimoniare la presenza come l'assenza di oggetti fenomenici quali le percezioni (l'universo e tutto il suo contenuto), sensazioni (corpo e fisiologia), emozioni, sentimenti, pensieri e concetti (mente ed ego)? C'è veramente qualcosa che sia d'ostacolo alla tua presa di coscienza presente nell'universo? Quel principio cosciente che è consapevole delle limitazioni è per sua stessa natura illimitato, altrimenti la testimonianza non sarebbe possibile.

Pertanto dovresti porre l'attenzione sul "sono consapevole " piuttosto che sulla " mia limitata consapevolezza" che risulta in un ossimoro.

A meno che tu non sia innamorata della posa del cercatore timoroso e non degno che è tipico delle persone mondane in abiti spirituali.

viviana
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da viviana » 10/02/2020, 20:57

Provo un forte imbarazzo e una sensazione di fastidio nell’essere costretta a risponderti, lo farò in maniera diretta, benchè ribadire per l'ennesima volta le stesse cose sia per me una violenza gratuita di cui avrei fatto volentieri a meno.

Posso anche capire che tu non riesca ad esimerti dal commentare compulsivamente ogni mio post con proiezioni e gratuito sarcasmo ma qui mancano proprio le basi:
possibile che la tua mente non riesca a comprendere che non si entra in casa altrui con i piedi sporchi vantandosi di aver insozzato il pavimento?

So che è più forte di te ma sappi che qs modo di comunicare sembra riflettere la miseria di una mente che si compiace dell’ignoranza e dell’avversione che prova, è sgradevole;
così come il suo porsi su un immaginario piedistallo sembra espressione dell’Errore che pesta i piedi sul tavolo per essere riconosciuto come verità: è puerile.

Non posso conoscere le ferite che ti hanno fatto preda di un narcisismo che ti ha reso così frammentato e inconsapevole, non ho idea di come un ego possa arrivare ad essere vittima di una così radicata e ottundente megalomania, dev’essere davvero difficile.

Te l’avevo già scritto con amorevole gentilezza:
_____________________________________________________________________________________________________________________
“Latriplice, le tue affermazioni sembrano manifestare una svalutazione, una non com-prensione, un approccio che, a mio parere, non aderisce propriamente alla visione non-duale perchè esclude a priori ciò che non conosci, o meglio, ciò che non ri-conosci, esclude a priori, non integra, non accoglie. Se cosi' non fosse, se fossi un liberato in vita che ha risolto le proprie contaminazioni mentali, non avresti scritto cio' che hai scritto nel modo in cui l’hai scritto e riscritto più e più volte.

Ed è per questo che penso (anche se non mi riguarda, e perdona la mia misera espressione) che tu non sia un liberato in vita, penso che tu aderisca a qs dimensione, che tu sia radicato in qs mondo, confuso dall’ignoranza che “ci ancora e ci manifesta in qs dimensione”; come tutti noi”
_____________________________________________________________________________________________________________________
Ma tu non ti fermi, non ti osservi, cancelli ed insisti su una presunta onniscenza che non puo' esserti riconosciuta per il semplice fatto di non esser reale.
Io non ho davvero idea di come si possa arrivare a vivere nell’assurda convinzione di essere un liberato in vita quando non si è neanche esperito, nè empiricamente capito cosa voglia dire essere consapevoli.

Tu scrivi:
“C'è veramente qualcosa che sia d'ostacolo alla tua presa di coscienza presente nell'universo?”

E io ti rispondo: “ma sei serio?”

Perchè mi costringi a riscriverlo ancora e ancora ed ancora ben sapendo di non essere disposto ad alcun tipo di ascolto e/o apertura?
E’ sadismo? Masochismo?

L’Ostacolo?
“una mente impura, un cuore impuro lo sono”
E’ l'adesione all’errore, all'illusione:
ciò in cui tu ti crogioli e di cui ti vanti è l’ostacolo.
Vedi tu sei piccolo, sei così piccolo da crederti addirittura un liberato. E’ questo il problema.

Siamo tutti piccini ma la differenza è che molti di noi ne sono, almeno in parte, consapevoli e praticano cercando di comprendere appieno questa piccolezza, momento dopo momento. E il tuo solo pensare che qs sia una posa rilfette quanto grande sia la tua inconsapevolezza, il tuo smarrimento.

Ti esprimi utilizzando un registro comunicativo proprio di una dimensione non-duale pur aderendo completamente ad una dimensione duale. E' assurdo illudersi di risiedere in una prospettiva non-duale quando si aderisce e si reagisce talmente tanto e così velocemente alle contaminazioni e agli stimoli della polarità da arrivare a non accorgersene neanche.
Sei così pieno di livore, così reattivo.

Ti auguro di comprendere, un giorno, che soffrire di un imperante narcisismo illudendosi fermamente di essere dei Liberati non equivale ad esserlo.

