Il gruppo che cura Vedanta.it inizia ad incontrarsi sul web a metà degli anni 90. Dopo aver dialogato su mailing list e forum per vent'anni, ha optato per questo forum semplificato e indirizzato alla visione di Shankara.
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Grazie

Liberamente ricevuto, liberamente dato.

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cannaminor
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Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 07/01/2018, 23:42

"Liberamente ricevuto, liberamente dato"...
un'affermazione che talvolta viene pronunciata in ambito tradizionale.

Solo che, sovente, nella sua semplicità e sintesi, l'aspirante l'associa immancabilmente ad un soggetto, ad un "soggetto" che la riceve così come la dona.

D'altra parte è il problema base di ogni cammino, di ogni sadhana; tutti all'inzio di ogni cammino quale che esso sia, sono soggetti in cammino, in sadhana, sono e si sentono coloro che stanno percorrendo un cammino, una sadhana. Ogni azione, ogni agire, ogni dare e ricevere presuppone nell'ottica e visione dell'aspirante un chi dona, un chi riceve, un chi percorre ed un chi trascende.

Il termine stesso aspirante, neofita, allievo, etc presuppone un soggetto, in movimento, in divenire, verso qualcosa-qualcuno. Eppure da nessuna parte c'è un ricevere come un dare, essendo il tutto un libero "fluire".

Il fatto stesso che si pensi di dare, significa che crediamo di avere, di possedere qualcosa che possiamo dare. Invero ciascuno di noi non ha nulla da dare, perché nulla possiede. Nessuno possiede la Saggezza, la Conoscenza. La Conoscenza/il Divino è l'unico possessore, è la Conoscenza, la Saggezza a possedere. Noi possiamo solo Esserla inquanto Essenti (Essere-enti), testimoniarla, ma non c'è certo un "noi" che la possiede e che quindi possa mai darla-donarla o viceversa riceverla.
Il punto e' che noi crediamo di essere qualcosa di ben individuato, crediamo di essere un soggetto ben preciso o che per lo meno, esista un soggetto di qualche fatta che possiamo essere.

E' estremamente difficile per un aspirante o per un discepolo riconoscere che la sua vera natura, o meglio tutto cio' che egli e', e' proprio quella "sensazione" di essere.

Siamo cosi' abituati a pensare o credere o sentire di essere "qualcosa" (un qualcosa definito e individuato), che ci rifiutiamo di vivere o vedere che noi siamo proprio e solo quello stato che chiamiamo essere.
La pratica del testimone, di cui così spesso si parla, non serve a trovare il testimone (per il semplice fatto che "questo-costui" non esiste), ma per trovare la testimonianza.
Lo stesso di cui si menziona nella Gita, l'agire nel non agire, l'azione nella non azione.

"Colui che vede il non-agire (akarma) nell'agire (karma) e l'agire nel non-agire, quegli è il più savio tra gli uomini, è uno che ha realizzato lo yoga, che ha tutto compiuto. (Bhagavadgita IV, 18)

E' molto difficile entrare in questo ordine, perché è un ordine interiore, in cui esisti solo per servire; ed è difficile comprenderlo, occorre molto tempo per accettare che il vero cammino è di solo e puro servizio: significa che dell'aspirante rimane solo lo svolgimento karmico che diviene servizio alla Vita, per come essa pone e dispone.

Il servizio diventa essere, l'essere nella manifestazione, l'agire nel non-agire, il non-agire nell'agire.
Dattatreya sottolinea questo paradosso, perchè per tale viene vissuto dall'aspirante:
"Nessuna via può portare al Sè ma se non si percorre alcuna via non si può arrivare al Sè."
Un pò lo stesso paradosso che sosteneva Kodo Sawaki quando diceva...
"Fare la meditazione (zazen) non serve a niente. E finchè non si impara a fare la meditazione che non serve a niente, non serve a niente fare la meditazione".

Eravamo partiti dal "Liberamente ricevuto, liberamente dato"...e siamo approdati al "servizio" che poi altri non è che la testimonianza della tradizione, testimonianza in dare e ricevere, in liberamente fluire, così come ebbe a dire gesù stesso dello spirito santo:

1 C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. 2 Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4 Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10 Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

"Liberamente ricevuto, liberamente dato" come il vento che soffia dove vuole e ne senti voce, ma non sai di dove viene e dove va. Libero fluire...Più che testimoniare ciò che siamo, più che essere ciò che siamo e manifestare tale esseità nella e per il tramite della testimonianza di noi, non è dato.

L'unico servizio, l'unico cammino che possiamo svolgere è essere e testimoniare tale esseità....liberamente ricevuto, liberamente dato.
Il momento stesso che cercassimo di imprigionarla, di dargli un soggetto agente, un mentale, un pensiero, un pensare, sarebbe come voler imprigionare il "vento che soffia dove vuole", sarebbe il suo atterramento, caduta, limite, opinione, prigionia culturale-eruditiva, opinare.

ortica
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da ortica » 29/01/2018, 11:35

Nel condividere quanto già scritto da cannaminor sento di aggiungere qualche considerazione personale.

Liberamente ricevete, liberamente donate è esortazione tratta dal Vangelo di Matteo (10, 8-10)
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.

