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Riflessioni sulla frase di Kodo Sawaki

Teoria e dottrina.
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cannaminor
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Riflessioni sulla frase di Kodo Sawaki

Messaggio da cannaminor » 21/09/2019, 12:15

"Fare la meditazione (zazen) non serve a niente. E finchè non si impara a fare la meditazione che non serve a niente, non serve a niente fare la meditazione".

Kodo Sawaki (1880-1965)

Ho postato questa frase a suo tempo postata da Bo sulla ML Saibaba. Sempre a suo tempo quello a seguire fu il suo commento alla stessa:

<<La frase è di Kodo Sawasaki ed è di una linearità e purezza a dir poco estasiante...
da contemplare per ore... per mesi... per anni... è piena... è gioia... è una porta alla Conoscenza di Sè.

"Fare la meditazione non serve a niente".

Non ci può essere e non c'è alcun fine nella meditazione.

Perchè la meditazione è lo stato naturale dell'essente consapevole in sè. L'essere non ha scopi, non ha fini, non ha causa e non ha effetti.

Meditare è essere. Quindi non ha alcun fine, scopo, non serve "altro". è bastevole in sè.

Quindi non serve a niente.

Meditare non serve, perchè non porta ad alcuna alterità. Meditare è meditare, non è asservito ad alcun scopo, ottenimento, effetto, nè può essere causato da alcuna volontà, istanza, movimento.

Quindi, sino a quando non si ha questa posizione coscienziale (ove sia possibile la meditazione pura, che non serve a niente) è del tutto inutile meditare.

Della serie, come disse l'assistente assegnatoci da XXX YYY, il responsabile dello Shankara Math di Sringeri, alla domanda, ma dove è la "sala di meditazione": "Sala di meditazione?!! Meditazione? Noi, qui si lavora. La meditazione la fanno gli Shankaracarya".
Esistono gli asrama, esistono le varna, esistono i sandhya, esistono gli yoga, esistono coloro che non ne tengono conto.

Capita a costoro di soffrire di delirio di onnipotenza.

un sorriso

bo.>>

cielo
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Re: Riflessioni sulla frase di Kodo Sawaki

Messaggio da cielo » 22/09/2019, 15:17

cannaminor ha scritto:
21/09/2019, 12:15
"Fare la meditazione (zazen) non serve a niente. E finchè non si impara a fare la meditazione che non serve a niente, non serve a niente fare la meditazione".

Kodo Sawaki (1880-1965)

Ho postato questa frase a suo tempo postata da Bo sulla ML Saibaba. Sempre a suo tempo quello a seguire fu il suo commento alla stessa:

<<La frase è di Kodo Sawasaki ed è di una linearità e purezza a dir poco estasiante...
da contemplare per ore... per mesi... per anni... è piena... è gioia... è una porta alla Conoscenza di Sè.

"Fare la meditazione non serve a niente".

Non ci può essere e non c'è alcun fine nella meditazione.

Perchè la meditazione è lo stato naturale dell'essente consapevole in sè. L'essere non ha scopi, non ha fini, non ha causa e non ha effetti.

Meditare è essere. Quindi non ha alcun fine, scopo, non serve "altro". è bastevole in sè.

Quindi non serve a niente.

Meditare non serve, perchè non porta ad alcuna alterità. Meditare è meditare, non è asservito ad alcun scopo, ottenimento, effetto, nè può essere causato da alcuna volontà, istanza, movimento.

Quindi, sino a quando non si ha questa posizione coscienziale (ove sia possibile la meditazione pura, che non serve a niente) è del tutto inutile meditare.

Della serie, come disse l'assistente assegnatoci da XXX YYY, il responsabile dello Shankara Math di Sringeri, alla domanda, ma dove è la "sala di meditazione": "Sala di meditazione?!! Meditazione? Noi, qui si lavora. La meditazione la fanno gli Shankaracarya".
Esistono gli asrama, esistono le varna, esistono i sandhya, esistono gli yoga, esistono coloro che non ne tengono conto.

Capita a costoro di soffrire di delirio di onnipotenza.

un sorriso

bo.>>
Esistono gli asrama, esistono le varna, esistono i sandhya, esistono gli yoga, esistono coloro che non ne tengono conto.

Capita a costoro di soffrire di delirio di onnipotenza.


Qualche riflessione che viene.

