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una mia riflessione, a partire dal Quaderno A&V n. 184, su Cristianesimo e Tradizione iniziatica

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blue_scouter
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una mia riflessione, a partire dal Quaderno A&V n. 184, su Cristianesimo e Tradizione iniziatica

Messaggio da blue_scouter » 17/10/2020, 14:54

Colgo l’occasione dell’uscita odierna dell’ultimo quaderno Advaita Vedanta in cui di dice che l’Advaita non si oppone a nessun punto di vista, essendo anzi totalmente inclusivo e trascendente, per porre un domanda che mi faccio spesso: è possibile leggere e – si spera – anche fare tesoro di insegnamenti Tradizionali come quelli Vedanta Advaita di Raphael o di altri autori ma, alto tempo stesso, rimanere in un percorso di fede cristiano-cattolica? In poche parole, le due cose (la Tradizione e il Cristianesimo cattolico) si escludono a vicenda oppure no? E, nella seconda ipotesi, il loro è un rapporto di separazione netta o esistono punti di contatto e, magari, di sintesi?
In primo luogo, mi permetto di proporre in questo forum una tale domanda, che ha valenza solo personale, cioè si riferisce al mio cammino di vita, perché spesso mi sento diviso tra queste due posizioni e sinceramente non vorrei – uso un tono scherzoso, ovviamente – né essere un sincretico né essere un “traditore”.
Secondariamente, se è vero che molte mani si sono alzate in nome di Cristo e non per benedire, ed è altresì vero che le tre grandi religioni monoteiste possono recare in aggiunta all’idea dell’unico Dio un’altra idea, assai più perniciosa: il “mio” Dio è “migliore” del tuo; è anche vero però che l’insegnamento di Gesù (degli altri, non conoscendoli bene, non ne parlo) come anche quello del Buddha ha un’eccezionale vicinanza alla condizione umana, tanto che uno degli appellativi di Gesù è quello di Emanuele, il Dio con noi.
A tale proposito, vorrei da ultimo segnalare un bel testo, edito dalla San Paolo, MENDICANTE DI LUCE scritto da Masterbee, nel quale, nel parlare dei rapporti tra induismo e cristianesimo, si dice semplificando parecchio che il primo è una via ascensionale dell’ente che s’innalza a Dio; nel secondo avviene il contrario, è Dio che va verso l’ente, cioè è la Verità, in veste di Amore, che si incarna nella persona di Gesù. Ho letto spesso nei testi di Raphel che l’Essere è e non diviene, però quella prospettiva, poc’anzi accennata, della Verità-Amore che viene presso di noi mi piacerebbe esplorarla. Davvero.

cielo
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Re: una mia riflessione, a partire dal Quaderno A&V n. 184, su Cristianesimo e Tradizione iniziatica