Ti rendi conto di quanta sofferenza ci sia nel tuo cuore, di quanta ne produca una mente così smarrita? Non ne sei stanco?
La maggior parte dei viandanti se ne rende conto, almeno in parte, ma c’è una differenza fra te e la maggior parte dei viandanti:
non solo la tua mente empirica si rifiuta di osservare anche solo per un attimo le sue radicate pretese narcisistiche ma ha anche il cattivo gusto di farsi beffe di ciò che la Tradizione afferma e degli strumenti che indica a chi aderisce ad una dimensione duale:
Dimensione a cui tutti noi aderiamo, dimensione in cui tutti noi risiediamo, tu compreso.

Non comprendere la necessità di rettificare i guna è un problema che comporta molta sofferenza.

E nonostante mi spiaccia che tu sia apparentemente, monoliticamente radicato nell’errore ti ribadisco: pulisciti i piedi quando entri in casa altrui o quanto meno non pavoneggiarti di aver insozzato tutto il pavimento.
Sii grato e rispettoso dell’opportunità di poter condividere uno spazio dedicato alla testimonianza, al mutuo ascolto, alla comprensione e al sostegno nella pratica di vivere (in una dimensione duale), non usarlo unicamente come una vetrina per compiacere il tuo delirio di grandezza e di rivalsa, non è sano, nè piacevole.
La comprensione com-prende, accoglie, unifica, non frammenta, non divide, non disprezza nè deride.
Smetti di nutrire il livore che provi ed esso, prima o poi, si placherà.
Sii comprensivo, sii generoso, come dovrebbe esserlo un fratello, sarà tutto più benefico e leggero e semplice.

latriplice
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 11/02/2020, 1:43

“C'è veramente qualcosa che sia d'ostacolo alla tua presa di coscienza presente nell'universo?”

E io ti rispondo: “ma sei serio?”


Serissimo, la mia domanda era sorta spontanea in conseguenza a questa tua considerazione: "...e sono consapevole che la mia limitata consapevolezza..." che a mio avviso presentava una incongruenza di fondo che non corrisponde, almeno per coloro che sono impegnati nell'auto-indagine (vedanta), alla esperienza diretta in cui appare evidente che la testimonianza degli oggetti fenomenici, che siano di ordine materiale o psichico, avviene in presenza dello spazio illimitato, impersonale e scevro di giudizio della consapevolezza presente in ciascuno di noi, in virtù della quale la testimonianza è resa possibile.

Mi dispiace che tu abbia frainteso le mie intenzioni, ma io mi rivolgevo a quella parte di te nella quale mi riconosco, dal momento che l'esperienza diretta appena descritta, è di ordine universale e comune a tutti nonostante qualcuno, come nel tuo caso, stenta a riconoscere.

L’Ostacolo?
“una mente impura, un cuore impuro lo sono”
E’ l'adesione all’errore, all'illusione


E tu, pura come sei, non ne sei consapevole di questa impurità, di questa limitazione? Che tu aderisca è una tua scelta.

La tua esperienza che è di ordine universale è questa:

1) La consapevolezza in presenza di oggetti (percezioni, sensazioni, emozioni, sentimenti, ideazioni), come nella veglia e nel sogno.

2) La consapevolezza in assenza di oggetti (percezioni, sensazioni, emozioni, sentimenti, ideazioni), come nel sonno profondo.

Come vedi, la consapevolezza è l'elemento costante della nostra esperienza mentre gli oggetti fenomenici l'elemento intermittente e transitorio, pertanto non ravvedo alcuna limitazione che si possa attribuire al principio cosciente. Questo è ciò in cui consiste la tua esperienza, che tu nei sia consapevole o meno.

Perché questo e solamente questo è il problema.

"Possibile che la tua mente non riesca a comprendere che non si entra in casa altrui con i piedi sporchi vantandosi di aver insozzato il pavimento?"

Non raccolgo la tua provocazione, perché non c'è nessuno in me abilitato a sentirsi chiamato in causa, dal momento che riconosco che ogni accadimento è pertinente alla volontà divina.

In altre parole qui c'è soltanto una sola coscienza, con un solo corpo causale, un solo corpo sottile e e un solo corpo grossolano. E per coloro che sono curiosi di questa mia affermazione, posso anche approfondire il concetto.

In ogni caso mi rallegro che la tua presunta umiltà tanto ostentata si sia dileguata come nebbia al vento rivelandoti per quella parte in cui sei identificata: persona mondana in abiti spirituali.

La comprensione com-prende, accoglie, unifica, non frammenta, non divide, non disprezza nè deride.

Belle parole, ma tu hai com-preso?


19. Quando il veggente com-prende che i soli agenti sono i guna (Ishvara)
e com-prende ancora ciò che sta di là dai guna, egli entra nella mia essenza.

