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Pensiero del Giorno - Riflessioni

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latriplice
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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da latriplice » 01/10/2017, 16:51

Ortica ha scritto:

Si tratta di un paradosso ben noto al ricercatore spirituale che sa di non poter causare la liberazione, ma allo stesso tempo sa di dover intraprendere una sadhana attraverso la quale purificare i veicoli.
La purificazione dei veicoli è, infatti, conditio sine qua non (qualificazione) per accedere alla via che non è una via.
Oppure un hobby per mantenere lo specchio della mente lindo nel quale specchiarsi ed intravedere il volto di Dio che già sei. ;)

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Mauro » 01/10/2017, 17:22

La ricerca della liberazione è sofferenza. Anche se provate qualcosa di ineffabile, volete sempre di più. Non esiste la permanenza nella natura delle cose. L'illuminazione (ammesso che ci sia) non è affatto un'esperienza.
Così realizzate che non c'è niente da realizzare... e questo è un duro colpo.
Non è che io sia in uno stato di non-conoscenza; quando dico "non so nulla" questa è l'espressione del mio stato.
Non so niente riguardo al mio stato. Un giudizio negativo o positivo al riguardo è solo nel campo del pensiero. (U.G. Krishnamurti)
Cioè lo stesso Krishnanurti che diceva :"meglio masturbarsi che meditare".

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 01/10/2017, 17:30

Mauro ha scritto:
01/10/2017, 17:22
La ricerca della liberazione è sofferenza. Anche se provate qualcosa di ineffabile, volete sempre di più. Non esiste la permanenza nella natura delle cose. L'illuminazione (ammesso che ci sia) non è affatto un'esperienza.
Così realizzate che non c'è niente da realizzare... e questo è un duro colpo.
Non è che io sia in uno stato di non-conoscenza; quando dico "non so nulla" questa è l'espressione del mio stato.
Non so niente riguardo al mio stato. Un giudizio negativo o positivo al riguardo è solo nel campo del pensiero. (U.G. Krishnamurti)
Cioè lo stesso Krishnanurti che diceva :"meglio masturbarsi che meditare".
Esattamente.
Mai piaciuti certi suoi estremismi provocatori, a meno che vengano letti come paradossi, iperboli, metafore e anche se è diventato involontariamente, un 'antesignano del movimento neoadvaita
Anche in questo caso, se ne facciamo un'astrazione mentale, un pensiero, non ha molto senso in assoluto.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da cielo » 01/10/2017, 19:22

Fedro ha scritto:
01/10/2017, 17:30
Mauro ha scritto:
01/10/2017, 17:22
La ricerca della liberazione è sofferenza. Anche se provate qualcosa di ineffabile, volete sempre di più. Non esiste la permanenza nella natura delle cose. L'illuminazione (ammesso che ci sia) non è affatto un'esperienza.
Così realizzate che non c'è niente da realizzare... e questo è un duro colpo.
Non è che io sia in uno stato di non-conoscenza; quando dico "non so nulla" questa è l'espressione del mio stato.
Non so niente riguardo al mio stato. Un giudizio negativo o positivo al riguardo è solo nel campo del pensiero. (U.G. Krishnamurti)
Cioè lo stesso Krishnanurti che diceva :"meglio masturbarsi che meditare".
Esattamente.
Mai piaciuti certi suoi estremismi provocatori, a meno che vengano letti come paradossi, iperboli, metafore e anche se è diventato involontariamente, un 'antesignano del movimento neoadvaita
Anche in questo caso, se ne facciamo un'astrazione mentale, un pensiero, non ha molto senso in assoluto.
sinceramente a me quel pensiero è sembrato altamente sconnesso. C'hai voglia a cercarci paradossi e iperboli, la mia mente logica lo respinge, ma anche quella informale non ci sente il guizzo della luce della Conoscenza.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 01/10/2017, 19:38

cielo ha scritto:
01/10/2017, 19:22
, la mia mente logica lo respinge, ma anche quella informale non ci sente il guizzo della luce della Conoscenza.
Se non lo metto a confronto con altri, con nessuna categoria conosciuta dalla mente, con nessuno pensiero precedente (non so se è la mente informale come la intendi tu) allora funziona.
Ma funziona innanzitutto come contro circuito per le opinioni della (mia) mente, come continua provocazione a ciò che ritengo sempre giusto perché so così o così e stato detto, per battere una strada che non ha mai direzioni già precostituite (se non dalla mia mente) e per uscire dalle categorie di giusto o sbagliato perché condizionate da pensieri cristallizzati su un tale giudizio.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Mauro » 04/10/2017, 18:18

