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Si raccomanda di tenere il forum libero da conflittualità e oscurità di ogni genere.
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Dialoghi con Premadharma

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cielo
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Dialoghi con Premadharma

Messaggio da cielo » 12/02/2017, 20:51

Dialogo con Premadharma - tratto da forum pitagorico 30/06/2014


D. È stato detto che "si ha più paura di perdere la propria individualità che della morte fisica"...
Forse perchè nella esperienza ordinaria le due cose appaiono coincidere...
Ma a parte ciò, concordo sulla paura di perdere la propria individualità, alzi la mano chi non l'ha!
O abbiamo tutti desiderio di una obnubilazione di sè? Io penso a cosa "ero" prima di essere nato, e tale stato mi mette i brividi.

R. Perché?

D. Perché, sempre in base all'esperienza ordinaria che io, in buona compagnia, vivo, non riesco ad immaginare "il nulla" che io ero prima di nascere.

R. Su quali basi inferisci e credi di essere stato "il nulla" prima di nascere?

D. Inferisco in base ai miei ricordi. Più mi allontano dal presente più il ricordo della consapevolezza di me si fa flebile. Ne convengo, dunque, (se preferisci, inferisco) che prima della mia nascita su questo livello di esistenza, non avevo alcuna consapevolezza di me (sempre che ci fosse un "me" di cui avere consapevolezza, a quel dato momento, cosa del tutto da provare).
Per esempio penso che se quello stato di pre-nascita è analogo al sonno profondo, è analogamente agghiacciante

Astante: Trovi agghiacciante una bella dormita?

D. Assimilavo lo stato di pre-nascita a quello di post-mortem.
Ora, puoi dire che "è stata una bella dormita" solo quando ti svegli e rientri nello stato ordinario di coscienza.
Se ciò non accade concepisco l’"esperienza" del sonno profondo come agghiacciante.

R. Prima hai parlato del "ricordo della consapevolezza di me", mi descrivi per favore questa esperienza? Non la conosco o non riesco ad identificarla.

D. Io sono (ora).
Mi ricordo che ieri e l'altro ieri potevo affermare lo stesso, e così a ritroso ma ad un certo punto questa asserzione non vale più nel passato.
Inferisco che vi sia una cesura, e la colloco nel tempo in cui io non ero neanche nelle intenzioni dei miei genitori.

R. Dove è la consapevolezza di te? Stai affermando che sei ora, quindi ti stai collocando nello spazio - tempo, non c'è alcuna consapevolezza di te (che è slegata dallo spazio tempo).

Tu stai ricordando una affermazione o la possibilità di affermazione. Stai legando sì due eventi mnemonici, ma senza alcuna consapevolezza di te, nemmeno discontinua.

Affermare io sono non è essere consapevoli. Stai affermando una tua esistenza perché c'è la percezione.

D. Dici:«Stai affermando una tua esistenza perché c'è la percezione», sì, è così, per quanto mi riguarda questa è la mia esperienza, tutto il resto, per me, è inferenza, come la possibilità che questa facoltà percipiente “di me” cessi con la morte, e il fatto che sia una inferenza non attenua la sensazione di disagio che questa eventualità mi procura.

R. Ok, stai parlando della coscienza corporea. Nel sogno non c'è alcuna coscienza corporea, né percezione. Eppure converrai che esisti.

D. Non parlo di coscienza corporea, ma di coscienza del me interiore.
In ogni caso, riguardo al sonno, il fatto che io "esista" nel sonno lo posso appurare solo quando sono sveglio. Nel sonno in sè non ho alcun ricordo di aver coscienza di esistere.
Per quanto concerne il sogno, tale coscienza c'è, ma c'è anche appercezione di sè, eccome.

R. Non riesco più a seguire il tuo discorso. Per poter proseguire occorre definire che cosa intendi per:

- me interiore
- coscienza del me interiore
- appercezione (Secondo Leibniz - percezione della percezione. Secondo Kant - Io penso)
- appercezione di sè
- sé (che appercepisci)

Le poni come esperienze diverse, diversificando fra un "me interiore" e un "sé"...

D. Non le pongo come esperienze diverse. Scusa, utilizzo termini inappropriati, ma mi spiego: il me interiore che percepisco è la coscienza che sento di essere, quindi direi è più l'"io penso" (me stesso) di Kant piuttosto che la percezione secondo Leibniz. Appercezione perchè non è semplice percezione quale quella corporea, ma qualcosa di più sottile.
Parlo di "me" perchè è la mia esperienza. Successivamente ho parlato di "appercezione di sè" perchè mi riferivo all'esperienza di sogno in generale, quindi il soggetto diventava impersonale, e perciè ho utilizzato il "sè", che è sempre il sè individuale, che nel mio caso è il "me", nel tuo caso lo definirei il "te" etc.

