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E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

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viviana
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E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da viviana » 31/01/2019, 18:28

Son da poco tornata da un ritiro e vorrei condividere con voi praticanti i tre più preziosi memorandum che ho ricevuto. Vi riporto inoltre anche alcuni stralci presi dal Tipitaka, il canone pali, purtroppo non ho riferimenti più precisi da aggiungere perché sono stralci che io stessa avevo copiato durante l’anno di servizio al centro di meditazione.
Durante qs ritiro sono riaffiorati spesso alla mia mente, attraverso una comprensione che so non essere esaustiva ma percepisco come più profonda di quanto non fosse prima.

Il primo

ce l’ha donato l’assistent teacher (AT) degli uomini che prima dell’inizio del corso come UNICA e ultima frase prima del nobile silenzio di ha detto:

“just relax and enjoy it”

Vi sembrerà forse cosa da poco ma pensando a quanto molti,
prima di una lunga immersione, siano colti da timore, dalla sensazione di dover affrontare un gigante (chiamato attaccamento) che sicuramente li “oscurerà schiacciandoli a terra” e che per farlo dovranno SFORZARSI al massimo pur sapendo che finiranno cmq schiacciati a terra,
è facile capire con quale timoroso ed errato stato d’animo si possa iniziare l’immersione.

Quella frase, detta con compassionevole affetto prima dell’inizio del ritiro ci ha rimesso sul giusto binario, ci siamo ricordati che è necessario agire il retto sforzo con gioia e gratitudine, “retti ma non rigidi”, “rilassati nello sforzo, flessibili”, sapendo che “offriremo il meglio che potremo” nulla di più, nulla di meno, sapendo che non importa come andrà perché, dicendola all’indiana:
“alla fine andrà tutto bene e se non va bene, beh, allora non è ancora la fine”

Qs unica ed ultima frase prima dell’immersione “just relax and enjoy it” ha permesso ad ognuno di noi di focalizzarci fin dall’inizio sul retto sforzo, è stato un dono preziosissimo che ci ha supportato per tutto il ritiro.

Ci ha ricordato che è così che dovremmo praticare/vivere:
“just relax and enjoy it”
vigili spettatori di un magnifico spettacolo cui abbiamo avuto la grandissima opportunità di partecipare.

So che tra il dire e il fare… ma ricordarcelo vicendevolmente nei momenti per noi più difficili può essere veramente di supporto per focalizzare il nostro agire.

Il secondo

abbiamo già più e più volte discorso di quanto Yama e Nyama siano le basi imprescindibili del nostro cammino, ciò di cui però non mi ero resa conto era fino a che punto lo fossero; fino a che punto il loro sviluppo e il nostro stabilizzarci in esse fossero fondamentali per purificare la nostra mente dalle più grossolane contaminazioni, talmente fondamentali da rendere, in loro assenza, quasi impossibile riuscire a raccogliere e introvertire l’attenzione x poterci (anche solo minimamente) stabilizzare nella concentrazione atta alla pura autosservazione.

Senza Yama e Nyama non c’è stabilità in Samadhi.

Come vi ho detto sono da poco rientrata dal mio primo ritiro di lungo periodo di 21 gg, durante il ritiro tutti mantengono il nobile silenzio tranne che in due momenti di check in cui, per 5 minuti, ogni meditatore ha un incontro privato con l’AT.
Durante qs incontro l’AT verifica la pratica e il benessere del meditatore.

Io ero una dei pochissimi “pivellini” di lungo periodo
(c’erano meditatori usi a sedere i 20gg, i 30 gg, i 45 gg e pure i 60gg)
e, come mio solito, durante la pratica seduta preferivo muovere le gambe se necessario anziché fare la statua di sale
(ho delle lesioni ai legamenti crociati di entrambe le ginocchia date proprio dal fare la statua di sale nei primi ritiri… non avevo capito e mi avevano mal indirizzato).
E poiché tutti erano immobili come statue di sale la mia mente, pur di distrarmi, mi aveva convinto che la loro immobilità corporea fosse pari a quella mentale e che io fossi “l’unica agitata cozza gigante” presente. Non che qs avrebbe cambiato qlc ma la mente usa di tutto per riguadagnare terreno e sa di centrare il bersaglio se ferisce la mia bassa autostima nei punti giusti;
oltre a qs c’è da sottolineare che sapendo che lo scorso anno son stata meno vigile e stabile in Yama e Nyama => sapevo già che sarei stata “meno allineata” e concentrata...

Durante il primo check ho quindi detto all’AT che la durata della mia concentrazione era molto bassa e con mio grande stupore ho scoperto che non solo non lo era ma che era percepita come "alta"... Sconvolta e SCONFORTATA dai bassissimi termini di paragone ho continuato a praticare cercando di non focalizzarmi su questo durante il ritiro e una volta terminato, sciolto il nobile silenzio, mi sono, per la prima volta, confrontata su qs argomento con altri meditatori scoprendo che la durata media è veramente bassissima, molto più bassa di quanto potessi immaginare.

Ho compreso che, nella maggior parte dei casi, i più identificano come priorità (in termini di pratica) il sedersi almeno due volte al giorno anziché il vigilare sull’adesione a Yama e Nyama.

E’ un errore comunissimo: ci si siede tutti i giorni per x ore al giorno, gambe incrociate e occhi chiusi cercando di autosservarsi, non rendendosi conto che se Yama e Nyama non sono sufficientemente maturi (e non parlo ovviamente di piena maturità) la nostra mente non avrà la purezza necessaria a vibrare alla frequenza atta a stabilizzarci (seppur minimamente) in Samadhi.

E non importa con quanto ardore, amore e perseveranza ci impegneremo dedicandoci devotamente alla pratica meditativa/agli studi/alla pratica devozionale, mancando le basilari qualifiche necessarie in Yama e Nyama non solo non giungeremo in quel luogo in cui affiora la capacità discriminante, il cui centro è silenzio e pace
ma rischieremo di nutrire le nostre contaminazioni mentali, anzichè avere l'equanimità e la purezza necessarie ad osservarle per quello che sono (tigri di carta) senza reagire.
Ed è per questo che la NON comprensione della pratica (sia essa meditativa, di studio dei sacri testi o devozionale) rischia di diventare un mezzo per NUTRIRE la nostra sofferenza anzichè "RISOLVERLA".

Cosi’, ad esempio, nella maggior parte dei casi, chi si è dedicato per molti anni alla meditazione tralasciando Yama e Nyama, ha probabilmente sviluppato una buona capacità di attenzione ma, nonostante gli innumerevoli sforzi non una sufficiente stabilità nella concentrazione.
E non penso sia un caso se i pochissimi meditatori che hanno (una buona o seppur minima) capacità di stabilizzarsi in Samadhi impegnano quotidianamente molta energia al fine di essere vigili in Yama e Nyama.

Se non vi è comprensione dei singoli passi della pratica si gira in cerchio, capita a tutti, periodicamente, così come periodicamente ce ne accorgiamo.

Tutto qs mi ha scioccato ma al contempo mi ha permesso di capire:
- perchè in alcuni meditatori “non avvengono stabili cambiamenti” (anche solo in termini comportamentali e/o di vita)
- perchè molti sembrano non comprendere cosa voglia dire trovarsi “in una tempesta” (l'affiorare di potenti e profonde contaminaizoni mentali)
=> quale sia "il potenzialmente devastante radicamento" suscitato dal reagire a profonde e potenti contaminazioni mentali (bramosia/avversione).

Non lo comprendono perché la mancanza di un minimo di stabilità in Samadhi non favorisce l’emersione di qs profonde contaminazioni;
si è costretti e limitati a lavorare solo in superficie (non che questo sia una passeggiata, TUTT'ALTRO ) ma qs, seppur utile, non produce stabilità nel cambiamento (in termini vibratori).

D’altro canto, quando si ha un minimo di stabilità in termini di Samadhi, affrontiamo un altro potenzialmente enorme rischio proprio perchè viene naturalmente favorita l’emersione di profonde contaminazioni e se non si è maturata la necessaria equanimità è controproducente.

Quando qs profondi contenuti emergono, ci si puo' trovare nella condizione in cui OGNI cellula del nostro corpo vibra a QUELLA frequenza e quando questo accade è MOLTO difficile mantenere il distacco necessario all'osservazione del fenomeno.
Il più delle volte ci si PERDE, facendosi sopraffare dalla potente e violenta emersione del contenuto per una durata di tempo indefinibile (ore, giorni, settimane?) aumentando a dismisura la nostra sofferenza.