(Commentario in chiave alchemica del sottoscritto sul V capitolo dell'Ashtavakra Gita tratto dal libro "The Heart of Awareness" di Thomas Byrom)
Qualcuno mi spieghi: ma questa è esegesi di Thomas Byrom, ermeneutica dell' Ashtavakra Gita, o apologetica di se stesso?

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da latriplice » 04/10/2017, 20:33

Mauro ha scritto:
04/10/2017, 18:18
(Commentario in chiave alchemica del sottoscritto sul V capitolo dell'Ashtavakra Gita tratto dal libro "The Heart of Awareness" di Thomas Byrom)
Qualcuno mi spieghi: ma questa è esegesi di Thomas Byrom, ermeneutica dell' Ashtavakra Gita, o apologetica di se stesso?
Commentario in chiave alchemica del sottoscritto sul V capitolo dell'Ashtavakra Gita tratto dal libro "The Heart of Awareness" di Thomas Byrom.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 07/11/2017, 16:59

"Quanti sforzi e quanta disciplina si dice che siano necessari per sradicare l'inesistente ignoranza!"

Talks with Sri Ramana Maharshi, Tiruvannamamali 1955, pag. 514.
Spesso è necessario mostrare tutto il dialogo per capire a che "genere" di interlocutore viene rivolta la frase, o come si arriva a quella conclusione.
D'altronde,se prendessimo in modo assoluto e letterale cosa è qui enunciato, potrebbe significare che, siccome sei già quello che sei, puoi perderrti nei tuoi sogni e drogarti, e così sradicare comunque l'ignoranza.
D'altronde, in altri dialoghi, R. dice proprio l'opposto, e cioè che invece ci vuole molto sforzo..

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da cielo » 07/11/2017, 18:38

latriplice ha scritto:
07/11/2017, 18:18
15. Tu splendi della tua stessa luce, non hai legami, sei senza macchia, non condizionato dalle azioni. In realtà la tua unica schiavitù è che pratichi la meditazione (17).

(17) Qui si intende che lo stato di contemplazione trascendentale (samadhi) non è il risultato di una pratica intenzionale come la meditazione, ma la conseguenza della realizzazione intuitiva. Secondo il non dualismo (advaita vedanta), solamente il Sé è reale in quanto è l'Unico ad avere carattere di permanenza. Siccome "esiste soltanto il Sé", tutto il resto è una sua manifestazione transitoria: la mente, il corpo, il mondo e l'universo vengono quindi definiti sovrapposizioni illusorie" che inducono l'io a considerarsi un'entità individuale separata da ciò che lo circonda e dallo stesso Sé. Questa è la radice della sofferenza. Finché l'individuo (ahamkara) si sente separato, si sforza di diventare ciò che non è. Perciò rimane intrappolato nelle coppie degli opposti: schiavitù e liberazione, peccato e virtù, azione e inazione, e via dicendo. In realtà, l'unica schiavitù è che l'io (il corpo-mente) si sente separato e diverso dal Sé. Di conseguenza cerca l'integrazione degli opposti (io - Sé) tramite le pratiche psicofisiche: la meditazione, lo yoga, lo studio delle Scritture, le pratiche ascetiche. Tuttavia, queste sono attività mentali che ovviamente portano al risultato opposto a quello desiderato: distraggono dal Sé, rafforzando il senso di separazione e la conseguente sofferenza. L'unica utilità delle pratiche meditative è quella di distogliere la mente dalle esteriorità (le "sovrapposizioni" al Sé) e di farla concentrare sulla natura del Sé mediante l'introspezione. Una volta che la mente ha compiuto questa inversione da fuori a dentro, si arrende di fronte al fatto che non servono pratiche per essere ciò che si è sempre stati. Il Sé non è un obbiettivo esterno da raggiungere, ma la base essenziale alla quale tornare. Non esiste, infatti, un "Sé inferiore" che "diventa" Superiore tramite lo sforzo. Perciò Astavakra dice al discepolo Janaka: "Tu ("Tu" in quanto Sé, e non "tu" come semplice entità individuale e separata) splendi della tua stessa luce".

