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cannaminor
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Riflessioni...

Messaggio da cannaminor » 07/06/2020, 8:22

Pare sia nella natura umana la necessità di definirsi, di pensarsi, di collocarsi in una qualche “posizione” di una qualche scala di valori e definizioni a loro volta.

Porgo queste riflessioni al seguito di un breve scambio avuto di recente con mia moglie, sorto da una ingenua quanto innocente domanda della stessa al sottoscritto, la seguente:
“Cosa ne pensi di me ? (sottointeso quanto omesso, “dopo tutti questi anni di matrimonio...”). La mia altrettanto ingenua quanto innocente risposta è stata che non ne pensavo nulla! Al che come si suol dire in altri contesti “è saltato il banco”!
“come non ne pensi nulla, qualcosa dovrai pur pensare!? (di me).”

La domanda nasceva da recenti mie esternazioni di opinioni (sempre su richiesta di mia moglie) di\su alcune persone conosciute di recente. Il sillogismo perfettamente logico quanto mentale di mia moglie era: “se ne pensi qualcosa di\su loro, a maggior ragione ne penserai qualcosa su di\su me”. In effetti il ragionamento era giusto, solo che io a differenza degli altri su cui riuscivo, riesco a pensare qualcosa, a mettere insieme dei pensieri, delle opinioni, in qualche modo ragionevoli e mentalmente logici, su\di (mia) moglie non ci riuscivo, e a dire il vero quasi mi rifiutavo di farlo per non “velarla-coprirla-nasconderla” oserei dire dei miei stessi pensieri, ovvero di ciò che non è.

Quindi per tornare al discorso iniziale della così detta natura umana (leggasi individuale e individuata) e della sua necessità (sempre mentale, l’unica che pare conosca) di definirsi per il tramite dei suoi stessi limiti imposti, di incasellarsi e posizionarsi in una qualche scala di valori (leggasi categorie mentali) a costo anche, si diceva di recente, di vedersi, pensarsi, posizionarsi nelle posizioni più basse e miserevoli di tali scale-categorie mentali, pur di esistere essendoci di presenza e definizione su tali scale.

Era in fondo la richiesta di mia moglie che mi chiedeva di collocarla su una qualche scala-categoria mentale per riuscirsi a vedere lei stessa per il tramite della mia visione-opinione mentale. E parimenti, al saltare del banco al mio rifiuto di volerla vedere e collocare su una qualche scala di valori, perchè per lei era come negarne l’esistenza stessa. Della serie meglio essere (vista) per una merda che non essere vista per nulla!

Ciò che però le sfuggiva di quanto sopra e sfugge ai più, è che noi non siamo-diveniamo ciò che pensiamo (sia di noi che del prossimo) ma siamo ciò che siamo (qui e ora), a prescindere quindi del tutto da ciò che ci pensiamo essere o crediamo essere nel divenire spazio\temporale, che è la stessa cosa.

La nostra “esseità” non ha nulla a che vedere col (nostro) pensiero e relativo crederci-identificarsi nel nostro stesso pensiero-pensare. La nostra esseità, è qui e ora, è presenza è costanza, è continuità del qui e ora stesso, quindi fuori dal tempo e dallo spazio, fuori dal divenire mentale che è il pensiero-pensare stesso. Noi ci crediamo essere ciò che ci pensiamo essere, ma non è per nulla così, anzi come si diceva altre volte occorre una periagoghè-metanoia, una inversione di direzione. Bisogna tornare indietro rispetto al flusso pensativo del pensiero; la meditazione di cui tanto si parla è questa, il ritornare a “casa” e ci si ritorna tornando indietro per la stessa identica strada percorsa uscendo e nascendo al mondo.
Il “morire a se stessi”, la morte iniziatica, non è altro che il ritornare sui suoi stessi passi della mente, del pensare stesso, il tornare alla sorgente da cui è emersa a vita-mentale-io. Non per nulla si dice che la mente imprigiona ma che la stessa mente può condurre alla liberazione, appunto ripercorrendola a ritroso per la sua stessa via.

Il qui e ora ha questo significato di presenza, di eterna presenza, di fuori quindi dal flusso di pensiero, di fuori dallo scorrere mentale che non fa che attingere della memoria del passato per proiettarsi nel divenire del futuro. Va invertita la freccia del tempo del pensiero e pensare, si ritorna indietro all’origine, a cui tutto ebbe origine.