R. Purtroppo, se non si usano termini di cui si condivide il significato, è inutile ogni forma di dialogo.

Ad esempio se si definisse, come ha fatto prima un fratello, l'Assoluto come "ciò che non si conosce di sè" sarebbe un azzardo che poi porterebbe molte complicazioni successive.
In questi dialoghi cerchiamo di utilizzare un linguaggio filosofico accademico perché riscontrabile in testi condivisibili (dizionari filosofici) e anche perché permette facilmente le traduzioni con/da altre lingue.
Quindi ad esempio ne consegue che per Realtà vale la definizione di ciò che non cambia, che non è soggetto al divenire.
C'è poi la distinzione fra una Realtà Pura (Essere o Atman) intesa distinta dalla Realtà Assoluta (o Brahman), perché mentre la seconda è ab solutus, senza alcuna legame o collegamento, la prima è ancora definibile quale pura esistenza. Devo però ammettere che per questi termini non ho mai controllato a fondo l'etimologia, ma ne ho preso uso dai testi dell'Asram Vidya.
Riprendiamo. Prima dicevi:
Non parlo di coscienza corporea, ma di coscienza del me interiore. In ogni caso, riguardo al sonno, il fatto che io "esista" nel sonno lo posso appurare solo quando sono sveglio. Nel sonno in sè non ho alcun ricordo di aver coscienza di esistere. Per quanto concerne il sogno, tale coscienza c'è, ma c'è anche appercezione di sè, eccome.
Allora non capisco. Nella veglia, ti pensi, quindi hai coscienza di te. Nel sogno? Sostieni che è doppia (coscienza di me e appercezione di sé)?
Il che starebbe anche bene. Un aspirante anziano può vivere abitualmente i sogni consapevole di essere in uno stato di sogno.

D. Sui termini, bisogna pure dire che talvolta alcuni termini possono andare stretti o semplicemente non li si conosce. Ciò accade per l'italiano, che è la nostra lingua madre, tanto più per i termini del glossario dell'ashram vidya...
Detto ciò, dimmi tu come si può definire la percezione di sè (minuscolo) senza che essa sia necessariamente di natura corporea (per quello ho utilizzato il termine "appercezione").
In ogni caso lasciamo pure perdere il concetto di appercezione. È accettabile la definizione "coscienza di me"?
Allora, nella veglia ho coscienza (corporea) di me, ma in taluni momenti posso avere coscienza del "me" interiore, cosa che invece ho sempre nei sogni (coscienza di me non corporea).
Ora, queste esperienze le riconosco e quindi le prendo come vere, ma nel sonno profondo non posso dire altrettanto: non ho coscienza di me, nè corporea, nè incorporea. Difatti quando mi sveglio nulla posso dire di questa esperienza: obnubilazione totale.
Dunque, se lo stato pre nascita e post mortem è assimilabile al sonno profondo, per quanto è nella mia esperienza, la cosa non mi piace per niente, anzi mi agghiaccia.
Sono riuscito a spiegarmi?

R. Direi di no, allora, ho coscienza del corpo. Ma non ho alcuna coscienza di me. Ho coscienza delle emozioni. Ho coscienza dei pensieri. Ho coscienza della gioia. Non riesco a trovare alcun me di cui essere cosciente. D'altra parte come si potrebbe essere coscienti di sé... un occhio può vedere sé stesso? Una mano può afferrare sé stessa?

D. Va bene allora non sono cosciente di ciò che sono veramente, ma sono cosciente del mio corpo dei miei pensieri etc. Ci sto. Questo non elimina, anzi acuisce il fatto che nella mia esperienza, ciò di cui non sono cosciente (cioè il 'non so"), proprio perchè non ne sono cosciente è uno stato che non augurerei al mio peggior nemico.
Quale beatitudine vi è nell'"essere" senza esserne coscienti?
E perchè Ramana parla di beatitudine del Sé, ma solo quando riacquisisce coscienza di sè?

R. Il Vedanta afferma ( e con esso la testimonianza di tutti coloro che l'hanno verificato e dei vari altri rami tradizionali) che noi siamo proprio ciò che assiste le azioni del corpo, ai pensieri, etc. Questo quid che alcuni chiamano io sono, altri (in una fase iniziale) testimone, essente, mente, jivatman, jiva, essere umano, essere individuato, individuo, persona, etc.
Dell'essere non è possibile essere coscienti, in quanto la coscienza implica un soggetto, un oggetto e una relazione fra i due (qualcuno usa percipienza o percezione quando la relazione avviene attraverso i sensi, e coscienza quando invece appartiene al mondo interiore).