Messaggio da cielo » 17/10/2020, 20:41

blue_scouter ha scritto:
17/10/2020, 14:54
Colgo l’occasione dell’uscita odierna dell’ultimo quaderno Advaita Vedanta in cui di dice che l’Advaita non si oppone a nessun punto di vista, essendo anzi totalmente inclusivo e trascendente, per porre un domanda che mi faccio spesso: è possibile leggere e – si spera – anche fare tesoro di insegnamenti Tradizionali come quelli Vedanta Advaita di Raphael o di altri autori ma, alto tempo stesso, rimanere in un percorso di fede cristiano-cattolica? In poche parole, le due cose (la Tradizione e il Cristianesimo cattolico) si escludono a vicenda oppure no? E, nella seconda ipotesi, il loro è un rapporto di separazione netta o esistono punti di contatto e, magari, di sintesi?
In primo luogo, mi permetto di proporre in questo forum una tale domanda, che ha valenza solo personale, cioè si riferisce al mio cammino di vita, perché spesso mi sento diviso tra queste due posizioni e sinceramente non vorrei – uso un tono scherzoso, ovviamente – né essere un sincretico né essere un “traditore”.
Secondariamente, se è vero che molte mani si sono alzate in nome di Cristo e non per benedire, ed è altresì vero che le tre grandi religioni monoteiste possono recare in aggiunta all’idea dell’unico Dio un’altra idea, assai più perniciosa: il “mio” Dio è “migliore” del tuo; è anche vero però che l’insegnamento di Gesù (degli altri, non conoscendoli bene, non ne parlo) come anche quello del Buddha ha un’eccezionale vicinanza alla condizione umana, tanto che uno degli appellativi di Gesù è quello di Emanuele, il Dio con noi.
A tale proposito, vorrei da ultimo segnalare un bel testo, edito dalla San Paolo, MENDICANTE DI LUCE scritto da Masterbee, nel quale, nel parlare dei rapporti tra induismo e cristianesimo, si dice semplificando parecchio che il primo è una via ascensionale dell’ente che s’innalza a Dio; nel secondo avviene il contrario, è Dio che va verso l’ente, cioè è la Verità, in veste di Amore, che si incarna nella persona di Gesù. Ho letto spesso nei testi di Raphael che l’Essere è e non diviene, però quella prospettiva, poc’anzi accennata, della Verità-Amore che viene presso di noi mi piacerebbe esplorarla. Davvero.
Non sono le religioni a veicolare l'idea che il “mio” Dio è “migliore” del tuo, altrimenti non sarebbero "monoteiste", affermando l'Unico come fulcro e calamita per ogni pezzettino di ferro che esiste nella manifestazione.
E' la mente umana a introdurre termini di paragone, a creare il secondo, a separarsi da quell'amore verso cui tutte le grandi religioni conducono.
Come introdurre termini di paragone senza creare un secondo, un altro, un diverso, un tuo da confrontare con il mio?
Ma questo lo fa l'interprete, colui che acquisisce nozioni senza esperire, senza realizzare la filosofia che lo attrae.

E' la corruzione del pensiero umano che interpreta a proprio uso e consumo la Verità dell'Uno che le religioni propongono come unico punto per la riflessione del mistico che cerca di riunirsi (re-ligo) a quel Dio che percepisce lontano dimenticando di esserci immerso e di transitare nel divenire come mero riflesso di Quello.

La mente adatta e corrompe, giustifica per credere, aggrappata al proprio io che non vuole "morire", svanire, dissolversi in quell'Amore, invisibile e decantato dalle sacre scritture come fonte della suprema Beatitudine, senza oggetto e senza scopo.
La mente non vuole veramente morire, esperire, realizzare quella Verità, vuole raccontarsi una storia, possibilmente a lieto fine, in cui il bene trionfa sul male. Ma quale bene? Il mio?
E il tuo?

Domandi: "In poche parole, le due cose (la Tradizione e il Cristianesimo cattolico) si escludono a vicenda oppure no? E, nella seconda ipotesi, il loro è un rapporto di separazione netta o esistono punti di contatto e, magari, di sintesi?"
Solo tu, come studioso, aspirante conoscitore di quelle vie potrai scalare la montagna e usare tutti gli strumenti a tua disposizione. Chi meglio di te può trovare la sintesi tra questi cammini visto che li percorri?

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cannaminor
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Re: una mia riflessione, a partire dal Quaderno A&V n. 184, su Cristianesimo e Tradizione iniziatica