Esiste il tempo che scandisce lo scorrere della vita, con tutte le sue fasi e i suoi stadi in costante mutazione.
Momenti in cui ogni ricercatore trova i suoi propri sostegni per andare nella direzione che intravede come risolutiva della sofferenza esistenziale, con una volontà determinata alla "liberazione" che impulsa la ricerca e determina il desiderio di sciogliere tutti i legami che trattengono e intrappolano in quella sofferenza, creata dalla mente immatura e desiderante, ma di cui non si riesce a non subire il contraccolpo. La mente è avida, sperimenta lo spettacolo e capita che si immedesimi molto in una "parte", ad esempio quella del "meditante". Ma il film scorre e nessun mezzo è "il mezzo".

Quello stato obnubilante che come un velo avvolge la consapevolezza: non questo, non questo. Sovrapposizioni e proiezioni che perpetuano la differenza, tra me e l'altro, che impediscono che a fluire sia soltanto puro amore, pura consapevolezza e contemplazione dell'Essere, alla cui esistenza partecipiamo. Essere in Quello, e non in questo.

Dice Bo che il non tenere conto di questo fluire della vita e del proprio costante mutare nella ricerca dei "mezzi idonei" genera delirio di onnipotenza. Si cristallizza un metodo, una pratica e se ne diventa schiavi. E nello stesso tempo evidenzia che nulla porta a Quello, se non la pura contemplazione della Vita, perfetta in sé stessa.


Come se ci fosse qualche cosa che una volta capita, posseduta, praticata (la meditazione ad esempio) risolva in un sol colpo quella sofferenza velante che si sovrappone alla natura essenziale che siamo, quel satcitananda che permane quando forma e nome saranno divorati dal tempo. Chi sono io?

Personalmente in questa fase patisco di delirio di impotenza. Un altro modo per farsi del male, probabilmente.
Mi sento come una foglia sballottata dal vento.
Prima o poi mi poserò, per trasformarmi in humus in santa pace.
Nel frattempo cerco di osservare e ascoltare le voci del vento che mi fa turbinare.

PS: Quanto sopra è solo una libera interpretazione personale delle parole di Bodhananda, si tenga conto che sono filtrata da una mente imperfetta.

latriplice
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Iscritto il: 05/12/2016, 14:19

Re: Riflessioni sulla frase di Kodo Sawaki

Messaggio da latriplice » 25/09/2019, 12:09

"Fare la meditazione (zazen) non serve a niente. E finchè non si impara a fare la meditazione che non serve a niente, non serve a niente fare la meditazione".

Kodo Sawaki (1880-1965)

La meditazione non serve a niente perché non si può ottenere ciò che abbiamo già. Se si è convinti attraverso la meditazione di ottenere una esperienza discreta del Sé, si sta mantenendo lo stesso atteggiamento che si applica nella vita mondana: compiere azioni (karma) per ottenere oggetti, che siano relazioni, situazioni, cose ed esperienze motivati dalla sicurezza (artha), dal piacere (kama) e virtù (dharma).

Ed indulgere in questo atteggiamento nella vita spirituale è da infante, poiché non fa nient'altro che rinforzare l'idea che io sono un agente, l'aspetto triste della pratica e ostacolo alla realizzazione che io invece sono Brahman, l'ordinaria, immutabile, illimitata (non condizionata dall'esperienza) Coscienza non agente e non duale, che è il nocciolo dell'insegnamento vedantico.

Cosa significa? Che oltre alla Coscienza non c'è nient'altro, che ogni esperienza che stiamo attualmente avendo, dal leggere questo testo o lavandosi i denti, non è nient'altro che noi stessi, Coscienza.

Pertanto da questa prospettiva la meditazione intesa come mezzo per sperimentare il Sé è inutile e ingiustificata, dal momento che stiamo sempre sperimentando noi stessi come Coscienza, anche se apparentemente velata dal nome e dalla forma. L'utilità della meditazione semmai, è quella di creare le condizioni mentali favorevoli a questa presa di coscienza.

La pratica spirituale consiste di uno scopo che vogliamo ottenere (sadhyam) e un metodo per ottenere tale scopo (sadhana), ma visto che per il vedanta noi siamo già il Brahman, lo scopo è già ottenuto e il metodo è la rimozione dell'ignoranza di non esserlo.

