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Il rischio: concettualizzare l'advaita

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cielo
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Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da cielo » 28/06/2018, 18:32

Molti rami della tradizione metafisica unica e universale, conosciuta come philosophia perennis o anche sanāthana dharma danno indirizzi precisi per la grande avventura umana, la realizzazione del Sé, dell'Assoluto, del Divino. E sono molti gli strumenti che questi rami porgono, dal servizio alla preghiera, dall'abbandono all'Ideale divino, alla meditazione.

Śrī Rāmaṇa qualche volta ha dato gli stessi indirizzi o ne ha sostenuta la valenza con precipue persone, ai più però raccomandava di trovare "Chi sono io?". Poiché nella sua stessa esperienza giovanile era stato così che Egli era giunto alla conoscenza del Sé.

«...mi prese un’improvvisa e forte paura della morte. Sentii che stavo per morire. Una simile sensazione non trovava giustificazione nelle mie sensazioni corporee e non fui in grado di spiegarla. Non cercai nemmeno di scoprire se la paura fosse fondata. Sentii: “Sto per morire” e immediatamente pensai a quello che dovevo fare. Non pensai di consultare un medico o di chiamare gli adulti e nemmeno gli amici. Sentii che dovevo risolvere il problema da solo e subito. Lo shock della morte m’interiorizzò all’istante. Mentalmente, senza pronunciare alcuna parola, mi dissi: “Ora è arrivata la morte, che cosa significa? Che cosa sta morendo? È questo corpo a morire”.
Così misi in scena la mia morte. Distesi le membra e le tenni rigide come se fosse arrivato il rigor mortis. Imitai un cadavere per rendere più reale l’ulteriore investigazione. Trattenni il respiro e chiusi la bocca, serrando con forza le labbra di modo che non potesse uscire alcun suono. Feci in modo da non pronunciare alcuna parola, nemmeno il semplice ‘Io’.
Pensai: “Bene, questo corpo è morto. Sarà portato al crematorio, bruciato e ridotto in cenere. Con la morte del corpo, sono forse morto Io? Questo corpo è forse l’Io? Questo corpo è muto e inerte, eppure sento in pieno la forza della mia personalità e anche il suono Io dentro di me, ben separato dal corpo. Così, Io sono uno spirito, un qualcosa che trascende il corpo! Il corpo fisico muore, ma lo spirito che lo trascende non può essere toccato dalla morte: Io sono perciò lo spirito ­immortale”.
Tutto questo non fu un semplice processo intellettuale, bensì balenò interiormente, come una verità lampante, qualcosa che percepii immediatamente e concretamente, senza alcun confronto. L’Io era qualcosa di reale, la sola cosa reale in quello stato; tutta l’attività consapevole, connessa con il corpo, era centrata su quello. Da allora l’Io, o Sé, rimase costantemente al centro dell’attenzione come un potente catalizzatore. Il timore della morte era svanito per sempre. L’assorbimento nel Sé è continuato sino ad oggi». (Rāmaṇa Mahārṣi Ricordi I, pag.141. Edizioni I Pitagorici)".

Questa testimonianza, che mostra la semplicità del momento finale, ha tratto in inganno chi le ha dato un valore assoluto invece che precipuo a Śrī Rāmaṇa: chiunque facendolo può realizzarsi.

Vero, ma non tutti sono in grado di farlo, non tutti sono Śrī Rāmaṇa Mahārṣi, non tutti hanno la capacità di concentrazione, di distacco, di volontà, di determinazione che ha avuto Śrī Rāmaṇa quell'età, per scoprire che l'io non esisteva ma esisteva solo l'Io, il Sé, l'Assoluta Realtà.

Alcuni invece hanno pensato che questa testimonianza scardinasse ogni altro sistema o didattica spirituale codificata. Hanno cioè concettualizzato l'esperienza metafisica di Śrī Rāmaṇa, dove l'ossimoro usato - esperienza verso metafisica - indica la difficoltà del linguaggio stesso anche solo nel definirla. Chi ha provato a ripetere la stessa esperienza e non ha realizzato il Sè, sa bene che non è così facile.

Altrimenti qualsiasi lettore che abbia emulato Bhagavān sarebbe realizzato.

