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Sforzo o non sforzo per il Sé?

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Fedro
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Fedro » 20/12/2016, 11:26

Mauro ha scritto:Dal vocabolario Treccani:

Confinare [...]
2. tr. a. Obbligare a risiedere in un luogo determinato, relegare; soprattutto come pena, mandare al confino: fu confinato nell’isola di Pantelleria. In senso fig.: appena vinto il concorso, fu confinato in un paesino di montagna; rifl.: dove ti sei confinato, che non ti si vede più in giro? b. non com. C. da un luogo, sbandire, scacciare: la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo (Manzoni). 3. tr., ant. C. un luogo, limitarlo, stabilirne o tracciarne i confini. ◆
D'accordo, non cercavo di capire il senso delle parole, ma la loro modalità operativa: evidentemente non la conosco e chiedevo in pratica quale fosse. Fa lo stesso

Mauro
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Mauro » 20/12/2016, 11:36

E chiedi a me la modalità operativa di porre al confino i moti dell'anima quando io i tumulti interiori li vivo tutti?

cielo
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da cielo » 20/12/2016, 15:56

Mauro ha scritto:Come la troviamo la pace dai questi moti, cielo?
Rifiutandoli o accettandoli?
Da quello che scrivi credo che tu opti per la seconda ipotesi, anche se molto spesso ci è consigliato di lasciarli fuori dalla porta e confinarli al di fuori della nostra esistenza, invece che farli entrare e farci passare attraverso, con le relative conseguenze, però.
In entrambi i casi è sempre una scommessa con l'ignoto: sia che poniamo la barriera, sia che facciamo crollare la diga, non possiamo conoscere cosa ci capiterà, e forse è quello il motivo del mio atteggiamento un po' schizofrenico rispetto agli accadimenti della vita.
Rifiutandoli o accettandoli?
Direi entrambi. La mente è uno strumento adeguato per conoscere e sperimentare il relativo, il mondo transitorio delle esperienze subite dall'"io sono tal dei tali", creduto vero e assolutizzato, l'esterno , il divenire fenomenico: quello che penso di essere e quello che gli altri pensano che io sia. Non quello che "sono", a prescindere dall'apparenza del me-fenomeno.
Dirigere la mente all'interno e focalizzare l'attenzione sul puro Essere, sulla consapevolezza di esistere come centro di percezione dell'esistenza a cui questa "forma" condensata in materia partecipa, è, in sintesi, la sadhana che ognuno dovrebbe compiere (per come l'ho capita io che scrivo, naturalmente), secondo le proprie particolarità e tendenze, uniche ed irripetibili. Chi ha sperimentato quello stato di non moto, di Puro Essere consapevole di sè, non ha certo bisogno di parole per descriverlo (pur usandole con parsimonia, come Ramana, ad esempio), basta la sua sola presenza silenziosa a trasmettere la beatitudine del ri-trovarsi in quello stato oltre il relativo: satcitananda. Nel Sole, non sul raggio che illumina una particella di esistenza transitoria, insieme ad infiniti altri raggi che illuminano l'altrove per il singolo raggio.

La mente si serve dei sensi per esplorare, durante lo stato di veglia, il mondo che conosce, a cui dà vita proprio pensandolo, credendolo esistente a sè stante, separato, dotato di esistenza autonoma, in contrapposizione al soggetto che lo percepisce e si percepisce autonomo.

"Tu" però esisti nel momento in cui "Io" ti faccio esistere, ti creo, nel mio pensiero, altrimenti non esisti.
Interessante come nello stato di sogno, deposti gli strumenti sensoriali insieme al corpo grossolano "disattivato" dall'azione, la mente crei un corpo di sogno in cui identificarsi e tramite il quale sperimentare altri oggetti da lei stessa creati e percepiti tramite sensi "sottili", non fisici.