Tratto dal primo capitolo di pagina 21 dell'Astavakra Samhita a cura di Nani Mai e Sergio Trippodo, Ubaldini Editore, Roma.
Chi sono gli autori della traduzione italiana e del commento? ( Nani Mai e Sergio Trippodo)
Senza entrare in merito alle loro qualificazioni per affrontare un testo squisitamene non duale come l'Astavakra, trovo una certa dissonanza con il testo di una delle migliori traduzioni in italiano dell'Astavakra reperibili sul web, consultata anche da Bodhananda.

Tu sei già realmente libero e senza azione, auto-illuminato e senza macchia. La causa del tuo sentirti legato è che ancora continui nel voler fermare la mente.1.15
(Astavakra gita, riadattamento in italiano a cura di Govinda Das Aghori)

Mi pare si siano allargati un po' troppo dicendo: "In realtà la tua unica schiavitù è che pratichi la meditazione, e anche nel commento, sono stati belli svelti nel liquidare le pratiche psicofisiche: la meditazione, lo yoga, lo studio delle Scritture, le pratiche ascetiche."
Evidententemente sono oltre i varna e gli aśrama, nati perfetti e rinuncianti, centrati sul Sè e naturalmente liberati da ogni legame, sovrapposizione e proiezione.
La loro mente è perfetta, deposta e perennemente dissolta nel nirvikalpa samadhi.
Beati loro.

Si veda anche la traduzione presente sul sito Testi della Conoscenza tradizionale, più simile a quanto postato:
"Tu sei privo di contatto, privo di attività modificante, autorisplendente e privo di impurità. [Ma, se] pratichi la contemplazione, questa stessa, allora, è la tua schiavitù".

Nel commento che segue ben si evidenzia che qualsiasi pratica contemplativa-meditativa presuppone un oggetto, una separazione tra contemplante e contemplato, ma ci si astiene dal suggerire il modo per realizzare l'Atman e reintegrare la dualità.

Concordo con un amico che dice che è inutile (oltre che noioso) il dibattere a suon di sutra...ma a volte certe affermazioni e indicazioni "di metodo" a commento di poche note pure e cristalline, non suonano armoniose.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Mauro » 08/11/2017, 6:48

E ancora state a abboccà?
:lol:

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 08/11/2017, 7:30

Mauro ha scritto:
08/11/2017, 6:48
E ancora state a abboccà?
:lol:
Caro Mauro, per quel che mi riguarda, non si tratta di abboccare o meno, semplicemente preferisco chiarire, ogniqualvolta viene posto un messaggio che può essere letto ambiguamente (leggi neoadvaita) il mio punto di vista.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Mauro » 08/11/2017, 10:23

Fedro ha scritto:
08/11/2017, 7:30
Mauro ha scritto:
08/11/2017, 6:48
E ancora state a abboccà?
:lol:
Caro Mauro, per quel che mi riguarda, non si tratta di abboccare o meno, semplicemente preferisco chiarire, ogniqualvolta viene posto un messaggio che può essere letto ambiguamente (leggi neoadvaita) il mio punto di vista.
Ma scusa, da uno apertamente neoadvaita che tipo di post ti aspetti? Veteroadvaita?
Non c'è ambiguità nei messaggi che latriplice vuole trasmettere: son fin troppo chiari.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 08/11/2017, 11:42

