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Bodhānanda - Asura: demone

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cielo
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Bodhānanda - Asura: demone

Messaggio da cielo » 07/12/2020, 15:32

A seguire una raccolta di brani di Bodhananda relativi all'asura: il "demone".
Oltre a spiegarci la corretta origine del termine sanscrito, ci evidenzia la nostra necessità, in un mondo duale, di creare l'antagonista, il male, l'essere perfido che combatte con l'essere che anela al bene, all'armonia. Una battaglia in corso in noi stessi, spesso traslata sul mondo in divenire dove alternativamente ci schieriamo sciegliendo le schiere di demoni da combattere.

Prima di richiamare la nostra attenzione al "guardiano della soglia", quel demone/ultimo chiodo del letto del fachiro, che ostacola il nostro risveglio nel Sè, ci intrattiene con la storia della gigantessa Putana, figura mitica che citava spesso, il demone che conservava come suo ultimo desiderio/chiodo quello di potere tenere tra le braccia il Divino e allattarlo.

Queste antiche storie mi fanno riflettere sull'ultimo desiderio, individuarlo tra i tanti che si alternano negli scenari mentali non mi risulta facile, ma fa parte di quell'amare sè stessi che è preludio dell'amare il prossimo tuo, demoni compresi.

Dice Bodhananda:
"Ognuno poi si consulta-confronta col proprio guardiano della soglia o samskara principale o pietra di volta o demone personale... per alcuni è la riluttanza, per altri la ribellione, per altri il rifiuto dell'amore, per altri l'inaccettanza, etc. etc"

I brani di Bodhananda sono tratti da Dialoghi by mailing list (opera in preparazione).

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Il termine asura viene spesso usato in maniera inopportuna come demoniaco o negativo, etc. In origine significava anārya (non ariano), per indicare le popolazione autoctone dell'india prima della colonizzazione ariana.

Nella parte più antica del Rig Veda viene usato per indicare lo Spirito Supremo e veniva usato come eponimo (si dice così?) di Varuna, Agni, Mitra, Indra, etc.

Nella parte più recente del Rig Veda viene inteso come un demone o un titano. Non dimentichiamo che il termine demone significa, nella tradizione della Philosophia Perennis, un principio benefico, una divinità o un angelo [āsuri].

È stato il cristianesimo che ha trasformato le divinità preesistenti nei luoghi che ha conquistato in accezioni demoniache e negative, basti pensare alle divinità rupestri, o allo stesso Pan.

Gli asura sia nei Veda che nei Purāṇa sono in realtà degli enti evolutissimi, degli esseri prossimi alla divinità o alla realizzazione, cui rimane una piccolissima e impercettibile imperfezione da risolvere prima di giungere alla natura del sé.

Per questo motivo si prestano a compiere le nefandezze necessarie all'Avatara o alla divinità per compiere la sua missione positiva.

Anche se all'apparenza appaiono estremamente egoisti e nefandi, essi sono privi dell'io, infatti, sconfitti dalla Divinità o dalla sua incarnazione, vengono immediatamente riassorbiti nel sé, non essendo sottoposti al ciclo delle incarnazioni.

Altre volte sono dei grandi saggi cui la divinità offre uno "sconto" delle incarnazioni rimanenti se accettano di rivestire il ruolo del "nemico" cattivo.

Abbiamo Andhaka che desidera l'albero sacro di Indra e viene ucciso da Shiva.

Jaya e Vijaya, due portinai del palazzo celeste di Visnu a cui, avendo offeso un rishi, viene offerto di nascere sei volte come devoti di Visnu o tre volte come suoi nemici. Preferirono nascere come nemici per poter tornare quanto prima al suo servizio.

Kalanemi che morì per mano di Hanuman, di Visnu stesso e Krishna.

Etc. Etc.

Questi esseri sono inconsapevoli della propria divinità, al pari di quei realizzati che non sanno di esserlo, sia perché non appartengono ad una tradizione e quindi nessuno gli ha spiegato che lo stato che vivono non è comune a tutti gli esseri, vediamo Ramana alle origini, sia perché la loro missione necessita una determinata apprensione delle leggi del mondo grossolano e qui potremmo citare Rāmacandra [l’avatar Rāma] alle origini, prima di essere istruito da Valmiki.

Se le storie relative al Cristo facessero parte dei Purāṇa, Giuda sarebbe un perfetto candidato per essere un asura.

Che comportamento tenere con loro?

Nel caso dovesse mai capitare, dicono basti la ripetizione del gayatri mantra o prendere rifugio ai piedi del Maestro.

Beh! Difficile che ci sia data l'opportunità di incontrare un tale essere.

(...)

Se parliamo di Realtà Assoluta è una cosa, se la vestiamo con gli antropomorfismi (Dio Persona, Dio Padre) e ad essi appigliamo la mente, allora abbiamo bisogno di creare ideologicamente il "nemico", l'alter ego, ossia il Maligno e non certo quel "demone" che altro non è stato che uno dei termini con cui si indicava il proprio sé e quindi Dio stesso.