Per certi versi assomiglia molto al big crunch, ovvero il ritorno indietro a quello che fu, in termini spazio\temporali odierni, il big bang cosmologico. Si torna all’origine, alla “sorgente” al qui e ora eterno. Vi fu un momento (letto nell’ottica attuale in divenire spazio\temporale del tempo) in cui ebbe luogo, meglio sarebbe dire ebbe spazio\tempo il big bang, la nascita dell’ IO cosmico, universale. In un certo senso lo si potrebbe leggere come la nascita di dio, di isvara. Nascita è termine improprio perchè solitamente la si intende avvenire in un contesto spazio\temporale esistente, mentre nel caso del big bang non (vi) era alcuno spazio ed alcun tempo esistente (in cui nascere). Tempo e spazio (e quindi il movimento stesso di espansione dell’uni-verso) nascono con il big bang, così come noi nasciamo e ci-pensiamo ogni mattina quando ci svegliamo alla veglia….

Continuo a domandarmi, ma perchè è così difficile comprendere accettare che siamo ciò che pensiamo (di essere)? Siamo in termini egoici, di io, di pensiero-pensato. Ne abbiamo così paura che non pensandoci più, non credendo più a ciò che ci pensiamo essere, si venga meno quanto esistenti? Che sia questa la paura in fondo che ci impedisce di Essere (ciò che siamo realmente)?

E dire che tutte le notti mentre dormiamo, nel sonno, questo io-pensiero-pensato muore a se stesso, ritorna all’origine, alla sorgente, per rinascere ogni mattina quando ci svegliamo alla veglia. Ne abbiamo già esperienza, tutte le notti, nel sonno (senza sogni) dell’Essere che siamo, lo stesso Essere che parimenti al mattino alla veglia è sempre parimenti lì, latente, sotto la coltre dei pensieri che nascono e si credono di essere (io) per tutta la durata o quasi della giornata di veglia, fichè si ritorna nel sonno e ritornano a loro volta riassorbiti nel sonno-Essere.

Già accade, già è, quindi dove la paura dove il timore, di che cosa? Perchè abbiamo e viviamo tutto questo attaccamento per l’io-pensiero di veglia che ci crediamo essere per tutta la giornata di veglia, questo senso di timore e di paura di non esser-lo più, di perderlo da qualche parte, tanto che ce lo custodiamo e supportiamo tutto il tempo, difendendolo da ogni altro io-pensiero che riteniamo lo assedi e affronti e\o ne possa minacciare il pensiero-esistere stesso.

Ma quanto ci guadagnarebbe quell’io-pensiero se lasciasse l’agente di azione e pensiero alla Volontà dell’Essere invece che alla sua misera e meschina. “Sia fatta la Tua Volontà non la mia” diceva il cristo rivolto al Signore. E se lo diceva Lui a maggior ragione dovremmo e potremmo dirlo noi...

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Fedro
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Re: Riflessioni...

Messaggio da Fedro » 07/06/2020, 9:25

Io direi che in quanto esistenti (e non solo il puro essere che si è) siamo e restiamo, nella nostra rappresentazione umana, animali sociali.
Per essere rappresentati, dobbiamo essere riconosciuti, in qualche tratto particolare, che ci distingua dalle altre rappresentazioni.
In ogni caso, ciascuno risponde ai propri "bisogni" del momento (compresa l'attenzione dell'altro, se è presente).
C'è, a mio vedere, una fase evolutiva anche per questo riconoscimento (o voler essere riconosciuti) e che può pure durare una vita, in mancanza di altri stadi evolutivi.
Scusa se sto dicendo le solite ovvietà... magari anche questo è un bisogno di espressione, e di essere riconosciuto...
Termino con una mia esperienza personale,.
Quest'anno mio figlio si è affacciato al liceo, con i problemi relazionali che tu sai.
Ebbene, sulla carta era tutto perfetto...non ci poteva essere ombra di bullismo, tutto sotto controllo, per gli addetti ai lavori (io solo sempre contro, vedendo sempre altro).
Come volevasi dimostrare: in effetti, nessuno gli ha rotto le scatole, vivendo nel contempo, come invisibile a tutti, drammaticamente...
Adesso mi auguro tanto di riuscire a fargli cambiare aria, e spero pure che qualcuno lo provochi malamente, che egli ne possa così rispondere, a suo modo, ma che possa pure rispondere, sentire che c'è per gli altri, piuttosto che questa dolorosa indifferenza che ha sopportato. Scusa se sono uscito dai cardini metafisici, ma mi piace prendere tutto il mazzo certe volte, altrimenti mi perdo qualche fiore.