In che modo rimuove l'ignoranza?

Fornendoci la prova che esistiamo come consapevolezza? Assolutamente no, perché è auto-evidente che esistiamo e siamo consapevoli.

Nel renderci più consapevoli? Assolutamente no, perché siamo già questa consapevolezza e lo siamo sempre stati, ed in quanto tale non siamo soggetti a modificazione anche se appare diversamente dovuta all'interazione dei tre guna.

Nell'indurci a sperimentare la consapevolezza come esperienza discreta? Assolutamente no, perché la consapevolezza non è oggettivabile.

Come allora? Dal momento che il problema è l'ignoranza e la soluzione consiste nel rimuovere tale ignoranza, l'unico metodo è la conoscenza.

Così abbiamo un problema, una soluzione e un metodo (sadhana).

Gli effetti di questa ignoranza, il non sapere chi io sia veramente (avidya), è noto a tutti. Essa ci induce nel commettere l'errore di scambiarci per il corpo e la mente (e quindi ad identificarci con l'agente artefice dell'azione) che ci fa sentire inadeguati, incompleti e carenti che a sua volta motiva il desiderio (kama) ad inseguire gli oggetti dell'esperienza con la convinzione illusoria che possono completarci che a sua volta impulsa all'azione (karma) per ottenere tali oggetti. Un circolo vizioso che tutti conoscono come samsara.

Se la soluzione al problema dell'ignoranza è la conoscenza, quest'ultima viene fornita tramite l'ascolto (shravana) che si traduce nello studio sistematico dei testi a cui fa riferimento il vedanta in presenza di un insegnante. E questo da solo dovrebbe essere sufficiente poiché tale metodo (sadhana) compendia solamente la conoscenza (jnana), cioè che tu sei "Quello".

Terminata la fase dell'ascolto (shravana) si prospettano due possibilità:

1) CONOSCI (janu), cioè hai compreso, realizzato, visto che tu sei "Quello".

2) CREDICI (manu), cioè conosci ma hai dubbi a riguardo che tu sei "Quello".

La seconda possibilità ci introduce nella sfera dell'azione (karma) dal momento che la conoscenza (jnana) non ha sufficientemente assolto il suo compito, e consiste nel riporre fede sul fatto che gli insegnamenti corrispondono alla verità e di sciogliere i dubbi attraverso il metodo della riflessione (manana), quindi esaminare le tue vedute secondo la logica del Vedanta, mantenere quelle che sono in armonia con la verità di ciò che sei, e scartare il resto.

Quindi come abbiamo visto abbiamo un problema (il dubbio), la soluzione (sciogliere il dubbio) e un metodo (la riflessione).

Se tu alla fine della riflessione (manana) concludi che conosci ciò che l'insegnamento sta dicendo, che hai sciolto tutti i dubbi a riguardo e che intellettualmente comprendi ma che nella tua vita continui a comportarti come la persona precedente allora si entra nella terza fase dell'assimilazione (nididhyasana) che consiste nel conformare il tuo pensiero coerentemente con ciò che sei veramente.

Quindi come abbiamo visto abbiamo un problema (non vivi la verità), la soluzione (vivere la verità) e un metodo (l'assimilazione).

Se tu mi dici che sono trent'anni che ci stai provando e non funziona significa che la tua attenzione non è sufficientemente focalizzata, ed ecco allora che entra in gioco la meditazione (finalmente) che ha il compito di concentrare la mente e renderla più ricettiva.

Quindi come abbiamo visto abbiamo un problema (dispersione), la soluzione (concentrazione) e un metodo (la meditazione).

Se tu poi mi dici che durante la meditazione ti addormenti o non riesci a concentrarti perché la mente è irrequieta significa che ci sono impurità (vasane) che disturbano, allora non resta che praticare il karma yoga.

Quindi come abbiamo visto abbiamo un problema (impurità della mente), la soluzione (purezza della mente) e un metodo (karma yoga).

Tutta questa pappardella per dire cosa?

Che se solo tu avessi capito chi sei già all'inizio, avresti anche compreso che la sadhana (compresa la meditazione) non serve a nulla e ti saresti risparmiato un sacco di tempo. Ma evidentemente non funziona così.

In ogni caso qualunque azione si intraprende non produce la liberazione. Il karma non dà come risultato moksha, solo jnana.

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