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Sai Baba - La suprema saggezza e il mal di testa di Krishna

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cielo
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Sai Baba - La suprema saggezza e il mal di testa di Krishna

Messaggio da cielo » 23/09/2018, 11:58

In questo discorso del 7 luglio 1963 Sai Baba, con quel suo tipico pizzico di ironia, espone le ragioni della sua malattia, una grave apoplessia che durò otto giorni preoccupando molto i devoti che si riunirono a migliaia a Prashanti Nilayam.
Il giorno prima Sai Baba rese espliciti i suoi poteri guarendo sè stesso in pochi secondi e di fronte alla folla.
Nel testo che segue viene raccontata anche la storia del mal di testa di Krishna da cui emerge un importante insegnamento per tutti coloro che "sapendo di non sapere", pur se in nome dell'umiltà, ripetono a sè stessi di non essere degni, di essere meschini, peccatori, ignoranti, limitati e incapaci, e così facendo non si mettono pienamente in gioco, negandosi. L'umiltà si dovrebbe accompagnare al pieno e consapevole abbandono alla volontà divina, come le gopi.

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"Io sono in ogni essere vivente - affermò Krishna -

quella polvere è mia, quei piedi sono miei, la testa ed ogni altra cosa sono mie.

I miei piedi e la mia testa sono dovunque e tutto mi appartiene.

Chi può capirmi?

Chi può contenermi?

Io sto in tutte le forme, sono parte di esse...

sono il più ladro dei ladri.

Chi può acciuffarmi?

Chi può imprigionarmi?

Secondo il vostro criterio 'quello' è un ladro, ma secondo il mio criterio 'quello' sono Io".


Sai Baba:
Ieri, quando sono entrato nella sala, ho avvertito il dolore che tutti voi avete provato, e questo è da attribuire al fatto che mi avete identificato con il corpo colpito dalla malattia.
Se aveste avuto consapevolezza della mia verità, non vi sareste rattristati; in realtà sarebbe stato sufficiente riconoscere la vostra verità.

La malattia se n’è andata così com’è venuta: Io ne sono stato il Padrone, per tutto il tempo. Quando aveva raggiunto il suo culmine, ho esaminato il suo decorso e l’ho indotta a terminare il suo dharma [il suo compito].

L’avevo presa su di me e quindi le dovevo consentire di compiere il suo dharma!
Mentre ero malato, sono circolate storie sciocche di ogni tipo. Alcuni temevano che qualcuno mi avesse fatto una magia nera durante il mio recente viaggio al sud, e che la paresi ne fosse la conseguenza.

Vi assicuro che nulla di male mi può colpire e nulla mi può ferire: Io sono il Padrone, il Potere che domina ogni cosa.

Sono venuto a sapere anche che qualcuno diceva che stavo osservando il silenzio o che ero in uno stato d’estasi. Perché mai dovrei osservare il voto del silenzio? Se sono silenzioso, come potrei portare avanti la mia missione di riformarvi e farvi realizzare il proposito dell’esistenza?

Inoltre perché dovrei cercare l’estasi, io che sono l’Incarnazione stessa della Beatitudine e dell’Amore? Lo scettico e l’ignorante prestano orecchio a simili chiacchiere. Il vero devoto invece scarterà tutte queste storie. Per i devoti, questi otto giorni sono stati giorni di intensa penitenza; essi non avevano nessun altro pensiero all’infuori di Bhagavan.

Una volta anche Krishna finse di soffrire di un mal di testa violento ed insopportabile! Interpretò quel ruolo molto realisticamente, come ho fatto io la scorsa settimana.

Si era avvolto dei panni caldi attorno al capo e si rotolava nel letto senza pace. Aveva gli occhi rossi ed il suo malessere era palese; anche il suo volto pareva gonfio e pallido.

Rukminī, Satyabhāmā e le altre regine corsero al Suo capezzale con vari rimedi e medicinali, ma tutti risultarono inefficaci. Alla fine esse chiesero consiglio a Nārada, il quale andò nella stanza di Krishna per consultarlo e scoprire quale medicinale lo potesse guarire.
Krishna gli disse di portargli…Quale farmaco pensate che fosse?…la polvere dei piedi di un vero devoto!

In un baleno Nārada si manifestò alla presenza di alcuni famosi devoti del Signore, ma essi erano troppo umili per offrire la polvere dei loro piedi per essere usata dal loro Signore come rimedio! Anche un atteggiamento del genere è una sorta d’egotismo. Sensazioni quali: ‘Sono di un basso livello, meschino, piccolo, povero, peccatore, inferiore’ – sono tutti sentimenti egoici; infatti quando l’ego se ne va, non vi sentirete inferiori, né superiori.

In ogni caso, nessun devoto osava dare la polvere richiesta dal Signore perché affermava di esserne indegno. Così Nārada tornò deluso al capezzale di Krishna, il quale gli chiese: “Hai provato ad andare a Brindavan dove vivono le gopī?”
Le regine risero a quel suggerimento e persino Nārada domandò costernato: “Ma cosa ne sanno della devozione?”
Nonostante ciò, il saggio dovette affrettarsi a raggiungere quel luogo.