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cannaminor
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Re: Riflessioni...

Messaggio da cannaminor » 07/06/2020, 10:19

Fedro ha scritto:
07/06/2020, 9:25
Io direi che in quanto esistenti (e non solo il puro essere che si è) siamo e restiamo, nella nostra rappresentazione umana, animali sociali.
Per essere rappresentati, dobbiamo essere riconosciuti, in qualche tratto particolare, che ci distingua dalle altre rappresentazioni.
In ogni caso, ciascuno risponde ai propri "bisogni" del momento (compresa l'attenzione dell'altro, se è presente).
C'è, a mio vedere, una fase evolutiva anche per questo riconoscimento (o voler essere riconosciuti) e che può pure durare una vita, in mancanza di altri stadi evolutivi.
Scusa se sto dicendo le solite ovvietà... magari anche questo è un bisogno di espressione, e di essere riconosciuto...
Termino con una mia esperienza personale,.
Quest'anno mio figlio si è affacciato al liceo, con i problemi relazionali che tu sai.
Ebbene, sulla carta era tutto perfetto...non ci poteva essere ombra di bullismo, tutto sotto controllo, per gli addetti ai lavori (io solo sempre contro, vedendo sempre altro).
Come volevasi dimostrare: in effetti, nessuno gli ha rotto le scatole, vivendo nel contempo, come invisibile a tutti, drammaticamente...
Adesso mi auguro tanto di riuscire a fargli cambiare aria, e spero pure che qualcuno lo provochi malamente, che egli ne possa così rispondere, a suo modo, ma che possa pure rispondere, sentire che c'è per gli altri, piuttosto che questa dolorosa indifferenza che ha sopportato. Scusa se sono uscito dai cardini metafisici, ma mi piace prendere tutto il mazzo certe volte, altrimenti mi perdo qualche fiore.
No non sei uscito da nessun cardine metafisico, questo piano fa parte dell'Essere tanto quanto tutti gli altri. Comunque capisco benissimo il discorso indifferenza, invisibile a tutti, e la tua voglia, desiderio per tuo figlio, anche al costo che "qualcuno lo provochi malamente" pur di entrare il relazione causale con lui, che lo faccia sentire esistente, sia pure per il tramite delle sue stesse reazioni. Tutto vero e giustificato, del resto questo è un piano relativo e di relazione, per chiunque ne partecipi, quindi su questo piano vale sempre il discorso (di solito riferito alla libertà) che l'altro da noi esiste lì dove finisce e si pone il limite del nostro stesso esistere. Dove finisco "io" inizia l' "altro da me", a maggior ragione se su quel limite avvengono malamente delle provocazioni...ma almeno danno la misura del mio stesso (e altrui) esistere. Fa parte di questo "gioco" basta conoscerne le regole per giocarci al meglio.

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Riflessioni...senso dell'io.

Messaggio da cannaminor » 09/06/2020, 9:21

Riflettevo (ebbene sì ogni tanto rifletto) al seguito delle parole di una caro amico che ancora di recente affermava di non aver trovato alcun “io”, perquanto cercato. Non ultimo ricordo che lo stesso Bodhananda mi dicesse che pur avendolo cercato, da sempre, non l’avesse mai trovato.

Si parla di “io”, e spesso lo si utilizza in frasi come “morte dell’io”, oppure quella altra talvolta usata di “rottura dei livelli dell’io”, etc.
Insomma l’io ricorre, spesso e volentieri quasi al pari dell’ego (che ha più una valenza e origine psicologica), più spesso ancora l’io viene associato alla mente, al mentale, in coincidenza.

In ambito vedanta e quindi sanscrito la mente in senso lato ha termine antahkarana.
Antahkarana è l’organo interno o la mente nella sua integralità; più nello specifico l’antahkarana comprende la buddhi, citta, manas e l’ahamkara.
La buddhi è la “ragion pura”, l’intuizione superconscia, superiore, degli universali, etc.
Citta è memoria, ricettacolo inconscio e subconscio di impressioni e ricordi, etc.
Manas è la capacità razionale-analitica-analogica di comporre, associare, concatenare concetti e nozioni, quindi propriamente la coscienza empirico-formale quanto individuata.