Capitolo 14 Bhagavad Gita

cielo
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da cielo » 11/02/2020, 9:04

Una volta, anni fa, in un momento in cui dovevo battagliare con eventi che coinvolgevano un figlio adolescente che ne combinava di tutti i colori con ricadute inevitabili su di me, partecipai a un seminario con lo Swami Veetamohananda sulla pratica vedanta.

Durante l'incontro si parlò del valore della pratica meditativa, sulla sua utilità per imparare ad attenzionare i contenuti della mente che, proiettata inevitabilmente all'esterno (perchè è questo il suo ruolo: proiettare l'attenzione sugli oggetti esterni al soggetto osservante) si attacca a ciò che vede applicando parametri personali di giudizio: bene e male, bello e brutto, utile e dannoso. Il gioco degli opposti, finchè si vive si è nella ragatela delle energie in movimento interattivo.

Al momento di fare le domande esordii con una certa intensità: "Swami, qui si medita e si attenziona da anni e anni, ma è sempre la stessa inevitabile solfa, i contenuti ci sono, li osservo e non me ne libero, o meglio, pur avendone una maggiore consapevolezza, continuano a sorgere, e sono sempre tanti, in un flusso che pare inarrestabile".
Ora direi: un po' come la plastica in mare, raccogli e togli, ma non smetti mai di trovarne altra, se poi analizzi l'acqua ci trovi dissolte pure le microparticelle...

Lo Swami rispose: "Certo, è normale, più scavi più i contenuti sedimentati sul fondo emergono. Non preoccuparti, continua a scavare, a rimuovere. L'acqua torbida prima o poi sarà limpida. Continua così"

Bella risposta? Forse, ai tempi dissi a me stessa: a posto siamo.

A volte non ci si comprende tra noi, perchè si pratica in modo diverso, l'approccio è diverso, ognuno ragiona secondo la propria visione e percezione.

C'è chi vede il limite, e ne soffre, consapevole di aderire, nel moto costante dell'osservatore del mondo, c'è chi invece vede la potenza e se ne fa sostegno e incoraggiamento, tanto da ritenere sufficiente il vedere la potenza che riassorbe ogni limite, per risolvere i contenuti.
Sul togliere le microparticelle dall'acqua la vedo dura.

Sono sempre i guna, i principi che promuovono la vita nella forma, il cui moto e differenti combinazioni vibratorie permettono ad ognuno, in piena libertà, di creare il proprio unico mondo, la proiezione ortogonale della forma del cristallo di neve che si è (non ce ne sono due uguali).

Trascendere i guna non è certo frutto di una visione mentale, e neppure della concettualizzazione di un metodo per realizzarlo.
Quando e se accadrà inevitabilmente ce ne accorgeremo, non ci sarà nessuno a spiegare come si fà e a raccontare come si è fatto, nessuno a giudicare se è davvero accaduto, o se si sta procedendo nel giusto modo, secondo le scritture.

Sarà solo pura esperienza, intelligenza che illumina il campo, senza adesione agli eventi e ai ruoli che sul campo si devono indossare.
Niente più scorie a intorbidire l'acqua, restano quelle depositate sul fondo (i residui del prarabdhakarma che ha impulsato la manifestazione che si veste).

Nella pura Coscienza sarà trascesa ogni distinzione, ogni separazione, contrapposizione tra oggetti e percettori di oggetti. Sarà la libertà di essere ciò che si è.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 11/02/2020, 12:20

Concordo cielo.
Per questo, trovo il confronto, il dialogo quando accade, molto fruttuoso in tal senso, poiché smuove le acque chete ma non depurate, ergo tutto viene a galla per com'è, per nostra somma felicità, se ne cogliamo l'opportunità.
Il lavoro nei ritiri, invece non lo conosco, ma è probabile che ci illuda, in quanto si focalizza sull'immobilita' che si produce nell'apparente distacco.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da ortica » 11/02/2020, 12:47

Non ho capito bene, cielo.
Stai sostenendo che i guna si purificano da soli?
Se questa fosse la tua posizione, significherebbe che secondo te, visto che siamo già quello, non necessita alcuna sadhana, che è esattamente la posizione delle sirene neo-advaita ma certamente non quella del Vedanta Advaita nella visione di Shankara.
Ti prego di spiegarmi.

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da ortica » 11/02/2020, 12:49

Fedro ha scritto:
11/02/2020, 12:20
Concordo cielo.
Per questo, trovo il confronto, il dialogo quando accade, molto fruttuoso in tal senso, poiché smuove le acque chete ma non depurate, ergo tutto viene a galla per com'è, per nostra somma felicità, se ne cogliamo l'opportunità.
Il lavoro nei ritiri, invece non lo conosco, ma è probabile che ci illuda, in quanto si focalizza sull'immobilita' che si produce nell'apparente distacco.

Quindi non conosci la pratica del ritiro nel silenzio e tuttavia la giudichi?
È questo che stai dicendo?