Mauro ha scritto:
08/11/2017, 10:23
Fedro ha scritto:
08/11/2017, 7:30
Mauro ha scritto:
08/11/2017, 6:48
E ancora state a abboccà?
:lol:
Caro Mauro, per quel che mi riguarda, non si tratta di abboccare o meno, semplicemente preferisco chiarire, ogniqualvolta viene posto un messaggio che può essere letto ambiguamente (leggi neoadvaita) il mio punto di vista.
Ma scusa, da uno apertamente neoadvaita che tipo di post ti aspetti? Veteroadvaita?
Non c'è ambiguità nei messaggi che latriplice vuole trasmettere: son fin troppo chiari.
L'ambiguità sta nel porre una frase di Ramana senza il contesto o rispondere a suon di sutra maltradotti.
In ogni caso, questo è un sito sul vedanta e non neoadvaita, e non sarà chiaro a tutti i lettori, quel che lo è per te.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Mauro » 08/11/2017, 14:47

Se tra i visitatori vi sono alcuni che si lasciano irretire dalle sirene neoadvaita, vuol dire che quello è il loro percorso.

Non è che la dottrina sia unica: essa può essere letta differentemente a seconda i punti di vista di ciascuno...
Quante volte si è detto?

Il vedanta stesso è stato interpretato in una prospettiva advaita o dvaita a seconda delle esigenze dottrinali di ciascun ambito culturale, storico, sociale, geografico, etc.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 08/11/2017, 15:18

Mauro ha scritto:
08/11/2017, 14:47
Se tra i visitatori vi sono alcuni che si lasciano irretire dalle sirene neoadvaita, vuol dire che quello è il loro percorso.

Non è che la dottrina sia unica: essa può essere letta differentemente a seconda i punti di vista di ciascuno...
Quante volte si è detto?

Il vedanta stesso è stato interpretato in una prospettiva advaita o dvaita a seconda delle esigenze dottrinali di ciascun ambito culturale, storico, sociale, geografico, etc.
Non è mio interesse difatti, cambiare il percorso altrui, quanto che siano chiari i presupposti, sia di matrice dvaita che advaita, senza stravolgerne i contenuti

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da latriplice » 08/11/2017, 17:59

L'Astavakra samhita è solitamente descritta come un testo "pericoloso" (durjneya) perché, se l'insegnamento che illustra viene interpretato in modo superficiale, può portare a dannosi fraintendimenti. Per fare un esempio, leggendo una frase come "Chi si considera libero, è libero. Chi si considera in schiavitù è schiavo. Come si pensa, così si diventa", il ricercatore spirituale (sadhaka) potrebbe essere indotto a interpretarla letteralmente e ad abbandonare la sua pratica (sadhana).

Perciò va sottolineato che quello di Astavakra è un insegnamento non dualistico (advaita vedanta) di altissimo livello che all'epoca, circa venticinque secoli or sono, i saggi (rsi) impartivano segretamente ai discepoli più maturi. Il testo dà infatti per scontato che il sadhaka sia già passato attraverso tutti gli stadi preliminari della pratica e che abbia raggiunto la purezza mentale necessaria a ottenere un'alta capacità discriminativa.

Questo è il metodo di insegnamento dell'antichità, quando il sentiero spirituale veniva percorso fin dalla giovanissima età e il processo di purificazione mentale poteva portare i suoi frutti già in età adulta. Invece quello contemporaneo, in particolare quando l'insegnamento è impartito a ricercatori stranieri adulti che provengono da credo e tradizioni differenti da quelli induisti, contempla la possibilità di seguire la via della conoscenza (jnana marga) parallelamente al processo di purificazione tramite la pratica. Se così non fosse, il jnana marga non potrebbe mai essere insegnato a chi non è induista e non possiede già un notevole bagaglio spirituale e filosofico.

Al ricercatore di oggi viene però richiesto di essere naturalmente incline alla discriminazione e al distacco, in modo da poter comprendere e assimilare in profondità il pensiero di Astavakra. In questo caso, il testo può essere di grande utilità anche al principiante perché mette in evidenze le trappole più comuni della ricerca spirituale: confondere il mezzo (sadhana) con il fine e rimanere attaccato a esso, supporre che la realizzazione sia un obbiettivo esterno da raggiungere mediante grandi sforzi e non tramite la conoscenza intuitiva, dare all'intenzionalità della pratica un'importanza maggiore a quella accordata alla capacità di abbandono, e via dicendo.

