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Coscienza

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cannaminor
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Coscienza

Messaggio da cannaminor » 09/01/2020, 16:02

Coscienza credo sia uno dei termini più usati e pure abusati che ci sia. Volevo a seguire cercare di porgere l’immagine, la visione, il quadro che ne ho maturato di questo termine onde eventualmente confrontarlo in condivisione con voi.

Vorrei proporvelo in questa forma, anzi in queste tre forme-versioni a seguire:

1) Coscienza di questo e quello
2) Coscienza di sè
3) Coscienza in sè.

Partiamo dalla prima (ovviamente!) forse la più evidente e chiara, la coscienza di questo e quello. Detto così pare evidente che stiamo parlando della coscienza di questo e quello, ossia riferita, in riferimento (applicata?) a questo e quello. Sempre per inferenza stiamo parlando quindi di coscienza oggettiva, dell’oggetto, di “questo e quello” appunto. In quest’ottica la frase “coscienza di questo e quello” sembrerebbe quasi implicare che ci sia un soggetto che è cosciente, che ha coscienza di questo e quello (oggetto).
Invece la frase, nel mio dire e senso delle cose è proprio letterale, coscienza di questo e quello, ovvero è la coscienza ad essere di questo e quello, letteralmente; come dire il soggetto è la coscienza stessa, e non un supposto da noi “soggetto” cosciente di questo e quello. Quanto sopra porta quindi a dire che il questo e quello, ovvero il molteplice, il manifesto, ogni sua parte e molteplicità è coscienza, “gode di coscienza”, coscienza di questo e quello appunto. Voglio dire ogni “parte”, ogni frammento in cui si è divisa l’unità (di coscienza?) è coscienza essa stessa, sia pur frammentaria e parte ma pur sempre coscienza. L’essere umano è coscienza, ma non solo, anche un cane, una vacca, uno scoiattolo è coscienza, una pianta, un fiore, un batterio è coscienza, una molecola è coscienza, un atomo è coscienza, ogni molteplicità in ogni sua forma, veste e fenomeno è coscienza.
Ogni “questo e quello” è coscienza, coscienza di questo e quello. Coscienza che si esprime e manifesta in quella forma, in quel fenomeno, con quelle modalità, regole, leggi, etc, inerenti la sua natura, ma sempre coscienza è. L’essere coscienza di un atomo è l’essere l’atomo stesso sotto quella fenomenologia e natura. Noi al pari di un atomo, o di una galassia, o di un sasso, siamo la stessa coscienza, solo in altra forma, misura e regola.
Le leggi della fisica, biologia, cosmologia, etc sono le leggi (sempre secondo nostra lettura e codifica) con cui la coscienza si manifesta in/di “questo e quello”. Un fiore non segue le stesse leggi di un atomo o di una galassia, ogni parte del “molteplice-manifesto” ha sue regole, piani e nature, ma tutte nessuna esclusa sono sempre e solo coscienza, cambia la forma, cambiano le leggi, cambia la natura, ma non cambia la coscienza che li sottende. Un pò come dire secondo una certa analogia tutti i vasi, coppe boccali etc che si possono fare con l’argilla sono vari, diversi e molteplici, ma sono tutti fatti di argilla.

2) Coscienza di sè; questa seconda va da sè è autoriflessiva; se prima la coscienza trovava applicazione e natura in “questo e quello” ora la va cercando nel soggetto stesso, nella coscienza stessa. Se della prima (coscienza di questo e quello) si poteva dire che fosse “oggettiva”, una coscienza oggettiva, questa seconda (coscienza di sè) è decisamente soggettiva, una coscienza soggettiva. Se prima il campo di applicazione era il molteplice (e manifesto), questa volta il campo è unico-unitario (e immanifesto). Se prima la coscienza di questo e quello era riferibile e riconducibile al piano grossolano e sottile, quindi alla manifestazione (piani oggettivi), in questo secondo caso di coscienza di sè diventa riconducibile all’unità, alla causalità, al piano causale, ontologico, dio-isvara.

La coscienza di sè è come dire la coscienza della coscienza, là dove è la coscienza stessa a rendersi oggetto di coscienza di se stessa. È l’affermazione di dio a mosè, “io sono colui che sono”. L’affermazione di autocoscienza per eccellenza. È la condizione causale del prajna, del sonno (senza sogni) dell’immanifesto, là dove ogni “secondo” a seguire, ogni “questo e quello” è virtuale, potenziale, ancora tutto racchiuso nella coscienza di sè e non ancora manifestatosi ed esteriorizzatosi nella manifestazione-coscienza di questo e quello-molteplice.

La coscienza di sè è la condizione del dio immanifesto, là dove il dio manifesto è ovviamente in primo caso, coscienza di questo e quello, sempre la stessa coscienza solo che nell’un caso è immanifesta e nell’altro manifesta.