Messaggio da cannaminor » 20/10/2020, 13:53

blue_scouter ha scritto:
17/10/2020, 14:54
Colgo l’occasione dell’uscita odierna dell’ultimo quaderno Advaita Vedanta in cui di dice che l’Advaita non si oppone a nessun punto di vista, essendo anzi totalmente inclusivo e trascendente, per porre un domanda che mi faccio spesso: è possibile leggere e – si spera – anche fare tesoro di insegnamenti Tradizionali come quelli Vedanta Advaita di Raphael o di altri autori ma, alto tempo stesso, rimanere in un percorso di fede cristiano-cattolica? In poche parole, le due cose (la Tradizione e il Cristianesimo cattolico) si escludono a vicenda oppure no? E, nella seconda ipotesi, il loro è un rapporto di separazione netta o esistono punti di contatto e, magari, di sintesi?
In primo luogo, mi permetto di proporre in questo forum una tale domanda, che ha valenza solo personale, cioè si riferisce al mio cammino di vita, perché spesso mi sento diviso tra queste due posizioni e sinceramente non vorrei – uso un tono scherzoso, ovviamente – né essere un sincretico né essere un “traditore”.
Secondariamente, se è vero che molte mani si sono alzate in nome di Cristo e non per benedire, ed è altresì vero che le tre grandi religioni monoteiste possono recare in aggiunta all’idea dell’unico Dio un’altra idea, assai più perniciosa: il “mio” Dio è “migliore” del tuo; è anche vero però che l’insegnamento di Gesù (degli altri, non conoscendoli bene, non ne parlo) come anche quello del Buddha ha un’eccezionale vicinanza alla condizione umana, tanto che uno degli appellativi di Gesù è quello di Emanuele, il Dio con noi.
A tale proposito, vorrei da ultimo segnalare un bel testo, edito dalla San Paolo, MENDICANTE DI LUCE scritto da Masterbee, nel quale, nel parlare dei rapporti tra induismo e cristianesimo, si dice semplificando parecchio che il primo è una via ascensionale dell’ente che s’innalza a Dio; nel secondo avviene il contrario, è Dio che va verso l’ente, cioè è la Verità, in veste di Amore, che si incarna nella persona di Gesù. Ho letto spesso nei testi di Raphel che l’Essere è e non diviene, però quella prospettiva, poc’anzi accennata, della Verità-Amore che viene presso di noi mi piacerebbe esplorarla. Davvero.
Porre coincidenza tra la Tradizione e l’Advaita Vedanta mi pare estrememente riduttivo, per la Tradizione. La sola filosofia indiana riconosce 6 darsana (tradizionalmente parlando) tra cui il Vedanta là dove il Vedanta non è certo e solo l’Advaita. L’Advaita stesso codificato da Sankara trova poi forti parallelismi con l’ajati vada di gaudapada, e ben cercando si trova anche dell’altro sempre sullo stesso filone. Questo poi stando e restando in ambito orientale, poi c’è tutto il filone occidentale, per non dimenticare in ultimo il medio orientale (o dovrei chiamarlo medio occidentale?), in cui ci includerei pure il cristianesimo, visto che è nato e sorto in palestina, che di occidentale allora (come oggi) ha ben poco, semmai molto più orientale che occidentale. C’è tutta la filosofia egizia, persiana, etc di cui abbiamo perso quasi tutto, ma che pure furono a tutto rigore Tradizione anche esse. E poi come tu stesso menzionavi il Buddhismo con le sue varie ramificazioni, chan, zen etc. Personalmente parlando il cristinesimo nella sua nuce originale secondo me era in tutto e per tutto Tradizione, che poi abbia subito degenerazioni ed altro, altro discorso, così come di molti altri rami tradizionali peraltro.

Certo, sempre a mio parere, resta vero quanto diceva Raphael (e non solo lui ma anche Sankara prima di lui) che l’advaita non si contrappone a nulla non avendo nulla con cui contrapporsi, ma permettimi di aggiungere che Raphael non è solo Advaita Vedanta, ma ha spaziato sia in ambito indiano, che orientale, che occidentale, come puoi ben evincere dai titoli dei libri pubblicati dalla collana asram vidya (ora Parmenides).

Non solo, ma aggiungerei che ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il cristianesimo (non necessarimente cattolicesimo) come puoi ben vedere dai continui riferimenti e proponimenti nei vari libri, alcuni come per esempio per intero “Pensiero indiano e mistica carmelitana”, o l’intero capitolo nel libro “Essenza e scopo dello Yoga” relativo al bhakti yoga.

In ultimo comunque è la stessa filosofia indiana a proporre innumerevoli percorsi e cammini (come puoi leggere bene nel suddetto libro “Essenza e scopo dello yoga”) altri dall’Advaita Vedanta che ne resta un caso specifico e ultimo quanto per pochi.

