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Sul mumukṣutva: l'ardente anelito_dialogo dIstruzione IV

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cielo
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Sul mumukṣutva: l'ardente anelito_dialogo dIstruzione IV

Messaggio da cielo » 17/05/2020, 17:18

Dialogo con Bodhānanda - brano d'archivio (24 ottobre 2016)


M. Leggevo questo dialogo in cui si parla di mumukṣutva, l’ardente anelito:

“D. Lei afferma che non occorre alcuno sforzo per realizzare il Sé.

R. Come può ciò che è l’Assoluto incausato essere determinato da altro? Esso non ha alcuna relazione con qualsiasi causa. Se lei chiude gli occhi, non sta cancellando il sole e quando li riapre non lo sta ricreando. Il sole è a prescindere da lei e da quello che lei può fare. Non deve fare nessuna fatica per vedere il sole, non è lei a crearlo. Ma se lei non ha alcuna intenzione di aprire gli occhi è chiaro che non può vedere il sole. Tutto lo “sforzo” è nel convincersi ad aprire gli occhi, ma se lei ha altro da immaginare, da sognare, etc. etc. ecco che prima di aprire gli occhi vorrà soddisfare i suoi desideri di altro. La realizzazione non duale del Sé, per come testimoniata dalla tradizione advaita, è la stessa cosa.
La dualità fa sì che nell’ente ci siano contrapposizioni, da un lato si desidera l’assolutezza del sommo bene, dall’altro si desiderano soddisfazioni circostanziali. È solo una questione di urgenza, di importanza, di potenza... il desiderio più urgente, più importante, più potente è quello che prevale.

D. Lei la fa facile. Non può essere così semplice!

R. Facile? No. Altrimenti tutti saremmo nel sahaja samādhi. Semplice? Sì. È semplicissimo. Sino a che l'essere incarnato necessita di fruire della propria molteplicità manifestata, l'ente si adopera per soddisfare il flusso causale che determina ciò. Una volta che prevale invece il mumukṣutva, l'intensa aspirazione ad affrancarsi da tutte le schiavitù, l'anelito alla liberazione, ecco che l'ente inizia a sforzarsi per staccarsi dagli ultimi contenuti, adesioni, sovrapposizioni. Ovviamente lei, avendo studiato i testi di Śaṅkara, conosce le spiegazioni che ci ha lasciato in merito a... l'apertura degli occhi per vedere il sole. È come certe mattine, o quando si è malati, quando gli occhi sono un po' cisposi e si deve faticare un po' per aprirli. Occorre qualche secondo, ma il sole è lì a prescindere da ogni sforzo, ma se non si sforza di certo non lo vedrà.”


Successivamente sono andato a leggermi la definizione di mumukṣutva come da Glossario sanscrito:
“mumukṣutva (an): o mumukṣuta (f) , intensa aspirazione ad affrancarsi da tutte le schiavitù; anelito alla Liberazione.
Nel sentiero Vedānta è uno dei quattro mezzi o strumenti necessari per penetrare nel mondo delle cause e rompere la catena delle false sovrapposizioni. Rappresenta perciò la principale delle qualificazioni dell' aspirante.”


Di conseguenza mi domando ora se una "qualificazione" quale l'intensa aspirazione ad affrancarsi da tutte le schiavitù; l’anelito alla Liberazione... sia un "quid" che c'è o non c'è senza possibili variabili di sorta nel mezzo, oppure sia evocabile, percorribile, "costruibile"?
È il risultato di innumerevoli vite o anche di una sola? Certo, viene detto che sia “l'ultimo colpo di mazza a rompere il sasso”, l'ultimo di infiniti precedenti…ma, mi domando se l'anelito ci fosse già al primo colpo o compare solo all'ultimo, quello che rompe il sasso? Forse prima vestiva altri nomi e altre forme, istanze, desideri ?

Bodhānanda: La pera è matura quando cade, o quando è matura cade?

M. Verrebbe da dire che è nella natura della pera "cadere" prima o poi.Tutte le pere prima o poi cadranno "mature" o no?

Bo. No. Ci sono le pere che cadono marce, quelle avvermate, quelle secche, etc. È nella natura dell’aria dentro la pentola di argilla unirsi all’aria fuori, prima o poi.

M. Vero, visto che la pentola è fenomenica e quindi destinata, in quanto nata, a morire anch’essa.

Bo. Il jīva non è fenomenico?

M. Il jīva inteso come anima, sì

Bo. Allora?

M. Allora mi domandavo da dove sorge o a motivo di cosa sorge quell'anelito alla liberazione, sempre che ci sia una causa.

Bo. Certo che c’è. È proprio l’esaurimento della causa a determinare l’affioramento dell’anelito, delle qualifiche, etc. etc. Consideriamo però: “Chi è cosa?”
Occorre sempre considerare il punto di vista da cui ci si pone in osservazione o addirittura in azione. Chi è il soggetto?
Ho ricevuto un lungo addestramento tecnico-scientifico… chimica, fisica, tecnologia, scienze, meccanica, biologia, etc, etc. Tendo ad applicare una visione scientifica, fisica.

