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Fedro
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da Fedro » 29/12/2019, 17:43

Qualificazioni a parte, effettivamente non esistono cercatori di serie A o B.
Forse ci vorrebbe uno sforzo, per accedere ad una certa sobrietà di visione che ci discosti dal tentativo della mente di frapporre le sue idee di qualità, laddove non ve ne sono.
Noto in campo tradizionale, ancora questa visione romantica, niciana e superuomistica del percorso yoga o come lo si preferisca chiamare.

ortica
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da ortica » 30/12/2019, 0:36

Ero abbastanza sicura che toccare il discorso della qualificazione avrebbe suscitato le solite reazioni.
Solite perché se ne parla da anni e quasi sempre con i medesimi risultati.
Non me ne stupisco (più) anche se non ne comprendo la ragione.
Probabilmente si tratta di un malinteso egualitarismo, quando neppure esistono in natura due cristalli di ghiaccio uguali.
In ogni ambito della vita umana si parla e si cercano qualificazioni, attitudini, predisposizioni, ma quando si tratta di percorsi spirituali, sebbene si tratti di ciò che è più importante in una esistenza umana, secondo alcuni tutti sono qualificati per tutto, senza distinzioni.
Come se la presenza o meno della qualificazione fosse espressione di un giudizio di inferiorità e superiorità, o un limite, o un insulto, vengono fuori strane questioni relative a cercatori di serie A e di serie B, a superomismi, elitarismi, eccetera.
Eppure si tratta di concetti così semplici.
Repetita juvant.

Certe pratiche di autoconoscenza possono essere considerate estreme e se non ci sono le qualifiche, possono acuire ogni scissura o aspetto interiore non risolto."I più puri presupposti [per la liberazione] sono tre e sono dovuti all'influsso del grande Signore (mahapurusa): la nascita in un corpo umano, l'ardente volontà di liberazione (mumuksutvam), la protezione di un Saggio già realizzato." (Vivekacudamani 3)

Per vivere la propria vita, l'ente necessita di motivazioni e di conseguire le proprie priorità e non si può opporre alla vita la folle adesione a credenze quali "tutto questo non esiste", "la vita non è reale", "Tu sei Quello", "Tutto è Brahman", etc. Sino a quando ci sono istanze che spingono verso altre priorità, la vita si svolge in tale direzione, pertanto per non trasformare le Mahavakya - che sono realizzazioni - in vasana, occorre praticare una sadhana che preveda anche il conseguimento dei Purushartha. In questo senso esistono strumenti più adeguati nel karma yoga e nel bhakti yoga.

Da un certo punto di vista alcuni considerano l'Advaita come un cortocircuito dei cammini prescritti (karma, bhakti e jnana) nell'ambito dei vari culti, ma questo semplicemente perché ne rappresenta il naturale epilogo.

Naturale però non significa comune; è l'epilogo di una vita che segue un percorso della unica tradizione metafisica universale, il sanathana dharma o philosophia perennis o piccoli e grandi misteri.
...
La volgarizzazione dell'insegnamento un tempo riservato agli anacoreti e poi ai monaci erranti (samnyasin) ha reso accessibili ai più informazioni riservate a chi le necessita nel momento in cui vanno applicate. La chiave la esci dalla tasca e la usi nel momento in cui devi aprire la porta, così è per certe istruzioni, praticarle vanamente a vuoto per anni non serve. La maggioranza di queste informazioni un tempo erano mnemoniche e passate di maestro in discepolo, quale memento e traccia. C'era poi la navigazione a vista ossia le istruzioni specifiche alle conseguenze della sadhana. Molte di queste non sono state mai pubblicate e probabilmente mai lo saranno poiché vengono date verbalmente a quei pochissimi che le necessitano e costoro, proprio perché le necessitano, sono qualificati e pertanto mai le daranno sino a quando non troveranno altri che le necessitano. Il necessitarle o qualificazione è data dall'essere sull'orlo del baratro.

Oggi le informazioni disponibili concernono solo i manuali mnemonici solitamente destinati a chi non ha più alcun interesse per la vita sociale e mondana. Questo non significa che il Vedanta Advaita è destinato solo a costoro, ma che quelle pratiche descritte (asparsa vada) sono destinate solo a costoro.

L'Advaita Vedanta nel suo insieme si appoggia come sadhana all'ajati vada (pratica della non generazione [di nuove cause]). E l'ajati vada viene praticato attraverso il karma vada (con tutte le sue accezioni nel grossolano denso, dalle posture, alle respirazioni, ai riti, ai mantra, ai suoni, etc.), il bhakti vada, lo jnana vada, l'asparsa vada.

Da qui le credenze sull'illusorietà del mondo, sul suo abbandono, etc.: le maggiori informazioni disponibili sono la interpretazione corrotta di insegnamenti destinati a quei pochi in grado di realizzarli.

Chi invece ha già superato ogni baratro e ogni vuoto, mostra a ciascuno il percorso più adatto (alla fine tutti sono una combinazione più o meno variata e combinata di karma, bhakti e jnana yoga) in funzione della aderenza ai diversi piani esistenziali di ciascun aspirante.

Il Vedanta Advaita si pone oltre ogni contrapposizione ed è oltremodo risibile come in molti si affannino a contrapporsi ad un qualcosa che non solo non comprendono ma non è nemmeno concepibile dalla mente empirica. E' oltre ogni contrapposizione perché la parte finale, l'asparsa vada, diviene disponibile solo quando l'ajati vada viene a concludersi: i vari piani esistenziali sono stati armonizzati nella risoluzione delle causalità (attraverso i vari yoga) ed è possibile fare il salto coscienziale di pura consapevolezza
.