Nel testo greco l'avverbio che poi viene tradotto con gratuitamente è δωρεὰν, che significa "come un libero dono, senza causa, senza pagamento".
In altre parole gratis.
È interessante osservare come il termine gratis sia derivato dalla locuzione latina gratia et amore Dei, ovvero per grazia ed amore di Dio.

C'è, dunque, un primo livello di comprensione - a mio avviso - che consiste semplicemente nell'asserire che la testimonianza dell'insegnamento tradizionale - cui Gesù invitava i suoi discepoli ricordando come essi stessi avessero liberamente ricevuto da Lui - non può che essere gratuita nel senso proprio terra terra di escludere ogni forma di pagamento.
Ciò costituisce di per sè un discrimine, perché ogni volta che l'insegnamento non è gratuito in questo senso molto terreno, quasi certamente non ci si trova di fronte a una reale testimonianza.

Il secondo livello di comprensione sta nel significato profondo della locuzione gratia et amore Dei, testimonio per gratia di Dio (o del guru, del riferimento, che nella tradizione indiana è la stessa cosa), non per meriti personali, e per amor suo.
Amore, ovviamente, vero e quindi incondizionato.
Nulla a che vedere con i vari peace&love di cui si ammantano i tenutari di pseudo satsang.
Dell'Amore non si parla, si è, o non si è.
Se si è lo si emana, come il sole che non può fare a meno di scaldare e illuminare e la rosa di profumare.

Liberamente ha, quindi, tutt'altro significato rispetto a quello, lievemente anarchico, che taluni tendono ad attribuirvi, al contrario contiene in sè un forte senso di disciplina interiore.

Certo questo significato elevatissimo per la maggior parte di noi, a cominciare da me, non può che restare per lungo tempo un desiderio, un tendere a, un'aspirazione, una ricerca.
Bisogna fare i conti quotidianamente con i propri limiti, il che non significa non tentare di superarli nell'osservazione costante.
Se poi la testimonianza verrà, sarà fonte di bene per tutti coloro che liberamente la riceveranno.

Non dimentichiamo, infatti, che PremaDharma nello specificare il senso delle attività dei collaboratori dell'editrice I Pitagorici così scriveva:
Il principio che muove le attività de I Pitagorici è quello esplicitato da Platone: chi, idoneo all'azione, alla devozione e alla conoscenza tradizionali ha avuto la grazia di avere udito le parole della Tradizione, non può non unire i propri sforzi a chi gli ha indicato la via, secondo il "liberamente ricevuto, liberamente dato". Indicare la via non consiste nel proselitismo, ma nel porgere a chi chieda, a chi cerchi, la possibilità di ascolto dell'insegnamento tradizionale. L'unione degli sforzi aiuta la maturazione attraverso il servizio, l'ascolto e la meditazione dell'insegnamento.

La nostra opera, quale che sia, non si discosta dalle indicazioni ricevute.

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Fedro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 29/01/2018, 12:50

Liberamente: non mi pare che abbia un significato elevatissimo o basso che sia, poiché dipende solamente da quanto siamo o meno liberi.
Liberi cioè, di interpretare questa modalità del "liberamente":
da ideale da raggiungere tramite l'opinione personale su ciò che riteniamo di poter/dover dare; o invece libera testimonianza di ciò che siamo e conseguentemente possiamo dare senza minimamente volerlo, toccarlo, dirigerlo, trasformarlo in altro da ciò che già è.

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cannaminor
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 30/01/2018, 18:39

ortica ha scritto:
29/01/2018, 11:35
Bisogna fare i conti quotidianamente con i propri limiti, il che non significa non tentare di superarli nell'osservazione costante.
Se poi la testimonianza verrà, sarà fonte di bene per tutti coloro che liberamente la riceveranno.
Ripensavo al discorso del "fare i conti con i propri limiti" e del cercare di "superarli nell'osservazione costante".

Fare i conti con i propri limiti? Certo credo che chiunque, tutti noi ci si scontri, bene che vada ci si arrivi al "limite" dei propri limiti, il che sarebbe già un bene sapere quali sono e dove si collocano questi limiti.
Porre un limite o quantomeno sapere-conoscere che quel limite ci definisce e identifica come "noi", che il noi che siamo arriva fin lì e che oltre quel limite è oltre il noi, è l'altro da noi, ciò che noi non è e non siamo e non ci identifica.

Superare quei limiti allora vuol dire, in una certa ottica, comprendere l'oltre, includere l'oltre, spostare il paletto del limite più oltre andando ad includere ciò che prima era limite ed ora diventa "noi" a tutti gli effetti.

Almeno nella mia visione delle cose un limite si supera così, altrimenti non saprei come altrimenti avrebbe senso il superarlo.

Se il limite, il nostro limite, perchè è di quello che stiamo parlando, è quello che ci definisce, che definisce la nostra spazialità e temporalità (spazio-tempo), quindi il nostro essere, meglio il nostro esistere, superare quel limite vuole dire superare il nostro stesso essere-esistere. Diventa un'esistere superiore, più ampio, più largo, di solito in termini orizzontali, meno spesso in termini verticali.