L'essente che sono può essere "liberato" dalle adesioni ai pensieri, dalla sovrapposizione sulle emozioni (paura, benessere, etc); riuscire ad essere centrati sull'io sono, senza distrazioni di sorta, senza adesioni, senza illusioni, etc. viene detta consapevolezza di sé. Gli aspiranti anziani affermano che questa consapevolezza può essere completamente introflessa e cade ogni percezione o coscienza di alterità, o contemporaneamente anche estroflessa (al momento non viene il termine più adatto) e quindi avere percezione e coscienza di alterità.

La maggioranza degli aspiranti necessita tempo per man mano riconoscere le adesioni e la coscienza interiore dei pensieri, emozioni, etc. E tale identificazione spaventa perché è una sorta di spoliazione dell'io che determina emozioni di paura, perché l'assenza di identificazioni, la presa di consapevolezza dell'essente viene vissuta come deserto, desolazione, vuoto, etc.

Ciò di cui non sei cosciente, quanto dici il "non so", è ciò che sei, il tuo punto di osservazione, il centro di ogni coscienza, consapevolezza, etc.

Parliamo di beatitudine. Della beatitudine siamo coscienti, in quanto nella testimonianza che ci danno i saggi o qualche aspirante anziano, nonché i vari rami tradizionali, essa viene considerata uno stato di coscienza, una guaina corporea, un vero e proprio involucro di cui l'ente ha coscienza-esperienza. In molti chiamano "io" l'insieme degli Stati di coscienza, ossia la coscienza e percezione dei vari involucri. Alcuni includono nell'io l'esperienza del corpo, ossia identificano sé stessi con il corpo.

Ramana e chiunque parla della beatitudine, non quando riprende consapevolezza di sé (in quanto quella non viene mai meno), ma quando riprende la coscienza corporea necessaria per percepire l'astante cui parlare e l'uso del corpo con cui parlare.

Esiste poi un altro stato chiamato sat-cit-ananda, Brahman, turiya, Realtà Assoluta, che è un definitivo assorbimento nell'essente. Ovviamente per parlarne occorre la coscienza corporea, anche se entriamo in un ambito dove le testimonianze sono rare e raramente riscontrabili nella vita degli aspiranti.

D .Quindi, la consapevolezza trascende anche la beatitudine, in quanto involucro.
Ora, che motivo c'è per un aspirante trascendere anche lo stato di beatitudine (che, essendo uno stato di coscienza, è esperibile dal soggetto individualizzato) per giungere ad una consapevolezza piena di.... niente?

R. Infatti Totapuri il guru di Ramakrishna dovette faticare a smuovere l'allievo dal piano dell'Ananda in cui contemplava la Madre Divina. Alcuni lo fanno per amore del guru o del lignaggio, altri non si fermano nemmeno sul piano dell'Ananda.

Considera che la consapevolezza o inseità o conoscenza del Sé è autobastevole in sé. Da qualche parte nel forum c'è l'esempio di onde singole, pelo dell'acqua e profondità come metafora delle diverse esperienze.

D. Quando parli di consapevolezza estroflessa ti riferisci alla ri-acquisizione della coscienza individualizzata? A questo livello si può tornare a parlare di beatitudine, credo.

R. A quel punto si può parlare di coscienza puntuale, perché non si individualizza più. Si ripristina la coscienza degli involucri, ma senza più adesioni, sovrapposizioni, etc. se non fittizie o finte. Si ha come una corda incenerita che conservi la struttura apparente ma non la forza o la possibilità di legare o cingere. Poi dipende sin dove si svolge il processo di bilanciamento degli involucri e relativo utilizzo.

D. Perchè non si dovrebbe immaginare questo come step finale? Perchè alcuni aspiranti preferiscono questo stato ? Posso comprenderli...
Mi sai fare un esempio di chi, invece, tra i maestri, è rimasto allo stato indifferenziato in vita

R. Dicono i diversi yogi che sono morti in nirvikalpa samadhi. Un altro esempio è di quei Maestri che non si riescono a commensurare con le necessità degli astanti, a parte i perecottari di "Sei già quello, non c'è bisogno di alcuno sforzo, paga il satsanga!"

