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Premadharma ci propone una storia

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cielo
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Premadharma ci propone una storia

Messaggio da cielo » 30/03/2021, 17:33

Premadharma » 14/02/2015 (forum pitagorico)

Nel conosci ciò che sei, l'altro lo specchio, non è altro che il fuscello della Cristica memoria, che una volta visto nell'altro occhio, ha la semplice funzione di indicarci la trave nel nostro occhio.


Da: Kasturi, La mia vita con Sai Baba, Edizioni Milesi

Al tempo in cui sulla collina che si erge dietro al mandir era in costruzione l'Ospedale Sathya Sai, dalle parti di Telengana, un tempo sotto la dominazione Nizam, arrivò un folto gruppo di devoti che intendevano trascorrere un lungo periodo alla Presenza Divina.

C'era fra loro una dozzina di giovanotti aitanti, desiderosi di contribuire al progetto mettendo a frutto la loro forza fisica. Anche gli anziani, sia uomini che donne, esposero i progetti ov'essi avrebbero messo in atto le loro abilità agresti.

Pulirono i pozzi, sfoltirono i roveti, badarono al bestiame, potarono alberi e falciarono l'erba dei campi; soprattutto, formarono una catena umana che, dal basso verso l'alto della collina, trasportava sabbia, mattoni e blocchi di granito, necessari alla costruzione dell'ospedale. Mentre essi erano impegnati in quel duro lavoro, noi residenti provvedevamo a fornir loro acqua e qualche altro rinfresco gradevole. In seguito, dei volontari aiutarono anche i muratori a mettere in opera malta e mattoni.

La maggior parte delle volte, Baba faceva dono della Sua presenza lungo le file dei volontari, sia a terra che sulle impalcature. Quando c'era Lui, acquistava ancor maggior significato il canto dei bhajan, che ridavano forza e vigore ai muscoli.

Ogni giorno, alla fine del servizio, quando la Luna brillava già in cielo, i devoti di Telengana pregavano Baba perché distribuisse a tutti la frutta e i dolci che avevano deposto in gran quantità ai Suoi piedi. Era un dono che scioglieva la benché minima traccia di stanchezza e assicurava la presenza di ognuno il giorno seguente.

Il gruppo era affezionatissimo a Baba. Quand'Egli si trovava al primo piano, si radunavano tutti intorno al divano e cominciavano a carezzarGli i piedi. Poi, osavano sempre di più allargando l'area delle carezze nell'intento di compiere un servizio col dolce massaggio.

Anch'io, se volevo avere la possibilità di carezzare i Suoi piedi di loto, dovevo intrufolarmi a fatica tra di loro e ricavarmi un po' di spazio. Un giorno, mentre Baba stuzzicava la nostra ilarità, Parthasarathi di Madras ebbe una brillante idea; prese dalla sua borsa la macchina fotografica e scattò una foto al gruppo di noi che stavamo attorno ai piedi di Baba, dal volto illuminato da un bel sorriso.

Baba si alzò in piedi e chiese di avere la macchina fotografica. Temetti che volesse distruggere il negativo col tocco della mano; invece, chiamò Parthasarathi e gli disse:
"Vieni qui; mettiti dietro al divano. La prossima foto la scatterò io".

Il gruppo di Telengana non gradì l'idea e si mise a vociare - non avevano ancora imparato a moderare la loro voce - sbraitando che non valeva la pena di fotografare un divano vuoto. Io protestai: "Cosa? Quando Baba scatterà la foto, state certi che il divano non rimarrà vuoto!".
E Baba soggiunse con enfasi: "Giusto, Kasturi!".

Mentre Baba era intento a guardare nel mirino, io tenevo la mano appoggiata allo sgabello, perché volevo vedere se poi, nella foto, la mia mano sarebbe apparsa sotto o sopra i Suoi piedi. Ma Baba mi precedette: "No. Toglila!", mi ingiunse. E io dovetti obbedire.

Restituendo a Parthasarathi la macchina fotografica, disse: "Ehi, attento! Lì dentro ci sono io!".
Chiesi a Parthasarathi di promettere una copia delle foto a ciascuno di noi e, guardando Baba, Lo supplicai: "Diglielo Tu, altrimenti non lo farà".
E per nostra immensa gioia, Baba gli ordinò di spedirne una copia a tutti noi. Quando, alcuni giorni dopo, ricevetti la mia copia, potei constatare che Baba era seduto sul divano, i capelli ed il viso un po' sfocati e un'espressione di sorpresa dipinta sul volto, secondo il copione che s'era scelto.

Quantunque ammirassi la profonda devozione del gruppo di Telengana, non riuscivo a sopportarne il comportamento chiassoso, tenuto sovente alla stessa presenza del Bhagavan.
Si prendevano la libertà di aprire la scatoletta d'argento personale di Baba, da dove si prendevano il supari in essa contenuto per servirsene loro stessi. Li osservai comportarsi come i vaccari di Vrindavana, mentre si prendevano la libertà di cogliere banane dai caschi appoggiati alla stanza di Baba, di sbucciarle e di mangiarsele in un baleno, gettandone poi le bucce per terra, sparse qua e là.