E se quando la sensazione è sgradevole, è TERRIFICANTE, ci sfinisce, la nostra mente sembra talvolta andare in pezzi,
quando la sensazione è piacevole è ancora più difficile riuscire a non venirne sommersi perché noi VOGLIAMO perderci in essa, “cadiamo in tentazione consci di farlo, lo facciamo per scelta”.

E ben sappiamo ed è bene ripetersi e ricordarsi che quando ci si perde, REAGENDO alle contaminazioni emerse,
ciò che facciamo NON è più osservare il fenomeno ma NUTRIRLO RADICANDOCI ancora più saldamente proprio a ciò che vorremmo risolvere.
(ben sapendo che anche qs VOLERE appartiene alla Polarità, ma tant’è...)
E così non solo NON "risolviamo" la Polarità (Bramosia/Avversione) ma, proprio per il nostro stato così sottilmente e profondamente reattivo, vi aderiamo saldamente aumentando grandemente la sofferenza che ci affligge.
… Ciò che cambia rispetto alla quotidiana ordinaria adesione è l’intensità dell’energia in campo, vi è una potenza differente tra l’aderenza a contaminazioni superficiali delle mente e l’aderenza a potenti contaminazioni solitamente relegate all’inconscio, non sottovalutando poi il fatto che durante i ritiri tutta la vs energia è unicamente focalizzata in qs e in null’altro (non parlate, non leggete, non scrivete, non guardate il paesaggio, non sentite suoni, non fate nulla che non sia bere, camminare, mangiare, dormire ed osservarvi per almeno 12 ore al giorno).

Non vi nascondo inoltre che sarà che Israele è terra d’antiche vicende che ne hanno plasmato il sentire, sarà che forse era venuto il tempo di comprendere quanto sinuosamente sottili siano le tentazioni in cui cado come pera cotta così facilmente...
fatto è che qs volta le ho sentite arrivare, le ho riconosciute e ho deciso di arrendermi ad esse... sob!

Ma comprendere ed accettare il fatto che non c'è modo di accelerare il processo di maturazione delle qualità necessarie a precorrere questo cammino è funzionale al liberarsi dalle aspettative che "sviliscono e contaminano" il cammino stesso, rischiando di trasformarlo in un percorso guidato dalla mera volontà di potenza e di rappresentazione dell'Io (le tentazioni).

E qui veniamo ad un altro punto su cui ho molto riflettuto anche grazie ai precedenti interventi sul forum e ad alcune vostre affermazioni che ho portato con me. La volontà di rappresentazione:
la forte pulsione a voler affermare la propria volontà, voler raggiungere qualcosa, l'avere delle aspettative, fare una cosa in funzione del suo potenziale risultato...

Praticare con la finalità di risolvere le mie contaminazioni mentali le nutre.

E' un sottile tranello/tentazione della mente in cui è molto facile cadere: praticare per liberarsi, fare qualcosa in funzione di raggiungere qlc altro.
La linea è molto molto sottile. E so che mi sarà esclusa la possibilità di comprendere più profondamente la pratica finchè non livellerò seppur un pochino di qs fortissima pulsione.


Il terzo

durante il secondo check con l’AT, le ho detto che “ero persa fra i marosi, in piena tempesta, che non praticavo l’autosservazione ma camminavo molto (sempre occhi a terra ovviamente) e cercavo di focalizzarmi nella Metta “gentilezza/amore compassionevole” lei mi ha detto:

va bene ma appena riesci torna alla visione profonda/autosservazione,

“ricorda che l’UNICO momento in cui NON crei sofferenza è quando osservi le tue sensazioni SENZA reagire”

in una frase ha riassunto la pratica:
siamo presenti a noi stessi quando OSSERVIAMO le nostre “sensazioni/contenuti mentali” e si intende l’osservazione sia di sensazioni grossolane che sottili, a seconda di ciò che è percettibile, ovviamente sempre SENZA REAGIRE.

Questo il motivo per cui, MANCANDO le qualificazioni necessarie di Yama e Nyama, NON è possibile comprendere la pratica:

mancano la purezza e il discernimento necessari a stabilizzarsi nei primi passi.

E questo è il motivo per cui, in questi casi, è meglio accantonare lo strumento meditativo: potrebbe aumentare a dismisura la sofferenza e la confusione in cui siamo immersi, arrivando a minare per taluni la propria fragile stabilità mentale, talvolta anche permanentemente.

Non è un cammino di semplice comprensione per delle menti così impure come le nostre.

Il Buddha, una volta stabilizzatosi nel proprio Risveglio, affermò:

" Quel che con intimo sforzo ho trovato or palesare è interamente vano.
Agli uomini, che d'odio e brama ardono, non conviene davvero tale dottrina.
Dottrina che risale la corrente, ch'è interna ed è profonda ed è nascosta:
essa resta invisibile ai bramosi, nella più fitta tenebra ravvolta"

e poi:

"attraverso molte nascite ho vagato in qs ciclo infinito di divenire, cercando, ma non trovandolo, il costruttore di questa casa.
Ho continuato a nascere e rinascere nella sofferenza.
O costruttore, ora ti ho visto.
Non potrai più costruire alcuna casa:
la trave di sostegno e tutti i travicelli del tetto sono stati demoliti.
La mente è libera da tutti i condizionamenti.
Ho raggiunto lo stato libero da ogni desiderio"

e poi:

" Dell'immortalità s'apron le porte: chi ha orecchi per udire venga ed oda.
Repulsione intuendo io non volevo l'alta dottrina palesar"

Vi scrivo questo perché, per quanto mi riguarda, sempre più mi rendo conto che (so di averne già scritto)

per ogni passo in avanti che penso di aver percorso,
periodicamente mi trovo a doverne farne DUE indietro
per riprendere con maggior attenzione e consapevolezza il cammino che avevo intrapreso SENZA comprenderlo o senza agire la necessaria attenzione nel percorrerlo.

E so che questa è una fortuna e una benedizione, oltre che la prassi,
ma talvolta ci si sente sopraffatti dal proprio innegabile attaccamento,
talvolta ci sembra di combattere una battaglia impari,
apparentemente priva di alcuna possibilità di vittoria e allora lo sconforto emerge e talvolta ci blocca in una stasi da cui fatichiamo ad emergere.

E allora ricordarci che:

- “just relax and enjoy it”: siamo solo spettatori, godiamoci lo spettacolo
- Yama e Nyama sono le nostre basi, sii vigile
- l’unico momento in cui non creiamo sofferenza è quando osserviamo le nostre sensazioni (siamo presenti a noi stessi) senza reagire

puo’ aiutarci a scrollarci di dosso il momentaneo stallo.

E come mi ha detto un meditatore:

"solo chi nuota controcorrente raggiunge la sorgente"
lui l'ha trovato scritto su una roccia, in un bosco, in montagna, in Svizzera.

Ogni bene a tutti noi.

viviana
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da viviana » 31/01/2019, 18:31

a Niyama manca la i, tutte le volte, non so perchè, forse semplicemente mi piaceva così :roll:
pardonnez-moi ;)

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Fedro
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da Fedro » 31/01/2019, 19:23

la forte pulsione a voler affermare la propria volontà, voler raggiungere qualcosa, l'avere delle aspettative, fare una cosa in funzione del suo potenziale risultato...

Praticare con la finalità di risolvere le mie contaminazioni mentali le nutre.