D. Grazie. Un'ultima cosa, mi domando come sia possibile passare dallo stato di consapevolezza a quello di coscienza puntuale? Chi o cosa riporta il (realizzato?) allo stato puntuale? Non vi è il rischio di rimanere inviluppato nella vacuità? Per quello parlavo di buco nero.

R. Intrappolati nella vacuità? No. Primo perché chi vive tale stato non la sente come tale, secondo perché l'essere tende naturalmente a manifestare la molteplicità. Però osservando vediamo che Ramakrishna sceglie un piano di esistenza alto (entrava spessissimo in samadhi contemplativi), mentre Ramana sceglie il piano consueto. Entrambi mantengono inalterata la consapevolezza del Sé.

D. E poi volevo capire dopo la morte. Con il disfacimento degli involucri, cosa sorreggerà la coscienza puntuale?

R. Nulla. Ramana cercò proprio di lasciarla. Considera che dicono che i vari involucri necessitino tempo per dissolversi.

D. In base a quanto hai appena detto, perlomeno fino a quando permangono le guaine, si può "essere" mantenendo la coscienza (puntuale) di "essere"?

R. Quando parlo di coscienza "puntuale" sono termini arbitrari perché non li si è trovati in letteratura. Il termine lo si è adottato perché il centro di percezione può anche essere diffuso, distribuito, particellare, etc., nel caso dell'essere individuato è, sì, puntuale ma immaginato proprio in un non ben identificato "io" a sua volta formato proprio da aspetti percepiti (corpo fisico, pensieri, emozioni, etc), quindi è autoevidente che esso non può essere il soggetto percettivo essendo costituito da oggetti percepiti. Parlando con esseri stimati realizzati (con ampia significazione del termine), essi sembrano il più delle volte mantenere entro i limiti della persona il centro percettivo.
Non ricordo le parole precise di Ramana, ma sembra di ricordare che quando decise in un certo momento di lasciare il corpo, accennò ad una sorta di immersione nella natura. Ma è meglio verificare.

cielo
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Essenza

Messaggio da cielo » 01/03/2017, 20:03

Il passar del viandante

lascia tracce per chi le vuole seguire.

Egli narra degli usignoli e del sole nero.

Tutti amano ascoltare,

ma pochi ne seguono le tracce per poter vedere.

Premadharma, 27/10/2008 [Forum pitagorico - Karesansui]


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Re: Dialoghi con Premadharma

Messaggio da Fedro » 16/09/2017, 7:39

SADHANA VEDANTA
DIALOGO

R. Non confondere le istruzioni dirette date a chi si trova sul baratro del vuoto, con la visione di chi ha superato ogni vuoto.

D. Potresti fare degli esempi di chi si trova sul baratro e di chi lo ha superato? E la dimensione soggettiva, personale, quale ruolo assume nei due casi?

R. La volgarizzazione dell'insegnamento un tempo riservato agli anacoreti e poi ai monaci erranti (samnyasin) ha reso accessibili ai più informazioni riservate a chi le necessita nel momento in cui vanno applicate. Tiri fuori la chiave dalla tasca e la usi nel momento in cui devi aprire la porta, così è per certe istruzioni, praticarle vanamente a vuoto per anni non serve. La maggioranza di queste informazioni un tempo erano mnemoniche e passate di maestro in discepolo, quale memento e traccia. C'era poi la navigazione a vista ossia le istruzioni specifiche alle conseguenze della sadhana. Molte di queste non sono state mai pubblicate e probabilmente mai lo saranno poiché vengono date verbalmente ai quei pochissimi che le necessitano, e costoro proprio perché le necessitano sono qualificati e pertanto mai le daranno sino a quando non troveranno altri che le necessitano. Il necessitarle o qualificazione è data dall'essere sull'orlo del baratro.

Oggi le informazioni disponibili concernono solo i manuali mnemonici solitamente destinati a chi non ha più alcun interesse per la vita sociale e mondana. Questo non significa che il Vedanta Advaita è destinato solo a costoro, ma che quelle pratiche descritte (asparsa vada) sono destinate solo a costoro.

L'Advaita Vedanta nel suo insieme si appoggia come sadhana all'ajati vada (pratica della non generazione [di nuove cause]). E l'ajati vada viene praticato attraverso il karma vada (con tutte le sue accezioni nel grossolano denso, dalle posture, alle respirazioni, ai riti, ai mantra, ai suoni, etc.), il bhakti vada, lo jnana vada, l'asparsa vada.

Da qui le credenze sull'illusorietà del mondo, sul suo abbandono, etc.: le maggiori informazioni disponibili sono l'interpretazione corrotta di insegnamenti destinati a quei pochi in grado di realizzarli.