In ultimo (least but non last) viene l’ahamkara che viene tradotto come “senso dell’io”. Ora vorrei far notare che poichè in sanscrito nulla è posto al caso e generico generalizzato, dire “senso dell’io” non equivale a dire “io”. Infatti il termine specifico “io” in sanscrito trova locuzione nella parola aham, che guarda caso è la prima parte del termine composto aham-kara, là dove per concludere, kara significa che crea, che fa, che produce, che causa, altrimenti anche agente, creatore, fattore etc.

Posto allora che parlare di “senso dell’io” non equivalga a dire “io”, allora si chiarisce meglio il senso sia della mente (antahkarana) che dell’aham-kara stesso che ne è il senso dell’io, ovvero il senso dell’individualità e individuazione volendolo dargli altro sinonimo significato.

Questo è il motivo per cui tutti coloro che l’hanno cercato, l’io, mai l’hanno trovato; perchè l’io non è mai stato un qualcosa di sostanziale, di “reale”, quanto piuttosto come ne dice il nome stesso un “senso di”, quindi di apparente, di illusorio (termine rischioso e di difficile applicazione), di fugace ed evanescente, come il famoso serpente al posto della corda.

L’io che tutti cercano (e nessuno lo trova) è come il serpente sulla viottolo di samkara; sembra tale, appare per tale, ma quando vai a vedere meglio, quando ti avvicini a sufficienza il serpente scompare, non c’è, non c’è mai stato, se non nella tua immaginazione e apparenza-proiezione.

L’io è come il sogno notturno, sembra in tutto e per tutto esserci, reale, ma se appena ti avvicini un pò, se appena guardi meglio, il sogno svanisce nella veglia del risveglio, così come il serpente sul viottolo. Sembravano esserci, sembravano essere “reali” ma non lo sono, sono solo apparenze, proiezioni, sogni.

E cosa è servito per poter vedere il serpente non essere tale, così come il sogno notturno?
È servito svegliarsi, e che significato ha il svegliarsi se non un atto di pura consapevolezza?

Ci si sveglia del serpente che non è, così come del sogno che non è così come della veglia stessa che non è, Reale. Il Risveglio è il risveglio alla Realtà, alla Consapevolezza che siamo.

Certo la domanda (mentale) ovviamente che ci si pone, anche compreso quanto sopra che non è di difficile comprensione, è sì, ma come ci si risveglia alla Realtà, alla Consapevolezza?

La più immediata risposta potrebbe essere così come descritto e indicato dalla Tradizione, dalle innumerevoli mai contradditorie testimonianze lasciate dalla tradizione vivente (e non) dei maestri.

E sono tante e innumerevoli oltre che varie e integrantesi tra di loro, adatte di ogni molteplice.

Un’ultima osservazione, questa volta in merito alla mente, così spesso associata all’io, tanto che sembra diventato sinonimo il dire “morte dell’io” sia uguale a dire “morte della mente”.

Morte dell’io come abbiamo visto (come ho visto, almeno per mia esperienza) non è sinonimo di morte del senso dell’io. Ovvero non c’è nessun io, come già detto prima, che deve morire (o vivere) ma c’è un senso dell’io che è ben altra cosa, inquanto è un immaginario, un’apparenza, un movimento conformato, una proiezione individuata e individuante della mente stessa, della coscienza stessa, è il fenomeno in persona; è quella e di quello che bisogna svegliarsi.

E qual’ora ciò accada, qual’ora l’ahamakara svanisca come un sogno al mattino, o come lo sparire del serpente dal nostro crederlo e crederci, resta tutto il resto, resta la corda, resta la veglia, resta anche e non ultimo la mente (antahkarana) nella sua interezza buddhi, manas, citta, tutto meno l’ahamakara che non c’è più come non c’è più il serpente, il senso del serpente che si aveva ma non era, o il senso del sogno che si sognava ma non è (nella veglia), etc.

È la domanda che tante volte ci si pone e cui non si riesce dare risposta (sognando ancora, vedendo ancora il serpente, ed essendo un senso dell’io all’opera); come fa un “realizzato” a vedere il mondo, gli altri etc etc, a rapportarcisi e quant’altro, se non ha più una mente, un io, come noi siamo costretti e necessitati ad immaginare (non) debba più avere?

