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Buddha - Una Manciata di Foglie

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cielo
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Buddha - Una Manciata di Foglie

Messaggio da cielo » 23/10/2019, 21:31

Pubblico uno stralcio di una mia datata ricerca sulle "Quattro nobili Verità" così come esposte dal Buddha nel Dhammacakkappavattana Sutta che è uno dei punti di riferimento più importanti per la pratica di tutti le scuole buddhiste e in particolare per quella Theravada.

La maggior parte dei termini utilizzati in questo studio sono in lingua pali in quanto il brano è basato sui testi di Ajahn Sumedho, discepolo riconosciuto di Ajahn Chah, (1918 - 1992) che è stato uno dei massimi esponenti della tradizione buddhista theravada della foresta (tradizione tailandese).

Ho lasciato alcuni dettagli solo della quarta nobile Verità: "c’è una via che conduce fuori dalla sofferenza ed è l’ottuplice sentiero".

Come nel vedanta, si richiama l'aspirante alla consapevolezza e alla concentrazione, alla necesssità di liberarsi dall'idea di un sé e dal senso dell'io, pacificando la mente e purificando l'emozione tramite discriminazione e distacco, consapevoli dell'impermanenza e della transitorietà del divenire.


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Una Manciata di Foglie


Una volta il Beato era in una foresta di simsapa presso Kosambi. Raccolse una manciata di foglie e chiese ai monaci:

"Quali pensate, o bhikkhu, che siano più numerose, le foglie che ho in mano o quelle che sono sugli alberi del bosco?"

"Le foglie che il Beato ha raccolto con la mano sono poche, Signore; quelle che sono nel bosco sono molte di più."

"Allo stesso modo, bhikkhu, le cose che ho conosciuto per esperienza diretta sono molte di più; quelle che vi ho detto sono soltanto una parte. Perché non vi ho parlato delle altre? Perché esse non portano beneficio, non fanno progredire nella Vita Santa, e non conducono al distacco dalle passioni, al lasciar andare, alla cessazione, alla calma, alla conoscenza diretta, all’Illuminazione, al Nibbana. Ecco perché non ve ne ho parlato. E che cosa vi ho detto? Questa è la sofferenza, questa è l’origine della sofferenza, questa è la cessazione della sofferenza, questa è la via che porta alla cessazione della sofferenza. Questo è ciò che vi ho detto. Perché vi ho detto ciò? Perché questo porta beneficio e progresso nella Vita Santa, perché conduce al distacco dalle passioni, al lasciar andare, alla cessazione, alla calma, alla conoscenza diretta, all’Illuminazione, al Nibbana. Quindi, bhikkhu, fate che il vostro compito sia la contemplazione di:

"Questa è la sofferenza, questa è l’origine della sofferenza, questa è la cessazione della sofferenza, questa è la via che conduce alla cessazione della sofferenza."
(Samyutta Nikaya, LVI, 31)



L’insegnamento centrale del Buddha è dunque che l’infelicità umana possa essere vinta con mezzi spirituali.

La prima esposizione delle Quattro Nobili Verità fu fatta nel discorso (sutta) chiamato Dhammacakkappavattana Sutta – letteralmente ‘Discorso che mette in moto il veicolo dell’insegnamento’ che venne tenuto da Buddha Shakyamuni per la prima volta nel 528 a.C. nel Parco dei Daini a Sarnath presso Varanasi e che da allora è sempre stato mantenuto vivo da tutte le scuole del mondo buddhista.

L’insegnamento del Buddha sulle Quattro Nobili Verità è esposto nel Dhammacakkappavattana Sutta ed è il punto di riferimento più importante per la pratica.
In particolare, la scuola buddhista Theravada considera questo sūtra come la quintessenza dell’insegnamento del Buddha e sostiene che esso da solo contiene tutto ciò che è necessario sapere per comprendere il dharma ed arrivare all’Illuminazione.

In realtà sebbene il Dhammacakkappavattana Sutta venga considerato il primo sermone che il Buddha abbia tenuto subito dopo la sua Illuminazione, si dice che il vero primo sermone Egli lo abbia in realtà tenuto ad un asceta che incontrò durante il suo cammino verso Varanasi.

Si racconta che dopo la sua illuminazione (o risveglio) a Bodh Gaya il Buddha pensò: "È una dottrina così sottile che non posso mettere in parole ciò che ho scoperto, per cui non mi dedicherò all’insegnamento. Resterò seduto sotto l’albero della Bodhi per il resto della mia vita".