Chi invece ha già superato ogni baratro e ogni vuoto, mostra a ciascuno il percorso più adatto (alla fine tutti sono una combinazione più o meno variata e combinata di karma, bhakti e jnana yoga) in funzione della aderenza ai diversi piani esistenziali di ciascun aspirante.

Il Vedanta Advaita si pone oltre ogni contrapposizione ed è oltremodo risibile osservare come in molti si affannino a contrapporsi ad un qualcosa che non solo non comprendono ma non è nemmeno concepibile dalla mente empirica.
E' oltre ogni contrapposizione perché la parte finale, l'asparsa vada diviene disponibile solo quando l'ajati vada viene a concludersi: i vari piani esistenziali sono stati armonizzati nella risoluzione delle causalità (attraverso i vari yoga) ed è possibile fare il salto coscienziale di pura consapevolezza.

Premadharma
Dialogo privato

(Pubblicato il 16/9/2016 sulla pagina facebook de I Pitagorici)

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Re: Dialoghi con Premadharma

Messaggio da Fedro » 19/01/2018, 7:28

"Ogni bicchiere è misura di sé stesso.

Non è un problema la Verità, Essa è sempre presente. E' la mancanza di apertura ad essa solitamente a mancare.

E' la domanda, l'aspirazione, a contenere il seme che lo specchio potrà mostrarti.

Se non hai la teiera in mano o almeno in tasca nessuno potrà mostrare come già sia tua.

Supponi di essere 77.

Fai una domanda. Arriva una risposta. Ci credi = +1. Non ci credi=-1. Nell'uno e nell'altro caso non sei più 77.

Quindi non potrai essere mai soddisfatto di qualcosa che serviva a soddisfare 77, e non 76 o 78.

L'unica maniera che hai per iniziare è di restare eguale a ciò che sei (qualsiasi cosa tu sia)=77.

Si chiama osservazione. Si chiama distacco dai frutti, si chiama retta azione.

Affinché il bicchiere possa raccogliere l'acqua deve essere vuoto.

Se ti serve una medicina, è bene dartela. Se non ti serve, basta un placebo.

Un aspirante interroga, beve e mangia per la propria sete. Non per quella altrui.

Se quella il tuo interrogarti avesse uno scopo, allora dire di sì ti aiuta a risolvere solo lo scopo.

Se non ti serve ma è solo una perturbazione mentale, il dirti di no, ti evita di perdere tempo, anche perché comunque la tua vita contiene tutto ciò che ti serve per le tue esperienze.

Qualsiasi conoscenza è per noi stessi, se cerco di spacciarla ad altri diviene una manipolazione.

Il raccontare le cose lette, le proprie credenze, le proprie inferenze da molti viene creduta conoscenza o l'offrire la conoscenza.

Si può offrire la testimonianza, non la conoscenza.

Premadharma (Colloqui privati)

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Libero arbitrio?

Messaggio da cielo » 08/03/2018, 14:19

A seguire un breve scambio di Premadharma con un viandante che domanda sul libero arbitrio, argomento di mio particolare interesse, visto che fatico ogni giorno a sganciare il senso dell'io (ahamvritti - ahamkara: io esisto come modificazione, come onda) dall'idea di poter direzionare il mio moto o compiere azioni che influiscano sul moto complessivo del mondo esterno, sul film che scorre e ancora mi appassiona e coinvolge, visto che mi dimentico dello schermo per attenzionare il film e parteciparvi emotivamente.
Comprendere che i film sono semi che germogliano e lasciare andare la pellicina che li riveste credendoli propri, richiede un abbandono alla Madre e alla sua mano che soggettivamente non ho costantemente, solo a sprazzi, come un vulcano che ancora borbotta ed erutta e poi si tace contemplando la lava che si forma all'interno di un io-pellicina da disintegrare.


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D. Senza soffermarsi sul dolore lancinante che porta una persona a uccidersi, ma se è vero che tutto deve accadere, non vale questo anche per il suicidio? O questo è l'unico caso in cui vale il 'libero arbitrio'?
Grazie


R. La visione di un mondo privo del libero arbitrio è propria del filosofo consapevole o realizzato: il Conoscitore, lo Jnani. Oppure del Parabhakta che vede in tutto l'azione della potenza del Divino. Ma costoro hanno la pietà: vedono anche chi vede il mondo dormendo il sonno dell'ignavia.