La testimonianza di Śrī Rāmaṇa sull'indagine sull'io non si oppone ad alcun cammino spirituale, si pone oltre, esattamente come la non dualità o advaita non si contrappone agli altri sistemi o darśana, poiché tutti gli altri punti di vista "operano" in ambito duale, prevedendo un soggetto e un oggetto o meta da cogliere o raggiungere; l'Advaita, mostrando l'apparenza - che non va considerata come puro nulla - dei piani di esistenza (veglia, sogno e sonno), indirizza all'Essere che siamo, scavalcando l'individuazione dello stesso, e punta direttamente all'Assolutezza di tale Essere, con un atto di pura consapevolezza.

Qualcuno, concettualizzando l'Advaita, afferma la non esistenza del mondo confondendo l'apparenza, l'illusione, con la non esistenza (senza entrare in merito alla non esistenza in senso lato che per essere negata deve prima essere ammessa esistente). Chi afferma che Śaṅkara sostenga la negazione del mondo, immagina la filosofia come una creazione mentale, utopica e ipotetica, slegata dalla vita quotidiana del filosofo-conoscitore.
Non avendola praticata, non sanno che filosofia dell'essere è in tutto e per tutto la vita stessa dell'aspirante conoscitore, perché è realizzativa:

"Con la discriminazione tra Reale e irreale, tra noumeno e fenomeno, tra Sé e non-Sé. La via del conoscitore non è costituita però da semplici deduzioni e induzioni filosofiche. Essa rappresenta solo una modalità conoscitiva mediante cui vengono eliminate le sovrapposizioni concettuali e fenomeniche che celano la Realtà". [Raphael, Alle fonti della Vita, Edizioni Āśram Vidyā].

Nelle parole di Śaṅkara, questo significa risolvere il serpente sovrapposto alla corda, ma la corda che manifesta il serpente continua a sussistere, sussistono l'ingombro, le qualità, sussiste cioè tutto ciò che l'ha resa identificabile con il serpente, nel momento stesso in cui continua ad esistere un osservatore del campo. Ciò che è venuto meno è il crederla altro dal suo essere corda.

Così il mondo che svanisce nel nirvikalpa samādhi, si ripristina ove il Conoscitore proceda nell'iti iti alla integrazione della molteplicità della Pura Realtà (Ātman) nella Realtà Assoluta (Brahman) perché "la Causa principiale (saguṇa) e l'effetto-manifestazione non sono il nulla" [Glossario Sanscrito, iti iti, Edizioni Parmenides] e lo Jñānin-Conoscitore mantiene la coscienza nel mondo.

Śaṅkara e Rāmaṇa hanno mantenuto la coscienza del mondo, dopo averlo trasceso nel brahman nirguṇa, nonostante il riconoscimento della sua natura di sogno. Śaṅkara e Rāmaṇa sono rimasti nel mondo, hanno parlato nel mondo, hanno insegnato al mondo, hanno scritto per il mondo.

Se considerare il mondo non reale significasse crederlo non esistente (come le corna della lepre) come il nulla, entrambi verrebbero ricordati come dei folli e così non è. Come nel sogno ci si relaziona con i personaggi del sogno, senza essere consapevoli dello stato di sogno, così un Conoscitore si relaziona con i personaggi della veglia, consapevole della natura apparente dello stato di veglia. Dai volumi di Ricordi vediamo come Śrī Rāmaṇa si sia adeguato alle leggi proprie dello stato di veglia, del mondo della molteplicità, nonostante abbia vissuto l'istanza di lasciarlo. Vediamo come sia stato oggetto di dispute legali, come abbia contrastato le carestie, come abbia seguito le necessità editoriali, come abbia vissuto la semplice quotidianità di mondare le verdure, come si sia impegnato nel consacrare un tempio, o nello stabilire chi si dovesse occupare di una pistola.

Qualcuno, per crearsi una verginità spirituale non contestabile da strutture o lignaggi esistenti (per unamigliore e libera offerta di sathsaṅga, corsi, libri), cerca di contribuire all'idea che Śrī Rāmaṇa e Śrī Śaṅkara siano figure diverse se non contrapposte; il primo fautore con la Sua vita del sahajasamādhi, il secondo fautore di un nirvikalpasamādhi che pone il Conoscitore fuori dal mondo avendone negata l'esistenza.