Però, mentre il Buddha stava pensando queste cose, Brahma Sahampati, il Dio creatore dell’Induismo, gli si accostò e lo convinse ad andare ad insegnare.
Brahma Sahampati persuase il Buddha dicendo che sicuramente c'erano degli esseri che lo avrebbero capito poiché avevano solo un leggero strato di polvere sugli occhi.

L’insegnamento del Buddha, quindi, fu indirizzato a coloro che avevano solo un po’ di polvere sugli occhi.
Dopo la visita di Brahma Sahampati, il Buddha stava andando da Bodh Gaya a Varanasi, quando incontrò sulla strada un asceta, che rimase impressionato dal suo aspetto raggiante.
L’asceta gli chiese: "Che cosa avete scoperto di così sublime?" e il Buddha rispose: Sono il perfetto illuminato, l’Arahant, il Buddha”.

L’uomo però udendolo parlare così, pensò che il Buddha si fosse sottoposto a pratiche troppo rigide e che esagerasse oltre misura nel vantarsi e se ne andò.
In realtà l’affermazione del Buddha fu un insegnamento molto preciso e profondo, ma venne frainteso perché molti pensarono che fosse soltanto un frutto dell’ego, e questo perché la gente interpreta ogni cosa partendo dal proprio ego.
Ciò che può sembrare un’affermazione egoica è invece perfettamente trascendente, ma l’ascoltatore non potè capirlo e se ne andò.

Più tardi il Buddha incontrò i suoi precedenti compagni nel Parco dei Daini a Varanasi.
Tutti e cinque si erano sinceramente dedicati al più stretto ascetismo ed erano rimasti delusi dal Buddha, pensando che egli volesse abbandonare la pratica.
Era infatti accaduto che il Buddha, prima dell’Illuminazione, avesse cominciato a capire che l’ascetismo troppo rigido non poteva condurre al risveglio.
Così aveva abbandonato quella strada e i suoi cinque amici pensarono che se la stesse prendendo comoda: forse lo videro mangiare riso al latte, che corrisponderebbe oggi ad una scorpacciata di gelati.
È possibile che se vi sentite un asceta e vedete un monaco mangiare un mucchio di gelati perdiate fiducia in lui, perché si pensa che i monaci debbano solo mangiare zuppa d’ortica.
In proposito Ajahn Sumedho racconta che quando gli studenti che veramente amano l’ascetismo lo vedono mangiare una coppa di gelato perdono fiducia in lui.
Ciò evidenzia il modo di procedere della mente umana: la tendenza ad esaltarsi e ad ammirare eccessivamente i gesti plateali di auto tortura e di abnegazione.

Quando persero la fiducia nel Buddha, quei cinque amici lo lasciarono. cosa che gli diede l'opportunità di sedersi sotto l’albero della Bodhi e giungere all’Illuminazione.
Poi quei cinque, incontrando di nuovo il Buddha nel Parco dei Daini di Varanasi, immediatamente pensarono:
‘Sappiamo che tipo è. Non occupiamoci più di lui’. Ma, mentre egli si avvicinava, si accorsero che c’era qualcosa di speciale in lui. Si alzarono per lasciargli posto a sedere ed allora egli pronunciò il sermone sulle Quattro Nobili Verità.

Questa volta, invece di dire: "Io sono l’Illuminato", disse:
"C’è la sofferenza,
c’è l’origine della sofferenza,
c’è la cessazione della sofferenza,
c’è il sentiero che conduce fuori dalla sofferenza".

Messo in questa maniera, il suo insegnamento non ha bisogno di essere approvato o confutato; se avesse detto: ‘Sono il perfetto illuminato’ saremmo stati obbligati ad essere d'accordo o in disaccordo, oppure forse saremmo stati sorpresi.
Non avremmo saputo considerare altrimenti quelle parole. Invece, dicendo ‘c’è la sofferenza, c’è una causa e una fine di essa e c’è la via che conduce fuori dalla sofferenza, egli offrì qualcosa su cui riflettere.

"Che vuoi dire? Che vuoi dire con sofferenza, con origine e cessazione della sofferenza, e con il sentiero?"

Dovremmo cominciare a contemplare, a pensarci su.

All’affermazione ‘Io sono il perfetto illuminato’ potremmo ribattere: ‘Ma è veramente illuminato?’...’Non ci credo’.