In ultima analisi, l'implacabile logica non dualistica dell'Astavakra samhita invita tutti a riflettere sul fatto che il Sé è "sempre realizzato" e che la via spirituale non è altro che un ritorno alla propria essenza naturale. Per usare le parole di Sri Ramana Maharshi, il più grande maestro dell'era contemporanea: "Quanti sforzi e quanta disciplina si dice che siano necessari per sradicare l'inesistente ignoranza!" (Talks with Sri Ramana Maharshi, Tiruvannamalai 1955, pag. 514).


Nota introduttiva all'Astavakra samhita a cura di Nanni Mai e Sergio Trippodo, Ubaldini Editore, Roma.

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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da Fedro » 08/11/2017, 18:43

latriplice ha scritto:
08/11/2017, 17:59
In questo caso, il testo può essere di grande utilità anche al principiante perché mette in evidenze le trappole più comuni della ricerca spirituale: confondere il mezzo (sadhana) con il fine e rimanere attaccato a esso, supporre che la realizzazione sia un obbiettivo esterno da raggiungere mediante grandi sforzi e non tramite la conoscenza intuitiva, dare all'intenzionalità della pratica un'importanza maggiore a quella accordata alla capacità di abbandono, e via dicendo.
Quindi, in tal caso, il non sforzo è inteso nel senso: ciò che cerchiamo non è un oggetto fuori di noi da raggiungere.
A questo ultimo sforzo dobbiamo rinunciare, come indicherebbe nel brano Ramana, altrimenti se assolutizziamo il senso di sforzo, cadrebbe anche la pratica stessa dell'inquiry (che non esclude quella del surrender, sempre se può considerarsi una pratica).

ortica
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Re: Pensiero del Giorno - Riflessioni

Messaggio da ortica » 09/11/2017, 11:16

latriplice ha scritto:
08/11/2017, 17:59
L'Astavakra samhita è solitamente descritta come un testo "pericoloso" (durjneya) perché, se l'insegnamento che illustra viene interpretato in modo superficiale, può portare a dannosi fraintendimenti. Per fare un esempio, leggendo una frase come "Chi si considera libero, è libero. Chi si considera in schiavitù è schiavo. Come si pensa, così si diventa", il ricercatore spirituale (sadhaka) potrebbe essere indotto a interpretarla letteralmente e ad abbandonare la sua pratica (sadhana).

Perciò va sottolineato che quello di Astavakra è un insegnamento non dualistico (advaita vedanta) di altissimo livello che all'epoca, circa venticinque secoli or sono, i saggi (rsi) impartivano segretamente ai discepoli più maturi. Il testo dà infatti per scontato che il sadhaka sia già passato attraverso tutti gli stadi preliminari della pratica e che abbia raggiunto la purezza mentale necessaria a ottenere un'alta capacità discriminativa.

Questo è il metodo di insegnamento dell'antichità, quando il sentiero spirituale veniva percorso fin dalla giovanissima età e il processo di purificazione mentale poteva portare i suoi frutti già in età adulta. Invece quello contemporaneo, in particolare quando l'insegnamento è impartito a ricercatori stranieri adulti che provengono da credo e tradizioni differenti da quelli induisti, contempla la possibilità di seguire la via della conoscenza (jnana marga) parallelamente al processo di purificazione tramite la pratica. Se così non fosse, il jnana marga non potrebbe mai essere insegnato a chi non è induista e non possiede già un notevole bagaglio spirituale e filosofico.

Al ricercatore di oggi viene però richiesto di essere naturalmente incline alla discriminazione e al distacco, in modo da poter comprendere e assimilare in profondità il pensiero di Astavakra. In questo caso, il testo può essere di grande utilità anche al principiante perché mette in evidenze le trappole più comuni della ricerca spirituale: confondere il mezzo (sadhana) con il fine e rimanere attaccato a esso, supporre che la realizzazione sia un obbiettivo esterno da raggiungere mediante grandi sforzi e non tramite la conoscenza intuitiva, dare all'intenzionalità della pratica un'importanza maggiore a quella accordata alla capacità di abbandono, e via dicendo.