M. La mia domanda era se il mumukṣutva, l’anelito ardente, in qualche modo dipenda dall'aspirante, se ne abbia una qualche volontà oppure se l’anelito sia del tutto distaccato e autonomo dall'aspirante?

Bo. Noi siamo qui manifesti attraverso un flusso causale, un flusso energetico… man mano che si esaurisce, il treno rallenta e la velocità diminuita permette di vedere altro e interessarci a questo altro, all’arrivo, alla fermata, etc.
Tutte le vie tradizionali consistono nella “non generazione", tutte le altre invece “generano” karma, causalità.

M. flusso causale = karma

Bo. Sì. Anche karma = legge di causa ed effetto

M. Quindi l'unica libertà che si ha è di non generarne altro, ma quello che c'è rallenta di suo, per leggi e regole sue. Non si può "accelerare" la riduzione di corsa, di arresto?

Bo. No. Noi siamo stati fatti ad immagina e somiglianza di Dio, quindi abbiamo il potere di creare nuova causalità, credendoci artefici.

M. Secondo me la causalità possiamo crearla, come anche no.

Bo. Realizzando di essere Dio semplicemente smettiamo di crederci artefici dell’apparenza e ci fissiamo nella nostra essenza divina, l’intero universo è la nostra azione.

M. Un bel carico, ma l'ardente aspirazione alla liberazione?] non è proprio l'ardente liberazione dall'azione nel mondo, azione di cui ci crediamo, in quanto individui, artefici?
È l'azione stessa nel mondo, in quanto artefici, che ci lega e imprigiona come individui prigionieri del loro stesso agire in quanto si credono artefici di tale agire, quando invece è l'azione stessa che determina l'individuo ed il suo esistere.
Il movimento, il divenire, richiede un soggetto, quel soggetto è l'individuo ed è proprio quello che l'ardente anelito alla liberazione cerca, appunto "liberazione".
Dire che: "l’intero universo è la nostra azione" lo si può leggere anche come un dramma cosmico e universale, la "prigione" universale, l’individuo come prigioniero della sua stessa azione universale. C'è un jīva individuale, ma c'è anche un jīva universale, cambia il contesto, ma sempre jīva è, legato e imprigionato dalla sua stessa azione, che lo determina.

Bo. Nostra azione in quanto Divino, se ce ne appropriamo non lo è…Si stava scrivendo "in noi", plurale, per intendere tutti coloro che lo realizzano, ma poi là non c’è alcun noi, né io. È una sua azione.

M. Non era Dio ad aver creato il mondo in sette giorni? Non se ne è appropriato?

Bo. Nella fantasia degli uomini certamente.

M. Ed in quella di Dio? Il mondo non è forse il "sogno" di Dio? Jagat (il mondo manifestato, l’universo) non si dice sia il sogno di Mahat (il “Grande”; l’Intelligenza cosmica, la Mente universale in quanto produttrice della proiezione-fenomeno universale)?

Bo. Anche qui… chi sta immaginando cosa? Chi è Dio? Cosa è ?

M. Comunque, la mia domanda iniziale era solo per comprendere l'ardente desiderio alla liberazione, se dipendeva da qualcosa oppure no, se fosse evocabile in qualche modo, oppure no.

Bo. Ci sono così tanti samādhi assimilabili a quanto l’uomo immagina essere lo stato divino… di quale parli?

M. Non volevo parlare di samādhi, non li conosco, non li vivo e non li so.

Bo.. Ah, invece Dio sì? Non ti riferivi alla “fantasia di Dio” dicendo che il mondo è il "sogno" di Dio? Jagat non è il sogno di Mahat?

M. Non so di Dio, nemmeno Lui so chi sia.

Bo. E allora perché interroghi sui suoi sogni?

M. Ritiro la domanda sui sogni di Dio, come non detta. Dio è libero di sognare quello che vuole, quando vuole e dove vuole, come pure di non sognare, non mi riguarda. Volevo solo sapere se il mumukṣutva dipendeva da qualcosa oppure no, e come ulteriore domanda, capire “liberazione da chi o cosa?”, visto che si definisce come “anelito alla liberazione”

Bo. Invece sapere se il mumukṣutva dipende da qualcosa ti riguarda? Come se il saperlo cambiasse qualcosa nella tua sādhana?

M. No, non cambia in effetti, ma mi restava la domanda di spiegarne a questa mente la presenza.

Bo. La mente non smetterà mai di voler sapere.

M. Vero, visto un effetto, cerca la causa, secondo sua logica.

Bo. Vado, bye


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Katsushika Hokusai - Monte Fuji con ciliegi in fiore

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