Dunque, per come la vedo io, rifiuto e accettazione dei moti mentali ed emozionali vanno di pari passo. Vedo la mia mente partire per la tangente e partorire pensieri ed emozioni che mi destabilizzano avendo portato in esistenza, nel ricordo, uno scenario con dei personaggi che mi creano problemi nella relazione, ad esempio.
Utilizzo uno strumento, una spina, per togliere la spina che sento penetrare nella mia "carne mentale". Io uso il mantra e il namasmarana essenzialmente, oppure la meditazione sul respiro che entra e che esce: so ham; sono lo spillo con cui cerco di togliere la spina che sta penetrando.
Rifiuto quei pensieri, pur accettandoli in quanto sempre "miei" figli, mie creature, credenze, proiezioni, modelli, vasana.
Vedo e rifiuto il mio cristallizzarmi in quell'"io sono questo e quello" che basa la propria inconsistente esistenza non sulla consapevolezza di essere (quell'atma che non entra e che non esce, ma sempre è), ma sul ricordo del passato e la proiezione in un futuro immaginato.
Rifiuto che la mia mente creda in quello che pensa, che lo assolutizzi, ma accetto di non riuscire h24 a non essere travolta dal suo moto, dalla sua fame mai placata.

Mauro
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Mauro » 20/12/2016, 16:26

Devo ammettere che faccio fatica a seguire il tuo ragionamento, cielo.
Non ti seguo nel tuo volo pindarico.
Ma perchè non usi qui la stessa modalità colloquiale che hai con me in privato?
Speravo che almeno tu fossi esente da una certa prosa che caratterizza questo forum.

cielo
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da cielo » 20/12/2016, 19:15

Mauro ha scritto:Devo ammettere che faccio fatica a seguire il tuo ragionamento, cielo.
Non ti seguo nel tuo volo pindarico.
Ma perchè non usi qui la stessa modalità colloquiale che hai con me in privato?
Speravo che almeno tu fossi esente da una certa prosa che caratterizza questo forum.
Se le mie sono ali incollate come quelle di Icaro, mi schianterò.
Io se mi leggo mi capisco ;)
Credo che sia esperienza condivisibile (di capirsi da soli), anche se bello sarebbe potersi capire gli uni con gli altri, essendo tutte gocce al "sapor di mare". Eppure pare davvero difficile comprendersi di questi tempi aspri e dolorosi per buona parte dell'umanità. Ognuno parla la sua lingua e solo quella capisce. La torre di Babele ancora non è completamente crollata.

PS: in privato parliamo del mondo di cesare, di solito, mica della ricerca del Sè.

Mauro
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Mauro » 20/12/2016, 19:19

PS: in privato parliamo del mondo di cesare, di solito, mica della ricerca del Sè.
E necessitano linguaggi differenti?

cielo
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da cielo » 21/12/2016, 16:34

Mauro ha scritto:
PS: in privato parliamo del mondo di cesare, di solito, mica della ricerca del Sè.
E necessitano linguaggi differenti?
Il linguaggio è mutevole, così come il pensiero.
Si adatta alle necessità contingenti, al ruolo in quel momento rivestito, alla relazione in atto.
Ad esempio, un giornalista scrive per la gente, per essere capito da tutti, anche dalle persone non esperte in uno specifico campo, un giurista invece scrive per gli addetti ai lavori, con un linguaggio complicato e a volte anche pretestuosamente dotto (tanto da riuscire incomprensibile anche per gli addetti ai lavori che devono sforzarsi pure loro di capire che cavolo voleva dire).
Se si scambiassero i ruoli però, la gente, i cittadini, non capirebbero le tortuose considerazioni del giurista svolte a colpi di rinvii normativi e richiami giurisprudenziali, e viceversa gli addetti ai lavori si stupirebbero o riderebbero del linguaggio usato dal giornalista per commentare una sentenza della Corte costituzionale che, magari a sorpresa, dà ragione a chi si pensava avesse torto.
Necessita sempre una mediazione, secondo me, anche da parte del lettore, altrimenti non ci si capirà.