In ultima analisi, l'implacabile logica non dualistica dell'Astavakra samhita invita tutti a riflettere sul fatto che il Sé è "sempre realizzato" e che la via spirituale non è altro che un ritorno alla propria essenza naturale. Per usare le parole di Sri Ramana Maharshi, il più grande maestro dell'era contemporanea: "Quanti sforzi e quanta disciplina si dice che siano necessari per sradicare l'inesistente ignoranza!" (Talks with Sri Ramana Maharshi, Tiruvannamalai 1955, pag. 514).


Nota introduttiva all'Astavakra samhita a cura di Nanni Mai e Sergio Trippodo, Ubaldini Editore, Roma.

Da qualche tempo osservo una certa riflessione critica in quelli che possiamo inglobare negli insegnamenti cosiddetti neo-advaita.
Si è passati da affermazioni quali: tu sei già Quello e quindi non c'è niente da 'fare' per realizzarLo, a una mediazione riflessiva in cui si comincia ad accogliere l'integralità dell'insegnamento tradizionale Vedanta-Advaita che comprende i Piccoli Misteri quale inevitabile passaggio per i Grandi, salvo rarissime eccezioni.
Questa riflessione critica è comunque positiva, probabilmente dovuta alla presa di coscienza che, dopo decenni di inutili affermazioni apodittiche, non si è arrivati da nessuna parte.
Tuttavia osservo - anche nella nota introduttiva che riporti - alcuni errori di non poco rilievo.

Prima di tutto ritenere che il ricercatore contemporaneo possa essere maggiormente predisposto all'insegnamento non duale rispetto ai ricercatori del passato, già inseriti per nascita nel contesto filosofico-culturale-antropologico indiano, appare a dir poco folle.
Semmai è tutto il contrario, basti osservare le continue e molteplici sollecitazioni esteriori cui l'essere umano contemporaneo è sottoposto senza sosta.
Non a caso viene ripetuto da più riferimenti tradizionali che in questi tempi che molti ritengono ultimi la ripetizione del Nome è l'unica possibile via.

Inoltre, nel testo indicato, si fa confusione fra l'asparsa yoga e il jnana yoga, che non sono affatto la stessa cosa.
Il jnana yoga è uno dei tre yoga tradizionalmente indicati secondo le predisposizioni del cercatore, insieme al bhakti e al karma yoga.
Preferibile sarebbe praticarli tutti e tre contemporaneamente, sì che la pratica possa agire su tutti i veicoli, ma già questo non è dato a chiunque.
L'asparsa yoga è il quarto ed è lo yoga senza sostegni che intimorisce anche i più esperti yogi e yogini.
Di questo si tratta nell'Astavakra Gita che mostra - lo si ripete - un insegnamento rivolto ai pochi che, occidentali e orientali, di ieri e di oggi, hanno già purificato i veicoli attraverso la pratica del triplice yoga.

Infine si osserva come il movimento cosiddetto neo-advaita, sebbene tendenzialmente prenda spunto dall'insegnamento di Ramana Maharshi più che altro citandone aforismi avulsi dal contesto, tenda a dimenticare l'insegnamento di Ramana Maharshi come proposto nella sua integralità, con la sua stessa vita.
Ramana Maharshi si alzava alle tre del mattino per andare in cucina a pulire le verdure, praticava costantemente la circoambulazione di Arunachala, scriveva, correggeva e commentava testi sacri anche devozionali con l'aiuto dei suoi più devoti, mostrando nella pratica vivente come i tre yoga tradizionali debbano essere continuamente praticati nel corso dell'intera esistenza terrena.

La strada, dunque, è ancora lunga per coloro che si limitano a ripetere 'sei già Quello', ma non disperiamo.