Noi, aspiranti discepoli, dobbiamo cercare di vivere secondo la nostra consapevolezza divina nel rispetto delle leggi di Cesare, a meno che Cesare non sia impazzito (le leggi razziali insegnano). Pertanto, identificati con l'io, chiamiamo libero arbitrio quello che noi vediamo come espressione della volontà individuale e che il Conoscitore vede come semplice flusso causale.

C' è solo un libero arbitrio ed è la scelta di essere consapevoli, e deriva dal "essere fatti a immagine e somiglianza del Divino". Infatti in quel momento è il Divino a renderci tali.

Per il resto occorre diffidare della mente che si crogiola nella mancanza di libero arbitrio, da un lato diviene l'alibi per non far niente o giustificare ogni nostra azione, dall'altro porta a fatalismo e al rischio di abiurare alla natura umana di compartecipazione e condivisione.


Una devota si era suicidata e Mahapurushji ne stava parlando con un attendente: «Ho sentito dire che si è uccisa con l’oppio, perché non sopportava più il dolore della malattia. Il suo spirito raggiungerà comunque il Maestro perché Gli era devota. Aveva grande rispetto per i monaci di questo monastero, così come per noi. Il suo prarabdha karma le ha portato questo frutto e di conseguenza lei ha dovuto fare così, ma il suo futuro sarà certamente positivo, sebbene, in un caso simile, lo spirito rimanga per un po’ sotto un velo di oscurità».

Svāmi Śivānanda, Per i cercatori di Dio - Edizioni i Pitagorici - Opera in preparazione



Il cammino spirituale necessita una grande attenzione, è un lungo cammino sul filo di un rasoio.

Ogni passo va ponderato e vissuto in consapevolezza.

Per quanto la mente cerchi stereotipi cui aggregarsi (anche contestazione e trasgressione sono stereotipi aggreganti), essa va tenuta sotto il nostro controllo, al pari di qualsiasi altro organo. Noi usiamo la mano e piedi alla bisogna, lo stesso va fatto con la mente.

A maggior ragione un aspirante non lascia che essa di impadronisca delle Scritture e le usi a suo uso e consumo per giustificare le vari inferenze di turno.

Lo studio e la riflessione dell'insegnamento tradizionale consiste nella sua realizzazione, non nella strumentalizzazione mentale dello stesso.

L'aspirante deve apprendere a gestire le diverse sfere esistenziali, consapevole della loro separazione e di come ogni passo sia da un lato a sé stante, e dall'altro una possibile chiave di volta che "risolve" contenuti e aspetti più ampi di quanto sia visibile.

D'altra parte occorre che la mente apprenda che ogni insegnamento e ogni via non è limitata né dai limiti di chi la insegna, né da quelli di chi apprende.

Se su certi insegnamenti cala il silenzio è perché oltre un certo aspetto non sono né esprimibili, né intellegibili per una mente che si commensuri con il sensibile.

ortica
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Re: Dialoghi con Premadharma

Messaggio da ortica » 22/03/2018, 14:38

KARESANSUI
ESSENZA


D. Io sono l'assassino e colui che è assassinato.
Io sono il volo ed io sono le ali.
Io sono il canto del Brahmano.
Si può manifestare solo ciò che già è
Non vi è differenza alcuna tra Sat ed Asat.

R. Basta non crederci.
Basta non mischiarli (Asat e Sat, Cesare e Dio).

D. Mischiare ciò che è uno?

R. Sei tu che stai dicendo che non c'è differenza che differenzi Sat e Asat.

D. Ciò che vedi qua non può non essere là.

R. Molti vedono la follia della loro mente.
Deciditi. Se dici che non c'è differenza, che sono uno, etc. come vedi un qua e un là?
Di cosa stiamo parlando?

D. Bhava samadhi.
Colui che è al di là è statua di sale nell'oceano del Sat Chi Ananda.
Colui che è al di qua indovina l'oceano senza comprenderlo.

R. Bene. Allora o ci si pone al di là e si parla di là, di quel che è di là. Ove possibile.
Oppure ci si pone di qua e non si parla di quel che è al di là, indovinatolo o meno, perché non si parla di ciò che non si comprende;
si parla del di qua. Ove necessitato.
Saltellar di qua e di là, parlando di qua e di là, non ha senso. Oltre la fatica.

D. Saltellare di qua e di là?
O restare fermi avendo la visione sia dell'assoluto che del relativo (Bhava samadhi).

R. Restare fermi nella piena consapevolezza: bene.



PremaDharma
forum Pitagorico, 3 ottobre 2011
(Acusmatici)


n.b.: quella sopra è la trascrizione dell'intero dialogo da cui è stato estrapolato il pensiero del giorno datato 22 marzo 2018.

cielo
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Re: Dialoghi con Premadharma

Messaggio da cielo » 08/05/2018, 19:18

Sei già quel che cerchi.