Non appena le pastorelle appresero che Krishna era malato e che la polvere dei loro piedi l’avrebbe fatto guarire, senza pensarci neppure un istante, la raccolsero dai lor piedi e riempirono le mani di Nārada.

Quando Nārada fece ritorno a Dvārakā, la cefalea di Krishna era già scomparsa! Quella fu una commedia di cinque giorni per insegnare che anche l’autocondanna è egotismo e che tutti i devoti devono obbedire agli ordini del Signore senza esitazione.

Quando ho annunciato che avevo preso su di me la malattia destinata a qualcun altro, il quale altrimenti non avrebbe potuto sopravvivere, molti di voi hanno pensato: “Perché Bhagavani ha gettato così tante persone nel dolore per favorirne una sola?”

Ma Rāma non s’incamminò forse verso la foresta nonostante tutta la città di Ayodhyā piangesse?

Il mio dharma di proteggere i devoti doveva compiersi, ed anche il dharma della malattia doveva attuarsi.

Per quanto potente fosse Indra, Krishna avrebbe potuto far cessare le piogge; ma Indra doveva adempiere il suo dharma e, nel sollevare la montagna Govardhana per proteggere le mucche ed i pastori, Krishna manifestò la Sua divinità!

Anche nella circostanza attuale, l’atto divino è stato il medesimo: ho utilizzato questa opportunità per dimostrare al mondo dei dubbiosi la Divinità intrinseca a questa forma umana. Ieri vi avevo detto che persino quel fortunato devoto è stato solo uno strumento usato per mantenere la promessa fatta in passato al saggio Bharadvāja; il miracolo è servito a rivelare la Mia reale Natura a tutti voi. Siete davvero molto fortunati perché, nel sacro giorno dedicato al Guru, siete stati testimoni di questa straordinaria rivelazione della Mia Divinità.

Non c’è Verità (Satya) senza Bontà (Shivam), non c’è Bontà senza Bellezza (Sundaram).

La Verità soltanto può conferire mangalam (gioia, buoni auspici) e solo mangalam è vera bellezza.

La Verità è bellezza, la gioia è bellezza. La menzogna e la sofferenza sono brutture perché sono innaturali.

L’intelletto, la mente subconscia ed il cuore sono i tre centri dell’uomo in cui risiedono la saggezza, l’attività e la devozione.

Lo splendore della Verità rivelerà la Bontà. Impegnatevi in azioni approvate dalla più alta saggezza, non in azioni create dall’ignoranza. Così tutte le azioni saranno Shivam: di buon auspicio, benefiche e benedette.

Fare esperienza di Shivam viene detto Sundaram, bellezza, in quanto conferisce la vera beatitudine. Tale è la mia Realtà ed è il motivo per cui la mia vita è detta ‘Verità, Bontà, Bellezza’.

Impegnatevi nell’azione fondata sulla saggezza, la saggezza che tutto è Uno.
Fate in modo che il vostro lavoro sia pervaso dalla devozione, in altre parole da: umiltà, amore puro, compassione e non violenza; fate in modo che la vostra devozione sia colma di saggezza, altrimenti sarà leggera come un pallone che si lascia trasportare da ogni corrente d’aria o soffio di vento. La conoscenza [secolare] da sola rende il cuore arido, mentre la devozione lo renderà tenero e traboccante di comprensione e solidarietà; il lavoro darà alle mani qualcosa da fare, qualcosa che santificherà ogni minuto che vi è stato assegnato per vivere qui. Ecco perché per devozione s’intende la costante adorazione, lo stare vicini, sentire la divina Presenza, condividere la dolcezza della Divinità.

L’anelito alla costante contemplazione di Dio vi induce ad intraprendere pellegrinaggi, a costruire e restaurare templi, a consacrare le immagini sacre. I sedici elementi necessari al culto con cui il Signore viene adorato soddisfano la mente che desidera ardentemente un contatto personale col Supremo. Tutto ciò è Karma [azione] di ordine superiore e conduce al conseguimento della suprema saggezza.

All’inizio comincerete con l’idea ‘Io sono nella Luce’; poi si consoliderà in voi il sentimento ‘La Luce è in me’, che alla fine vi condurrà alla convinzione ‘Io sono la Luce’.

Quella è la suprema saggezza. Vedete voi stessi in tutti, amate tutti come voi stessi. Un cane rinchiuso in una stanza fatta di specchi non vede sé stesso in quella miriade di riflessi, bensì rivali, avversari, altri cani contro cui abbaiare; perciò si sfianca a forza di saltare contro questo o quel riflesso e, quando anche l’immagine fa un salto, impazzisce dalla rabbia.

L’uomo saggio, invece, vede sé stesso ovunque ed è in pace; è felice che ci siano così tanti riflessi di sé attorno a lui. Questa è l’attitudine che dovete imparare a coltivare e che vi salverà da inutili difficoltà e disagi.