E' un sottile tranello/tentazione della mente in cui è molto facile cadere: praticare per liberarsi, fare qualcosa in funzione di raggiungere qlc altro.
La linea è molto molto sottile. E so che mi sarà esclusa la possibilità di comprendere più profondamente la pratica finchè non livellerò seppur un pochino di qs fortissima pulsione.
ciao Viviana
effettivamente. nella mia scarna pratica, osservarmi spostare la mia energia per produrre uno stato considerato "migliore", "più alto" di quello presente, oltre a produrre frustrazione, carenza di qualcosa che non c'è e ci dovrebbe essere, paura di non farcela al raggiungimento di ulteriore stato..altro non ha prodotto:
ecco cosa affligge spesso noi ricercatori, bloccandoci in quello stato di carenza, buio e non accettazione del flusso di quello che c'è in questo momento (e non di altri possibili)
Dico sempre che non ci ha insegnato nessuno (figuriamoci i nostri genitori)ad amare noi stessi e poter coltivare così la fiducia nei mezzi che ci dona la vita (non essendo nostri) tanto che poi tentiamo di trovare quel sentimento, la fiducia, che dovrebbe essere innato ma che ci viene castrato già alla nascita (e non stiamo qui ad analizzare il perchè e il percome) in cosiddetti maestri o guide, in generale.
Non che questi non ci aiutino, anzi, ma tutto ciò dimostra questa carenza iniziale a cui dobbiamo sopperire e riconoscere per aprirci più a noi stessi,a quel calore interiore che man mano creiamo e a cui attingiamo per sostenerci, e procedere nel flusso stesso della vita.
Sì. è effettivamente una forma di rigidità quella che dobbiamo sciogliere, nutrita per di più, da quell'autogiudizio castrante e tossico che ci getta nella paura, vischiosa, buia, e da cui nasce ogni sclerotizzazione al movimento naturale, di ciò che siamo.
Così, un semplice spunto che mi viene..d'altronde non si può raccontare che se stessi..non mi illudo certo di aiutare, quantomeno spero almeno di non confondere :)
Buona continuazione ;)

viviana
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da viviana » 31/01/2019, 19:51

caro Fedro, mi hai allietato il cuore, quando la condivisione è così onesta, spontanea e dolce non puo' che arricchire, grazie,
è stato un balsamo di cui in qs momento avevo bisogno, l'ho molo apprezzato, grazie

latriplice
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da latriplice » 06/02/2019, 19:58

Viviana ha scritto:

abbiamo già più e più volte discorso di quanto Yama e Nyama siano le basi imprescindibili del nostro cammino, ciò di cui però non mi ero resa conto era fino a che punto lo fossero; fino a che punto il loro sviluppo e il nostro stabilizzarci in esse fossero fondamentali per purificare la nostra mente dalle più grossolane contaminazioni, talmente fondamentali da rendere, in loro assenza, quasi impossibile riuscire a raccogliere e introvertire l’attenzione x poterci (anche solo minimamente) stabilizzare nella concentrazione atta alla pura autosservazione.
Sono sempre più convinto che questo sito dovrebbe chiamarsi yoga.it piuttosto che vedanta.it.

Le tue vasana sono la tua collezione personale di desideri e inclinazioni mentali. Samsara, in senso generale, è il mondo. Ma più specificamente significa il ciclo quotidiano di identificazione con gli oggetti (in particolare il corpo-mente) e la sofferenza causata dal tentativo di ottenere o mantenere gli oggetti desiderati evitando o eliminando oggetti indesiderati. Se ci pensi, il tuo mondo personale è composto da oltre a quello che vuoi, da quello che non vuoi e come sei incline ad ottenere quello che vuoi o ad evitare quello che non vuoi. In questo senso, le tue vasana o quello che definisci grossolane contaminazioni sono in effetti samsara.

Sapendo questo, sembra ragionevole tentare di sfuggire al samsara rinunciando o distruggendo le vasana. Ma questo metodo non funzionerà. Perché anche se puoi ottenere una significativa riduzione del desiderio e un drastico cambiamento nelle tue inclinazioni personali, a meno che il corpo-mente non sia morto, non c'è fine ai tuoi desideri e al condizionamento mentale. Quindi non c'è fine al tuo samsara. Pertanto è necessario un approccio diverso.

Il vedanta dice che per sfuggire al samsara delle tue vasana, devi semplicemente renderti conto che non sono le tue vasana in primo luogo. La mente, il contenitore di tutti i desideri e le inclinazioni, è un oggetto irreale e transitorio. E non sei tu, coscienza-esistenza, che è sempre libera dalla mente e da tutti i suoi vasana. Quindi, per terminare il samsara, smetti di identificarti con la mente.

Per essere chiari, lavorare sulla mente per liberarla dal desiderio eccessivo e dalle inclinazioni negative è uno sforzo molto costruttivo, che è un passo preparatorio essenziale sul sentiero spirituale. Ma non equivale all'auto-conoscenza (moksha-liberazione) che è dis-identificazione con la mente in generale.

Almeno ti risparmio lo sforzo di stare seduta 60 giorni in meditazione (magari era quello che avevi in mente). E l'orgoglio che ne deriva nel caso tu riuscissi nell'impresa.

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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da Fedro » 07/02/2019, 6:06

Desiderare di non desiderare, sfuggire al Samsara, smettere di identificarsi...
vediamo se non sono pretese della stessa mente che ne parla, s'illude, spera, pianifica...

ortica
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da ortica » 07/02/2019, 11:47

latriplice ha scritto:
06/02/2019, 19:58
Viviana ha scritto:

abbiamo già più e più volte discorso di quanto Yama e Nyama siano le basi imprescindibili del nostro cammino, ciò di cui però non mi ero resa conto era fino a che punto lo fossero; fino a che punto il loro sviluppo e il nostro stabilizzarci in esse fossero fondamentali per purificare la nostra mente dalle più grossolane contaminazioni, talmente fondamentali da rendere, in loro assenza, quasi impossibile riuscire a raccogliere e introvertire l’attenzione x poterci (anche solo minimamente) stabilizzare nella concentrazione atta alla pura autosservazione.
Sono sempre più convinto che questo sito dovrebbe chiamarsi yoga.it piuttosto che vedanta.it.

Le tue vasana sono la tua collezione personale di desideri e inclinazioni mentali. Samsara, in senso generale, è il mondo. Ma più specificamente significa il ciclo quotidiano di identificazione con gli oggetti (in particolare il corpo-mente) e la sofferenza causata dal tentativo di ottenere o mantenere gli oggetti desiderati evitando o eliminando oggetti indesiderati. Se ci pensi, il tuo mondo personale è composto da oltre a quello che vuoi, da quello che non vuoi e come sei incline ad ottenere quello che vuoi o ad evitare quello che non vuoi. In questo senso, le tue vasana o quello che definisci grossolane contaminazioni sono in effetti samsara.

Sapendo questo, sembra ragionevole tentare di sfuggire al samsara rinunciando o distruggendo le vasana. Ma questo metodo non funzionerà. Perché anche se puoi ottenere una significativa riduzione del desiderio e un drastico cambiamento nelle tue inclinazioni personali, a meno che il corpo-mente non sia morto, non c'è fine ai tuoi desideri e al condizionamento mentale. Quindi non c'è fine al tuo samsara. Pertanto è necessario un approccio diverso.

Il vedanta dice che per sfuggire al samsara delle tue vasana, devi semplicemente renderti conto che non sono le tue vasana in primo luogo. La mente, il contenitore di tutti i desideri e le inclinazioni, è un oggetto irreale e transitorio. E non sei tu, coscienza-esistenza, che è sempre libera dalla mente e da tutti i suoi vasana. Quindi, per terminare il samsara, smetti di identificarti con la mente.

Per essere chiari, lavorare sulla mente per liberarla dal desiderio eccessivo e dalle inclinazioni negative è uno sforzo molto costruttivo, che è un passo preparatorio essenziale sul sentiero spirituale. Ma non equivale all'auto-conoscenza (moksha-liberazione) che è dis-identificazione con la mente in generale.

Almeno ti risparmio lo sforzo di stare seduta 60 giorni in meditazione (magari era quello che avevi in mente). E l'orgoglio che ne deriva nel caso tu riuscissi nell'impresa.

Poiché per dialogare correttamente è necessario preliminarmente intendersi sul linguaggio utilizzato, ti chiederei cortesemente di definire i seguenti termini:
yoga
vedanta
vasana
samsara.

Grazie.

latriplice
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da latriplice » 07/02/2019, 15:17

ortica ha scritto:
07/02/2019, 11:47
latriplice ha scritto:
06/02/2019, 19:58
Viviana ha scritto:

abbiamo già più e più volte discorso di quanto Yama e Nyama siano le basi imprescindibili del nostro cammino, ciò di cui però non mi ero resa conto era fino a che punto lo fossero; fino a che punto il loro sviluppo e il nostro stabilizzarci in esse fossero fondamentali per purificare la nostra mente dalle più grossolane contaminazioni, talmente fondamentali da rendere, in loro assenza, quasi impossibile riuscire a raccogliere e introvertire l’attenzione x poterci (anche solo minimamente) stabilizzare nella concentrazione atta alla pura autosservazione.
Sono sempre più convinto che questo sito dovrebbe chiamarsi yoga.it piuttosto che vedanta.it.