Sii ciò che sei.

Se c'è, c'è; se non c'è, non c'è.

La prima frase rivista alla luce delle due successive potrebbe suggerire un altro indirizzo che non sia la solita concettualizzazione del "Sono già Quello, non c'è nulla da fare" (perché allora nemmeno si argomenterebbe).

Se sono già quel che cerco, e non ne sono consapevole, allora forse non so cosa sono.

Quindi, senza cercare altrove, devo capire/scoprire/conoscere cosa sono.

Il senso ha una sua similitudine col cristico "Ama il prossimo tuo come te stesso", che necessita l'amarsi.


Immagine
Katsushika Hokusai, Il Fuji da Gotenyama presso Shinagawa sul Tōkaidō, dalla serie Trentasei vedute


Il fatto stesso che si pensa di dare, significa che crediamo di avere più dell'altro, o che quello che riteniamo di avere sia meglio di quello che ha l'altro.

Personalmente mi confronto con me stesso giorno per giorno, e giorno per giorno crollo sotto il peso della mia nullità. Poi, dopo aver vissuto il crollo, con fatica e dolente, mi alzo e inizio la giornata cercando di condividere il più possibile, ma non sempre ci riesco, molte volte resto basito e stanco, immobile, vivendo la stanchezza di quando sembra che la vita chieda più di quello che puoi.

Ti dici che non è possibile, ma misuri le tue forze e vedi che non bastano.

Dare? Ho imparato che non ho niente da dare se non i miei errori per chi non ha voglia di ripeterli.

Certo, posso narrare come sia un certo passo solo dopo averlo percorso, ma proprio per chi vuole passare di lì, perché se non sai dove conduce il sentiero perché ci sei già arrivato, non sai quali siano le difficoltà, né se il sentiero arriva o è cieco.

Ho imparato/mi hanno insegnato che se devo attraversare un guado, prima arrivo sulla riva e dopo tiro fuori dall'acqua chi è ancora dentro. Certo se fossi un campione o il responsabile del guado, mi getterei con corda, imbragatura e giubotto di salvataggio a prendere chi rimane.

Ogni qual volta pensiamo di dare ci stiamo predisponendo alla violenza.

"Liberamente ricevuto, liberamente dato" è un segnale a chi ringrazia per dire, "non ti ho dato, hai ricevuto".

È un fluire.

Ciascuno di noi non ha nulla da dare, perché nulla possiede. Nessuno possiede la saggezza, la Conoscenza.

La Conoscenza/il Divino è l'unico possessore, è la Conoscenza a possedere.

In un mondo di sirene sono ben pochi coloro che hanno titolo per parlare e al più costoro tacciono.

Premadharma - dal forum Vedanta&Co

seva
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Re: Dialoghi con Premadharma

Messaggio da seva » 19/07/2018, 18:28

Le novelle sirene inneggiano alla semplicità dell’essere, alla sua eterna presenza nell’uomo, alla sua connaturata autoevidenza. Tutti aspetti veri che mostrano come alcuni di costoro abbiano avuto delle illuminazioni, delle intuizioni, ma che ad esse essi non hanno dato seguito, corpo, disciplina, pratica, abnegazione, sacrificio. Essi tutti affermano che, una volta sconfitto, l’ego deve farsi da parte innanzi alla maestà del Sé. Altri ancora affermano che essendo tutto espressione del Sé, anche l’ego, essendo Sua espressione, compie attività divina, pertanto esso va lasciato libero di esprimere la molteplicità dell’essere senza alcun tentativo di disciplinarlo.
Altre sirene consigliano l’abbandono dei postulati religiosi, delle pratiche di continenza, di tutto ciò che può determinare un’inibizione delle libertà emotive e anche fisiche.
Tutte queste adulazioni, tentazioni, proposte sono di per sé affascinanti sui giovani aspiranti, su coloro che rifuggono da sistemi religiosi che a lungo li hanno lasciati senza risposte o senza riferimenti da cui trarre calore riflesso. Molti le hanno riconosciute intuitivamente vere, logicamente ineccepibili, ma non avendo conoscenza dell’insegnamento tradizionale non sono in grado di comprenderne i pericoli.