Perchè forse era da specificare anche questo, se quel limite si collocava sull'orizzonte orizzontale, o piuttosto su quello verticale, della trascendenza.

Ci sono limiti orizzontali e limiti verticali, dipende anche di quali stiamo parlando, e sopratutto di quali dei due, quelli orizzontali e\o quelli verticali definiscono chi e cosa? Vi sono limiti sull'orizzontale che per quanto estesi non comportano alcuna variazione verticale, possiamo essere estesi in senso orizzontale all'indefinito e ciò non di meno essere piatti come un cerchio, con poco o nulla estensione verticale.

Non so se riesco a spiegare l'analogia. Si può percorrere e comprendere, conquistare, superare ogni limite-frontiera del mondo-tondo-sferico e ciò non di meno restare confinati sul mondo e sulla sua superficie che per quanto indefinitamente percorribile è ciò non di meno finita.

Poi però si può anche smettere di seguire le albe ed i tramonti e spostandosi fuori dal mondo e dalla sua superficie osservarlo e vederlo, quanto comprenderlo nella sua interità spaziale, tipo vedendolo dal sole, ed allora lo si vede nella sua interezza senza più albe e tramonti, senza più limiti da superare, perchè nella sua spazialità il limite è dato dalla sua interezza sferica, di quello che è, di ciò che è.

In questo secondo caso il limite è di tipo diverso dal primo, di quello orizzontale e supeficiale, diventa un limite verticale, spaziale-volumetrico, comprensivo in modo diverso dal primo, e che porta a visioni e comprensioni diverse dalle prime.

Se prima il limite ti confinava comuque sulla superficie, e per quanto lo estendessi sempre sulla superficie restavi, nel secondo caso lo trascendi e superi per intero, nella sua interezza, comprendendolo davvero.

Quindi per tornare al discorso iniziale del fare i conti con i propri limiti, del superarli etc, sarebbe credo opportuno per noi tutti sapere di quali limiti stiamo parlando, dove si collocano questi limiti e sopratutto cosa e chi definiscono e limitano tali limiti.

Di certo ci delimitano e definiscono, ma tutta la differenza sta nel dove li si colloca e quindi in cosa questi limiti definiscono cosa.

A secondo di cosa e dove li si colloca e quindi come-dove li si cerca di superare, integrare, trascendere etc, cambia l'ottica e la meta del cammino.

ortica
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da ortica » 30/01/2018, 19:40

Ti sei spiegato benissimo e ti ringrazio perché in effetti parlare di limiti così genericamente come ho fatto io lascia un po' il tempo che trova.
Intendevo riferirmi ai limiti in senso verticale, perché di quelli orizzontali ben poco m'importa a questo punto del cammino.
Quei limiti, verticali, la cui comprensione potrebbe davvero indurre una trasmutazione verso la trascendenza invece m'interessano moltissimo.
Ne vado osservando il peso e lo spessore e non sempre è agevole scovarli perché si nascondono, si camuffano dietro le più nobili motivazioni.
So che solo la luce della conoscenza può assottigliarli fino, forse, a farli scomparire come le ombre sotto il sole allo zenit.
Ma a questo punto non sono ancora arrivata.
La domanda, in fin dei conti, è sempre quella: chi sono io?

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Fedro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 30/01/2018, 21:53

Verticale o orizzontale, non cambia nulla se mi pongo nella stessa spazialità: è la differenza (apparente) che passa tra nuotare verso una nuova isola o scalare una montagna.
Dunque l'indicazione del porsi nella spazialità solare (come ipotesi di cannaminor) quindi con altri riferimenti e misure che trascendano le distanze stesse, pone altri orizzonti, come l'esser qui e in nessun luogo, nello stesso momento.

cielo
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cielo » 20/03/2018, 18:37

cannaminor ha scritto:
07/01/2018, 23:42
"Liberamente ricevuto, liberamente dato"...
un'affermazione che talvolta viene pronunciata in ambito tradizionale.

Solo che, sovente, nella sua semplicità e sintesi, l'aspirante l'associa immancabilmente ad un soggetto, ad un "soggetto" che la riceve così come la dona.

D'altra parte è il problema base di ogni cammino, di ogni sadhana; tutti all'inzio di ogni cammino quale che esso sia, sono soggetti in cammino, in sadhana, sono e si sentono coloro che stanno percorrendo un cammino, una sadhana. Ogni azione, ogni agire, ogni dare e ricevere presuppone nell'ottica e visione dell'aspirante un chi dona, un chi riceve, un chi percorre ed un chi trascende.

Il termine stesso aspirante, neofita, allievo, etc presuppone un soggetto, in movimento, in divenire, verso qualcosa-qualcuno. Eppure da nessuna parte c'è un ricevere come un dare, essendo il tutto un libero "fluire".