Semplice, non è che non ha più una mente-io, non ha più solamente (hai detto niente!) un “senso dell’io” un ahamkara, tutto qui. Il resto tutto il resto, buddhi, manas, citta ci sono ancora e pienamente efficienti e funzionanti, ma sono del tutto svincolati da un senso dell’io, tutto qui.

E quindi a chi fanno riferimento quelle funzioni mentali verrebbe da chiedere nella nostra necessità di dover sempre avere e riconoscere un agente di azione, di pensiero, di ogni cosa?

Fanno riferimento ad una coscienza, ad una consapevolezza non-individuata, ovvero universale, principiale, divina, almeno in un primo step che sono i “piccoli misteri”, poi dicono e riferiscono testimoniano la tradizione seguono e ci sono, per chi è dato, i “grandi misteri”…

Per il momento credo ci bastino e avanzino i piccoli..

manduka
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Re: Riflessioni...

Messaggio da manduka » 09/06/2020, 15:45

"L’io è come il sogno notturno, sembra in tutto e per tutto esserci, reale, ma se appena ti avvicini un pò, se appena guardi meglio, il sogno svanisce nella veglia del risveglio, così come il serpente sul viottolo. Sembravano esserci, sembravano essere “reali” ma non lo sono, sono solo apparenze, proiezioni, sogni."

Assolutamente esistente fintantoché non si gira lo sguardo verso "se stessi". Verso l'origine del movimento. Praticando, ció che vedo, osservo, testimonio, é sempre e solo movimento. Altro. Altro da sé, solo per il semplice fatto di poterlo percepire. Corpo, pensieri, emozioni, tutto movimento percepibile.
Non ricordo se da qualche parte é scritto che la coscienza ha la necessità di girare attorno ad un centro. Credo di sì, perché questa é un'esperienza chiara a chi si osserva.
Come una tromba d'aria, vuota al centro, La coscienza ruota attorno al vuoto.

Chi percepisce? Chi é io? Chi sono?
Ecco che, appena questa domanda sorge, entra nel vortice dell'osservato e qualsiasi risposta farebbe la stessa fine.

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Fedro
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Re: Riflessioni...

Messaggio da Fedro » 09/06/2020, 16:42

Manduka, mi verrebbe da dire, ma se è vuoto, quale centro può mai avere?
Lo stupore allora, nasce dal fatto che non c'è alcun centro a cui potermi riferire, che non sia costruito dalla mente stessa.
Ultimamente si è pure affacciata una domanda diversa, di sapore "buddhista" direi:
perché c'è qualcosa piuttosto che niente?
La gratuità di questa domanda che sorge, non è inferiore a quella del soggetto stesso che intenderebbe conoscersi, e che non trova niente.
Anzi, altro da niente (mistero o forse miracolo dell'essere che si è) senza punto a cui riferirsi, oltre a questo stupore che a ciò si accompagna.

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Re: Riflessioni...

Messaggio da latriplice » 09/06/2020, 16:53

Cannaminor ha scritto:

È la domanda che tante volte ci si pone e cui non si riesce dare risposta (sognando ancora, vedendo ancora il serpente, ed essendo un senso dell’io all’opera); come fa un “realizzato” a vedere il mondo, gli altri etc etc, a rapportarcisi e quant’altro, se non ha più una mente, un io, come noi siamo costretti e necessitati ad immaginare non debba più avere?

Semplice, non è che non ha più una mente-io, non ha più solamente (hai detto niente!) un “senso dell’io” un ahamkara, tutto qui. Il resto tutto il resto, buddhi, manas, citta ci sono ancora e pienamente efficienti e funzionanti, ma sono del tutto svincolati da un senso dell’io, tutto qui.

E quindi a chi fanno riferimento quelle funzioni mentali verrebbe da chiedere nella nostra necessità di dover sempre avere e riconoscere un agente di azione, di pensiero, di ogni cosa?

Fanno riferimento ad una coscienza, ad una consapevolezza non-individuata, ovvero universale, principiale, divina, almeno in un primo step che sono i “piccoli misteri”, poi dicono e riferiscono testimoniano la tradizione seguono e ci sono, per chi è dato, i “grandi misteri”…

Per il momento credo ci bastino e avanzino i piccoli..
Ci sono alcuni versi della Astavakra Samhita nel 15° capitolo che confermano questa tua visione:

4. Tu non sei il corpo e il corpo non è tuo; non sei né l'agente né il fruitore dell'azione. Tu sei libero, sei la Coscienza e l'Eterno Testimone. Procedi quindi felice.