3) Coscienza in sè: ovviamente la coscienza in sè non è la prima e nemmeno la seconda e quindi? Se non è una coscienza “oggettiva” di questo e quello, se non è è una coscienza autoriflessiva-soggettiva del di sè, allora come si colloca? Se non è un dio manifesto e nemmeno immanifesto, se non è l’essere e nemmeno il non-essere allora che cosa è? Tertium non datur?

L’affermazione, “coscienza in sè” dialetticamente parlando di solito viene tradotta in “coscienza pura” là dove anche solo “coscienza” potrebbe bastare in fondo. In altri contesti si usa la locuzione “uno senza secondo” per indicare l’unità, ma non quella aritmetica cui segue per molteplicità il due etc, ma l’unità sola a se stessa, talaltra per evitare di dover tirare in ballo il secondo fosse anche per negazione si usa il termine zero, zero metafisico, cui il secondo non viene spontaneo in generazione mentale.

Qui parimenti si potrebbe dire al posto di “coscienza in sè” “coscienza senza secondo” là dove il secondo può essere inteso sia l’uno (la coscienza di sè, il causale, l’ontologico, l’immanifesto, etc) e sia il più comune secondo (la coscienza di questo e quello, il fenomenico, il manifesto, sia nella sua veste grossolana che sottile). Coscienza in sè, coscienza pura, coscienza senza secondo, coscienza (e basta, senza aggiungere altro), come lo si chiami si chiami Quello è.

Volevo chiudere queste brevi riflessioni con un’ultima che in un qual modo le integra tutte ovvero; per come lo si declini in tutte le salse e modi il termine coscienza ricorre sempre, per tutta la sua lunghezza o meglio verticalità. Coscienza di questo e quello, coscienza di sè, coscienza in sè, come la giri la giri la coscienza ricorre sempre, taglia-attraversa per tutto la lunghezza ogni piano, forma, fenomeno, oggetti e soggetti.
Tu sei Quello, dal tu più grossolano che si possa immaginare a quello più e oltre ogni immaginazione, piano e quant’altro, la coscienza c’è sempre, è sempre presente, ed è appunto l’unico “tramite-via” che abbiamo di ogni qualsivoglia “cammino-salvezza-liberazione-realizzazione, etc”.

cielo
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Re: Coscienza

Messaggio da cielo » 10/01/2020, 19:23

Un nostro caro amico diceva che non si accordava alla sua esperienza l'affermazione: "So di essere perché esisto", che si potrebbe anche tradurre con "ho coscienza di essere (coscienza 2: soggettiva) perchè percepisco che sto esistendo.

L'affermazione andrebbe dunque invertita, vado citando:

"So di essere perché esisto".

Questa affermazione non si accorda a questa esperienza, dove andrebbe invertita: esisto perché sono. In questa esperienza l'essere e l'esistere sono due diverse esperienze.

La prima non necessita di alcuna alterità, è completa in sé.

"Sono" è la pura inseità che non necessita di alcun soggetto.

L'affermazione che ci sia un quid, definito "io", esistente, necessita di una sponda, un riferimento.

E qui allora occorre definire il campo in cui si vuole muoversi. A

ccettiamo di postulare un conoscitore, una conoscenza e un conosciuto?

"Prima" nell'inseità non c'era alcuna "coscienza di", l'essente è nel suo essere, è senza esistere.

È nella definizione, nella percezione che sorge l'esistenza.

L'esiste-esisto necessita un soggetto che definisce-percepisce un oggetto.
.
(Premadharma, brano d'archivio)

Come spiegavi tu, la pura coscienza è consapevolezza compiuta in sè stessa, non ha bisogno di rapportarsi con alcunchè, è immota, ha risolto il senso dell'io, non aderisce più ai contenuti della coscienza, nè risponde agli stimoli esterni. Agisce quando deve agire, e non si attacca o giudica i risultati dell'azione. E' presente nell'azione, ciò dovrebbe essere sufficiente.

Alla ragion pura, che permette di comprendere certe descrizioni della coscienza e la sua evoluzione da coscienza di questo e di quello, figlia del manas che rivolge la sua attenzione al mondo, al divenire, alla coscienza soggettiva del centro di percezione intelligente che intuisce una presenza che permane nei tre stati come il filo della collana, forse occorre accostare l'intuizione superconscia che permetta di essere nell'esistere, senza un soggetto.

Ma come si fa? Si pratica, perchè un aspirante è tale se pratica, se mantiene una centratura, evitando di disperdere l'attenzione dietro la mente che divora il divenire, cercando di stabilizzarsi nella percezione di ciò che è quando si ritirano i sensi all'interno e si contempla l'essere nell'esistere.

L'aspirante pratica le istruzioni lasciate o ricevute dalle testimonianze di terzi e ne trova riscontro nella propria esperienza, fiducioso di dirigersi nella direzione indicata ed evitando di prefigurarsi le tappe ancora da venire, riscontrando passo dopo passo la rispondenza fra le indicazioni ricevute e il proprio viaggio.
Altro da fare non mi pare che ci sia.

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