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 11/02/2020, 13:01

ortica ha scritto:
11/02/2020, 12:49
Fedro ha scritto:
11/02/2020, 12:20
Concordo cielo.
Per questo, trovo il confronto, il dialogo quando accade, molto fruttuoso in tal senso, poiché smuove le acque chete ma non depurate, ergo tutto viene a galla per com'è, per nostra somma felicità, se ne cogliamo l'opportunità.
Il lavoro nei ritiri, invece non lo conosco, ma è probabile che ci illuda, in quanto si focalizza sull'immobilita' che si produce nell'apparente distacco.

Quindi non conosci la pratica del ritiro nel silenzio e tuttavia la giudichi?
È questo che stai dicendo?
Sto dicendo che non la conosco, ma da diverse testimonianze (qui quella di Viviana) evidentemente spesso approda ad un illusione di essere ciò che non si è, per il motivo che ho addotto.
Non era un giudizio comunque assoluto, ci mancherebbe

ortica
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da ortica » 11/02/2020, 13:32

latriplice ha scritto:
09/02/2020, 21:53
"...e sono consapevole che la mia limitata consapevolezza..."

Fammi capire, ci sono dei limiti alla tua consapevolezza nel testimoniare la presenza come l'assenza di oggetti fenomenici quali le percezioni (l'universo e tutto il suo contenuto), sensazioni (corpo e fisiologia), emozioni, sentimenti, pensieri e concetti (mente ed ego)? C'è veramente qualcosa che sia d'ostacolo alla tua presa di coscienza presente nell'universo? Quel principio cosciente che è consapevole delle limitazioni è per sua stessa natura illimitato, altrimenti la testimonianza non sarebbe possibile.

Pertanto dovresti porre l'attenzione sul "sono consapevole " piuttosto che sulla " mia limitata consapevolezza" che risulta in un ossimoro.

A meno che tu non sia innamorata della posa del cercatore timoroso e non degno che è tipico delle persone mondane in abiti spirituali.

Se avessi letto con attenzione, senza pregiudizio e senza fretta, avresti forse compreso che Viviana sta testimoniando dalla "sua" consapevolezza e non dalla Consapevolezza senza oggetto cui sembri confusamente riferirti nel tuo scritto.
Viviana ha testimoniato dei limiti della "sua" consapevolezza che, finchè è sua, di Viviana, dunque individuale, soggettiva, non può che essere limitata.
Da quel punto di vista limitato - che peraltro è anche il mio - viene offerta la testimonianza dei risultati e delle difficoltà di una pratica e su quella ci si dovrebbe soffermare, prima di tutto perchè è vera, concreta, personale, e poi perchè si tratta, se non te ne fossi accorto, di una testimonianza sofferta.

In pratica - utilizzando una similitudine in ambito formativo - di fronte a una persona che rappresenta le sue difficoltà nel concentrarsi nello studio, tu non fai che ripetere: il libro è completo.
Un insegnante di tal fatta sarebbe deleterio per qualsiasi studente.
Inoltre, ti ha mai chiesto qualcuno qui di porti nella funzione dell'insegnante?

Delle due l'una: o conosci il percorso mostrato nella testimonianza perchè ci sei passato e quindi puoi condividere, offrendo con grande umiltà eventuali possibilità di soluzione; oppure non lo conosci, in questo caso "un bel tacer non fu mai scritto".

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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 11/02/2020, 14:09

Mi spiace, ma credo tu abbia frainteso tutto il mio intervento, (da come rispondi).
Non credendo sia necessario rientrare in argomento, per farne inutile polemica, credo sia meglio chiudere qui

cielo
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da cielo » 11/02/2020, 14:11

ortica ha scritto:
11/02/2020, 12:47
Non ho capito bene, cielo.
Stai sostenendo che i guna si purificano da soli?
Se questa fosse la tua posizione, significherebbe che secondo te, visto che siamo già quello, non necessita alcuna sadhana, che è esattamente la posizione delle sirene neo-advaita ma certamente non quella del Vedanta Advaita nella visione di Shankara.
Ti prego di spiegarmi.
Ahimè, i limiti della comunicazione, si mostrano ogni volta!
Intendevo il contrario, ossia che tentare di definire il Reale (intendendo con questo termine la posizione coscienziale di un jivanmukta la cui consapevolezza-coscienza coincide, in identità, con il Reale, fuori dal duale, oltre i piani connessi ai guna) è impossibile, e fuorviante, almeno fino a quando si compia il processo realizzativo, e a quel punto sarà palese. Sarà il silenzio a parlare, non le parole lasciate al vento.