È nostra abitudine ribattere sempre qualcosa, forse perché non siamo pronti ad un insegnamento così diretto.

Ovviamente il primo sermone del Buddha era stato indirizzato a qualcuno che aveva molta polvere negli occhi, ed era fallito.
Così, alla seconda occasione il Beato parlò delle Quattro Nobili Verità:
1. c’è sofferenza,
2. c’è una causa o origine della sofferenza;
3. c’è una fine della sofferenza
4. c’è una via che conduce fuori dalla sofferenza ed è l’ottuplice Sentiero.

Ognuna di queste Verità ha tre aspetti o insights (intuizioni o discernimenti), per cui possiamo dire che vi sono dodici passaggi intuitivi che dobbiamo affrontare per poter avere un quadro chiaro delle quattro nobili verità secondo l’insegnamento essenziale proposto dal Buddha.

Riferisce il Maestro Sumedho che nella scuola Theravada, un Arahant, un perfetto, è colui che ha visto chiaramente le Quattro Nobili Verità con i loro tre aspetti e i dodici insights.
Si dice ‘Arahant’ un essere umano che capisce la verità, e per verità si intende soprattutto l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità.

Ognuna di queste Verità può, pertanto, essere schematizzata in tre aspetti:
1. l’asserzione,
2. la prescrizione di ciò che occorre fare
3. il risultato della pratica.

(...)

La quarta nobile verità del sentiero che conduce alla cessazione del dolore è il nobile ottuplice Sentiero e cioè:

1. retta comprensione
2. retta aspirazione
3. retta parola
4. retta azione
5. retti mezzi di sostentamento
6. retto sforzo
7. retta presenza mentale
8. retta concentrazione.

Tale Nobile Verità deve essere penetrata coltivando il Sentiero...

Meditando il Samyutta Nikaya possiamo capire che la quarta nobile Verità ha tre aspetti come le prime tre Verità.

Il primo aspetto è: c è l' ottuplice Sentiero, l'atthangika magga, la via d'uscita dalla sofferenza, anche chiamato ariya magga, il nobile Sentiero.

Il secondo aspetto è: "bisogna sviluppare questo Sentiero"

L'intuizione finale che porta alla Liberazione è: "questo Sentiero è stato completamente sviluppato".

L'Ottuplice Sentiero si presenta in sequenza: comincia dalla retta (o perfetta) comprensione, samma ditthi, a cui segue la retta (o perfetta) Intenzione o aspirazione, samma sankappa; questi due primi elementi del Sentiero sono conosciuti come saggezza (pañña).

L'impegno morale (sila) ha la sua sorgente in pañña e comprende retta parola, retta azione e retti mezzi di sostentamento che possono essere detti anche perfetta parola, perfetta azione e perfetti mezzi di sostentamento, samma vaca, samma kammanta e samma ajjiva.

Poi c è il retto sforzo, la retta consapevolezza e la retta concentrazione, samma vayama, samma sati e samma samadhi, che derivano direttamente da sila.

Questi ultimi tre ci danno equilibrio emotivo; riguardano il cuore, il cuore che si libera dall’idea di un sé e dall’egocentrismo.

Con retto sforzo, la retta consapevolezza e la retta concentrazione il cuore si purifica e la mente si pacifica.

La Saggezza (pañña), o retta comprensione e retta aspirazione, viene dal cuore purificato.

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"La gente è come i bufali: se non li si lega bene per tutte e quattro le zampe, non si può dare loro nessun medicinale....

Allo stesso modo, la maggior parte di noi deve essere completamente bloccata nella sofferenza prima di mollare la presa e abbandonare le illusioni.

Se possiamo divincolarci un po’, non cediamo.

Pochi sono in grado di comprendere il Dharma ascoltando l'esposizione e il commento di un insegnante.

Per la maggior parte di noi, invece, è la vita che deve farci da maestra, fino alla fine."

(Ajahn Chah, tratto da "I maestri della Foresta", edizioni Ubaldini)

jbj89
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Re: Buddha - Una Manciata di Foglie

Messaggio da jbj89 » 23/10/2019, 23:04

Grazie per la citazione .
È un punto di vista che condivido pienamente..in questi ultimi giorni in particolar modo..mi sto rendendo conto di quanto l'ascolto tramite il filtro della mente ego possa mistificare qualcosa che in sé è perfetto e di enorme beneficio ..per ridurlo a mero oggetto sensibile da possedere o rifiutare...
Ho molto lavoro e molta molta strada da fare.

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