"Non dovrebbero esser così spavaldi" confidai al mio amico Radhakrishna di Coimbatore. Egli condivideva la mia opinione e scuoteva sdegnosamente il capo in segno di disapprovazione. Eravamo dispiaciuti per tanta mancanza di riguardo verso quel luogo così sacro e, detto fra noi naturalmente, notammo la grande tolleranza di Baba che permetteva loro di comportarsi in quel modo.

Il colmo fu quando Baba decise di accompagnarli al loro villaggio natio, il giorno stesso in cui avevano programmato di farvi ritorno.
Le jeep che, diverse settimane prima, li avevano condotti a Prashanti e che in quei giorni ci erano state utili per raggiungere i luoghi prescelti per le scampagnate, sia in mezzo alla giungla che sulle rive del Chitravathi, avrebbero ora ripreso la via di casa.
Sorse in me un intenso desiderio di unirmi al gruppo, quando udii alcuni di loro parlare del programma con Baba, comprendente diverse interessanti escursioni in magnifici luoghi, sia in prossimità di Telengana che nei dintorni. Si sarebbe visitata, per esempio, Ekasilapuri, l'antica capitale dell'Impero Katakiya; oppure Ajanta, da secoli depositaria di antichi affreschi buddhisti.
Già anni prima, in un viaggio compiuto coi miei studenti a scopo didattico, avevo avuto l'occasione di visitare quei luoghi; ma visitare di nuovo quei posti come membro di una comitiva guidata da Baba, il Sommo Artista, sarebbe stato certamente di grande elevazione per me.

Nessuno sapeva esattamente chi Baba avrebbe favorito aggregandolo al gruppo. Eravamo perciò tutti col fiato sospeso ed impazienti. Dalla scala circolare che conduceva alla stanza di Baba vidi spuntare due grosse valigie e, contemporaneamente, un giovanotto di Telengana, agitatissimo, corse giù verso di me, e mi disse: "Ti vuole Swami...!".
La frase non era stata conclusa, ma io la intesi come un "Monta sulla jeep! " .

Salii la scala due gradini alla volta, corsi verso la stanza di Baba. Stava parlando con Seshagiri Rao. Si girò verso di me e mi disse: "Kasturi, tu rimarrai qui! Prenderò Seshagiri Rao con me. Quella gente che si prende tanta libertà con me a te non piace. Ciò che più ha infastidito sia te che il tuo amico Radhakrishna non è altro che pura e semplice invidia! Non ti pare che avresti invece dovuto esser contento che fossero accorsi così numerosi da Telengana per star vicino a Swami? Non avresti dovuto esser felice per tutto quello splendido lavoro che hanno fatto, guadagnandosi in questo modo la Mia Grazia? Seshagiri Rao ha saputo godere di quella gioia. Per questa ragione non ti prendo con me!". Poi, rivolto a Seshagiri Rao, disse: "Va' a sederti nella jeep". E così fu.

Discesi i diciotto gradini carico di rimorso e di contrizione. Confuso, guardai Swami allontanarsi sulla jeep in compagnia dei mandriani, lungo la strada sconnessa che li avrebbe portati alla statale asfaltata, in direzione Hyderabad.
Era la prima volta che mi sentivo in una solitudine così lacerante. Non mi restava altro che curarmi la ferita inflittami dal mio stesso "complesso di superiorità".
Con l'aiuto di Radhakrishna, mio complice, ne ricavai la diagnosi: la devozione non sempre indossa camicie inamidate. Avevo frainteso la loro estroversione, scambiandola per insolenza; avevo preso per grettezza la loro innocenza.

Dovevo liberarmi dai formalismi accademici che mi avevano trascinato in basso: la laurea, la presunzione di possedere capacità pedagogiche e la patina della vacua etichetta metropolitana non mi erano certo di vantaggio per crescere nella stima presso Baba.
Dovevo, come faceva Seshagiri Rao, impegnarmi con tutto me stesso a svolgere i compiti assegnati, senza lasciarmi coinvolgere dal comportamento degli altri. "Non giudicare se non vuoi esser giudicato!", mi ammonivo.
Da quel dì, mi sforzai di rendermi degno di stare alla presenza divina, evitando la mia inveterata tendenza di andare a spulciare i difetti altrui, cercando invece di portare il mio senso umoristico all'interno della crosta rocciosa, al fine
di scoprire là dentro la preziosa vena di santità e di bontà.

Il Nilayam, da quando Baba era partito per lasciarmici in cura della malattia di cui era affetta la mia mente, era spoglio e deserto. Cercai con ogni rigore di eliminare il mio cinismo, un handicap che più volte Baba aveva classificato come il nemico numero uno.

Per alleviare il mio malessere, passavo molte ore in meditazione e in preghiera. Venkappa Raju, padre di Baba e responsabile del magazzino degli approvvigionamenti, ora che Swami era partito, aveva pochi clienti ed era quindi ancor più disponibile. Con lui e con la madre trascorsi molte ore di conversazione, parlando dell'adolescenza di Baba; dialoghi, che poi trascrissi.

Immagine
foto: Abdel Sinoctou

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