Per certi versi si potrebbe dire che l’advaita vedanta sia il culmine, il rettilineo finale di un percorso non necessariamente diretto quali lo sono tutti gli altri. Ma comunque la si veda, i cammini che la stessa tradizione indiana propone, come per esempio la bhakti yoga (specie nel suo aspetto ultimo di parabhakti) non ha nulla in meno rispetto a tanta spiritualità cristiana dell’ultimo millennio.

Non hai da scegliere, nè ti viene chiesto da alcuno di dover scegliere tra advaita e cristianesimo e\o cattolicesimo, anche perchè in ambito cristiano persino cattolico trovi esempi di filosofi e santi che in parte o in toto l’hanno percorso questo cammino “advaita”, pagandone spesso un prezzo notevole (talvolta con la vita) rispetto alle istituzioni ecclesiali del momento.

Riguardo al discorso del “Dio” cui si sale o scende a seconda del cammino, già le filosofie indiane ne hanno sviluppato pari percorso con tutte le indicazioni del caso. In ambito indiano per esempio esiste il classico quanto famoso esempio dei cuccioli (aspiranti-fedeli) di tigre e di scimmia e della loro differente modalità di percorso.

I cuccioli di scimmia sono usi aggrapparsi ai peli della pelliccia della madre e arrampicarsi fino al dorso dove si tengono fortemente aggrappati portati in giro dalla madre che va in cerca di cibo o altro. I cuccioli di tigre a differenza non fanno nulla se non affidarsi alla madre che “scende” con le sue fauci per prenderli e portarli dove lei meglio crede giusto e opportuno. Così i primi facendo uso di volontà e azione salgono alla madre (Dio?) i secondi invece aspettano fiduciosi (e supplichevoli) in abbandono totale che la madre scenda e li prenda nelle sue fauci portandoli dove lei vuole. Queste due modalità vengono spesso attribuite ai due cammini principali della filosofia indiana, quello jnana e quello bhakti; l’jnana che con volontà e azione sale al divino e il bhakta che con supplica, invocazione e preghiera (abbandono?) fa scendere il divino a lui.

Come vedi nulla di nuovo sotto il sole, anche quello orientale oltre che occidentale.

Sul discorso dell’unicità di Dio etc sarebbe un discorso lungo (e forse anche tedioso) ma permettimi due brevi considerazioni.

In ambito orientale vi sono tre filoni principali di pensiero, chiamiamoli così: l’advaita ovvero non dualità, la dvaita ovvero dualità, ed il monismo ovvero l’uno, l’unico.

Quando noi parliamo di religioni monoteistiche, quali il cristianesimo, islam, ed ebraismo, parliamo di confessioni che sentenziano l’unicità di Dio, del suo essere unico e Uno, e quindi non due e ovviamente nemmeno tre, quattro etc.

L’essere uno-unico di Dio però, non spiega appieno il creato (noi inclusi quali “figli” di Dio) nel senso se questo creato sia parte integrante di Dio (e quindi in sostanza Dio stesso) o altro da Lui. Se si pone un’alterità qualsiasi rispetto all’unità, si cade nel molteplice (duale), ovvero nell’esistenza di in quid che sia altro dall’unità posta. Presupporre un’alterità è già dualità, infatti in matematica si pone distinzione tra l’uno matematico, inteso come l’inizio del molteplice quale sua moltiplicazione, due volte uno=2, tre volte uno=3, quattro volte uno=4, etc, e l’unità a sè stante, una e unica (senza secondo) nel qual caso siamo in quello che si chiama non-dualità, ovvero altrimenti detto uno senza secondo. in un certo senso a meno di escludere la condizione di uno senza secondo (advaita) l’uno è sempre sottinteso essere un uno matematico ovvero l’unità principiale del duale, e quindi del moteplice. L’uno diventa l’unità da cui promana il molteplice per sua stessa moltiplicazione. Per certi versi siamo nella condizione di panteismo così come intesa da Spinoza e non solo lui.