5. Attrazione e repulsione sono attributi della mente, ma la mente non è mai tua. Tu sei l'Intelligenza stessa, immutabile e libera dal conflitto. Procedi quindi felice.

6. Avendo realizzato che il Sé è in tutto e che tutto è nel Sé, libero dal senso dell'individualità e del possesso, sii felice.



Se hai realizzato che non esiste più il senso di individualità (ahamkara) perché ti identifichi alla coscienza a cui fai riferimento, di chi può essere la mente e a chi appartengono le reazioni mentali come l'attrazione e la repulsione? Pertanto il "procedi quindi felice" è la naturale conseguenza di questa realizzazione, tra le mille difficoltà che la vita presenta tutti i giorni. Incazzature comprese.

Nulla di trascedentale, e forse questo è il Grande mistero.

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cannaminor
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Re: Riflessioni...

Messaggio da cannaminor » 10/06/2020, 11:29

manduka ha scritto:
09/06/2020, 15:45
"L’io è come il sogno notturno, sembra in tutto e per tutto esserci, reale, ma se appena ti avvicini un pò, se appena guardi meglio, il sogno svanisce nella veglia del risveglio, così come il serpente sul viottolo. Sembravano esserci, sembravano essere “reali” ma non lo sono, sono solo apparenze, proiezioni, sogni."

Assolutamente esistente fintantoché non si gira lo sguardo verso "se stessi". Verso l'origine del movimento. Praticando, ció che vedo, osservo, testimonio, é sempre e solo movimento. Altro. Altro da sé, solo per il semplice fatto di poterlo percepire. Corpo, pensieri, emozioni, tutto movimento percepibile.
Non ricordo se da qualche parte é scritto che la coscienza ha la necessità di girare attorno ad un centro. Credo di sì, perché questa é un'esperienza chiara a chi si osserva.
Come una tromba d'aria, vuota al centro, La coscienza ruota attorno al vuoto.

Chi percepisce? Chi é io? Chi sono?
Ecco che, appena questa domanda sorge, entra nel vortice dell'osservato e qualsiasi risposta farebbe la stessa fine.
Fedro ha scritto:
09/06/2020, 16:42
Manduka, mi verrebbe da dire, ma se è vuoto, quale centro può mai avere?
Lo stupore allora, nasce dal fatto che non c'è alcun centro a cui potermi riferire, che non sia costruito dalla mente stessa.
Ultimamente si è pure affacciata una domanda diversa, di sapore "buddhista" direi:
perché c'è qualcosa piuttosto che niente?
La gratuità di questa domanda che sorge, non è inferiore a quella del soggetto stesso che intenderebbe conoscersi, e che non trova niente.
Anzi, altro da niente (mistero o forse miracolo dell'essere che si è) senza punto a cui riferirsi, oltre a questo stupore che a ciò si accompagna.
La coscienza ruota attorno al vuoto…

Verrebbe da dire che la coscienza non solo ruota ma emerge proprio da quel “vuoto” centrale di cui parli. Ne emerge e ne ritorna pure in quel vuoto, riassorbita da quel vuoto.

Quel vuoto altro non è che la paura dell'annichilimento (dal punto di vista dell'io) ...laddove non esiste, aggiunge anche Samkara, nella Mandukya (III, 39).

«Questo yoga che viene denominato "asparsa" (senza alcun contatto), è difficile da comprendere per molti yogi, perché essi, che sentono la paura (dell'annichilimento) laddove non esiste, ne hanno timore».

Leggevo di recente una riflessione recitare...

«sunya, vuoto degli oggetti; purnata, pienezza del soggetto onnipervadente»

Quel vuoto che si teme è il vuoto (assenza) degli oggetti, ma al contempo ne è anche la pienezza (onnipervadente-onnicomprensiva) del soggetto.

Questa doppia faccia della Realtà di essere vuota, totalmente vuota degli oggetti ma al contempo totalmente piena (pienezza, più piena del pieno) del soggetto è il suo aspetto più affascinante per me in questo momento, e col quale mi ci sto confrontando da un pò.