Il fatto stesso che si pensi di dare, significa che crediamo di avere, di possedere qualcosa che possiamo dare. Invero ciascuno di noi non ha nulla da dare, perché nulla possiede. Nessuno possiede la Saggezza, la Conoscenza. La Conoscenza/il Divino è l'unico possessore, è la Conoscenza, la Saggezza a possedere. Noi possiamo solo Esserla inquanto Essenti (Essere-enti), testimoniarla, ma non c'è certo un "noi" che la possiede e che quindi possa mai darla-donarla o viceversa riceverla.
Il punto e' che noi crediamo di essere qualcosa di ben individuato, crediamo di essere un soggetto ben preciso o che per lo meno, esista un soggetto di qualche fatta che possiamo essere.

E' estremamente difficile per un aspirante o per un discepolo riconoscere che la sua vera natura, o meglio tutto cio' che egli e', e' proprio quella "sensazione" di essere.

Siamo cosi' abituati a pensare o credere o sentire di essere "qualcosa" (un qualcosa definito e individuato), che ci rifiutiamo di vivere o vedere che noi siamo proprio e solo quello stato che chiamiamo essere.
La pratica del testimone, di cui così spesso si parla, non serve a trovare il testimone (per il semplice fatto che "questo-costui" non esiste), ma per trovare la testimonianza.
Lo stesso di cui si menziona nella Gita, l'agire nel non agire, l'azione nella non azione.

"Colui che vede il non-agire (akarma) nell'agire (karma) e l'agire nel non-agire, quegli è il più savio tra gli uomini, è uno che ha realizzato lo yoga, che ha tutto compiuto. (Bhagavadgita IV, 18)

E' molto difficile entrare in questo ordine, perché è un ordine interiore, in cui esisti solo per servire; ed è difficile comprenderlo, occorre molto tempo per accettare che il vero cammino è di solo e puro servizio: significa che dell'aspirante rimane solo lo svolgimento karmico che diviene servizio alla Vita, per come essa pone e dispone.

Il servizio diventa essere, l'essere nella manifestazione, l'agire nel non-agire, il non-agire nell'agire.
Dattatreya sottolinea questo paradosso, perchè per tale viene vissuto dall'aspirante:
"Nessuna via può portare al Sè ma se non si percorre alcuna via non si può arrivare al Sè."
Un pò lo stesso paradosso che sosteneva Kodo Sawaki quando diceva...
"Fare la meditazione (zazen) non serve a niente. E finchè non si impara a fare la meditazione che non serve a niente, non serve a niente fare la meditazione".

Eravamo partiti dal "Liberamente ricevuto, liberamente dato"...e siamo approdati al "servizio" che poi altri non è che la testimonianza della tradizione, testimonianza in dare e ricevere, in liberamente fluire, così come ebbe a dire gesù stesso dello spirito santo:

1 C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodèmo, un capo dei Giudei. 2 Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4 Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 9 Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10 Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? 11 In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13 Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. 14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15 perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».

"Liberamente ricevuto, liberamente dato" come il vento che soffia dove vuole e ne senti voce, ma non sai di dove viene e dove va. Libero fluire...Più che testimoniare ciò che siamo, più che essere ciò che siamo e manifestare tale esseità nella e per il tramite della testimonianza di noi, non è dato.

L'unico servizio, l'unico cammino che possiamo svolgere è essere e testimoniare tale esseità....liberamente ricevuto, liberamente dato.
Il momento stesso che cercassimo di imprigionarla, di dargli un soggetto agente, un mentale, un pensiero, un pensare, sarebbe come voler imprigionare il "vento che soffia dove vuole", sarebbe il suo atterramento, caduta, limite, opinione, prigionia culturale-eruditiva, opinare.
Pensavo che sono passati 17 anni da quando per la prima volta incappai in una comunità on line e feci la conoscenza con altri ricercatori a loro volta capitati lì, chissà come.
In quei primordi della sperimentazione di mamma google per esplorare il mondo web, è chiaro che nella chiave di ricerca che mi permise di trovare la di allora mailing list e a seguire i vari forum, misi le parole vedanta advaita.
Avevo in effetti una infarinatura di vedanta, avendo avuto maestri di yoga orientati a richiamare come riferimento "filosofico" i veda e i tre gioielli: upanishad, bhagavadgītā e brahmasūtra.

Così iniziò un viaggio che usava il web come mezzo di scambio tra ricercatori-aspiranti filosofi, quel viaggio così ben descritto da Cannaminor dove dice:
"tutti all'inzio di ogni cammino quale che esso sia, sono soggetti in cammino, in sadhana, sono e si sentono coloro che stanno percorrendo un cammino, una sadhana. Ogni azione, ogni agire, ogni dare e ricevere presuppone nell'ottica e visione dell'aspirante un chi dona, un chi riceve, un chi percorre ed un chi trascende."

Vero, si riceve. Sono grata dell'opportunità avuta.
Per chi desidera approfondire le tematiche non duali sono a disposizione dei forum di discussione via e-mail"
(dalla presentazione dell'Associazione Vidyā Bhārata al libro di Premadharma: "Satya Sai Baba e il Vedanta advaita. Ed. I Pitagorici - 2001)


Ho ricevuto tanto, e sempre rigorosamente gratis, in 17 anni di frequentazione di mailing list e forum, ho affinato la percezione grazie allo scambio di parole scritte.
Ho approfondito la conoscenza di me stessa non solo grazie all'owner che aveva creato-donato liberamente quegli spazi di condivisione on line, ma anche dai partecipanti che incontravo nel corso degli anni e con cui, nel profondo di me, conservo il legame. Anche se ci ho tanto litigato, sono tracce nella memoria che restano.
Pare strano a volte, almeno a me, che siano tanto forti i legami con persone conosciute e frequentate solo tramite parole scritte, e incontrate dal vero una o poche volte, o addirittura mai.