La realizzazione di Quello si può solo vivere, non certo descrivere e non basta averne una intuizione momentanea attravero il proprio "metodo".
Non si parte di qui per arrivare là. Occorre alimentare il fuoco e ognuno troverà la legna nel bosco, camminando sulle proprie gambe, non certo quelle altrui.
Anche se il percorso nell'azione è inevitabile, oltre che necessario, ed è connesso all'incarnazione, agli involucri soggetti al fenomenico, Quello (il "quarto") è uno stato che può essere solo vissuto, e non può essere confuso quale base o motivazione di azione, come un oggetto da esperire o un'idea da concettualizzare. Sarebbe traslare nel fenomenico e nel relativo ciò che ne è oltre, al di fuori. Possiamo solo descrivere la percezione di ciò che reale non è.

Non si consegue, si realizza e vediamo come una volta realizzato quello stato d'Essere, esso non comporti alcuna modifica sostanziale nell'azione dell'aspirante che lo ha conseguito: Ramana ha continuato ad andare in cucina ad aiutare a pelare le cipolle, per fare un esempio.

Quindi il confronto sul metodo e sul percorso è naturale e nell'ordine delle cose, mentre ogni tentativo di indirizzare o spiegare come si fa ad arrivare a Quello mostra di non saper distinguere tra la via e la meta, a meno che si sia realizzato ciò verso cui si indirizza, si continuano ad offrire opinioni, comprese queste, or ora espresse.

Spero di essermi spiegata meglio.

ortica
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da ortica » 11/02/2020, 16:13

Fedro ha scritto:
11/02/2020, 14:09
Mi spiace, ma credo tu abbia frainteso tutto il mio intervento, (da come rispondi).
Non credendo sia necessario rientrare in argomento, per farne inutile polemica, credo sia meglio chiudere qui

Chi ha frainteso tutto il tuo intervento?
Quale intervento? Quello di Fedro? no, perché non c'è stata
ulteriore risposta all'ultimo intervento di Fedro.
quindi si tratta dell'intervento di latriplice.

ortica ha quotato latriplice, non Fedro.
Perché Fedro risponde a ortica che quota un intervento di latriplice?

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Fedro
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da Fedro » 11/02/2020, 16:31

ortica ha scritto:
11/02/2020, 16:13
Fedro ha scritto:
11/02/2020, 14:09
Mi spiace, ma credo tu abbia frainteso tutto il mio intervento, (da come rispondi).
Non credendo sia necessario rientrare in argomento, per farne inutile polemica, credo sia meglio chiudere qui

Chi ha frainteso tutto il tuo intervento?
Quale intervento? Quello di Fedro? no, perché non c'è stata
ulteriore risposta all'ultimo intervento di Fedro?
quindi si tratta dell'intervento di latriplice.

ortica ha quotato latriplice, non Fedro.
Perché Fedro risponde a ortica che quota un intervento di latriplice?
Scusa, stavo badando alla pasta, e non ho visto bene :lol:

viviana
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da viviana » 11/02/2020, 16:49

cielo ha scritto:
11/02/2020, 9:04

A volte non ci si comprende tra noi, perchè si pratica in modo diverso, l'approccio è diverso, ognuno ragiona secondo la propria visione e percezione.

C'è chi vede il limite, e ne soffre, consapevole di aderire, nel moto costante dell'osservatore del mondo, c'è chi invece vede la potenza e se ne fa sostegno e incoraggiamento, tanto da ritenere sufficiente il vedere la potenza che riassorbe ogni limite, per risolvere i contenuti.
Sul togliere le microparticelle dall'acqua la vedo dura.

Sono sempre i guna, i principi che promuovono la vita nella forma, il cui moto e differenti combinazioni vibratorie permettono ad ognuno, in piena libertà, di creare il proprio unico mondo, la proiezione ortogonale della forma del cristallo di neve che si è (non ce ne sono due uguali).

Trascendere i guna non è certo frutto di una visione mentale, e neppure della concettualizzazione di un metodo per realizzarlo.
Quando e se accadrà inevitabilmente ce ne accorgeremo, non ci sarà nessuno a spiegare come si fà e a raccontare come si è fatto, nessuno a giudicare se è davvero accaduto, o se si sta procedendo nel giusto modo, secondo le scritture.

Sarà solo pura esperienza, intelligenza che illumina il campo, senza adesione agli eventi e ai ruoli che sul campo si devono indossare.
Niente più scorie a intorbidire l'acqua, restano quelle depositate sul fondo (i residui del prarabdhakarma che ha impulsato la manifestazione che si veste).
Cielo spiegami una cosa per favore, anzi diverse cose:

