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Osservazione dei sensi

La via senza sostegno, nella pura presenza.
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cielo
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Osservazione dei sensi

Messaggio da cielo » 04/03/2018, 10:19

In questo brano, estratto da una serie di commenti di Bodhananda ai sūtra del Vivekacūḍāmaṇi, viene indicato un percorso per "trovare la mente", il senso dell'io che organizza le percezioni in un continuo movimento di proiezione di sè nel mondo in divenire.
Il mutevole che muta nel mutevole, in un eterno gioco di riflessi.

Viene così indicata l'utilità di una investigazione sui sensi e sulle percezioni da essi derivanti, per arrivare a ciò che esiste in sè come consapevolezza pura, sempre presente a testimoniare una qualche esistenza, sia nella veglia, che nel sogno o nel sonno senza sogni.

E' il percorso di progressiva comprensione, tramite la costante autoindagine, che la nostra non è mera esistenza chiusa in sè stessa (da nascita e morte), ma è l'Esistenza di cui siamo consapevoli, identica alla consapevolezza che non si spegne mai durante il sonno e neppure nella morte, che non sorge nè cessa in quanto non soggetta alla ciclicità del divenire. Sempre consapevole di essere, tra uno stato e l'altro di esistenza.
L'intuizione di una consapevolezza pura, assoluta e dunque illimitata, unica pur mostrandosi particellata, ci conduce all'asparsa: la via senza sostegno dove nulla serve più per essere ciò che sempre si è: il Sostrato stesso, lo schermo, Vastu, la Realtà ultima.


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12. Solo con la corretta investigazione (Samyagvicaratah) si finisce per comprendere che la corda è stata scambiata per l'illusorio serpente, facendo cessare così ogni timore e sofferenza. (duhkha)

Bodhananda

Osservando i sensi si vedono gli aspetti istintuali, osservando questi si trova la mente.
Osservando il tatto si vede che esso è possibile solo quando esiste un contatto, una differenza sulla superficie corporea, senza il quale non ci sarebbe alcuna conoscenza.
Così potremmo continuare e scopriremmo sempre che la conoscenza attraverso i sensi in realtà non è possibile se non attraverso una dualità.
Troveremmo sempre e comunque questa dualità. Ora, in questa dualità come è possibile la conoscenza? Può l'essere conoscere il non essere?
Posso conoscere ciò che è altro da me? In una indagine "onesta" che tenga conto solo di sé stessa, la risposta è no.
È vero che sembra una risposta assurda, ma osservatevi attentamente e vedrete che non è possibile alcuna conoscenza di ciò che già non conosciamo.
Facciamo risalire ogni conoscenza ad altra conoscenza e così via.
Prova a dimostrazione, è che non potete far comprendere l'odore a chi è privo di olfatto.
Lui non può conoscere, voi non potete trasmettere.
Occorre la percezione, ma nella percezione non c'è conoscenza, c'è semplice percepienza che non è conoscenza.
Perchè, quale che sia l'oggetto dei sensi, esso non è reale in quando non reale in sè, perchè soggetto:
1) al divenire: nasce e muore;
2) scompare durante il sonno: se fosse reale esso sarebbe presente a prescindere dello stato di coscienza del soggetto.

La percepienza può però (si salta una serie di passaggi) condurre al fatto che in tutto ciò ci deve essere un centro.
Quel centro che mai muta, che rimane identico a sé stesso, che testimonia al sonno, alla veglia e al sogno (infatti mica diciamo di essere morti quando i sensi e la mente non operano... sappiamo di avere dormito) quel centro, quel cuore, quell'Essere è quanto cui siamo addivenuti partendo dai sensi.