Ora qui c'è una certa mosceria, come se gli spazi di scambi "filosofici" on line fossero oramai inutili, perfino pericolosi in quanto destabilizzanti (per un motivo o per un altro), non in grado di offrire più nulla. Dove non ci sono neppure più gli "scontri" a divertire, (la parola che era venuta era più cruda) quei bei battibechi sanguinolenti che ogni tanto regalano la possibilità di starne fuori a sgranocchiare pop corn sugli spalti dell'arena dove si battono i leoni.

Una sorta di chiusura e di arroccamento? Il piacere del silenzio? O il capire che "il termine stesso aspirante, neofita, allievo, etc presuppone un soggetto, in movimento, in divenire, verso qualcosa-qualcuno. Eppure da nessuna parte c'è un ricevere come un dare, essendo il tutto un libero "fluire".

Quindi, oggi pomeriggio ho deciso di fluire, beccatevi sto flusso, che marca il fatto che continuo a pensare, forse errando, che lo scambio degli aspiranti nell'ambito di un gruppo possa essere un crogiolo in cui ognuno forgia sé stesso attraverso un processo di illusione e disillusione, dove ognuno degli astanti si presta ad essere specchio delle altrui proiezioni.

A volte crea sofferenza, soprattutto se si ricorda il passato, i "tempi d'oro" della comunicazione on line (prima dell'avvento dei personalismi di fb? Non so, forse).
Quella della comunicazione on line è una tematica che corre come un filo nella trama della mia vita e che richiede continui adeguamenti della visione, integrazione di contenuti sparsi e discordanti...Un luogo informatico può sparire da un momento all'altro, meglio non avere aspettative di alcun genere.

Diciamo che chi usa il piccolo chimico senza discernimento e distacco, farà inevitabilmente scoppiare qualche provetta. In ogni ambito di scambio informatico in cui si agisce, più o meno mascherati.
Il nuovo codice della privacy che entrerà in vigore in Italia il 25 maggio pone regole estremamente restrittive per la tutela della privacy in generale e anche nei contatti on line, chiaramente a tutela delle fasce più deboli e influenzabili della popolazione. A 18 mesi i bambini usano i tablet con perizia.

Nei 17 anni di "altra vita on line", su vari fronti pubblici e riservati-privati, è capitato di fare esperimenti di chimica sbagliati e di vedere saltare le provette nelle mani, ma in linea generale penso che una linea percorribile sia tenere a mente che: "si esiste solo per servire; ed è difficile comprenderlo, occorre molto tempo per accettare che il vero cammino è di solo e puro servizio: significa che dell'aspirante rimane solo lo svolgimento karmico che diviene servizio alla Vita, per come essa pone e dispone."
Evidentemente nel karma di alcuni c'è l'imput a comunicare on line e ad affezionarsi a dei teatrini con delle maschere più o meno ricalcanti i "lineamenti" della persona "vera".
Anche scrivere e scambiare potrebbe essere vissuto come un servizio.
Dice Cannaminor: "Il servizio diventa essere, l'essere nella manifestazione, l'agire nel non-agire, il non-agire nell'agire.
Dattatreya sottolinea questo paradosso, perchè per tale viene vissuto dall'aspirante:
"Nessuna via può portare al Sè ma se non si percorre alcuna via non si può arrivare al Sè."

Un pò lo stesso paradosso che sosteneva Kodo Sawaki [e altri] quando dicevano...
"Scrivere su un forum per testimoniare tale esseità non serve a niente. E finchè non si impara a scrivere su un forum per testimoniare tale esseità anche se non serve a niente, non serve a niente scrivere su un forum per testimoniare tale esseità".

Sempre il vento che soffia dove vuole.
Shanti, la maschera di cielo

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cannaminor
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da cannaminor » 20/03/2018, 21:16

C'è stato un tempo in cui la nota fondamentale della mia esistenza era l'anelito alla liberazione; era la nota che dava il la a tutto il resto, tutto seguiva e si subordinava a quell'anelito, a quella brama, a quella necessità come di chi annegando l'unica cosa che vuole e anela è una boccata d'aria.

Ci credevo davvero, ne ero convinto, del tutto dedito, e più ci credevo e più anelavo e più si consolidava l'immagine e la figura del sadhaka, dell'aspirante, di me che anelavo alla liberazione. Ognuno nella vita crea se stesso, l'immagine di se stesso, e di solito a crearla (l'immagine) è il pensiero stesso, il pensarsi (questo e quello). Si diventa (io direi piuttosto si è) ciò che si pensa. Si diventa perchè il pensiero è in divenire è movimento, per cui ha sensop logico dire "si diventa", inquanto dinamico, in divenire, come il pensiero stesso che è dinamico, movimento, movimento conformato. Il pensiero crea l'immagine di sè, il senso di sè (l'ahamkara) siamo letteralmente ciò che pensiamo (essere).