Eppure nonostante i miti avvolgano la vita di Śaṅkara, l'esistenza oggi dei cenobi da Lui fondati, ove pose come pontefici i suoi discepoli, mostra la continuità dell'opera a distanza di oltre un millennio. Anche Śrī Rāmaṇa ha lasciato un āśram esistente e anch'egli come Śrī Śaṅkara lo ha dedicato alla Madre Divina.

Occorre accettare che Śrī Rāmaṇa rappresenti un'eccezione: non a tutti è data la realizzazione attraverso un'indagine durata meno di un'ora, né devono meravigliare la sua umiltà, la profonda umanità, l'intelligenza, l'amore, la dolcezza, l'equanimità... Un Conoscitore si pone a pari livello, secondo la necessità di ciascuno; nella realizzazione metafisica non c'è contrapposizione e tutte le vie sono comprese in un confronto individuale. Questo fa quasi trascurare le difficoltà che sono insite nella coscienza individuale affinché si manifesti la pura Consapevolezza.

Quali aspiranti discepoli dobbiamo comprendere che esseri come Śrī Rāmaṇa o Śrī Śaṅkara sono rarissimi e per questo la loro realizzazione, la non dualità, pur accessibile a ciascuno in quanto sostrato di tutti, è evento inconsueto perché pochi sono coloro che veramente aspirano al dissolvimento di ogni individuazione, i più cercano una migliore condizione individuale.

Occorre anche comprendere che quanto viene detta realizzazione advaita o non duale è una meta che viene esclusa dalla sua semplice concezione.

Se la si pensa non è advaita, se la si immagina, se la si concepisce non è advaita:

« Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, ... » [Laozi, Daodejing I].

È questo che la rende una meta inarrivabile ai più: se non sono realmente interessati, manca l'anelito che li sostenga quando anche l'individualità inizia a venire meno.

(brano tratto dall'Introduzione all'edizione italiana di Bodhānanda a Ricordi III Edizioni I Pitagorici)

latriplice
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da latriplice » 29/06/2018, 20:08

Vero, ma non tutti sono in grado di farlo, non tutti sono Śrī Rāmaṇa Mahārṣi, non tutti hanno la capacità di concentrazione, di distacco, di volontà, di determinazione che ha avuto Śrī Rāmaṇa quell'età, per scoprire che l'io non esisteva ma esisteva solo l'Io, il Sé, l'Assoluta Realtà.
La capacità di concentrazione, di distacco, di volontà e di determinazione riguarda il soggetto presente nello stato di veglia e la sua esperienza rispetto il quale il Sé, l'Assoluta realtà, rappresenta il sostrato immutabile sulla quale sorge e scompare tale soggetto effimero, per quanto meticoloso e devoto che sia.

La domanda che sorge spontanea è, come posso essere il vegliante se scompare ogni volta che vado a dormire?

Il fatto è che ogni possibile raggiungimento, per quanto elevato che sia che abbia come protagonisti Śrī Rāmaṇa o emulatori vari, avviene in uno stato onirico e non può essere l'Assoluta realtà.

« Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, ... » [Laozi, Daodejing I].

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Fedro
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da Fedro » 29/06/2018, 23:35

latriplice ha scritto:
29/06/2018, 20:08
Vero, ma non tutti sono in grado di farlo, non tutti sono Śrī Rāmaṇa Mahārṣi, non tutti hanno la capacità di concentrazione, di distacco, di volontà, di determinazione che ha avuto Śrī Rāmaṇa quell'età, per scoprire che l'io non esisteva ma esisteva solo l'Io, il Sé, l'Assoluta Realtà.
La capacità di concentrazione, di distacco, di volontà e di determinazione riguarda il soggetto presente nello stato di veglia e la sua esperienza rispetto il quale il Sé, l'Assoluta realtà, rappresenta il sostrato immutabile sulla quale sorge e scompare tale soggetto effimero, per quanto meticoloso e devoto che sia.

La domanda che sorge spontanea è, come posso essere il vegliante se scompare ogni volta che vado a dormire?

Il fatto è che ogni possibile raggiungimento, per quanto elevato che sia che abbia come protagonisti Śrī Rāmaṇa o emulatori vari, avviene in uno stato onirico e non può essere l'Assoluta realtà.

« Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, ... » [Laozi, Daodejing I].
"Vi sono soltanto tre stati: la veglia, il sonno e il sogno. Il turiya non è un quarto stato: è ciò che sta alla base dei tre, ma la gente non lo capisce facilmente. Per questo si dice sia il quarto stato e la sola Realtà. In effetti non è separato da nulla, perché forma il sostrato di tutto ciò che avviene; è la sola Verità, è il vostro stesso Essere. I tre stati sono fenomeni passeggeri che appaiono e scompaiono in esso; per questo sono irreali."


Discorsi con Sri Ramana Maharshi, 353
edizioni Vidyananda

(Dal: pensiero del giorno)

KaaRa
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da KaaRa » 08/09/2018, 9:54

Ancora più pericoloso della sola concettualizzazione, può essere il prendere cio che si è capito, o persino ciò che si è sperimentato più direttamente, e farne un idolo, un qualcosa di sommamente puro da cui non si può deviare: tutto il resto diventa opinione fuorviante e deleteria. È "buddhi" quello che dice un oscuro asceta del quindicesimo secolo solo perché è stato considerato parte di una tradizione (magari per motivi del tutto "profani" o comunque formali), ma è "opinione manasica" tutto quello che superficialmente e formalmente sembra deviare da ciò che si è capito, da ciò che piace emotivamente, o da ciò che rientra in un qualche ordine formale. Viene da chidersi come ha fatto un Nisargadatta (che disprezzava apertamente i Veda) ad essere considerato parte del Vedanta, invece di essere stato considerato un eterodosso (che è una forma di censura) come il Buddha (che parlava con simili argomenti e disprezzava anche lui i Veda, a quanto ci è detto). Sarà dovuto ad una superiore potenza spirituale di Nisargadatta rispetto al Buddha (o ad una maggiore capacità di giudizio di chi li ha classificati), o è un ulteriore segno che l'atteggiamento dell'approccio verso (almeno uno) di loro è stato superficiale e dettato da quell'arbitratario (e quindi manasico) giudizio su cosa è buddhi e cosa è manas? E, nel caso, quale è stato arbitrario? Quello inclusivo verso Nisargadatta o quello esclusivo verso il Buddha? O magari entrambi gli atteggiamenti, visto che il concetto di una Tradizione primordiale non dovrebbe essere basato su caratteristiche di appartenenza ad un qualche ordine, testo o abitudine, ma semplicemente aiutare a vedere in tutti e tutto l'impronta di ciò che è davvero Pimordiale?

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Fedro
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da Fedro » 08/09/2018, 10:28

Da quale fonte hai appreso che Nisargadatta disprezzava i Veda?

KaaRa
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da KaaRa » 08/09/2018, 10:49

Da almeno un dialigo nei libri dell'edizione Equilibrium, "Essere è Amore" e "Alla Sorgente dell'Essere".

cielo
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da cielo » 08/09/2018, 10:55

KaaRa ha scritto:
08/09/2018, 9:54
Ancora più pericoloso della sola concettualizzazione, può essere il prendere cio che si è capito, o persino ciò che si è sperimentato più direttamente, e farne un idolo, un qualcosa di sommamente puro da cui non si può deviare: tutto il resto diventa opinione fuorviante e deleteria. È "buddhi" quello che dice un oscuro asceta del quindicesimo secolo solo perché è stato considerato parte di una tradizione (magari per motivi del tutto "profani" o comunque formali), ma è "opinione manasica" tutto quello che superficialmente e formalmente sembra deviare da ciò che si è capito, da ciò che piace emotivamente, o da ciò che rientra in un qualche ordine formale. Viene da chidersi come ha fatto un Nisargadatta (che disprezzava apertamente i Veda) ad essere considerato parte del Vedanta, invece di essere stato considerato un eterodosso (che è una forma di censura) come il Buddha (che parlava con simili argomenti e disprezzava anche lui i Veda, a quanto ci è detto). Sarà dovuto ad una superiore potenza spirituale di Nisargadatta rispetto al Buddha (o ad una maggiore capacità di giudizio di chi li ha classificati), o è un ulteriore segno che l'atteggiamento dell'approccio verso (almeno uno) di loro è stato superficiale e dettato da quell'arbitratario (e quindi manasico) giudizio su cosa è buddhi e cosa è manas? E, nel caso, quale è stato arbitrario? Quello inclusivo verso Nisargadatta o quello esclusivo verso il Buddha? O magari entrambi gli atteggiamenti, visto che il concetto di una Tradizione primordiale non dovrebbe essere basato su caratteristiche di appartenenza ad un qualche ordine, testo o abitudine, ma semplicemente aiutare a vedere in tutti e tutto l'impronta di ciò che è davvero Pimordiale?
Ricordiamoci che Veda non è Vedanta in quanto nei Veda sono codificate istruzioni attinenti ai culti e a pratiche dirette a mantenere, simbolicamente, l'ordine cosmico riproducendolo nell'ordine del rituale umano. Come diceva anche Ermete Trismegisto: ciò che è sopra è come ciò che è sotto, per fare il miracolo della cosa Una."
Nei Veda sono illustrate pratiche sull'uso delle armi, su formule "magiche" da recitare anche per debellare i nemici, ricette di medicamenti per ogni tipo di malattia fisica e psichica, pratiche "alchemiche" per corpo e mente, informazioni sull'astronomia, l'astrologia, la musica, l'arte pittorica, la grammatica, ecc...Tutto ciò che serve alla persona per vivere una lunga vita felice, "umana" e non animalesca, è nei Veda. Proprio come dice il Rig Veda: "Noi siamo venuti per danzare e per ridere nel corso di una lunga vita".