- perchè incoraggi la follia di latrip di essere un liberato in vita quando non ci credi?
- quali benefici potrà mai portare qs atteggiamento privo di piena sincerità se non confondere chi legge?
- pensi che un atteggiamento accondiscendente verso chi esteriorizza livore e disprezzo verso la pratica indicata dalla Tradizione, oltre che una presunta realizzazione promuova e sostenga la volontà di condividere la propria testimonianza?
- perchè c’è sempre una propensione ad analizzare ogni testimonianza dal punto di vista dell’ultimo passo da compiere o ancor peggio dal un punto di vista di un realizzato quando la testimonianza è testimoninanza di una pratica esperita in una dimensione duale, da parte di una coscienza e consapevolezza individuale? Che senso ha? Quale supporto potrebbe mai dare? E’ sincero e generoso affermare come unica risposta o dialogo ciò che non si è mai esperito? E’ utile?
- non ho mai parlato di trascendere i guna, io parlavo di rettificazione, di una pratica che favorisca la rettificazione. Perchè saltare ed analizzare sempre ogni cosa saltando all’ultimo punto? Io dico: esperendo A e voi rispondete perchè realizzando Z.
- ritieni davvero che la Tradizione non abbia indicato un metodo che favorisca la rettificazione dei guna? E allora le scritture perchè ne parlano? E i maestri che l’hanno realizzata e portata alla luce come fondamentale passo perchè l’hanno fatto?

ortica
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da ortica » 11/02/2020, 16:52

Fedro ha scritto:
11/02/2020, 16:31
ortica ha scritto:
11/02/2020, 16:13
Fedro ha scritto:
11/02/2020, 14:09
Mi spiace, ma credo tu abbia frainteso tutto il mio intervento, (da come rispondi).
Non credendo sia necessario rientrare in argomento, per farne inutile polemica, credo sia meglio chiudere qui

Chi ha frainteso tutto il tuo intervento?
Quale intervento? Quello di Fedro? no, perché non c'è stata
ulteriore risposta all'ultimo intervento di Fedro?
quindi si tratta dell'intervento di latriplice.

ortica ha quotato latriplice, non Fedro.
Perché Fedro risponde a ortica che quota un intervento di latriplice?
Scusa, stavo badando alla pasta, e non ho visto bene :lol:
ah capisco, e gli asini volano.
:lol:

cielo
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da cielo » 11/02/2020, 16:57

viviana ha scritto:
11/02/2020, 16:49
cielo ha scritto:
11/02/2020, 9:04

A volte non ci si comprende tra noi, perchè si pratica in modo diverso, l'approccio è diverso, ognuno ragiona secondo la propria visione e percezione.

C'è chi vede il limite, e ne soffre, consapevole di aderire, nel moto costante dell'osservatore del mondo, c'è chi invece vede la potenza e se ne fa sostegno e incoraggiamento, tanto da ritenere sufficiente il vedere la potenza che riassorbe ogni limite, per risolvere i contenuti.
Sul togliere le microparticelle dall'acqua la vedo dura.

Sono sempre i guna, i principi che promuovono la vita nella forma, il cui moto e differenti combinazioni vibratorie permettono ad ognuno, in piena libertà, di creare il proprio unico mondo, la proiezione ortogonale della forma del cristallo di neve che si è (non ce ne sono due uguali).

Trascendere i guna non è certo frutto di una visione mentale, e neppure della concettualizzazione di un metodo per realizzarlo.
Quando e se accadrà inevitabilmente ce ne accorgeremo, non ci sarà nessuno a spiegare come si fà e a raccontare come si è fatto, nessuno a giudicare se è davvero accaduto, o se si sta procedendo nel giusto modo, secondo le scritture.

Sarà solo pura esperienza, intelligenza che illumina il campo, senza adesione agli eventi e ai ruoli che sul campo si devono indossare.
Niente più scorie a intorbidire l'acqua, restano quelle depositate sul fondo (i residui del prarabdhakarma che ha impulsato la manifestazione che si veste).
Cielo spiegami una cosa per favore, anzi diverse cose:

- perchè incoraggi la follia di latrip di essere un liberato in vita quando non ci credi?
- quali benefici potrà mai portare qs atteggiamento privo di piena sincerità se non confondere chi legge?
- pensi che un atteggiamento accondiscendente verso chi esteriorizza livore e disprezzo verso la pratica indicata dalla Tradizione, oltre che una presunta realizzazione promuova e sostenga la volontà di condividere la propria testimonianza?
- perchè c’è sempre una propensione ad analizzare ogni testimonianza dal punto di vista dell’ultimo passo da compiere o ancor peggio dal un punto di vista di un realizzato quando la testimonianza è testimoninanza di una pratica esperita in una dimensione duale, da parte di una coscienza e consapevolezza individuale? Che senso ha? Quale supporto potrebbe mai dare? E’ sincero e generoso affermare come unica risposta o dialogo ciò che non si è mai esperito? E’ utile?
- non ho mai parlato di trascendere i guna, io parlavo di rettificazione, di una pratica che favorisca la rettificazione. Perchè saltare ed analizzare sempre ogni cosa saltando all’ultimo punto? Io dico: esperendo A e voi rispondete perchè realizzando Z.
- ritieni davvero che la Tradizione non abbia indicato un metodo che favorisca la rettificazione dei guna? E allora le scritture perchè ne parlano? E i maestri che l’hanno realizzata e portata alla luce come fondamentale passo perchè l’hanno fatto?
é forse una tua inferenza pensare che incoraggio La Triplice a credersi un liberato in vita?
Non è un problema se uno prende parole messe nel vento e le fa proprie, lo è se le parole altrui si trasformano (vengono interpretate) in giudizi non dati e in sostegni non offerti.
Chiaramente c'è la libertà di percepire, in questo mondo di oggetti e di parole messe insieme. Hai percepito qualcosa che non mi impulsava, pazienza. Mi spiace se l'onda di un movimento (l'azione di scrivere) ha mosso disagio e sofferenza.