Quindi tornando al nostro Dio delle religioni monoteiste, in effetti è si Uno, matematicamente uno, ma di fatto è un uno che si contrappone all’alterità, al molteplice altro da lui (non-Dio), al creato stesso (sempre da Lui secondo genesi); di fatto tutto il creato è altro da Dio, ovvero non si può dire che sia Dio, così come non si può dire che noi siamo Dio, ma suoi figli (bene che vada) altrimenti altro.

Gesù nei vangeli viene definito figlio dell’uomo, nonostante tanta teologia dichiari essere figlio di Dio, se non Dio stesso.

Quindi alla fine una vera idea monista di dio non c’è, perchè o lo collochi un una condizione di uno (senza secondo) quindi più prossima all’assoluto che non all’uno, oppure lo definisci uno inquanto altro dal due (due unità) e altro dall’alterità (molteplice) che ricade comunque nella dualità ristretta di due uno (dualità).
A tutto rigore le religioni mono-teiste sono di fatto dualiste, perchè assimilano un Uno-Dio ed un altro da Dio (secondo) che di volta in volta è il creato, il mondo, il male, etc. comunque un’alterità rispetto a Dio uno e unico. Altrimenti tocca andare nel panteismo in cui si prefigura un tutto è dio e tutto e in Dio etc.

Per tornare al discorso del Dio che scende all’uomo (nelle vesti di un Cristo o altro) è certamente una bella immagine e un bel “collante teologico” all’alterità iniziale Dio-uomo insanabile per sua stessa definizione.

Non conosco e non so la tua posizione in merito, ma quale che sia io ho enormi difficoltà a comprendere il creato (origine, motivo, senso) pur non essendo dio ma un semplice uomo. Il che in termini orientali ed indiani è il discorso di maya, della sua stessa origine e motivazione d’essere, o la domanda di certa cosmologia “perchè qualcosa invece che il nulla?”. Penso siano domande che tutti prima o poi si trovano ad affrontare, quale che sia il cammino che percorrano, non credo ci sia nessuno che abbia potuto esimersi dal porsele, non dico a rispondere che è già ben oltre, ma solo dal porsele.

Si usa dire che ognuno ha le domande (o si pone le domande) che gli spettano e competono al suo cammino, oltre che al suo “grado” di maturità su quel cammino. Quando l’aspirante è pronto compare il maestro, dice un vecchio proverbio, ti auguro davvero di incontrarlo quanto prima (se già non è accaduto; alle volte capita anche di averlo già incontrato e di non averlo riconosciuto).

blue_scouter
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Re: una mia riflessione, a partire dal Quaderno A&V n. 184, su Cristianesimo e Tradizione iniziatica

Messaggio da blue_scouter » 27/10/2020, 13:26

Grazie a Cielo e a Cannaminor per aver dato una risposta alla mia domanda. È vero quanto scrive la prima, solo io posso, in quanto percorro questi due cammini, farne una sintesi viva ed efficace; ed è anche giusto – come dice il secondo - concepire il cristianesimo come un ramo del grande e vasto albero della tradizione che, per un motivo o per un altro, ha preso una direzione (forse) non del tutto giusta, per usare un eufemismo. Sarebbe bello, però, ritrovare lo spirito dei primi cristiani, il loro essere in tutto e per tutto in comunione col Cristo vivente, e magari di quello spirito farne tesoro e condividerlo con chi ha il medesimo sentire. Perché certi valori – almeno credo - sono universali e parlano al cuore di ogni vivente. Però questo è solo un mio sogno.
Per rispondere sempre a Cannaminor, che mi chiede cosa penso in merito all’esistenza dell’essere (e non del nulla), anche io ho difficoltà a spiegarmi la manifestazione (come tu ben dici, origine, motivo, senso sono di difficile comprensione); l’unica risposta che ho trovato (che in realtà spiega ben poco) sta nell’Amore, con la A maiuscola. Credo sia quello, per parafrasare Dante, «che move il Sole e l’altre stelle», la fonte da cui proveniamo, in cui ci muoviamo e dove faremo ritorno. Da ultimo, cito un canto scout insegnatomi da una persona che un giorno considerai come un maestro ma non ho mai capito se lo fosse veramente (strana la vita a volte…): “dalla gioia venni, per la gioia vivo, in sacra gioia mi immergerò”.