Le tue vasana sono la tua collezione personale di desideri e inclinazioni mentali. Samsara, in senso generale, è il mondo. Ma più specificamente significa il ciclo quotidiano di identificazione con gli oggetti (in particolare il corpo-mente) e la sofferenza causata dal tentativo di ottenere o mantenere gli oggetti desiderati evitando o eliminando oggetti indesiderati. Se ci pensi, il tuo mondo personale è composto da oltre a quello che vuoi, da quello che non vuoi e come sei incline ad ottenere quello che vuoi o ad evitare quello che non vuoi. In questo senso, le tue vasana o quello che definisci grossolane contaminazioni sono in effetti samsara.

Sapendo questo, sembra ragionevole tentare di sfuggire al samsara rinunciando o distruggendo le vasana. Ma questo metodo non funzionerà. Perché anche se puoi ottenere una significativa riduzione del desiderio e un drastico cambiamento nelle tue inclinazioni personali, a meno che il corpo-mente non sia morto, non c'è fine ai tuoi desideri e al condizionamento mentale. Quindi non c'è fine al tuo samsara. Pertanto è necessario un approccio diverso.

Il vedanta dice che per sfuggire al samsara delle tue vasana, devi semplicemente renderti conto che non sono le tue vasana in primo luogo. La mente, il contenitore di tutti i desideri e le inclinazioni, è un oggetto irreale e transitorio. E non sei tu, coscienza-esistenza, che è sempre libera dalla mente e da tutti i suoi vasana. Quindi, per terminare il samsara, smetti di identificarti con la mente.

Per essere chiari, lavorare sulla mente per liberarla dal desiderio eccessivo e dalle inclinazioni negative è uno sforzo molto costruttivo, che è un passo preparatorio essenziale sul sentiero spirituale. Ma non equivale all'auto-conoscenza (moksha-liberazione) che è dis-identificazione con la mente in generale.

Almeno ti risparmio lo sforzo di stare seduta 60 giorni in meditazione (magari era quello che avevi in mente). E l'orgoglio che ne deriva nel caso tu riuscissi nell'impresa.

Poiché per dialogare correttamente è necessario preliminarmente intendersi sul linguaggio utilizzato, ti chiederei cortesemente di definire i seguenti termini:
yoga
vedanta
vasana
samsara.

Grazie.
Darsana: il termine si applica particolarmente alle sei scuole ortodosse della filosofia indu' (tra le quali yoga e vedanta), considerate non come sistemi ma come prospettazioni o visioni particolari in riferimento alla Sruti.

Yoga: "unione". Darsana che si propone di conseguire la Realizzazione spirituale mediante la pratica di un insieme di discipline psicofisiche.

Vedanta: "compimento dei Veda"; è uno dei sei darsana.

Advaita: Vedanta non dualista; darsana metafisico che trascende il dualismo e il monismo.

Vasana: sensazione, impressione. Ricordi subcoscienti, latenze subliminali.

Samskara: impressioni e disposizioni provocate dal karma accumulato. Residui "semi" subconsci.

Samsara: corso dell'indefinita successione di vita-morte-rinascita, al quale pone fine la Liberazione.


Sono definizioni che conosco da trent'anni. Nel frattempo ci ho meditato e riflettuto su facendo gli opportuni collegamenti, pertanto queste definizioni hanno acquisito una connotazione più vissuta e coincidente all'esperienza quotidiana. Se non ti dispiace.

Se prendi per la prima volta la definizione di samsara, dimmi, che cosa hai capito? Cosa significa e perché? E' sufficiente averla letta per capire che cos'è il samsara?

cielo
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Iscritto il: 01/10/2016, 20:34

Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da cielo » 07/02/2019, 17:22

latriplice ha scritto:
06/02/2019, 19:58
Viviana ha scritto:

abbiamo già più e più volte discorso di quanto Yama e Nyama siano le basi imprescindibili del nostro cammino, ciò di cui però non mi ero resa conto era fino a che punto lo fossero; fino a che punto il loro sviluppo e il nostro stabilizzarci in esse fossero fondamentali per purificare la nostra mente dalle più grossolane contaminazioni, talmente fondamentali da rendere, in loro assenza, quasi impossibile riuscire a raccogliere e introvertire l’attenzione x poterci (anche solo minimamente) stabilizzare nella concentrazione atta alla pura autosservazione.
Sono sempre più convinto che questo sito dovrebbe chiamarsi yoga.it piuttosto che vedanta.it.

Le tue vasana sono la tua collezione personale di desideri e inclinazioni mentali. Samsara, in senso generale, è il mondo. Ma più specificamente significa il ciclo quotidiano di identificazione con gli oggetti (in particolare il corpo-mente) e la sofferenza causata dal tentativo di ottenere o mantenere gli oggetti desiderati evitando o eliminando oggetti indesiderati. Se ci pensi, il tuo mondo personale è composto da oltre a quello che vuoi, da quello che non vuoi e come sei incline ad ottenere quello che vuoi o ad evitare quello che non vuoi. In questo senso, le tue vasana o quello che definisci grossolane contaminazioni sono in effetti samsara.

Sapendo questo, sembra ragionevole tentare di sfuggire al samsara rinunciando o distruggendo le vasana. Ma questo metodo non funzionerà. Perché anche se puoi ottenere una significativa riduzione del desiderio e un drastico cambiamento nelle tue inclinazioni personali, a meno che il corpo-mente non sia morto, non c'è fine ai tuoi desideri e al condizionamento mentale. Quindi non c'è fine al tuo samsara. Pertanto è necessario un approccio diverso.

Il vedanta dice che per sfuggire al samsara delle tue vasana, devi semplicemente renderti conto che non sono le tue vasana in primo luogo. La mente, il contenitore di tutti i desideri e le inclinazioni, è un oggetto irreale e transitorio. E non sei tu, coscienza-esistenza, che è sempre libera dalla mente e da tutti i suoi vasana. Quindi, per terminare il samsara, smetti di identificarti con la mente.

Per essere chiari, lavorare sulla mente per liberarla dal desiderio eccessivo e dalle inclinazioni negative è uno sforzo molto costruttivo, che è un passo preparatorio essenziale sul sentiero spirituale. Ma non equivale all'auto-conoscenza (moksha-liberazione) che è dis-identificazione con la mente in generale.

Almeno ti risparmio lo sforzo di stare seduta 60 giorni in meditazione (magari era quello che avevi in mente). E l'orgoglio che ne deriva nel caso tu riuscissi nell'impresa.
Secondo me una persona che scrive su un FORUM (questo non è un sito) dedicato alla testimonianza del vedanta nella tradizione di Shankara, deve sentirsi accolta quando testimonia la propria visione collegata a un darshana tradizionale brahmanico in quanto sappiamo benissimo che la Realtà assoluta può essere colta solo col proprio "unico" punto di vista, ma attraverso qualsiasi cammino che appartenga alla Tradizione, così come testimoniata dai conoscitori-veggenti che hanno alimentato quel particolare ramo dell'Albero su cui ci stiamo arrampicando (da anni).

La conoscenza e la testimonianza nei vari darshana non dovrebbe essere vista in contrapposizione, ma riconosciuta come un colore nel bianco, così come emerge attraverso le diverse testimonianze, se le sento vere "per me" e "vive in me".

Di conseguenza lavorare sulle vasana oppure focalizzarsi su yama e nyama: cose da fare e da non fare, astensioni e osservanze secondo il rajayoga di Patanjali, è irrilevante in quanto entrambe richiedono la messa in atto di distacco e discriminazione, oltre che di "virtù" quali la calma, la moderazione, la forza d'animo o ardente anelito alla liberazione, la conoscenza delle scritture sacre, e la fede nell'Essere imperituro, nel Tat.

Inoltre un ricercatore del vedanta cercherà di controllare la propria mente, consapevole del vorticare dei pensieri proprio come gli yogi.
Si asterrà dalla contrapposizione e mostrerà benevolenza verso ogni creatura (ahimsa: non violenza), cercherà di conoscere e testimoniare sè stesso in sincerità [satya: verità], non cercherà riconoscimenti o vantaggi dalla sua testimonianza comportandosi con onestà e rigore morale [asteya: probità], rimarrà nello stadio di vita in cui si trova, ove rinunciante [brahmacarya] governerà pienamente i sensi e il desiderio, anche carnale, testimonierà senza aspettarsi nulla in cambio [aparigraha: assenza di cupidigia].