Cercavo solo di dire che la contrapposizione non mi piace, neppure quella più sacra tra angeli e demoni, sempre di fenomeni si tratta. Mi basta l'agitarsi in me di fantasmi non invitati.
L'esperienza si incarna, dove c'è conflitto, no amore, nè comprensione.
Almeno è questa la mia esperienza.
Ma dipende da ognuno, rettificare l'azione. Provvederò a maggiore oculatezza nella scelta delle parole.

Per le altre tue osservazioni vale la medesima di prima. Il mio intento era mosso da un'esperienza personale, che attiene alla fatica di una meditazione che mostra costantemente il limite della percezione e dell'immaginazione della mente, mi spiace di non essere stata sufficientemente chiara.

Alla prossima, nella speranza di riuscire ad avere una comunicazione più armoniosa con l'insieme.

E così praticare ciò che mi pare di comprendere.

latriplice
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da latriplice » 11/02/2020, 21:29

Viviana ha scritto:
"perchè incoraggi la follia di latrip di essere un liberato in vita quando non ci credi?"
Se avessi fatto una affermazione del genere, quella di ritenermi un liberato in vita, avrei reso palese un segno di ignoranza dal momento che la persona che si presume tale è un oggetto fenomenico che appare e scompare ad intervalli alla Consapevolezza immutabile, incontaminata e costante nella quale mi riconosco, che libera da qualsiasi associazione mai è stata in schiavitù, pertanto non potrebbe esprimere l'anelito alla liberazione.
"pensi che un atteggiamento accondiscendente verso chi esteriorizza livore e disprezzo verso la pratica indicata dalla Tradizione, oltre che una presunta realizzazione promuova e sostenga la volontà di condividere la propria testimonianza?"
Se per pratica indicata dalla Tradizione intendi il Vedanta, quella che conosco e ho studiato è l'auto-indagine che consiste di tre fasi, l'ascolto (shravana), la riflessione (manana) e l'assimilazione (nididhyasana) che consiste nel conformare il tuo pensiero con ciò che sei veramente, il "Tu sei Quello" presentato in tutte le salse dai testi di riferimento attraverso le quali si svolge l'intera auto-indagine.

Non mi sembra che in tali testi venga sentenziato " Tu sei piccino, piccino picciò" come vai raccontando sperando in una consolazione condivisibile tra gli altri frequentatori del forum. Intuisco una certa frustrazione da parte tua per aspettative che non si sono concretizzate nella pratica che stai seguendo, che finora non mi è chiaro in cosa consiste.

Per quanto concerne la condivisione della "mia" testimonianza, posso offrirti quello che ho assimilato in tanti anni di auto-indagine:

Discriminare te consapevolezza (atman), dalla persona che credi di essere (jiva) e dal campo dell'esperienza (Ishvara o i tre guna) è l'essenza del Vedanta.

Comprendere la discriminazione è liberazione (moksha).

Tu scrivi che l'ostacolo alla realizzazione della tua autentica natura in quanto Consapevolezza-atman sia dovuta ad una mente (pensieri) ed un cuore (emozioni-sentimenti) impuri e l'errore all'adesione.

Voglio farti notare che proprio in virtù della purezza incontaminata della consapevolezza-atman, che l'impurità può essere colta e riconosciuta, oltre al fatto che nonostante sia in associazione con i contenuti impuri del corpo sottile dovuta all'errore dell'adesione, mantiene comunque inalterata la sua purezza.

Pertanto riconosciti nel "sono consapevole" piuttosto che nella "mia limitata consapevolezza" come avevi confusamente affermato, e vedrai che l'errore dell'adesione viene evitato.

Immagino che per mente impura intenda i cattivi pensieri, e per cuore impuro tu intenda emozioni negative.

Se per te può essere una consolazione, anche a me sorgono in continuazione, l'unica differenza che tu li prendi in consegna appiccicandoci l'etichetta "mio".

Il problema non è l'insorgenza continua di tali negatività che ti tormenta, ma la tendenza di attribuirtene la paternità e pertanto soffri.

E' la tendenza dell'ego, quella di reclamare il possesso e di prendersi la responsabilità per qualcosa che sostanzialmente non è e non è mai stato suo. A te non interessa la "roba" degli altri, a te interessa la tua "roba" senza sapere che è una appropriazione indebita.