Che è poi il discorso del neti neti e dell’iti iti. Il primo porta al vuoto, spesso temuto e interpretato come annichilamento (dell’io), il secondo alla pienezza, al pieno più pieno.

Il difficile da cogliere, da comprendere, da realizzare è la coincidenza dei due.

Vedi è facile, relativamente facile, cogliere e vedere il movimento, il movimento del ciclone, la rotazione vorticosa; così come è relativamente facile coglierne l’assenza di questo movimento nella quiete centrale dell’occhio del ciclone; ragionevole, comprensibile, persino logico, così come è facile cogliere il senso di dire che il movimento trae origine dalla quiete del centro, così come il suono trae origine dal silenzio, entrambi presenti, la quiete ed il silenzio (dicono) nell’occhio del ciclone.

Un movimento ha senso data la presenza di un non-movimento (per la nostra logica mentale ciò che è fermo, costante, continuo, immobile). Da un punto di vista fisico il movimento è definito dalla relazione di due parametri il tempo e lo spazio.
Basta fermarne uno per avere assenza di movimento, quindi basta azzerare il tempo o lo spazio e fermi il movimento. Un movimento di tempo nullo o spazio nullo è nullo pure lui. Tutto ciò è ragionevole per la mente, per il movimento stesso, così come diventa ragionevole poter affermare l’essere in funzione-relazione del non-essere.

La famosa interrogazione di essere o non essere, potrebbe avere anche il significato di vuoto o pieno, neti neti o iti iti, assenza o presenza?

Se la presenza è relata e legata all’assenza, allora non è presenza, così come se l’essere fosse relato (come lo è mentalmente, dualmente) al non-essere, allora non è essere.

La realtà lo deve essere di entrambi o di nessuno; del vuoto come del pieno, del nulla come del tutto, del neti neti (negazione) come dell’iti iti (affermazione), dell’essere come del non-essere.

Volendo portare ancora un’ulteriore analogia è come in matematica il concetto di zero e di infinito, che equivale in ambito filosofico al concetto del vuoto e del pieno, del nulla e del tutto etc. A me per esempio continua tutt’oggi a meravigliare e sorprendere come l’infinito sia, in ambito spazio-temporale in entrambe le direzioni e non solo in quella designata dal freccia del tempo, espansiva dell’universo per esempio. Detto altrimenti ha pari dignità l’infinitamente grande quanto l’infinitamente piccolo, si può andare (e nulla lo vieta) in entrambe le direzioni quella del “grande” così come quella del “piccolo” e di fatti la scienza che ci prova ha alla fine stimato pari valori in entrambe le direzioni nell’ordine di 10(elevato alla)30 e 10(elevato alla)-30 cm. Posto ciò non può non sorgere l’idea, che le due direzioni seppur perfettamente opposte trovino coincidenza nel loro risultato ultimo. Che lo zero trovi coincidenza ultima dell’infinito, così come l’essere nel non-essere, il vuoto nel pieno, il nulla nel tutto, etc. A questa coincidenza possiamo dare parola e significato di assoluto, di Realtà, di Brahman, etc.

Lo so che questo è un discorso “sconclusionato” e qualcuno lo etichetterà subito come, “dissertazioni sui massimi sistemi” o “voli pindarici”, se non peggio, lo so, eppure questo sono, anche questo sono e di questo questa mente si intrattiene, e atterra in parole ciò che nella buddhi talvolta si intuisce, non sempre si comprende e ancor meno realizza.

E tutto quanto sopra non è qualcosa che compete solo i cosmologi o gli “aviatori pindarici”, ma compete tutti perchè un cielo sopra la testa ce l’abbiamo tutti così come una terra sotto i piedi, e se anche facciamo finta di entrambi, vivendo la nostra vita di un piatto quanto orrizzontale quotidiano, ciò non toglie che essi sono e restano là come sopra come sotto.

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Re: Riflessioni...

Messaggio da manduka » 10/06/2020, 12:49

Fedro ha scritto:
09/06/2020, 16:42
Manduka, mi verrebbe da dire, ma se è vuoto, quale centro può mai avere?
Mai visto un ciclone, una tromba d'aria, dall'alto?
Finché esiste ha anche un centro.
Aria che gira attorno a se stessa, un movimento rotatorio attorno ad un centro.
Affinché una tromba d'aria possa esistere ha la necessità di un centro, attorno a cui l'aria inizia a girare su se stessa.
Quando il flusso si arresta e quel vento torna ad essere aria nell'aria, scompare anche quel centro poiché finisce la sua utilità... e anch'esso torna ad essere aria nell'aria.