Tranne quando sono dei semplici emulatori, quelle sirene che hanno offerto quelle istruzioni non erano qualificate alla loro diffusione. Forse esse erano adatte a loro stessi, ma non hanno avuto la forza di portare la loro realizzazione sino in fondo, ove le istruzioni devono cadere e si diviene istruzione e luce stessa.

Ogni aspirante ha un suo percorso e ove necessario, nella parte finale, quando esso diviene più che mai ad personam, serve il Maestro.
Affermare il vero, ripetere le parole vere di un Maestro, fa sì che esse non siano più vere.
E’ vero che l’ego si ritira di fronte al manifestarsi dell’essere, ma è altresì vero che questo ritiro non è sempre continuo, che spesso l’ego indossa a sé stesso le vesti del Sé, che il più delle volte questo accade dopo un lungo percorso di purificazione.
E’ vero che qualcuno sostiene che basta entrare nello spazio fra due pensieri e permanervi per undici secondi per realizzarsi, ma è altresì vero che mettersi davanti ad un muro per farlo è un processo più lungo rispetto al vivere una vita secondo le proprie indoli e seguendo il dharma.

Le novelle sirene non dicono il falso, solo non hanno alcuna padronanza del loro dire, non hanno la conoscenza piena di ogni sfumatura e conseguenza del loro dire. Esse sono come dei saggi che si sentono sapienti e infatti vogliono diffondere la loro sapienza in ogni dove, grazie all’influenza delle religioni semitiche esse ritengono che il proselitismo sia la forma migliore di dimostrare il successo e la verità della loro
realizzazione.

In ambito tradizionale si insegna che esiste un tempo per ogni cosa, secondo le condizioni vitali di ogni individuo e pur prospettando la visione dell’Intero e oltre dell’Assoluto, ogni persona viene ricondotta al suo presente contingente, affermando che proprio perché espressione del Sé, non c’è alcun motivo di forzare quel presente con salti quantici ipotetici o sperati, se non quando essi sono opportuni.

La differenza fra l’insegnamento tradizionale e quello non tradizionale, secondo questa personale visione, consiste nella completezza della visione tradizionale che al suo interno vede anche quanto proposto dalle frammentazioni esistenziali delle sirene, sapendo riconoscere la loro validità precipuamente alla singolarità esistenziale, ma non ricavandone degli assoluti da applicare e proporre indiscriminatamente.

Da qui la riluttanza delle scuole tradizionali e la facilità di parola delle novelle sirene.


Dialoghi con Premadharma
Il canto delle sirene

Quaderni Advaita & Vedanta
nr, 157, 17 luglio 2018

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Fedro
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Re: Dialoghi con Premadharma

Messaggio da Fedro » 24/12/2018, 8:25

È nel trovare sé stessi che ci si perde... è nel togliersi le maschere che si scopre di essere un volto senza fattezze, che può essere rivestito da ogni maschera.
Si scopre che si è una stanza dei mille specchi, vuota.
Non ci sono alternative al trovarsi, se si vuole sapere chi siamo, cosa vogliamo,
cosa facciamo qui.

(Premadharma)

NB non trovo più la fonte di questo pensiero
(non dopo il 2011, comunque)

Buon Natale dell'Anima

cielo
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Pupazzi di neve

Messaggio da cielo » 09/08/2019, 9:45

In questi giorni di caldo torrido su gran parte d'italia sono incappata in una chiosa di Premadharma con un titolo rinfrescante.

La condivido, che ci dia un po' di coraggio mentre lentamente ci sciogliamo.


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Pupazzi di neve

Ciascuno pensa di essere unico, e lo è, ma non nel senso che possiamo credere. C'è un unico Essere e noi siamo Quello.

Qualsiasi percorso, via, esperienza è nella disponibilità della manifestazione, nella faretra di Maya, la Madre Divina che tutto dispone nell'eterna causalità.

Siamo pupazzi di neve che crediamo di esistere, man mano ci sciogliamo e ci crediamo acqua.

Se riusciamo a sciogliere la mente, manteniamo la presenza non solo durante lo scioglimento in acqua, ma anche durante la sua evaporazione.

Esistono due cristalli di neve identici? La scienza dice di no, e una meditazione su questo potrebbe aprire scenari interessanti.

Non abbiamo libero arbitrio nella causalità, lo abbiamo solo in quanto Isvara, il passaggio neve – acqua - vapore è comunque avviato a prescindere del volere della mente, ma ci è data la possibilità di esserne consapevoli testimoni nella presenza di ogni attimo.

Ecco in quell'attimo, in ogni attimo ci è data la possibilità di essere non più individuati, non più il jiva, ma il puro Atma.

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