Prendiamo per esempio l'emozione dell'irritazione che hai manifestato in seguito al mio intervento iniziale.

Quella emozione, l'irritazione, è diversa da quella che potrei provare io? E' soltanto peculiare e aspetto caratteriale tipico all'individuo Viviana? Assolutamente no. Non è diversa da quella irritazione che potrei provare io o qualsiasi individuo sulla terra, compresi i realizzati. Il corpo o la mente per esempio, sono forse diversi per ciascun individuo? Assolutamente no, sono formati dalla stessa energia sottile e grossolana comune a tutti.

Per questo dicevo che c'è una sola consapevolezza in associazione ad uno solo corpo causale, un solo corpo sottile ed uno solo corpo grossolano che è universale e lo stesso per tutti.

Solo che tu ne reclami il possesso.

Sei venuta al mondo con un bagaglio genetico ed un campo d'esperienza già predisposto e relativi condizionamenti senza averne deciso le condizioni e le modalità, e tu ci appiccichi l'etichetta mio reclamando il possesso senza averne i titoli.

Non ci trovi in tutto questo un'atteggiamento infantile e miserevole?

Se vuoi assaporare il nettare della liberazione, non devi fare altro che restituire il maltolto al legittimo proprietario, pertanto i cattivi pensieri e le emozioni negative, la roba che ti trascini appresso, riconosci che non sono tue ma appartengono ad Ishvara, e che tu non hai voce in capitolo sulla loro insorgenza o meno.

Discriminare te consapevolezza (atman), dalla persona che credi di essere (jiva) e dal campo dell'esperienza (Ishvara o i tre guna) è l'essenza del Vedanta.

Comprendere la discriminazione è liberazione (moksha).

viviana
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da viviana » 12/02/2020, 7:29

Menti sapendo di mentina

e lo fai nel peggiore dei modi:
manipolando cio' che afferma la Tradizione per pura vanagloria.

Questa e' empieta'.

Trasformi cio' che e' sacro e dovrebbe essere un faro, in oscurita' x pura vanagloria e ignoranza.

Il tuo ostinarti a mentire e travisare non rende possibile piu' alcun dialogo, ne inutile chiarimento.

Ti auguro di trovare qlc che possa aiutarti.

cielo
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Re: Che io possa comprendere ciò che pratico, che io possa praticare ciò che comprendo

Messaggio da cielo » 12/02/2020, 9:21

viviana ha scritto:
11/02/2020, 16:49


Cielo spiegami una cosa per favore, anzi diverse cose:

- non ho mai parlato di trascendere i guna, io parlavo di rettificazione, di una pratica che favorisca la rettificazione. Perchè saltare ed analizzare sempre ogni cosa saltando all’ultimo punto? Io dico: esperendo A e voi rispondete perchè realizzando Z.

- ritieni davvero che la Tradizione non abbia indicato un metodo che favorisca la rettificazione dei guna? E allora le scritture perchè ne parlano? E i maestri che l’hanno realizzata e portata alla luce come fondamentale passo perchè l’hanno fatto?

rileggendo le domande di Viviana mi pare utile soffermarmi maggiormente sulla rettificazione dei guna per chiarire quanto detto e partirei proprio da quanto avevo scritto che evidentemente non è risultato per nulla chiaro.

"Trascendere i guna non è certo frutto di una visione mentale, e neppure della concettualizzazione di un metodo per realizzarlo.
Quando e se accadrà inevitabilmente ce ne accorgeremo, non ci sarà nessuno a spiegare come si fà e a raccontare come si è fatto, nessuno a giudicare se è davvero accaduto, o se si sta procedendo nel giusto modo, secondo le scritture.

Sarà solo pura esperienza, intelligenza che illumina il campo, senza adesione agli eventi e ai ruoli che sul campo si devono indossare.
Niente più scorie a intorbidire l'acqua, restano quelle depositate sul fondo (i residui del prarabdhakarma che ha impulsato la manifestazione che si veste)."


Trascendere i guna è l'obiettivo, vero, è l'obiettivo intrinseco alla vita stessa (intesa come sadhana), ma ribadisco quanto detto completandolo: la rettificazione o trascendenza dei guna non è frutto di una visione mentale che se la immagina (negli effetti) e neppure della concettualizzazione di un metodo univoco utile realizzare tale rettificazione.

E' frutto della pratica personale di ognuno e quindi (come tento di dire dopo) nessuno può arrogarsi il diritto di indirizzarci verso un metodo che non sia quello da noi visualizzato e praticato quale indicazione proveniente dal proprio percorso, ovvero dalle scritture e dalle testimonianze di coloro che quelle scritture hanno reso viventi con la loro presenza e che utilizziamo come riferimento nella nostra sadhana.

Sulla risoluzione dei guna e sulla soluzione dei klesha (maculazioni) mi permetto di richiamare un vecchio post

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