Nella tradizione indiana non esiste un Dio del male, possono esistere in alcuni culti che si appoggiano ai Purana degli essere malefici chiamati asura, ma che sono divini essi stessi, quasi perfetti (inizialmente erano proprio delle divinità, dal punto vista storico).

È Dio stesso il punitore, è Shiva il distruttore.

Ma altresì lo troviamo nella Bibbia, egli è il Dio degli Eserciti.

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I Purāṇa ci narrano molte storie di demoni, orchi e mostri che combattono risolutamente contro le incarnazioni divine, sia per sconfiggerle, sia per contrastare il loro operato, sia per favorirne in un modo o nell'altro l'estrema dipartita.
Può colpire quella gigantessa di cui suppongo il nome di Putana che cerca di uccidere Krishna in fasce porgendo il seno avvelenato e viene uccisa perché Lui sugge non solo il veleno, ma tutta l'energia vitale dell'ente.
Si scopre poi che Putana era un rishi elevatissimo, devoto di Vishnu cui era rimasto un unico desiderio d'amore per il Divino, poterlo cullare come un figlio e allattarlo.

Se da un lato il racconto fa riflettere sul potere di un unico desiderio non integrato, dall'altro, punta sull'incompatibilità fra ciò che è di Cesare e ciò che è del Divino.
Guardando Giuda con gli occhi della Devozione, si può giungere a credere che solo una grande anima devota poteva svolgere quel ruolo, altrimenti se ci fosse stato reale malanimo, quale pena mai gli sarebbe stata comminata?

Vediamo la cosa da un punto di vista "advaita", sempre che ne esista uno distinguibile...

Spesso parliamo di questi punti di vista non duali, e ci si potrebbe interrogare per "chi" tali punti di vista possano avere senso.

Qual'è il punto di vista advaita su un fenomeno? Potrebbe dipendere dall'esistenza o meno di un interlocutore.

Se non c'è, potremmo ipotizzare che il fenomeno viene visto con distacco o disinteresse... se c'è, allora il fenomeno potrebbe essere letto con gli occhi dell'interlocutore.

Ma quale sarebbe la risposta? E se dicessimo che è funzione sempre dell'interlocutore? Se è pronto a lasciare le domande, forse la risposta potrebbe essere una di quelle di Ramana...: "Trova quel chi che si pone la domanda."

Altrimenti potrebbe essere una di quelle di Sai Baba...: “L'amore può tutto…” o di Vivekananda... : "L'azione va compiuta".

Alla fine vediamo che, se iniziamo ad entrare realmente nella domanda, non possiamo non entrare in noi stessi, in un modo o nell'altro.

(…)

Nei Purāṇa viene spiegato che alcuni grandi asura che si confrontano con gli avatara o con le divinità più elevate hanno quei grandi poteri perché altri non sono che saggi elevatissimi prossimi alla realizzazione o che hanno fatto molto tapas. [ascesi, rinuncia consapevole]

Sdraiandosi su un letto da fachiro con diecimila chiodi si fa un buon sonno.

Su un unico chiodo, è una seria crocifissione.

Diecimila monti l'uno l'altro accostati sono un comodo pianoro.

Un'unica montagna devasta nella sua altitudine.

Le tracce dell'io diventano l'unica ragione di manifestarsi, esse appaiono ingigantite.

Esse vengono viste ovunque e ovunque vengono vissute.

Putana è un rishi a cui è rimasto un unico desiderio... poter allattare il Divino incarnato come fosse suo figlio.

Non esiste altro in lui. Lui, in quanto persona, non è altro.

Per lui esiste solo Krishna, Krishna di giorno, Krishna di notte, Krishna sempre... adesione, identificazione...
per odio?
per amore?
quale è la differenza a livello di passione, di emozione?

Se si entrasse in fondo, oltre le sovrapposizioni, vedremmo che a livello emozionale essi si esprimono parimenti, la differenza è nella radice e nel fine... nel bene, nell'amore il fine è il benessere e la gioia dell'altro, nell'odio il fine è il benessere e la gioia del soggetto.

Ma se l'ultimo desiderio è allattare il Divino, si sta perseguendo la gioia personale, non quella altrui... è un atto egoico comunque, e il fatto che sia rimasto l'ultimo lo rende chiave di volta di mille altri aspetti o qualifiche che si mostrano per rendere possibile quella incarnazione.

Ad un aspirante anziano che si porge come testimone, potranno essere additate mille e mille colpe, tutti lo vedranno calzare le proprie manchevolezze e sarà difficile per costoro vedersele, nonché riconoscerle come proiezioni, anche se a loro volta anziani, se si approssimano alle tracce dell'io.

Anche perché il vuoto tende ad essere riempito dalla mente che aborrisce il vuoto e il silenzio.

un sorriso

Bodhananda

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