E' chiaro che un Testimone della tradizione advaita-vedanta, bypassa i Veda e tutti gli insegnamenti diretti all'adorazione di un oggetto, la ripetizione di mantra, la lettura di brani sacri, l'offferta di forme sacrificali, persino la meditazione.
Si punta alla "determinazione della natura vera", senza più stimolare in alcun modo il processo di identificazione e di differenziazione. Se ne favorisce la dissoluzione.
L'aspirante nel Vedanta si concentra sulle mahavakya, le quattro grandi sentenze che rappresentano il cuore sapienziale dell'essenza del darshana e il Maestro invita gli aspiranti ad ascoltare, riflettere interiormente e contemplare quelle Verità. Tutto il resto è superfluo.

Inferisco che nè Nisargadatta nè il Buddha abbiano espresso giudizi di valore sui Veda, quale disprezzo potrebbe mai provare un essere che ha realizzato sat-cit- ananda in sè stesso?
Semplicemente e probabilmente non si sono soffermati sui Veda, non testimoniando così pratiche al di fuori del darshana (punto di vista) utilizzato per veicolare l'esperienza, la visione proposta agli aspiranti e sollecitata dalle loro domande.
Il rischio è proprio quello di concettualizare l'advaita, trasformando l'essenza in un rituale ripetibile, con formule magiche e step da rispettare, erudizione da acquisire e realizzazioni da mostrare per averne conferma.

ortica
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da ortica » 08/09/2018, 11:07

KaaRa ha scritto:
08/09/2018, 9:54
Ancora più pericoloso della sola concettualizzazione, può essere il prendere cio che si è capito, o persino ciò che si è sperimentato più direttamente, e farne un idolo, un qualcosa di sommamente puro da cui non si può deviare: tutto il resto diventa opinione fuorviante e deleteria. È "buddhi" quello che dice un oscuro asceta del quindicesimo secolo solo perché è stato considerato parte di una tradizione (magari per motivi del tutto "profani" o comunque formali), ma è "opinione manasica" tutto quello che superficialmente e formalmente sembra deviare da ciò che si è capito, da ciò che piace emotivamente, o da ciò che rientra in un qualche ordine formale. Viene da chidersi come ha fatto un Nisargadatta (che disprezzava apertamente i Veda) ad essere considerato parte del Vedanta, invece di essere stato considerato un eterodosso (che è una forma di censura) come il Buddha (che parlava con simili argomenti e disprezzava anche lui i Veda, a quanto ci è detto). Sarà dovuto ad una superiore potenza spirituale di Nisargadatta rispetto al Buddha (o ad una maggiore capacità di giudizio di chi li ha classificati), o è un ulteriore segno che l'atteggiamento dell'approccio verso (almeno uno) di loro è stato superficiale e dettato da quell'arbitratario (e quindi manasico) giudizio su cosa è buddhi e cosa è manas? E, nel caso, quale è stato arbitrario? Quello inclusivo verso Nisargadatta o quello esclusivo verso il Buddha? O magari entrambi gli atteggiamenti, visto che il concetto di una Tradizione primordiale non dovrebbe essere basato su caratteristiche di appartenenza ad un qualche ordine, testo o abitudine, ma semplicemente aiutare a vedere in tutti e tutto l'impronta di ciò che è davvero Pimordiale?