Mauro
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Mauro » 21/12/2016, 16:42

Quindi vuoi dire che quando parliamo del "Sé" dobbiamo usare un linguaggio da "addetti ai lavori" se non addirittura criptico?
Che poi, a pensarci bene, non è che io tema l'utilizzo di termini "convenzionali" per il vedanta: ho letto abbastanza a riguardo per conoscerne il significato.
Il problema che ravvedo (talvolta in te, talvolta in altri) è proprio di prosa: talvolta arzigogolata, talvolta astrusa. Sembra quasi che si faccia apposta per non farsi capire, rimanendo in un perenne "limbo" di considerazioni chiuse in se stesse.

cielo
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da cielo » 21/12/2016, 16:48

Mauro ha scritto:Quindi vuoi dire che quando parliamo del "Sé" dobbiamo usare un linguaggio da "addetti ai lavori" se non addirittura criptico?
no, dobbiamo rimanere aderenti alla nostra esperienza e anche pronti a sostenere l'impatto con chi ritiene la nostra testimonianza un volo pindarico.
Non si può parlare del Sè con un linguaggio "adatto", visto che Il Sè non è un oggetto e non può essere pensato, nè descritto.
"Quello da cui le parole recedono", dice la Taittiriya upanishad.
Dunque parlare del Sè sarà sempre precario e ognuno farà del suo meglio per offrire la propria visione, per forza di cose mentale, altrimenti si sarebbe "realizzato il Sè" e magari si farebbe altro che scambiare considerazioni su un forum, col rischio di non fare altro che contrapporre opinioni ad altre opinioni o rendersi fastidioso con un linguaggio non adeguato alla visione altrui. Se ho usato un linguaggio complesso al tuo sentire tieni conto che invece io ero certa che tu mi capissi, stante la tua preparazione e conoscenza di autori quali Ramana, ad esempio, che richiamano molto l'importanza di ritirare la mente all'interno e dirigerla sul nucleo più intimo del proprio essere, il famoso "cuore"....
Questo è il rischio dell'interazione dialettica tra "aspiranti filosofi", di non capirsi, soprattutto se ognuno segue la propria traccia mentale senza considerare quella altrui, errore che faccio spesso, ad esempio in campo musicale, quando nella mia testa è chiaro che una melodia va crescendo e non calando, anche se l'altro la sente calante.

Mauro
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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Mauro » 21/12/2016, 17:03

Non dico di non averti capito, dico che certe volte non ti seguo nei tuoi voli pindarici.
È come se, per il fatto che si tenti di parlare del "Sé" (che personalmente non conosco e quindi- avrai notato, non lo menziono quasi più), si innescano in automatico toni enfatici da novello ierofante... :)

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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da cielo » 21/12/2016, 17:15

Mauro ha scritto:Non dico di non averti capito, dico che certe volte non ti seguo nei tuoi voli pindarici.
È come se, per il fatto che si tenti di parlare del "Sé" (che personalmente non conosco e quindi- avrai notato, non lo menziono quasi più), si innescano in automatico toni enfatici da novello ierofante... :)
E' proprio perchè non si può parlare del Sè che i toni altrui non saranno mai adeguati alle nostre aspettative di adeguatezza nel tentare di parlare di un non oggetto, non definibile nel relativo, non misurabile e confrontabile.
E' facile parlare tra noi del mondo di Cesare, tutto bello definito e codificato nelle sue regole, convenzioni, consuetudini e prassi, molto difficile "parlare di quello che rivela l'esplorazione interiore mostrando ciò che si crede di aver intuito. Dall'interazione anche la correzione e l'aggiustamento della rotta, se del caso uno avesse tenuto la mappa al contrario, che non si sa mai.
La tua papessa preferita

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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Fedro » 25/12/2021, 13:09

"Non v'è da raggiungere qualcosa, non v'è da produrre alcuno sforzo; c'è solo una cosa da fare:
morire ogni giorno a se stessi."

(Raphael, Di là dal dubbio)

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Re: Sforzo o non sforzo per il Sé?

Messaggio da Fedro » 06/02/2022, 21:10

D. Quali sono i sintomi del progresso nella vita spirituale?
M. La libertà da tutte le preoccupazioni, una sensazione di leggerezza e gioia, una grande pace interiore e una grande energia dall'esterno.
D. Tu come ci sei riuscito?
M. Ho trovato tutto alla santa presenza del mio guru.
Io non ho fatto niente. Egli mi ha detto di essere quieto e lo sono stato, per quanto ho potuto.
D. Vuoi dire che tutte queste magnificenze arriveranno semplicemente rimanendo nell' "io sono"?
M. È sicuro proprio ciò che è semplice, non ciò che è complicato.

(Da: Sri Nisargadatta Maharaj, Io Sono Quello,
Ed Ubaldini)

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