Però questo centro non lo cogliamo, ne siamo distratti, ci appare mitologico, ci appare meno reale di questo piano di realtà.
Questo perchè preferiamo credere all'abitudine e alla mente, piuttosto che porre un’effettiva attenzione al nostro esperire la vita.
Poniamo attenzione a ciò che crediamo piuttosto a ciò che vediamo.
Alle fantasticherie che ci propina chi vuole venderci qualcosa, chi ha una propria idea da farci credere...
Questo perchè ci hanno convinto che noi siamo qualcosa di diverso da quella sottile nota, quella consapevolezza di essere che abbiamo velato di mille e mille opinioni.
Quello noi siamo, ma ci sembra troppo banale, troppo piccolo, troppo stupido.
È meglio inseguire le proprie proiezioni sul mondo piuttosto che ascoltare/vedere/toccare/udire/gustare ciò che in realtà siamo e che permette/sostiene tutto il mondo che vediamo.
Se la risposta fosse sì, si andrebbe in un paradosso oppure che l'oggetto sia già contenuto in me e qui si andrebbe su un altro discorso.
Se poi parlassimo di conoscere ciò che sono, per lo stesso discorso di prima, dovrei escludere sensi e mente perchè sono una percezione seconda rispetto alla percezione prima di essere.
E allora, cessata la mente, dovremmo parlare di una conoscenza diversa, diretta, Suprema.

cielo
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Osservazione dei pensieri

Messaggio da cielo » oggi, 11:08

12. Solo con la corretta investigazione (Samyagvicaratah) si finisce per comprendere che la corda è stata scambiata per l'illusorio serpente, facendo cessare così ogni timore e sofferenza. (duhkha)
Vivakacūḍāmaṇi, Śaṇkara. Edizioni Aśram Vidya


Viene così indicata l'utilità di una investigazione sui sensi e sulle percezioni da essi derivanti, per arrivare a ciò che esiste in sè come consapevolezza pura, sempre presente a testimoniare una qualche esistenza, sia nella veglia, che nel sogno o nel sonno senza sogni.

E' il percorso di progressiva comprensione, tramite la costante autoindagine, che la nostra non è mera esistenza chiusa in sè stessa (da nascita e morte), ma è l'Esistenza di cui siamo consapevoli, identica alla consapevolezza che non si spegne mai durante il sonno e neppure nella morte, che non sorge nè cessa in quanto non soggetta alla ciclicità del divenire. Sempre consapevole di essere, tra uno stato e l'altro di esistenza.
L'intuizione di una consapevolezza pura, assoluta e dunque illimitata, unica pur mostrandosi particellata, ci conduce all'asparsa: la via senza sostegno dove nulla serve più per essere ciò che sempre si è: il Sostrato stesso, lo schermo, Vastu, la Realtà ultima.
-.-
Il percorso di osservazione dei sensi e di quel fantasma chiamato mente dovrebbe riportarci a "quel centro che mai muta, che rimane identico a sé stesso, che testimonia al sonno, alla veglia e al sogno (infatti mica diciamo di essere morti quando i sensi e la mente non operano... sappiamo di avere dormito) quel centro, quel cuore, quell'Essere è quanto cui siamo addivenuti partendo dai sensi."

Eppure, osservando, ci si accorge che la rappresentazione mentale di corollario alla percipienza del mondo, non cessa, a volte rallenta, ma c'è come un'ansia di fondo, una tensione a pensare, a creare continuamente rappresentazioni e scenari.
Sogni nella veglia, alternati a sogni durante il sonno, prima che diventi profondo.
Poco cambia.

Questo centro non lo cogliamo, ne siamo distratti, ci appare mitologico, ci appare meno reale di questo piano di realtà.
Questo perchè preferiamo credere all'abitudine e alla mente, piuttosto che porre un’effettiva attenzione al nostro esperire la vita.
Poniamo attenzione a ciò che crediamo piuttosto a ciò che vediamo."


Perdiamo la cognizione del centro mentre aderiamo alle nostre rappresentazioni mentali, al "nostro" mondo.
Focalizziamo ora su un personaggio, ora sull'altro, ora su una situazione ipotetica, ora sull'altra. Costruiamo trame e finali e ci crediamo pure, partecipiamo emotivamente al nostro stesso film, chiedendo spesso aiuto agli altri perchè ci aiutino a cambiare la trama, o il finale.