E quindi, conformemente a tale logica, se ci si pensa prigionieri e anelanti la liberazione (dalla prigionia in cui ci sentiamo e pensiamo), è il pensiero stesso che si incarica di tale movimento pensativo, di tale divenire, di tale futuro (temporale), si anela alla liberazione, si pensa in termini di desiderio e divenire (futuro) alla liberazione dalla condizione attuale e contingente di prigionia, in cui ci sentiamo e soffriamo.

Tutto perfettamente coerente e logico, coerente e logico per un'atività pensativa e di pensiero; il pensiero ragiona e opera così, per inferenze, per deduzioni, per sillogismi, un'ingranaggio che macina strutture matematiche di somma e moltiplicazione, divisione e sottrazione, il tutto indirizzato per una freccia temporale unica e universo, quella che dal passato porta verso il futuro passando per l'oggi, l'adesso in cui stiamo appunto pensando; prendendo memoria dal passato per rivolgerla in sillogismi inferenze e quantaltro verso il futuro. Questo è il pensiero il pensare e noi siamo esattamente ciò che ci pensiamo essere, posti in questo divenire pensativo, in questo gioco di immagini e forme che si muovono e nel movimento credono di essere vive ed esistenti.

Il soggetto che anela alla liberazione è tanto più vivo ed esistente quanto più anela alla liberazione stessa. Più si sente prigioniero e costretto (necessitato) e più anela alla liberazione; ma è proprio il sentirsi prigioniero che ne determina l'esistenza del momento, siamo inquanto esseri prigionieri, necessitati, è esattamente questo che ci definisce quali esistenti, la nostra prigionia ed il nostro conseguente desidierio di liberazione.
Non desidereremmo (aneleremmo) la liberazione se non fossimo e ci credessimo prigionieri e costretti. Un'immaginazione che ne suscita un'altra, un pensiero che ne suscita un'altro, un credersi che ne crea un'altro di credersi. Credersi prigionieri per credersi liberati, pensarsi prigionieri per pensarsi liberati. Un gioco di pensiero e credenza, di immaginazione diretta e direzionata dal desiderio, dal divenire, dalla freccia del tempo, sempre dopo, sempre domani, sempre avanti, oltre, sempre più in là, un passo dopo, una curva dopo, un dosso, dopo, dopo...

E ci si ritrova come il somaro a correre dietro alla carota che lui stesso porta innanzi appesa ad una canna legata alla sua schiena.

C'è stato un tempo in cui correvo e correvo dietro alla carota, e più correvo e più quella stava innanzi a me imprendibile, irragiungibile; più anelavo alla liberazione e più mi confinavo nella prigionia del mio stesso pensiero e credermi ciò che pensavo, anelito incluso, anzi sopratutto lui, l'anelito.
Più anelavo e più mi definivo esistente e credente di ciò che pensavo, e non mi rendevo conto di quanto il pensiero e pensare fossero me e mi definissero in tutto e per tutto. Questo fu un tempo ora non è più, non del tutto, ma nemmeno come un tempo. Ora un pò vedo il "mio pensiero", lo riesco a vedere pensare ed esistere di ciò che pensa, ed anche se pur spesso ci casco dentro lo stesso, tante altre volte riesco a starne fuori da ciò che penso ma sopratutto dal credermi ed essere ciò che penso. Allora in quei casi ne vedo l'anima di quel pensiero-pensare e ne colgo la forza e la potenza, l'autoreferenzialità di tale movimento pensativo, di quanto sia capace di creare interi universi, avente come soggetto lui stesso, il pensiero pensare che è. Ha un nome tutto ciò, "io", questa semplice parola che racchiude un'intero universo di pensieri e capacità pensative e sopratutto di avere e dargli un'unico riferimento, radice, base, principio, "io". Siamo ciò che pensiamo, esattamente così, siamo i pensieri che pensiamo, perchè sono esattamente loro che ci rappresentano e definiscono nella nostra identità individuale. Se togliessimo i pensieri che pensiamo verrebbe meno ogni possibile io e identità di ciò che siamo. Tant'è che nel sonno profondo in cui non c'è alcun pensiero non c'è alcun "io". E per un io-pensiero ciò è inconcepibile, perchè un io non può non pensarsi; se non c'è un pensiero-pensare non c'è nessun io, manca il soggetto principale e refente di ogni possibile pensiero; senza un io non esiste pensiero-pensare e viceversa.

