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Bodhānanda - il Reale

Teoria e dottrina.
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cielo
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Bodhānanda - il Reale

Messaggio da cielo » 01/12/2020, 9:54

IL REALE

1. La concezione del Reale è solitamente conseguenza dell'intuizione metafisica conseguente alla presa di coscienza della contingenza e relatività delle percezioni (e relativa classificazione delle stesse nei diversi piani esistenziali).
Altresì, questa concezione è resa accessibile dall'insegnamento della tradizione unica che è l'insieme delle testimonianze di coloro che il Reale lo hanno anche realizzato per identità.

Dato che la stessa concezione del Reale è un paradosso in sè, poiché non è possibile nel relativo "concepire" l'Assoluto, solitamente non è possibile disquisire sul Reale, sia per le limitazioni del linguaggio (e solitamente infatti si procede per metafore, negazioni e parabole), sia per i limiti della mente stessa.

Per questa impossibilità, l'intuizione del Reale e la sua testimonianza, se non sostenuta da una tradizione vivente, solitamente viene stemperata nella sua manifestazione più evidente e facilmente accettabile dai non iniziati: il Demiurgo che, pur essendone pallido riflesso, diviene il Creatore e insieme l'ordinatore stesso dei diversi piani esistenziali (a questo punto ritenuto oggettivamente reale).


2. Ne segue che la conoscenza del Reale procede attraverso due diversi accessi, uno che pretende il totale abbandono del relativo, attraverso la piena consapevolezza dell'essere che, sciolta l'individuazione, si riconosce quale puro essente; e un accesso graduale che procede attraverso una manifestazione puntuale del Reale: il Demiurgo (distinto da una manifestazione diffusa, ossia la "Creazione", definita attraverso lo stesso Demiurgo quale creatore).

Anche se talvolta il primo accesso è celato nel secondo, il più delle volte i due accessi sono sovrapposti o separati.
La tradizione upanishadica, ripresa da Gaudapada e Shankara, è stata ripresa in India nel Vedanta che viene considerato un secondo accesso da cui, col tempo, accedere al primo: l'Advaita.

Anche se lo studio dell'Advaita è in grande diffusione, il problema è nella concettualizzazione del Reale che, quindi, viene considerato alla stregua di un oggetto.
Quali che possano essere i livelli coscienziale coinvolti in un dialogo tradizionale, occorre considerare che se l'interlocutore è un Conoscitore (jnani), le sue parole hanno insieme un valore di testimonianza o direzione, e di stimolazione della coscienza dell'astante.
Che lo studio dell'Advaita sia "sostanzialmente" inutile se non per quei pochissimi qualificati alla realizzazione, lo prova il fatto che nonostante certi testi tradizionali non duali siano disponibili da migliaia di anni, non esistono schiere di realizzati a testimoniare l'avvenuta realizzazione attraverso quei testi.
Possiamo piuttosto vedere come siano invece sorte diverse modalità di accesso secondario, in funzione delle diverse sfumature interpretative dei medesimi testi.

Un approccio accademico dell'Advaita è possibile in diversi luoghi, e oggi ci sono molti che si presentano come neo-advaitin portando differenti interpretazioni sulla tradizione, si tratta spesso di persone che si riferiscono a Maestri non più nel corpo e di cui cercano di riprendere l'insegnamento, senza però alcun riconoscimento dagli altri rami tradizionali.
La testimonianza o, se vogliamo, la stessa realizzazione-conoscenza di coloro che nei secoli hanno reso vivente la realizzazione e che sono stati riconosciuti dai vari rami tradizionali, non sembrano aver deviato dalla testimonianza originaria di Gaudapada e Shankara, in ambito di pura non dualità.


3. Praticare il molteplice in ambito tradizionale è testimoniare l'unicità e la non commensurabilità del Reale.
Ivi, si conferma, pure, che il Reale, essendo l'unico sostrato dell'essente, è l'unica vera esperienza diretta.
La percipienza o entropia o maya sono l'unica possibilità di "essenza" del Reale. (La percipienza è la possibilità o la "grazia" dell'entropia).

Questa "essenza" determina il non essere: ecco la molteplicità.
Parimenti la percezione o movimento o avidya determinano l'individuazione dell'essere: l'essere individuato.

Quando l'essere individuato, che percepisce solo il fenomenico, per intuizione, per conoscenza indiretta, accede all'informazione sul Reale e decide di perseguire la risoluzione dell'individuazione, è opportuno che mantenga ferma l'attenzione sulla percezione, perché quello è il presente fenomenico da "risolvere".

Un presente che comprende tutte le sfere percettive dell'ente, note e innote.
Qualsiasi tentativo di accedere, immaginare, percepire, definire, congetturare il Reale, è inutile, nonché impedisce la realizzazione del Reale stesso. Né è possibile accedere al Reale se non a quei pochi che, avendo realizzato almeno uno degli yoga, siano pronti a lasciarlo.

E' inutile anche l'indagine sul Reale, se compiuta nel fenomenico; l'indagine con la ragion pura dimostra la sua esistenza, ma affinché sia realizzata, occorre un salto, una totale aderenza alla ragion pura che assorba ogni altra percezione fino alla pura Realtà.

E' opportuno non utilizzare alcuna conoscenza diretta o indiretta del Reale, se non qualificati in tale utilizzo.
L'aspirante qualificato alla realizzazione del Reale, al pari di ogni altro aspirante nella tradizione, vive comunque il presente percepito (quale che sia la percezione o avidya) e si attiene all'ordine che lo manifesta - regola.

L'attenersi consiste nella pratica dell'unico yoga che, secondo la sfera di precipua percezione, assume il nome di karma vada, bhakti vada, jnana vada, come alcuni erroneamente lo scindono. Questo oltre all'equanimità e alla modalità di risoluzione del molteplice.

L'ajati vada, l'asparsa vada sono dei “non sentieri” da non praticare, se non da chi li pratichi assiduamente nonostante la loro non esistenza.

Se quanto qui letto, non è una conoscenza già diretta, si pratichi l'unico yoga.

un sorriso

Bodhananda

Brani sul Reale tratti dalla Mailing List Advaita Vedanta (ottobre 2005 - gennaio 2006)


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