Vediamo come i darshana possano armoniosamente intrecciarsi e risuonare come note accordate.

ortica
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da ortica » 07/02/2019, 20:06

latriplice ha scritto:
07/02/2019, 15:17
ortica ha scritto:
07/02/2019, 11:47
latriplice ha scritto:
06/02/2019, 19:58
Viviana ha scritto:

abbiamo già più e più volte discorso di quanto Yama e Nyama siano le basi imprescindibili del nostro cammino, ciò di cui però non mi ero resa conto era fino a che punto lo fossero; fino a che punto il loro sviluppo e il nostro stabilizzarci in esse fossero fondamentali per purificare la nostra mente dalle più grossolane contaminazioni, talmente fondamentali da rendere, in loro assenza, quasi impossibile riuscire a raccogliere e introvertire l’attenzione x poterci (anche solo minimamente) stabilizzare nella concentrazione atta alla pura autosservazione.
Sono sempre più convinto che questo sito dovrebbe chiamarsi yoga.it piuttosto che vedanta.it.

Le tue vasana sono la tua collezione personale di desideri e inclinazioni mentali. Samsara, in senso generale, è il mondo. Ma più specificamente significa il ciclo quotidiano di identificazione con gli oggetti (in particolare il corpo-mente) e la sofferenza causata dal tentativo di ottenere o mantenere gli oggetti desiderati evitando o eliminando oggetti indesiderati. Se ci pensi, il tuo mondo personale è composto da oltre a quello che vuoi, da quello che non vuoi e come sei incline ad ottenere quello che vuoi o ad evitare quello che non vuoi. In questo senso, le tue vasana o quello che definisci grossolane contaminazioni sono in effetti samsara.

Sapendo questo, sembra ragionevole tentare di sfuggire al samsara rinunciando o distruggendo le vasana. Ma questo metodo non funzionerà. Perché anche se puoi ottenere una significativa riduzione del desiderio e un drastico cambiamento nelle tue inclinazioni personali, a meno che il corpo-mente non sia morto, non c'è fine ai tuoi desideri e al condizionamento mentale. Quindi non c'è fine al tuo samsara. Pertanto è necessario un approccio diverso.

Il vedanta dice che per sfuggire al samsara delle tue vasana, devi semplicemente renderti conto che non sono le tue vasana in primo luogo. La mente, il contenitore di tutti i desideri e le inclinazioni, è un oggetto irreale e transitorio. E non sei tu, coscienza-esistenza, che è sempre libera dalla mente e da tutti i suoi vasana. Quindi, per terminare il samsara, smetti di identificarti con la mente.

Per essere chiari, lavorare sulla mente per liberarla dal desiderio eccessivo e dalle inclinazioni negative è uno sforzo molto costruttivo, che è un passo preparatorio essenziale sul sentiero spirituale. Ma non equivale all'auto-conoscenza (moksha-liberazione) che è dis-identificazione con la mente in generale.

Almeno ti risparmio lo sforzo di stare seduta 60 giorni in meditazione (magari era quello che avevi in mente). E l'orgoglio che ne deriva nel caso tu riuscissi nell'impresa.

Poiché per dialogare correttamente è necessario preliminarmente intendersi sul linguaggio utilizzato, ti chiederei cortesemente di definire i seguenti termini:
yoga
vedanta
vasana
samsara.

Grazie.
Darsana: il termine si applica particolarmente alle sei scuole ortodosse della filosofia indu' (tra le quali yoga e vedanta), considerate non come sistemi ma come prospettazioni o visioni particolari in riferimento alla Sruti.

Yoga: "unione". Darsana che si propone di conseguire la Realizzazione spirituale mediante la pratica di un insieme di discipline psicofisiche.

Vedanta: "compimento dei Veda"; è uno dei sei darsana.

Advaita: Vedanta non dualista; darsana metafisico che trascende il dualismo e il monismo.

Vasana: sensazione, impressione. Ricordi subcoscienti, latenze subliminali.

Samskara: impressioni e disposizioni provocate dal karma accumulato. Residui "semi" subconsci.

Samsara: corso dell'indefinita successione di vita-morte-rinascita, al quale pone fine la Liberazione.

Grazie, latriplice.
Attenendomi solo ai quattro termini di cui ti ho chiesto (yoga, vasana, samsara, Vedanta), ti propongo un ampliamento di alcune delle definizioni proposte, tratto dal Glossario sanscrito edito dall'Asram Vidya:

yoga: unione", "reintegrazione", "fusione completa". Genericamente la reintegrazione dell'individuale nell'universale, del relativo (jiva) nell'Assoluto (Atman): quindi esprime uno stato in cui sparisce ogni nozione di dualismo e di differenza, ossia un'"unità". Designa anche i mezzi, o la sadhana, idonei a realizzare l'unione col Divino. Ci sono vari tipi di yoga: Hatha-, Bhakti-, Karma-, Jnana-, Asparsa-. Altri rami sono: Mantra-, lo yoga basato sulle sacre formule verbali; Laya-, lo yoga dell'assorbimento coscienziale nei singoli centri (chakra o padma); Sabda-, lo yoga del suono; Tantra-, lo yoga dell'esperienza diretta.

vasana: "impressioni" mentali subcoscienti indotte dall'esperienza, dall'azione, dal pensiero, o provenienti da epoche indefinite del passato attraverso il karma accumulato; contenuto di citta pronto a emergere e svilupparsi; semi potenziali espressivi; "solchi" nella sostanza mentale, i quali la caratterizzano e limitano. Costituiscono veri e propri semi (samskara) di pensiero, espressione, azione, quindi di rinascita. Formano ciò che impulsa l'essere ad agire.

Vedanta: il compimento dei Veda. È uno dei sei darshana denominato anche Uttara Mimansa. Ha tre correnti: 1) Vedanta Advaita (non dualismo) codificatore Shankaracharya; 2) Vishisthadvaita, anche Dvaitadvaita o Bhedabheda (monismo mitigato o qualificato), codificatore Ramanuja; Dvaitavedanta (dualismo), codificatore Madhva.

Questo forum, come sai, è indirizzato alla visione di Shankara.


Possiamo concordare su queste definizioni?


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Fedro
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da Fedro » 09/02/2019, 7:57

latriplice ha scritto:
08/02/2019, 13:31
Concordo.
E questo?
smetti di identificarti con la mente

ortica
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da ortica » 09/02/2019, 11:38

Bene, sgombrato il campo da possibili incomprensioni terminologiche, possiamo forse procedere nel merito.

Se teniamo presente il significato del termine 'yoga' nel senso concordato di "mezzi, o sadhana, idonei a realizzare l'unione col Divino", dunque anche di metodo e strumento di purificazione della mente intesa nel senso di citta, ci accorgiamo che questo metodo può e deve essere il più idoneo alle caratteristiche personali di ciascun aspirante
Ciò significa anche che nessun metodo può essere rigettato a priori, nè è dato contestare o criticare la sadhana altrui, in primo luogo perché si tratterebbe di una perdita di tempo ed energia e anche perché tale sadhana è la più adatta a quella singola persona che non siamo noi.
Inoltre il metodo o strumento non deve necessariamente essere orientale, se solo osserviamo che Giovanni Vannucci, sacerdote cattolico servita, ha denominato la tecnica dell'esicasmo 'lo joga (si noti il cambiamento di inizale) cristiano'.
La questione essenziale è che si tenga ben presente che esclusivamente di strumento di tratta, da lasciar andare una volta arrivato il momento.
Tale consapevolezza eviterà quella sorta di orgoglio, o narcisismo spirituale, di cui la triplice ha fatto cenno nella sua risposta.

In questo thread ci troviamo di fronte alla testimonianza di un'esperienza personale, nella quale vengono indicati alcuni punti critici e suggeriti dei possibili rimedi atti a superarli.
Ciò può essere utile, come sempre avviene per le reali testimonianze, ad altri aspiranti che parimenti si sono trovati - o si troveranno - di fronte agli stessi punti critici. È questa l'essenza e lo scopo di un forum come questo.
Nella testimonianza in questione i rimedi sono inquadrati fra le osservanze e astinenze declinate nello yoga darshana, ovvero Yama e Niyama.
Possiamo legittimamente sostenere che ciò non è in linea con il metodo vedantico così come testimoniato da Shankaracharya?
A mio avviso no, poiché in ogni testo shankariano - senza eccezione - viene indicata fermamente la necessità propedeutica della purificazione della mente e i metodi suggeriti dal maestro sono sostanzialmente gli stessi dello yoga darshana, seppure in termini diversi, come ha già rilevato cielo nel suo post.