La domanda che ne segue è molto semplice; quanti ne hanno consapevolezza di essere ciò che pensano (di essere)? E ripeto consapevolezza; non ho chiesto quanti pensano di essere di ciò che pensano di essere, perchè è ovvio che tutti lo pensano, quasi tautologico. No, dico quanti ne sono consapevoli di essere ciò che pensano (di essere) ? La consapevolezza non centra nulla col pensiero, e col pensare, ma nulla di nulla. Quella ( la consapevolezza) o c'è o non c'è, o almeno ne è a gradi di consapevolezza. Ma un minimo almeno occorre esserlo, altrimenti non se ne esce.
E allora quando un barlume di consapevolezza fa luce sul pensiero e pensare che ci crediamo essere, improvvisamente il mondo e noi con esso assumono tutta un'altra luce e senso e significato. Improvvisamente il pensiero viene riconosciuto per ciò che è pensiero e pensare ma non necessariamente associato a ciò che siamo ed esistiamo, in indentità. Il pensiero pensare non necessita alla sua stessa esistenza di un soggetto pensante, è questo la grande scoperta e consapevolezza che ad un certo punto del cammino emerge; Non è richiesto all'esistere del pensiero-pensare un soggetto pensante, la mente, il pensare stesso è indipendente dall'avere ed essere un soggettto che è ciò che pensa. E' a prescindere, quando invece si passano intere vite nell'identificazione di essere ciò che si pensa. Quando si parla di individualità e di morte dell'io in fondo è di questo che si parla, la morte dell'io è la morte del soggetto che si crede di essere (ed esistere) ciò che pensa, null'altro; non è la morte del pensiero, ma solo dell'identificazione di essere il soggetto pensante, tutto qui. La consapevolezza è questo, essere consapevoli di non essere il pensiero che si pensa.

Buona consapevolezza a tutti, vista la prossimità della pasqua, che credo in fondo abbia questo significato.

latriplice
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da latriplice » 22/03/2018, 20:54

Quando l'io si identifica con il corpo-mente e non con il Sé- consapevolezza, si crea una separazione tra l'individuo e il mondo. Questa scissione fa credere all'io individuale (ahamkara) di essere un derivato del mondo e non il suo creatore. In realtà esiste soltanto il Sé, ma l'io (il corpo-mente) che gli si sovrappone crea inconsapevolmente il mondo dando origine sia al testimone sia alla testimonianza che, a causa dell'ignoranza, appaiono come due: il soggetto e l'oggetto. La cosiddetta "schiavitù" consiste nell'identificarsi con il fenomeno transitorio del corpo-mente e non con il Sé imperituro, che è l'unico osservatore, ma anche tutto ciò che è osservato perché soltanto il Sé esiste realmente. Pertanto pensarsi in schiavitù dal quale deriva l'stanza alla liberazione (moksha) ha la sua radice nell'ignoranza, quella in cui si può diventare il Sé, dimenticando che si può soltanto essere il Sé.

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 23/03/2018, 7:09

. Il pensiero pensare non necessita alla sua stessa esistenza di un soggetto pensante, è questo la grande scoperta e consapevolezza che ad un certo punto del cammino emerge (cannaminor)
Smettendo di credere ai propri pensieri, smettendo di ritenerli personali e reali, emerge un campo aperto e sconosciuto che ci contiene, o meglio, vediamo che siamo "questo", o meglio siamo lo stesso vedere che si vede.
Ma l'occhio non può vedere se stesso, e non c'è più un qui o lì in cui vedersi, né alto o basso in cui misurarsi, né facile o difficile da affrontare, perché c'è sempre "questo" che c'è: nessuna convinzione in cui trattenersi, nessuna affermazione da mostrare, conclusione in cui attestarsi.
Se l'oca è fuori dalla bottiglia, è perché è da sempre lì, ma la bottiglia che vanamente abbiamo cercato di rompere o varcare, è servita per riconoscere che l'io dentro cui s'è trattenuto, era solo un miraggio come la stessa bottiglia

Mauro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Mauro » 23/03/2018, 12:37

latriplice ha scritto:
22/03/2018, 20:54
Quando l'io si identifica con il corpo-mente e non con il Sé- consapevolezza, si crea una separazione tra l'individuo e il mondo. Questa scissione fa credere all'io individuale (ahamkara) di essere un derivato del mondo e non il suo creatore. In realtà esiste soltanto il Sé, ma l'io (il corpo-mente) che gli si sovrappone crea inconsapevolmente il mondo dando origine sia al testimone sia alla testimonianza che, a causa dell'ignoranza, appaiono come due: il soggetto e l'oggetto. La cosiddetta "schiavitù" consiste nell'identificarsi con il fenomeno transitorio del corpo-mente e non con il Sé imperituro, che è l'unico osservatore, ma anche tutto ciò che è osservato perché soltanto il Sé esiste realmente. Pertanto pensarsi in schiavitù dal quale deriva l'stanza alla liberazione (moksha) ha la sua radice nell'ignoranza, quella in cui si può diventare il Sé, dimenticando che si può soltanto essere il Sé.



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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Mauro » 23/03/2018, 12:40

Fedro ha scritto:
23/03/2018, 7:09
Se l'oca è fuori dalla bottiglia, è perché è da sempre lì, ma la bottiglia che vanamente abbiamo cercato di rompere o varcare, è servita per riconoscere che l'io dentro cui s'è trattenuto, era solo un miraggio come la stessa bottiglia
L' oca???