Ti mancano le basi Kaara.
Prima apprendi cos'è la Tradizione, poi chiedi.
Sii umile, procedi un passo alla volta.

Inoltre presterei attenzione maggiore a tranciare giudizi apodittici su esseri quali il Buddha Sakyamuni e Nisargadatta.
Disprezzavano i Veda? Ma quando mai.
Dove hai letto queste assurdità?
Entrambi si rifanno esplicitamente all'Antica Via, e quale pensi possa essere questa Antica Via se non il Sanathana Dharma?

Studia Kaara, per il buddhismo studia il Canone Pali e lascia perdere tutto quello che è stato scritto dopo.
Per Nisargadatta - che apparteneva al Navnath Sampradaya (vai a vedere cosa significa) - impara a memoria Io sono Quello e non disperderti nelle vane elucubrazioni dei suoi molti commentatori, molti dei quali sono poi diventati chiacchieroni in pseudosatsangha a pagamento. Parlo di commentatori perché Nisargadatta non ha lasciato discepoli (vai a vedere cosa s'intende per discepolo nella Tradizione).

Cerca anche di conoscere come hanno vissuto.

Ramana Maharishi si alzava alle tre del mattino per andare in cucina ad aiutare a preparare il pasto, traduceva e correggeva le traduzioni dei testi della Tradizione, lavorava con i suoi devoti, praticava quotidianamente la circoambulazione di Arunachala, cantava inni devozionali alla Sacra Montagna.
Nisargadatta gestiva una tabaccheria e si prendeva cura della sua famiglia.
Buddha Sakyamuni ha guidato per decenni migliaia di monaci e monache, senza mai sottrarsi ai suoi doveri.
Questo, tutti i giorni, indefessamente, fino al giorno della morte corporale.

Nessuno di loro faceva chiacchiere, ma sono stati esempi viventi della loro via.

ortica
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da ortica » 08/09/2018, 11:12

Ecco cosa scrive Nisargadatta, altrochè neo advaita e chiacchiere prive di senso:

Per conoscere te stesso hai bisogno di chiarezza e serietà, di quella maturità del cuore e della mente che raggiungi con la serietà, mettendo in pratica nella vita quotidiana ciò che hai capito, per poco che sia. Nello yoga non ci sono compromessi. Se vuoi peccare, pecca apertamente e con tutto il cuore. Anche i peccati hanno le loro lezioni da insegnare ai peccatori indefessi, come le virtù al santo serio. È mischiare le due cose che è disastroso. Niente ti blocca più del compromesso, perchè è indice di poca serietà. E senza serietà non si può far nulla.

Sii cosciente di te stesso, osserva la mente, prestale tutta la tua attenzione. Non andare in cerca di risultati rapidi: potresti non essere in grado di riconoscerli. . E senza che tu te ne renda conto, la mente subirà un cambiamento, ci sarà maggiore chiarezza nel pensiero, carità nei sentimenti, purezza nel comportamento. Perchè ciò che sei ora è il risultato della disattenzione e ciò che diventerai sarà frutto dell’attenzione.

Non sottovalutare l’attenzione. Significa interesse e anche amore. Per conoscere, scoprire o creare devi metterci il cuore, che è attenzione. Tutte le benedizioni fluiscono da qui. Presta attenzione alla cosa più importante della tua vita: te stesso. Tu sei il centro del tuo universo personale. Senza conoscere il centro, cos’altro potresti conoscere?

Come non puoi vedere il tuo viso ma solo il suo riflesso nello specchio, così puoi conoscere soltanto la tua immagine riflessa nell’immacolato specchio della pura consapevolezza. Come ottengo questo specchio senza macchie? Togliendo le macchie, è ovvio. Osservale e rimuovile. L’antico insegnamento è sempre valido. La natura dello specchio è tale che non puoi vederla.