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Pensiero del giorno - riflessioni

Messaggio da cielo » 07/04/2018, 9:27

Il frutto della spassionatezza è la conoscenza, quello della conoscenza è il distacco dai piaceri sensoriali, il distacco conduce allo svelamento della beatitudine e questa alla pace.
Quando si scopre che i frutti di uno stadio (della sādhanā) non sono presenti, vuol dire che lo stadio precedente non era stato perfezionato. Se gli stadi sono tutti realizzati, la soluzione del mondo oggettivo è inevitabile, e la pienezza e l’incomparabile beatitudine si succederanno gradualmente e in modo naturale.


Śaṇkara
Vivekacūḍāmaṇi, 419 - 420
Edizioni Asram Vidya
Il sutra di Shankara risuona con quanto detto dal Maha Swamigal di Kanchi, il centenario, che paragonava la sadhana alla scuola, dove si imparano varie materie "tutte insieme", e in modo sempre più approfondito, dalle elementari ai master post università.
Le materie sono sempre le stesse e si affrontano a diversi livelli di dettaglio, fino, mi viene da dire con riferimento alla matematica, a risolvere teoremi irrisolti e a proporne di nuovi. Ogni studente ha il seme della creatività, di proporre qualcosa di nuovo, altrimenti cosa studia a fare? Per dirsi da solo quanto sono bravo e sapiente?

Lo Swamigal evidenziava che la formazione è su tutte le materie contemporaneamente ed è compito dello studente prendere ripetizioni dove è più debole, e rinforzarsi. Diventafre consapevole, ripassando i passaggi.
Puntualizzava però che le materie sono da studiare insieme, non ce ne è una che blocchi l'apprendimento di un'altra o sia condizione preliminare ad affrontare un'altra materia. Il distacco non viene prima o dopo la discriminazione, viaggiano insieme.

Però qui Shankara sembrerebbe contraddirlo visto che introduce il concetto di "frutto" ottenuto in una determinata materia:
"Il frutto della spassionatezza è la conoscenza, quello della conoscenza è il distacco dai piaceri sensoriali, il distacco conduce allo svelamento della beatitudine e questa alla pace."

Probabilmente, mi viene da dire, a monte dell'apprendimento di tante "materie" (penso al tantra e a tutte le sue "specializzazioni" o al fiume dello yoga e ai suoi rivoli....) ci sono i fondamentali, le basi che ogni studente deve apprendere per affrontare altri studi specialistici. Prima di tutto la consapevolezza dell'ignoranza in cui è immerso, imbevuto come una spugna nel mare.
L'educazione civica al contentamento e al distacco, a cui segue la comprensione che siamo tutti "vagabondi del Dharma" come raccontava Kerouac?
Scendere nel campo di gioco dei desideri sapendo che la pace è oltre la momentanea soddisfazione di quanto pensato piacevole o giusto? L'uno è permanente, l'altra transitoria ed effimera, il mondo oggettivo me lo mostra continuamente, ma per lo più faccio finta di niente e spesso mi giustifico, quando oscillo come una banderuola e non mi è chiaro su quale materia dovrei focalizzare.
Il distacco dai piaceri sensoriali è tosta come materia, per me. E la mente è una fonte di piacere che pare inestinguibile, nella sua produzione di fantasmi.
shanti

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Re: Pensiero del giorno - riflessioni

Messaggio da Fedro » 07/04/2018, 10:46

Mi sembra che, mentre lo Swami si rivolga alla conoscenza di base degli strumenti per evolversi, Shankara invece, indichi qui conoscenza come conoscenza di sé, laddove l'unico strumento rimane la discriminazione/distacco.
In ogni caso, nel caso di "scuola spirituale" le partiture vanno sapute suonare, dunque averle consapevolizzate e non semplicemente studiate (da cui il concetto di frutto di Shankara).
Ciò mi pare significhi infine, conoscere a fondo lo Strumento che siamo.
Questo, parafrasando Bodhananda, non potendo divenire ciò che già siamo, non può che attuarsi smettendo di credere a ciò che non siamo.
Dunque la discriminazione diviene un neti neti di continua sottrazione di ciò che non è o diviene, ed ogni strumento utilizzato non può che divenire l'archetto che ci suona in modo armonico.
Ogni altra conoscenza sovrapposta se non armonizzata, significa che ancora non è stata conosciuta , interiorizzata, digerita; e si lavora per questo.

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