D'altra parte li abbiamo creati noi stessi quei film, per noi stessi, in noi stessi.
Vogliamo goderne, perfino quando ci provocano sofferenza interiore, o paura.

Pensieri come increspature dell'onda che si è separata dal mare, contenta di essere onda, con di sottofondo quella lieve consapevolezza che il movimento apparente dell'onda sul mare nasce dall'impulso del Mare stesso a cui l'onda inevitabilmente ritornerà, dopo essersi infranta sulla battigia ritornando indietro con nuovi granelli di sabbia e sassolini e alghe, riportando tutto al mare, in un flusso ininterrotto.
Ma l'onda corre e alla spiaggia non ci pensa, pur sapendo che è la sua meta. Sa che c'è, ma fa finta di non saperlo mentre corre veloce e tumultuosa.

L'onda non si può fermare, finchè c'è l'impulso al movimento continua il moto, così come non si può smettere di agire, finche c'è vita manifesta in questo grossolano, con nome e forma, ma occorre esercitarsi, osservando il moto per trovare la quiete, il silenzio, il bianco schermo su cui proiettare tutti i colori, la non azione nell'azione.

"Un eterno frammento di Me, divenuto nel mondo dei mortali un'anima vivente (jivabhuta), attira a sé i [cinque] sensi e la mente (manas), come sesto organo, i quali trovano il loro fondamento in prakrti".

"Quando il Signore [interno] assume un corpo-forma e quando l'abbandona prende seco questi (indriya), come il vento raccoglie i profumi da un luogo [portandoseli dietro]".
(Bhagavad Gita, XV, 7-8. Ed. Asram Vidya)


Considerato che la giornata è di festa: ferragosto, il cuore pulsante dell'estate e l'assunzione della Madre al Cielo, vorrei condividere un insegnamento personale molto essenziale per me, che sto assimilando assaporandolo nella costante riflessione interiore, consapevole che è un sostegno di cui, per ora, mi servo.
Ancora piuttosto "sibillina" per me l'ultima frase, perchè mi accorgo che anche durante il sonno il namasmarana è proseguito, ma la premessa "se non si ha consapevolezza" mi verrebbe solo da completare con: "se non si ha consapevolezza dell'inutilità anche di quel sostegno".
Se qualcuno ha piacere di ripropormela con "parole sue", mi aiuterà certamente a comprenderla.

Nel brano Bodhananda focalizza sull'intensità introspettiva a cui dovrebbe arrivare qualsiasi pratica da noi utilizzata come sostegno per imparare l'autosservazione e autorisvegliarsi a quel mare da cui non ci siamo mai separati, solo mossi per consentire una vita e un riconoscimento di Quello.
(le note esplicative sono mie)

VI. Esso (prajna) è il Signore supremo, l'Onnisciente, l'Ordinatore interno, la Sorgente del tutto; in esso originano e si dissolvono tutte le cose.
Māṇḍūkyakārikā Gauḍapāda. Edizioni Aśram Vidya



Bodhananda:

Se osservi, potresti accorgerti che il 98% dei pensieri è del tutto inutile. Non è parte della preparazione o valutazione di alcuna azione dharmica [conforme al dovere proprio di ognuno].

La pratica del namasmarana [ripetizione interiore di un nome divino, che corrisponde alla focalizzazione sul centro percipiente, sul cuore interiore, sul Sè) diviene qualcosa che valica i momenti dedicati.

Alla fine l'aspirante è in continua meditazione sempre, anche quando opera e non appena la mente si agita la riconduce all'ordine col nanasmarana.

Questo 24 ore al giorno.

Ci si accorge poi, se non si ha consapevolezza, che anche durante il sonno il namasmarana è proseguito.


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