Qualunque cosa tu veda, non può essere che una macchia. Distoglitene, rinunciaci e riconoscila come qualcosa di non desiderato. Paura e avidità causano il cattivo uso della mente. Quello giusto è mettersi al servizio dell’amore, della vita, della verità, della bellezza. Devi cominciare da te, dentro di te: è una legge inesorabile. Occupati di te stesso, rimettiti in ordine: mentalmente ed emotivamente. Il benessere fisico verrà di conseguenza.

Guarda dalla giusta prospettiva prima di agire. Rendi chiara la mente, purifica il cuore, santifica la tua vita. Per andare al di là del corpo devi essere in buona salute; per andare oltre la mente, devi averla in perfette condizioni. Non puoi lasciarti il disordine dietro le spalle e andare oltre, altrimenti ti farà impantanare. A quanto pare, la legge universale è: “Raccogli le tue immondizie”. Ed è più che giusta.


da Io sono Quello

KaaRa
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da KaaRa » 08/09/2018, 11:15

cielo ha scritto:
08/09/2018, 10:55


Ricordiamoci che Veda non è Vedanta in quanto nei Veda sono codificate istruzioni attinenti ai culti e a pratiche dirette a mantenere, simbolicamente, l'ordine cosmico riproducendolo nell'ordine del rituale umano. Come diceva anche Ermete Trismegisto: ciò che è sopra è come ciò che è sotto, per fare il miracolo della cosa Una."
Nei Veda sono illustrate pratiche sull'uso delle armi, su formule "magiche" da recitare anche per debellare i nemici, ricette di medicamenti per ogni tipo di malattia fisica e psichica, pratiche "alchemiche" per corpo e mente, informazioni sull'astronomia, l'astrologia, la musica, l'arte pittorica, la grammatica, ecc...Tutto ciò che serve alla persona per vivere una lunga vita felice, "umana" e non animalesca, è nei Veda. Proprio come dice il Rig Veda: "Noi siamo venuti per danzare e per ridere nel corso di una lunga vita".

E' chiaro che un Testimone della tradizione advaita-vedanta, bypassa i Veda e tutti gli insegnamenti diretti all'adorazione di un oggetto, la ripetizione di mantra, la lettura di brani sacri, l'offferta di forme sacrificali, persino la meditazione.
Si punta alla "determinazione della natura vera", senza più stimolare in alcun modo il processo di identificazione e di differenziazione. Se ne favorisce la dissoluzione.
L'aspirante nel Vedanta si concentra sulle mahavakya, le quattro grandi sentenze che rappresentano il cuore sapienziale dell'essenza del darshana e il Maestro invita gli aspiranti ad ascoltare, riflettere interiormente e contemplare quelle Verità. Tutto il resto è superfluo.

Inferisco che nè Nisargadatta nè il Buddha abbiano espresso giudizi di valore sui Veda, quale disprezzo potrebbe mai provare un essere che ha realizzato sat-cit- ananda in sè stesso?
Semplicemente e probabilmente non si sono soffermati sui Veda, non testimoniando così pratiche al di fuori del darshana (punto di vista) utilizzato per veicolare l'esperienza, la visione proposta agli aspiranti e sollecitata dalle loro domande.
Il rischio è proprio quello di concettualizare l'advaita, trasformando l'essenza in un rituale ripetibile, con formule magiche e step da rispettare, erudizione da acquisire e realizzazioni da mostrare per averne conferma.
Io e te possiamo essere d'accordo sul fatto che ciò che è stato considerato come disprezzo o anche solo come non considerazione verso i Veda fosse in realtà ben altro, ma la domanda non era in riferimento alla visione dei due saggi citati, ma al modo in cui essi vengono valutati (ortodosso l'uno ed eterodosso l'altro).

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Fedro
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da Fedro » 08/09/2018, 11:39

Eterodosso da chi, dove?

http://www.vedanta.it/index.php?option= ... Itemid=351

(Considera che questo è il sito "ufficiale" italiano, e non di opinion, sul Vedanta.
E non certo perché lo ha stabilito colui che lo ha creato...)