A questo punto tu, la triplice, potresti osservare come - in realtà - non necessiti alcuna sadhana, alcuna purificazione, alcuna soluzione delle vasana, in quanto "siamo già Quello" ed è sufficiente vederlo per esserlo.
Si, è possibile.
Ma ti prego di prendere in considerazione l'eventualità che, se ad alcuni esseri è dato di entrare nella sala centrale della casa dalla porta principale, per altri - come me, ad esempio - il percorso è più tortuoso e sarà necessario accedervi usando la porta posteriore o le scale di servizio o, perfino, le cantine o il sottoscala.

Le sue labbra [si sta parlando di Ramakrishna] non pronunziarono la minima parola che potesse condannare una qualunque religione, per quanto grossolana o irrazionale la si potesse credere. Egli non credeva che tale fede, oppure tal’altra, fossero vere a seconda dei punti di vista; per lui tutte le religioni erano dei mezzi capaci di condurre i propri fedeli, con gusti e temperamenti diversi, verso lo stesso ideale di perfezione. Anni prima, il giovane Narendra, da zelante neofita, aveva condannato, in presenza del suo Maestro, una discutibile setta che consigliava delle pratiche immorali in nome della religione, e Ramakrishna lo aveva gentilmente ripreso dicendogli : "Perché critichi queste persone? Anche il loro sentiero porta, alla fine, a Dio. Vi sono molte porte attraverso le quali si entra in una casa. Gli spazzini entrano da quella retrostante. Tu non sei obbligato a fare la stessa cosa".

Swami Nikilananda
Vivekananda, a biography
Ramakrishna-Vivekananda Center of New York

traduzione italiana in Ramakrishna Mission Italia


Come spesso ci diceva il nostro riferimento, Premadharma, se per spaccare una pietra sono necessari 108 colpi e un tagliapietre la spacca usandone uno solo, significa semplicemente che gli altri 107 colpi sono stati dati in altro talquando.
Lascia, dunque, se puoi, che ciascuno utilizzando lo strumento che gli è più congeniale dia i colpi che gli sono necessari.

latriplice
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da latriplice » 09/02/2019, 14:19

Fedro ha scritto:
09/02/2019, 7:57
latriplice ha scritto:
08/02/2019, 13:31
Concordo.
E questo?
smetti di identificarti con la mente
?

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Fedro
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da Fedro » 09/02/2019, 14:25

latriplice ha scritto:
09/02/2019, 14:19
Fedro ha scritto:
09/02/2019, 7:57
latriplice ha scritto:
08/02/2019, 13:31
Concordo.
E questo?
smetti di identificarti con la mente
?
Sì ti chiedevo che pratica fosse, visto che la consigliavi

cielo
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da cielo » 09/02/2019, 16:58

Fedro ha scritto:
09/02/2019, 14:25
latriplice ha scritto:
09/02/2019, 14:19
Fedro ha scritto:
09/02/2019, 7:57
latriplice ha scritto:
08/02/2019, 13:31
Concordo.
E questo?
smetti di identificarti con la mente
?
Sì ti chiedevo che pratica fosse, visto che la consigliavi
Non capisco, perchè non avrebbe dovuto dire: "smetti di identificarti con la mente"?
Io, forse perchè collocata in contenitore femminile, più attento alle sfumature e meno diretto nel "colpo", avrei detto: "smetti-amo di identificarci con la mente", ma addirittura chiedere sul tipo di pratica, non ci arrivo alla quintessenza della tua domanda.
Non conosci la pratica? Nopn osservi mai la tua mente? Autoindagine.

Per il resto l'identificazione con la mente, e penso che anche Latriplice lo sappia, è costante, si annulla solo nel sonno profondo, prosegue nello stato di sogno creando interi mondi e gli abitanti. Nel sogni a volte la mente mostra una particolare creatività, arreda case, interagisce misteriosamente con persone con cui nella veglia ha contatti informali, ne combina di tutti i colori. Sogna vagabondando nel samsara, grossolano o sottile poco rileva.

Quindi, secondo me, la vera pratica è essere consapevoli che anche l'osservatore che osserva la mente è irreale, funzionale all'atto creativo della mente stessa.
Per disintegrare entrambi, l'osservatore e l'osservato, mi assesto sulla semplice pratica del So ham, mi aiuta.

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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da Fedro » 09/02/2019, 18:54

cielo ha scritto:
09/02/2019, 16:58

Non capisco, perchè non avrebbe dovuto dire: "smetti di identificarti con la mente"?
Io, forse perchè collocata in contenitore femminile, più attento alle sfumature e meno diretto nel "colpo", avrei detto: "smetti-amo di identificarci con la mente", ma addirittura chiedere sul tipo di pratica, non ci arrivo alla quintessenza della tua domanda.
Non conosci la pratica? Nopn osservi mai la tua mente? Autoindagine.

Per il resto l'identificazione con la mente, e penso che anche Latriplice lo sappia, è costante, si annulla solo nel sonno profondo, prosegue nello stato di sogno creando interi mondi e gli abitanti. Nel sogni a volte la mente mostra una particolare creatività, arreda case, interagisce misteriosamente con persone con cui nella veglia ha contatti informali, ne combina di tutti i colori. Sogna vagabondando nel samsara, grossolano o sottile poco rileva.

Quindi, secondo me, la vera pratica è essere consapevoli che anche l'osservatore che osserva la mente è irreale, funzionale all'atto creativo della mente stessa.
Per disintegrare entrambi, l'osservatore e l'osservato, mi assesto sulla semplice pratica del So ham, mi aiuta.
non credo che, se a una ruota che scende a valle le dico di fermarsi, possa farlo.
Eventualmente, posso invece notare che, se non imprimo nuova forza, questa rallenti; magari si ferma pure:
ma è un effetto della pratica del non spingere più la ruota, non la pratica stessa.
Nel nostro caso (della mente) non spingere equivale all'autosservazione, come tu stessa dici, che eventualmente porta ad un distacco dalla ruota e dal suo moto (disidentificazione): quindi è questa la pratica.
Trovo sia fuorviante, sopratutto da porgere ad un neofita della pratica, esortare a fermare la ruota.
Magari dirai che è una questione di lana caprina..che basta capirsi...per me non è così, per questo preferivo si chiarisse.

viviana
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da viviana » 09/02/2019, 23:38

Premesso che ti ringrazio di cuore perchè mi hai dato l'opportunità di riprendere i testi della Tradizione che per qualche motivo non riuscivo a riprendere in mano, premesso che non penso sia utile ne' interessante ripetere cio' che piu' e piu' volte ho lungamente espresso, proverò ad utilizzare le parole di chi ci ha indicato il cammino proprio della Tradizione, forse in qs modo, ti sarà più semplice accogliere ciò che è stato esposto, non come verità ultima ma come possibilità fra tante.

Ho letto velocemente (cattiva connessione) le risposte di tutti e concordo, trovo concretamente chiara la sintetica metafora della ruota fatta da Fedro: ad un neofita non serve continuare a sentirselo ripetere, deve poter arrivare a viverlo stabilmente.

Ma torniamo alla nostra querelle:
lo Yoga (come ci ricordava anche Ortica) è la ricongiunzione tra la coscienza dell’Io e l’origine della coscienza… il percepirlo come qualcosa di avulso alla Tradizione dell’Adavaita Vedanta è x me incomprensibile, non vi è un unico strumento valido, le vie sono molte ma il cammino è unico.

Dallo Yogadarsana di Patanjali a cura di Raphael:

“lo yoga è la scienza del Conoscersi per Essere, è il riportarsi alla propria Essenza”

“il samadhi conosce per via diretta “cio’ che è”; coscienza, soggetto, oggetto e conoscenza divengono unità, fenomeno e noumeno vengono integrati”

“mediante le sue esperienze, l’uomo, imprime nella sua aura molteplici impressioni samkara, le quali si solidificano fino a rappresentare il suo corpo causale.”

“sottovalutare la potenza dei guna significa trovarsi di fronte all’insuccesso”

“l’energia segue il pensiero” “Conoscere è Essere”

“Occorre predisporsi e perseverare, rieducare la sostanza, plasmare la prakrti.
Le 10 qualificazioni yama-niyama vanno sviluppate fino al massimo grado per riplasmare la prakrti e riorientare la coscienza riflessa verso posizioni che rispondano alla vidya.”