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Fedro
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Re: Riflessioni...

Messaggio da Fedro » 10/06/2020, 13:21

C'è comunque una differenza tra vuoto e niente.
Mentre il primo vive in relazione, è intrinseco al pieno, è ovvero nella sostanza stessa dell'essere,
il secondo (il niente) in quanto non esistente, non ha relazione alcuna con altro da niente, proprio perché è niente.
Per questo non trovo per niente scontato la constatazione che ci sia qualcosa (c'è quello che c'è) piuttosto che niente.
Da qui un trasalire da "chi sono io?" a "perché ci sono?"
Dall'infondatezza, da questa differenza che si affaccia, vi è il miracolo del Fondamento o Essere.
(È un punto esplorato dal Nagarijuna come da Heidegger, ma che non trovo per niente da lasciare scontato)

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Fedro
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Re: Riflessioni...

Messaggio da Fedro » 10/06/2020, 13:26

manduka ha scritto:
10/06/2020, 12:49
Fedro ha scritto:
09/06/2020, 16:42
Manduka, mi verrebbe da dire, ma se è vuoto, quale centro può mai avere?
Mai visto un ciclone, una tromba d'aria, dall'alto?
Finché esiste ha anche un centro.
Aria che gira attorno a se stessa, un movimento rotatorio attorno ad un centro.
Affinché una tromba d'aria possa esistere ha la necessità di un centro, attorno a cui l'aria inizia a girare su se stessa.
Quando il flusso si arresta e quel vento torna ad essere aria nell'aria, scompare anche quel centro poiché finisce la sua utilità... e anch'esso torna ad essere aria nell'aria.
Si parlava di vuoto e allora:
perché il centro del ciclone rappresenterebbe un vuoto?
È solo un concetto il rappresentarcelo così o è proprio così (per quale osservatore)?

manduka
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Re: Riflessioni...

Messaggio da manduka » 10/06/2020, 15:10

Fedro ha scritto:
10/06/2020, 13:26
manduka ha scritto:
10/06/2020, 12:49
Fedro ha scritto:
09/06/2020, 16:42
Manduka, mi verrebbe da dire, ma se è vuoto, quale centro può mai avere?
Mai visto un ciclone, una tromba d'aria, dall'alto?
Finché esiste ha anche un centro.
Aria che gira attorno a se stessa, un movimento rotatorio attorno ad un centro.
Affinché una tromba d'aria possa esistere ha la necessità di un centro, attorno a cui l'aria inizia a girare su se stessa.
Quando il flusso si arresta e quel vento torna ad essere aria nell'aria, scompare anche quel centro poiché finisce la sua utilità... e anch'esso torna ad essere aria nell'aria.
Si parlava di vuoto e allora:
perché il centro del ciclone rappresenterebbe un vuoto?
È solo un concetto il rappresentarcelo così o è proprio così (per quale osservatore)?
Vuoto di movimento, quale concetto??

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Fedro
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Re: Riflessioni...

Messaggio da Fedro » 10/06/2020, 15:38

Vabbè non importa, per me è incomprensibile: "vuoto di movimento".
Probabilmente manco di studi appropriati, per cui per me non è così scontato che il centro di un ciclone si mostri così, o sia vuoto (rispetto a che?)

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cannaminor
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Re: Riflessioni...

Messaggio da cannaminor » 10/06/2020, 15:40

Fedro ha scritto:
10/06/2020, 15:38
Vabbè non importa, per me è incomprensibile: "vuoto di movimento".
Probabilmente manco di studi appropriati, per cui per me non è così scontato che il centro di un ciclone si mostri così, o sia vuoto (rispetto a che?)
assenza di movimento suona meglio?

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Re: Riflessioni...

Messaggio da Fedro » 10/06/2020, 15:48

cannaminor ha scritto:
10/06/2020, 15:40
Fedro ha scritto:
10/06/2020, 15:38
Vabbè non importa, per me è incomprensibile: "vuoto di movimento".
Probabilmente manco di studi appropriati, per cui per me non è così scontato che il centro di un ciclone si mostri così, o sia vuoto (rispetto a che?)
assenza di movimento suona meglio?
Decisamente meglio, abbiate pazienza.

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