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Re: una mia riflessione, a partire dal Quaderno A&V n. 184, su Cristianesimo e Tradizione iniziatica

Messaggio da cannaminor » 27/10/2020, 18:36

blue_scouter ha scritto:
27/10/2020, 13:26
Grazie a Cielo e a Cannaminor per aver dato una risposta alla mia domanda. È vero quanto scrive la prima, solo io posso, in quanto percorro questi due cammini, farne una sintesi viva ed efficace; ed è anche giusto – come dice il secondo - concepire il cristianesimo come un ramo del grande e vasto albero della tradizione che, per un motivo o per un altro, ha preso una direzione (forse) non del tutto giusta, per usare un eufemismo. Sarebbe bello, però, ritrovare lo spirito dei primi cristiani, il loro essere in tutto e per tutto in comunione col Cristo vivente, e magari di quello spirito farne tesoro e condividerlo con chi ha il medesimo sentire. Perché certi valori – almeno credo - sono universali e parlano al cuore di ogni vivente. Però questo è solo un mio sogno.
Per rispondere sempre a Cannaminor, che mi chiede cosa penso in merito all’esistenza dell’essere (e non del nulla), anche io ho difficoltà a spiegarmi la manifestazione (come tu ben dici, origine, motivo, senso sono di difficile comprensione); l’unica risposta che ho trovato (che in realtà spiega ben poco) sta nell’Amore, con la A maiuscola. Credo sia quello, per parafrasare Dante, «che move il Sole e l’altre stelle», la fonte da cui proveniamo, in cui ci muoviamo e dove faremo ritorno. Da ultimo, cito un canto scout insegnatomi da una persona che un giorno considerai come un maestro ma non ho mai capito se lo fosse veramente (strana la vita a volte…): “dalla gioia venni, per la gioia vivo, in sacra gioia mi immergerò”.
quello che tu chiami "lo spirito dei primi cristiani", come ben sai trova ampia letteratura in tutti quei testi che ci sono stati consegnati del primo cristianesimo, dei padri del deserto, filocalia, esicasmo etc etc, ovvero tutto ciò che la chiesa ortodossa orientale, russa, greca etc etc, continua a mantenere aperto come canale e coltivare tutt'oggi nei suoi monasteri e monaci praticanti. Non che la chiesa occidentale cattolica non abbia più, ma mi pare di cogliere molto meno coltivata e promossa dalle gerarchie di quella orientale. E comunque sul critianesimo delle origini trovi innumerevoli esempi vissuti di pratica anche nel cattolicesimo, così come nell'ultimo millennio trovi molti esempi di frati, monaci, e persino diaconi e presbiteri (preti) che hanno praticato e coltivato vissuto come i primi padri della chiesa (e spesso del deserto). Non mancano gli esempi, le indicazioni, le testimonianze di tale pratica, e non serve nemmeno cercare molto, perchè ci sono, basta solo sapere cosa si sta cercando ed in che direzione.

Poi sull'Amore (quello con la A maiuscola) non puoi che trovarmi concorde (sempre poi ad intenderci sul suo significato e senso ultimo), ad ogni modo un Raphael, cui questo forum fa affidamento per gli insegnamenti (insieme ad altri conoscitori) ha scritto bellissimi testi e articoli sull'amore, non ultimo "La scienza dell'amore" così come puoi trovare innumerevoli articoli sempre dello stesso Raphael come il seguente nella sezione a lui dedicata. Sull'Amore potremmo stare a parlarne giorni e giorni e non arrivare mai ad esaurire l'argomento, così come le testimonianze che ci sono state lasciate di un premavatar quale fu un gesù, ovvero gli evangeli, sono e valgono ancora oggi da esempio e testimonianza per chiunque le voglia seguire e vivere-realizzare a sua volta.

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