Cosa e in quale modo quanto espresso non appartiene ai Vedanta?

Forse un’angolazione diversa, il leggere quanto espresso da altri rami della Tradizione stessa può essere funzonale ad orientare diversamente la propria attenzione?

Platone:
“Ma io non ritengo che una discussione su questi argomenti possa essere un bene per gli uomini, se non per quei pochi che sono capaci, dopo poche indicazioni, di trovare da soli la verità; degli altri, alcuni si gonfierebbero di un ingiustificato disprezzo, ciò non è bene, altri di una superbia e vuota fiducia, come se avessero appreso qualcosa di sublime”

Plotino:
“Il magistero non va oltre questo limite di additare cioè la via e il viaggio: ma la visione è già tutta un’opera personale di colui che ha voluto contemplare”

“… l’essenza del platonismo sostiene che verace conoscenza è quella che si ottiene nel volgersi non già verso l’esterno, ma verso l’interno, nel più profondo dell’animo e che il bene verace si consegue con la rinuncia ai piaceri terreni, la fuga dal mondo (sensoriale) e l’aspirazione alla morte (dell’io empirico)….
La “seconda navigazione” non puo’ essere compresa lasciandosi guidare dalla mente sensibile, la quale offre solo opinioni, ma dalla mente noetica”.

da "Iniziazione alla filosofia di Platone", a cura di Raphael.

Latriplice, le tue affermazioni sembrano manifestare una svalutazione, una non com-prensione, un approccio che, a mio parere, non aderisce propriamente alla visione non-duale perchè esclude a priori ciò che non conosci, o meglio, ciò che non ri-conosci, esclude a priori, non integra, non accoglie. Se cosi' non fosse, se fossi un liberato in vita che ha risolto le proprie contaminazioni mentali, non avresti scritto cio' che hai scritto nel modo in cui l’hai scritto e riscritto più e più volte.

Ed è per questo che penso (anche se non mi riguarda ,e perdona la mia misera espressione) che tu non sia un liberato in vita, penso ce tu aderisca a qs dimensione,che tu sia radicato in qs mondo, confuso dall’ignoranza che “ci ancora e ci manifesta in qs dimensione”; come tutti noi.
____________________________________________________________________________________________________________________________________
Il vedanta dice che per sfuggire al samsara delle tue vasana, devi semplicemente renderti conto che non sono le tue vasana in primo luogo.
____________________________________________________________________________________________________________________________________

Caro Latriplice il Vedanta, per quanto limitatamente lo comprendo, non parla di sfuggire alle vasana o di distruggerle x il semplice fatto che non e' possibile farlo, qs involucro grossolano appartiene a qs mondo, si manifesta proprio xché “fondato in esse”.. però abbiammo la possibilità di risolverle, in noi risiedono, latenti, le qualifiche atte a risolvere le ns contaminazioni mentali, i ns sankara.

“Purificazione e rinuncia” oltre ad essere riflesso delle Leggi universali cui tutti noi volente o nolente sottostiamo o dovremo e vorremo aderire, sono base imprenscindibile atta a porci nell’appropriato stato vibrazionale consono all’autoindagine;
senza purificazione della mente ordinaria e rinuncia (e non importa quale sia il mezzo) non vi è possibilità di autoindagine
e senza possibilità di equanime autoindagine non vi è possibilità di plasmare la prakrti fino a che qs arrivi a riorientare la coscienza verso la vidya.

E non a caso è consigliabile cercare di non radicarsi in svalutazioni di ciò che non com-prendiamo:

“Conosci te stesso, nulla di eccessivo”

come ben sai e' l’invito alla moderazione e all’indagine presente sul frontone del tempio di Apollo a Delfi.

L‘autocontenimento è fondamentale ai fini della Conoscenza.

Così come:

“Dì un po’:
com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo,
come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?”

Pallada, poeta di Alessandria d’Egitto del IV secolo d.C.

E se quanto ho scritto, quanto offerto dall’utimo conosciuto Buddha, non risuona in te forse, parlando di brama (poichè è di attaccamento che stiamo parlando), potrebbe farlo quanto offerto da Raphael ne “La triplice Via del Fuoco”:

“L’attività di un individuo comune è costituita da reazioni che sono espressioni della sua particolare costituzione individuata. Egli è un “io” contornato da oggetti-eventi gradevoli o sgradevoli, attrattivi o repulsivi, e l’agire è in funzione dei suoi desideri, delle sue paure e del suo passato. Così, tutte le sue reazioni sono false, parziali, inadeguate perché basate sul fondamento egoico che è quello della separatività.
Il perfetto Realizzato accede allo stato di senza-io, di senza-desiderio, dove tutti i fuochi reattivi spariscono, ciò determina un tipo di azione impersonale, spontanea, innocente e genuina”.

E tornando alle amate Upanisad sempre a cura di Raphael:

" il desiderio e' la tensione che segue a una scissione, a un'apparente separazione del soggetto dall'oggetto"

"I guna determinano il destino dell'essere secondo che essi siano direzionati dal jiva o dall'ahamkhara"

" il fine e' sempre quello di trascendere lo spazio desa, il tempo kala e la causa mimitta"

“La conoscenza infine, per quanto vi sia pensiero e discriminazione, avviene non più mediante l’analisi logica e concettuale, come in visiva, ma per una sorta di “sensibilità vibrazionale” verso l’oggetto.
E’ la ricettività psichica di un ente verso l’altro; e, secondo la più o meno ampia capacità di risposta, un ente percepisce l’ambiente e gli enti circostanti; è l’ottava inferiore dell’intuizione superconscia della buddhi; infatti nello stato superiore di taijasa la conoscenza è l’effetto del discernimento intuitivo, è conoscenza di archetiipi-noumeni più che di fenomeni.
In prajna, poi, come si vedrà, si ha una conoscenza d’identità perfetta perchè il soggetto e l’oggetto coincidono”

“comprendere la propria autentica natura, con tutte le illimitate possibilità, è “vibrare” prajna”

“c’è da aggiungere anche questo: l’ente, in quanto io-ahamkara, crede, anzi ha la certezza che sia lui a muovere il pensiero, a creare idee, concetti, ecc. invece sono i veicoli-guna che lo sospingono a muoversi, così da considerarsi ciò che non è…"

“L’autentico risveglio avviene quando senza “uccidere” i veicoli-guna, che appartengono alla prakrti, l’ente perviene a essere padrone di qs fattori che, in ultima analisi, non sono; quando ancora, è lui a decidere se pensare o non pensare, se muoversi o essere ciò che è.
Per quanto la forza dei guna-veicolo sia oltremodo potente, puo’ sembrare strano che qs sua potenza possa essere neutralizzata col semplice rimanere fermi in se stessi, con se stessi e per se stessi, riconquistando la propria Unità, di là dalle ombre che oscurano e velano colui che da sempre giace sul Trono dell’eternità.”


Il punto non e' sfuggire le vasana o distruggerle... il punto e' risolverle, com-prenderle.
La via Tradizionale, quale che sia il ramo a noi più funzionale, non e' una via di opposizione ma di comprensione,
ed è neccessario purificare la mente (anche tramite la rinuncia) x “essere in grado di accogliere e integrare.”
Purificazione e riuncia non sono scelte arbitrarie, quello che tu definisci con leggerezza “un passo preparatorio”, x quanto mi riguarda, è ciò che ci è possibile anelare a raggiungere (seppur solo parzialmente) in qs vita:
è la base imprenscindibile e dev’essere solida e stabile per poter “Iniziare” il cammino.

In qs vita, ultimamente, ho avuto la Grazia di poter conoscere un Iniziato, una persona che viveva saldamente in piena armonia con Leggi Universali, un sant’uomo, nel vero senso della parola, un piccolo prete che aveva fatto della via devozionale la sua vita.
L’ho conosciuto per poco tempo e poco prima che abbandonasse l’involucro materiale, grazie a qs Grazia ho avuto l’opportunità di essere testimone di quale infinita fonte di armonia, amore e saggezza possa sgorgare da un singolo “semplice” piccolo uomo.