KaaRa
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da KaaRa » 08/09/2018, 11:44

Fedro ha scritto:
08/09/2018, 11:39
Eterodosso da chi, dove?

http://www.vedanta.it/index.php?option= ... Itemid=351
Dai buddisti stessi che generalmente non accettano i Veda, ad esempio.
O dal fatto che la dottrina del Buddha non è classificata tra i sei darshana.

ortica
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da ortica » 08/09/2018, 11:48

KaaRa ha scritto:
08/09/2018, 11:44
Fedro ha scritto:
08/09/2018, 11:39
Eterodosso da chi, dove?

http://www.vedanta.it/index.php?option= ... Itemid=351
Dai buddisti stessi che generalmente non accettano i Veda, ad esempio.
O dal fatto che la dottrina del Buddha non è classificata tra i sei darshana.
Commetti un errore diffusissimo: confondi l'insegnamento del Buddha con le scuole buddhiste successive.
Ti ho detto, studia il Canone Pali, meglio una buona traduzione in inglese, chè in italiano c'è poco.
Comincerei con il Dhammapada, altrochè chiacchiere.
Poi magari prenditi una settimana e vai al Santacittarama, monastero buddhista Teravada, pulisci i cessi, lava i piatti e stai in silenzio.
Poi se ne riparla.

KaaRa
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da KaaRa » 08/09/2018, 11:58

Fedro ha scritto:
08/09/2018, 11:39

http://www.vedanta.it/index.php?option= ... Itemid=351

(Considera che questo è il sito "ufficiale" italiano, e non di opinion, sul Vedanta.
E non certo perché lo ha stabilito colui che lo ha creato...)
Il punto di tutto questo argomento sta proprio nel sottolineare la difficoltà nel separare le opinioni da una presunta ufficialità-verità-autorità (chiunque sia a conferirla).

ortica
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da ortica » 08/09/2018, 12:11

KaaRa ha scritto:
08/09/2018, 11:58
Fedro ha scritto:
08/09/2018, 11:39

http://www.vedanta.it/index.php?option= ... Itemid=351

(Considera che questo è il sito "ufficiale" italiano, e non di opinion, sul Vedanta.
E non certo perché lo ha stabilito colui che lo ha creato...)
Il punto di tutto questo argomento sta proprio nel sottolineare la difficoltà nel separare le opinioni da una presunta ufficialità-verità-autorità (chiunque sia a conferirla).
Ti sbagli, il focus di questo argomento sta nel pericolo di concettualizzare l'advaita.
E tu sei ot.

latriplice
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da latriplice » 08/09/2018, 12:12

E muto. Chi non si è riconosciuto come Buddha, pratica il buddhismo. E lava i piatti e pulisce i cessi.

Ti conviene riconoscerti come Buddha, risparmieresti un sacco di tempo e lavoro, Kaara.

ortica
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da ortica » 08/09/2018, 12:17

latriplice ha scritto:
08/09/2018, 12:12
E muto. Chi non si è riconosciuto come Buddha, pratica il buddhismo. E lava i piatti e pulisce i cessi.
Esattamente.
Nè più nè meno.
Ti conviene riconoscerti come Buddha, risparmieresti un sacco di tempo e lavoro.

E gli asini volano e le lepri hanno le corna.

:lol:

KaaRa
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da KaaRa » 08/09/2018, 12:21

latriplice ha scritto:
08/09/2018, 12:12
E muto. Chi non si è riconosciuto come Buddha, pratica il buddhismo. E lava i piatti e pulisce i cessi.

Ti conviene riconoscerti come Buddha, risparmieresti un sacco di tempo e lavoro.
Vero, e sentirei anche molto meno il morso delle iene (per usare un'espressione di Raphael), invece rischio di concettualizzare/razionalizzare il dolore tramite le nozioni che ho appreso (e quindi concettualizzato) dall'advaita.

ortica
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Re: Il rischio: concettualizzare l'advaita

Messaggio da ortica » 08/09/2018, 12:30

Carissimi triplice e Kaara, se non vi piace questo posto la porta è sempre aperta.
Il web è stracolmo di rumore di fondo e certamente ci sarà posto anche per le chiacchiere con intenti magistrali e per i vostri alibi.
Create un blog, un forum e chiacchierate lì quanto vi pare.
Ma, se volete star qui, scendete da quel piedistallo di cartapesta e sporcatevi le mani di terra.
Qui si parla seriamente di cose serie, non ci sono istanze di proselitismo e non si offrono palcoscenici alle ambizioni di nessuno.
E non aspettatevi democrazia perché la Tradizione non è democratica.

Tutto chiaro?

Ulteriori interventi ot, o con intenti magistrali saranno cancellati/spostati senza altri avvisi.

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