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da latriplice » 23/03/2018, 12:57

Mauro ha scritto:
23/03/2018, 12:37
latriplice ha scritto:
22/03/2018, 20:54
Quando l'io si identifica con il corpo-mente e non con il Sé- consapevolezza, si crea una separazione tra l'individuo e il mondo. Questa scissione fa credere all'io individuale (ahamkara) di essere un derivato del mondo e non il suo creatore. In realtà esiste soltanto il Sé, ma l'io (il corpo-mente) che gli si sovrappone crea inconsapevolmente il mondo dando origine sia al testimone sia alla testimonianza che, a causa dell'ignoranza, appaiono come due: il soggetto e l'oggetto. La cosiddetta "schiavitù" consiste nell'identificarsi con il fenomeno transitorio del corpo-mente e non con il Sé imperituro, che è l'unico osservatore, ma anche tutto ciò che è osservato perché soltanto il Sé esiste realmente. Pertanto pensarsi in schiavitù dal quale deriva l'stanza alla liberazione (moksha) ha la sua radice nell'ignoranza, quella in cui si può diventare il Sé, dimenticando che si può soltanto essere il Sé.



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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Fedro » 23/03/2018, 13:30

Mauro ha scritto:
23/03/2018, 12:40
Fedro ha scritto:
23/03/2018, 7:09
Se l'oca è fuori dalla bottiglia, è perché è da sempre lì, ma la bottiglia che vanamente abbiamo cercato di rompere o varcare, è servita per riconoscere che l'io dentro cui s'è trattenuto, era solo un miraggio come la stessa bottiglia
L' oca???
Ho utilizzato la metafora di uno dei più conosciuti koan zen, che credevo conosciuto da tutti.
Come saprai il koan è una domanda che contiene un dilemma illogico per la mente, che il maestro porge al discepolo per sollecitare un cortocircuito mentale, la cui risposta è intrinseca alla realizzazione/risoluzione di ogni costrutto mentale.
In pratica alla domanda, del come fa un'oca ad uscire dalla bottiglia nella quale è imprigionata, l'unica risposta è che l'oca è già fuori.
Laddove l'oca è l'io, la bottiglia il limite che questi vede da varcare, la sua bolla in cui risiede, e fuori vi è la consapevolezza, e che vede il quadro nella sua illusoria realtà, al frantumarsi della bolla/bottiglia immaginata.

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Mauro » 23/03/2018, 14:12

latriplice ha scritto:
23/03/2018, 12:57

I programmi variano a seconda dei compiti assegnate alle singole marionette dal Gran Burattinaio. Misera é l'esistenza di un burattino che non sa di esserlo e che non trova la giusta collocazione sul palcoscenico.
Quindi tu sei consapevole di essere un bot programmato a ripetere sempre la stessa pappardella qualunque argomento si tratti, probabilmente credendo che quella sia la giusta collocazione sul palcoscenico.

Mauro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Mauro » 23/03/2018, 14:14

Fedro ha scritto:
23/03/2018, 13:30
Ho utilizzato la metafora di uno dei più conosciuti koan zen
non lo conoscevo

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da latriplice » 23/03/2018, 14:31

Mauro ha scritto:
23/03/2018, 14:12
latriplice ha scritto:
23/03/2018, 12:57

I programmi variano a seconda dei compiti assegnate alle singole marionette dal Gran Burattinaio. Misera é l'esistenza di un burattino che non sa di esserlo e che non trova la giusta collocazione sul palcoscenico.
Quindi tu sei consapevole di essere un bot programmato a ripetere sempre la stessa pappardella qualunque argomento si tratti, probabilmente credendo che quella sia la giusta collocazione sul palcoscenico.
Io si, tu no?

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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Mauro » 23/03/2018, 14:46

latriplice ha scritto:
23/03/2018, 14:31
Mauro ha scritto:
23/03/2018, 14:12
latriplice ha scritto:
23/03/2018, 12:57

I programmi variano a seconda dei compiti assegnate alle singole marionette dal Gran Burattinaio. Misera é l'esistenza di un burattino che non sa di esserlo e che non trova la giusta collocazione sul palcoscenico.
Quindi tu sei consapevole di essere un bot programmato a ripetere sempre la stessa pappardella qualunque argomento si tratti, probabilmente credendo che quella sia la giusta collocazione sul palcoscenico.
Io si, tu no?


Io sono consapevole del ruolo assegnatomi: quello di evidenziare il fatto che tu, come un ro-bot, ripeti sempre la stessa solfa, qualunque argomento si tratti, ritagliandoti così il tuo pezzetto di palcoscenico.
Riguardo il mio- di palcoscenico- non me ne dare colpa, ma chiedi al supremo burattinaio: Ishvara.

latriplice
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da latriplice » 23/03/2018, 15:23

Infatti, siamo due burattini alla mercé del puparo cosmico che recitano la loro parte assegnata. Una presa di coscienza rarissima, quella di non ritenersi unici e speciali come gran parte del volgo. O continui di anteporre dei distinguo?

Mauro
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Re: Liberamente ricevuto, liberamente dato.

Messaggio da Mauro » 23/03/2018, 16:05

latriplice ha scritto:
23/03/2018, 15:23
Infatti, siamo due burattini alla mercé del puparo cosmico che recitano la loro parte assegnata. Una presa di coscienza rarissima, quella di non ritenersi unici e speciali come gran parte del volgo. O continui di anteporre dei distinguo?
Quali distinguo?
Io faccio la mia parte come tu fai la tua.

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