Don Leo è rappresentazione delle Leggi Universali.
Lo scintillio del suo amorevole sguardo, la dolcezza della sua voce, la completa, totale e instancabile dedizione al servizio, il suo sconfinato amore per il prossimo e la sua assoluta fede, non potevano non toccare il cuore di ciascun essere vivente che incrociasse il suo cammino.
La prima volta che l’ho sentito parlare era in chiesa, la leucemia non era ancora comparsa, nella predica domenicale stava spiegando a questa piccola comunità di “muntagnin”, quanto la saggezza degli antichi greci avesse plasmato la nostra cultura.. perchè loro già sapevano… loro già conoscevano Dio…

Persino in punto di morte, dopo mesi e mesi di enormi sofferenze, sorrideva, al servizio di chi piangendo disperatamente si avvicinava al suo capezzale:
“non piangete, siate lieti, io so dove vado, fate festa, io sono felice, vado da Gesù, siate lieti,
perdonate, perdonate, siate lieti, fate festa, io sono felice” Don Leo sorrideva alla sofferenza, accogliendo la morte dolcemente con gioia e gratitudine.

E se per te qs, l'essere fondati in Yama e Niyama, la santità, l’arrivare a vivere stabilmente in qs stato vibrazionale è una semplice fase preparatoria, non so proprio che dirti. Perchè, a mio avviso, un essere che aderisce a qs stato non puo’ non riconoscerne l’importanza, il fondamento.

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ti risparmio lo sforzo di stare seduta 60 giorni in meditazione (magari era quello che avevi in mente). E l'orgoglio che ne deriva nel caso tu riuscissi nell'impresa.
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La vedi la proiezione?
Davvero credi che qualcuno possa credere che star seduti sia un’impresa?
Davvero non comprendi la differenza fra il fine e il mezzo? Cosa c’entrano orgoglio e imprese? Ritirarsi e dedicarsi unicamente all’autosservazione è una necessità, nient’altro che necessità che talvolta, se si è fortunati, si riesce temporaneamente e parzialmente a soddisfare.

Dove tu proietti autoesaltazione e compiacimento non c’è che profonda sofferenza e disperazione.
Non riesci a comprendere la disperazione e lo sconforto che sorgono quando ci si rende conto che anche dopo decenni di pratica si arrivi ad una così flebile e discontinua concentrazione? Ad un così fragile Samadhi?
Hai presente “la storia infinita”? E’ “il Nulla” che arriva oscurando il cielo. Il Nulla...
Questo è sorto dalla mia mente ordinaria: la più profonda e buia disperazione, altro che imprese e orgoglio; trovo paradossale e quasi tragi-comico che possa esserti venuta in mente una cosa del genere.
E pur sapendo che non era al “risultato che dovevo guardare”, pur sapendo che non era che la mia mente ordinaria a voler riprendere il controllo estrovertendo l’attenzione, l’innegabile schock di qs “scoperta” è stato talmente grande da togliermi il sonno e ogni possibile concentrazione e serenità per due giorni e due notti. Ero persa tra i marosi.
In quel momento non comprendevo che non era al non raggiungimento di ciò che secondo le mie aspettative qs meditatori avrebbero dovuto raggiungere (e che di conseguenza, secondo la mia mente ordinaria, io stessa avrei forse potuto raggiungere un giorno) che dovevo guardare ma all'incredibile perseveranza e forza con cui continuavano comunque a praticare anno dopo anno, indipendentemente dallo stato cosccienziale in cui erano arrivati a stabilirsi.

Ma, fortunatamente, pian piano, le parole della Tradizione hanno iniziato a farsi sentire con sempre maggior veemenza:

"Si cerchi con estremo impegno di purificare la mente che, invero, e' il samsara stesso.
Si diventa cio' che si pensa. Qs e' l'eterno mistero."

latriplice
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Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da latriplice » 10/02/2019, 3:05

Hai presente “la storia infinita”? E’ “il Nulla” che arriva oscurando il cielo. Il Nulla...
La storia infinita appartiene a colui che del proprio racconto si alimenta. Libera di condividerne i contenuti ad infinitum. Sembra ormai che questa sia diventata la pratica consueta.

Nel frattempo tolgo il disturbo.

Per me i giochini e le prese in giro sono finiti da tempo.

Si diventa ciò che si pensa (o che ci si racconta), questo è l'eterno mistero.

viviana
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Iscritto il: 27/04/2018, 20:55

Re: E fra tante tentazioni, un memorandum: retto sforzo e retta comprensione, Yama Nyama e retta osservazione

Messaggio da viviana » 10/02/2019, 9:24

Non comprendendo la mia mente, non posso sperare di comprendere la tua.
Non volevo in alcun modo ferirti, mi spiace averlo fatto, mi sono impegnata per cercare di risponderti in modo da arricchire il nostro dialogo non per chiuderlo. Non capisco in che modo possa averti preso in giro, nè quali siano i giochi a cui ti riferisci.
La fallacia della mia comunicazione, aggravata dallo scritto e dalla non possibilità di vedersi e leggersi reciprocamente (parlo di quanto comunica il corpo) è un dato di fatto e nonostante mi sforzi altrimenti, riesco spesso a “creare fratture” non volute.
La mia insensibilità/ottusità verso certe modalità espressive non mi permette di percepire la possibile sensibilità altrui.

Sempre più spesso penso che essendo una neofita forse sarebbe bene limitarmi al silenzio per qualche anno, almeno finchè non sarò in grado di agire sufficientemente la retta parola, almeno fino a quando sarò in grado di non provocare grande sofferenza agendola, spesso dando per scontato ciò che scontato non è.

Benchè, come affermava Plotino “la visione è già tutta un’opera personale di colui che ha voluto contemplare” e quindi ben sappiamo che qs sia in qlc modo “individuale” e proprio per questo in qlc modo incomprensibile per colui che non ne ha vissuto diretta esperienza, è cmq presente la necessità di condividerla con altri viandanti per diversi motivi e pulsioni.

Al contempo ciò che afferma Platone:
“Ma io non ritengo che una discussione su questi argomenti possa essere un bene per gli uomini... alcuni si gonfierebbero di un ingiustificato disprezzo, ciò non è bene, altri di una superbia e vuota fiducia, come se avessero appreso qualcosa di sublime”

Ci mostra quanto pericoloso possa essere avvicinarsi e discutere di argomenti non avendo le qualifiche necessarie a farlo.
Ma noi siam disperati, o meglio, (ed è meglio che inizi ad imparare a parlare pere me:) io son disperata e allora, nonostante il pericolo di alimentare le mie prese di posizione (manifestate in funzione dei sankara che mi agiscono) lo faccio lo stesso, perchè sento di necessitare di un faro, o quantomeno di un confronto con chi, prprio grazie ad una differente visione, ad una maggiore esperienza o ad una differente maturità, potrebbe permettermi, magari dopo un primo momento di “strappo” di vivere quello stesso gioco (Lila) alla luce di uno sguardo più ampio.

Benchè io non senta di provare e manifestare disprezzo so che potrei inconsapevolmente farlo ed esprimerlo, per quanto riguarda invece la superbia e la vuota fiducia purtroppo so di esserci dentro: è il mio modello comunicativo a riflettermelo e sono talmente indietro da vergognarmene ancora. Più che vuota fiducia, per quanto mi riguarda, trovo più consono il termine disperata ostinazione.

Cmq sia, sappi, se mai leggerai qs parole, che ogni cosa che affermo mi comprende, che quello che dico a te non esclude me, mai. “Io sono noi.”
Sappi che credo che il termine proiezione non sia un dispregiativo e che qs “movimento percettivo” sia necessariamente legato ad ognuno di noi, per quanto mi riguarda la proiezione è la falsata percezione che ognuno di noi agisce in base ai propri sankara.
Psicologicamente parlando per proiezione s’intende:
“un trasferimento inconscio dei propri elementi psichici su un oggetto esterno.
L’individuo vede in questo oggetto qualcosa che non c’è, o c’è solo in piccola parte.
Talvolta nell’oggetto non è presente nulla di ciò che viene proiettato.
Non sono soltanto le qualità negative di una persona a essere proiettate all’esterno, ma anche quelle positive. La proiezione di queste ultime genera una valutazione e ammirazione eccessive, illusorie e inadeguate dell’oggetto.
Ovviamente c’è sempre un “aggancio” che ci invita a compiere la proiezione: una particolare qualità degli altri attiva alcuni aspetti del nostro io che rivendicano la nostra attenzione.

Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a capire noi stessi. Carl Gustav Jung

Ciò che proiettiamo, se non lo possedessimo anche noi, non potremmo riconoscerlo nemmeno negli altri, infatti si riconosce solo ciò che si conosce”.

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