Discorso del 7 luglio 1963, Prashānti Nilayam. In Discorsi 1963 - Sathya Sai Speaks Vol.III - ed. Mother Sai Publications.

cielo
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inadeguatezza?

Messaggio da cielo » 02/08/2020, 11:28

La storia del mal di testa di Krishna ogni tanto mi viene in mente e la rileggo sempre volentieri.
Mi aiuta a superare la tendenza all'autocommiserazione, al non sentirmi degna/adeguata a ciò che immagino sia il "compito" dell'aspirante alla conoscenza del Supremo (paramatma o Dio, o Sè), e anche la costante identificazione con sentirmi una "parte" giudicabile per le azioni compiute, quindi sottoponibile al giudizio: degno o non degno. E' l''aderenza all'io e al mio, è più che evidente.

Ripetere a sè stessi di non essere degni, di essere meschini, peccatori, ignoranti, limitati e incapaci, impedisce l'accettazione di ciò che si è e nega quell'abbandono necessario a far sì che la devozione possa tracimare nella conoscenza.
Devozione e conoscenza vanno di pari passo, l'amore incentrato sull'osservazione dell'Essere che è e non diviene presuppone lo scioglimento di ogni legame e identificazione. L'abbandono praticato dei frutti dell'azione.

Ma ciò può avvenire solo quando ci si è concentrati per lungo tempo nel "luogo" del cuore, e offerti sull'altare dell'azione senza attesa per i frutti (karma e bhakti: non sono io che agisco, ma Tu, supremo Ordinatore), su quella singola Coscienza che è divenuta manifesta in differenti maniere, sotto forma di tutta questa molteplicità sovrapposta al brahman. Riconoscere che non c'è l'altro, ma solo riflessi dello stesso unico substrato.
Occorre pertanto un discernimento sistematico fra ciò che è transitorio e ciò che è eterno, sostegno, fondamento e governo del "triplice corpo" (fisico, sottile e causale).

La devozione e la sapienza sono come un paio di buoi che, sotto il medesimo giogo, devono trainare il carro in sincronia. Ciascuno deve seguire il ritmo dell'altro e aiutarlo a tirare il carico il più veloce possibile. La saggezza deve favorire lo sviluppo della devozione, e la devozione deve contribuire alla crescita della saggezza.
Sai Baba, tratto da "La pace suprema (prashānti vahinī), ed. Mother Sai publications


L'umiltà si dovrebbe accompagnare al pieno e consapevole abbandono alla volontà divina, come le gopi.
Nell'immaginazione della mente è facile dire che ognuno darebbe la polvere dei propri piedi se servisse a far passare il mal di testa a qualcuno che amiamo o che abbiamo innalzato a nostra divinità d'elezione, o al guru. Anzi, non ci penseremmo un attimo.
Ma sottoposti al giudizio di essere "veri devoti" non prevarrebbe forse la tendenza a schernirsi?
A me verrebbe istintivo, ma non c'è dubbio che riconosco l'ovvietà dell'identificazione col personaggio da valutare se degno o non degno, adeguato o inadeguato.
C'è un discrimine sottile come il filo di un rasoio fra l'umiltà e il gonfiarsi dell'ego, effettivamente.

Forse dovremmo capire meglio cosa sia questa "inadeguatezza", su quali fragili o robuste fondamenta si radichi.
A volte l'umiltà è una scusa per non fare, per non assumersi la responsabilità (e se poi la polvere dei miei piedi non funzionasse sul mal di testa di Krishna? Avrei la "prova provata" di non essere un vero devoto).
Meglio giudicarsi da soli che essere giudicati?

Umiltà è conoscersi, sia in positivo che negativo, essere ciò che si è.
Dirsi di se stessi di essere inadeguati, piccoli, nessuno, di non valere niente è anche quella adesione e attaccamento ad una definizione di sè individuale, è egoismo di certo non umiltà. L'umiltà dovrebbe farci vedere ciò che siamo nudi e crudi, non ciò che crediamo di essere o vorremmo essere secondo nostra misura e altezza, quale che sia il parametro che utilizziamo per la comparazione con l'altro da noi. Ma questa modalità non attiene all'amore incondizionato, da rivolgere in primis a sè stessi in modo da ri-conoscere ciò che si è, in essenza e che ognuno, nella propria consapevolezza di "essente" è.

La mattina, al risveglio, udì un filo d’erba dire al nespolo sotto cui aveva dormito:«Ciò che è dato, non ci è mai appartenuto. È appartenuto
da sempre a chi è stato dato.
C’è qualcosa che rimane dei possessi dopo la morte dei veicoli corporei? E se prima non ci sono possessi, perché non si è nati; e se dopo non ci sono possessi, perché si è morti: come ci possono essere possessi ora, che si è vivi?
Liberamente ricevuto, liberamente donato, mai ci è appartenuto.
Come possiamo avere meriti o demeriti di ciò che non ci appartiene?».
Il germoglio di nespolo, sorrise al filo d’erba e chinò il capo acconsentendo alla saggezza della terra.
Premadharma, tratto da Untenshudenki II



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