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da Fedro » 30/12/2019, 4:51

Ortica mi spiace, ma PD non parla per niente di inferiore o superiore (di yogi dall' intelletto inferiore o semicapace hai proprio detto tu, non l'ho presunto io o triplice) a seconda di quanto ho più o meno scalato la montagna.
È la mente che valuta, gerarchizza, amplifica o discredita, non la qualificazione del jiva.
Fate bene a porre le fonti, poiché le parole dette vengano lette e comprese.
Ancora una volta, anzi, pone la questione dell'asparsa come di cammino finale (dopo i vari yoga, dice).

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da Fedro » 30/12/2019, 5:32

PS ricordo la testimonianza di Ramana che pose sulla lapide della sua mucca Laskmi, l'aver raggiunto la liberazione.
Forse ogni tanto, la realtà, fa saltare le regole che interpretriamo in modo assoluto, credendo che così possano essere imposte o poste dall'uomo.
Invece imparo tanto quanto dal mio cane, che non ha fattezze umane e che non mi sento di valutare e classificare in altezza o profondità.
Anzi è proprio questo mistero imprescindibile che accresce lo stupore di essere, non certo il credere di conoscere regole acquisite o acquisibili, e che sono soltanto semplici regole, comode per vivere meglio, senza la pretesa di credere di aggrapparcene per poter interpretare con esse, gli scenari di ciò che siamo o assistiamo in essere

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da cielo » 30/12/2019, 9:45

Fedro ha scritto:
30/12/2019, 4:51
Ortica mi spiace, ma PD non parla per niente di inferiore o superiore (di yogi dall' intelletto inferiore o semicapace hai proprio detto tu, non l'ho presunto io o triplice) a seconda di quanto ho più o meno scalato la montagna.
È la mente che valuta, gerarchizza, amplifica o discredita, non la qualificazione del jiva.
Fate bene a porre le fonti, poiché le parole dette vengano lette e comprese.
Ancora una volta, anzi, pone la questione dell'asparsa come di cammino finale (dopo i vari yoga, dice).
Mi tocca, ahimè, come ai vecchi tempi, fare l'interprete, il tramite, l'ambasciatrice, il mediatore....
tutti ruoli che negli anni mi si sono incollati addosso, come tatuaggi.
Non l'ho scelto, è capitato, qualcuno dall'esterno ha indicato che avevo le qualificazioni per farlo, giusto per rimanere in tema.
Dunque mi tocca evidenziare che non vi siete capiti.

Perchè Ortica a cui tu mostri che: "di yogi dall' intelletto inferiore o semicapace hai proprio detto tu", ha solo citato la la Mandukya Upanishad (III,40):

per gli yogi che "sperimentano il sentiero (che conduce alla Verità), dotati di un intelletto inferiore o semicapace e che considerano la mente distinta dall'atma, per quanto associata ad esso, per costoro che non possiedono la realizzazione del Sé, che è la Realtà (si afferma)":
Per tutti questi (che non seguono l'asparsa), la mancanza di timore, la distruzione dell'infelicità, il risveglio (del Sé) e la pace eterna dipendono solo dalla disciplina della mente.

e ha pure precisato (per pararsi il fianco?):
(il testo virgolettato fa parte delle karika di Gaudapada e del commento di Shankara alla Mandukya Upanishad pubblicato dalle edizioni Asram Vidya).


Poi ha proseguito parlando un po' tra sè e sè marcando quanto ognuno di noi "ci tenga" alla propria posizione coscienziale, a ciò che sa, che ha capito, sperimentato o realizzato.
Ci tiene tantissimo, inutile dire bugie che cresce il naso.
Dice Ortica:
Il problema di molti ricercatori sta proprio, a mio avviso, nella difficoltà di riconoscersi fra quegli yogi dall'intelletto inferiore o semicapace, quasi si trattasse di uno stigma e non di una caratteristica personale come un'altra.
In questo modo, pretendendo di seguire il sentiero senza sentiero in mancanza di qualificazione, ci si perde nei meandri della mente, impossibilitati a seguire le tracce degli uccelli nell'aria.
Tutti ci sentiamo o vorremmo sentirci più o meno geniali, senza accorgerci che, a dire di Shankara e del suo paramaguru Gaudapada, l'asparsa è lo yoga per coloro che "possiedono la realizzazione del Sé", quindi già realizzati.
mi confronterei con lei solo sul finale dove dice, richiamando il guruparampara di Shankara, che per l'asparsa viene "pretesa" una realizzazione, che è vero in parte, secondo me, perchè solo il praticante può riconoscere in sè quella realizzazione. Chi altri all'esterno?
E poi come descriverla? Come farsi capire e poi perchè? Se serve allora si potrà liberamente offrire, se e quando capiterà.
Un ricercatore arrancante, dall' intelletto inferiore o semicapace, neppure le vedrebbe quelle realizzazioni, cercherebbe segnali "luminosi" di altro genere: miracoli, profezie, doti taumaturgiche, effetti speciali....

Inoltre, per chiudere, tutto il post di Ortica si agganciava a quanto dissi io prima: che i metodi sono spine per togliere altre spine.
Anche tu, ispirato dal tuo cane, contemplando gli orizzonti del mare, stai usando una spina per togliere dal cuore le tracce del dolore del vivere e espanderti nella luce del mattino.
O no?
C'è anche chi deve farlo seduto a chiedere le elemosina, al freddo, davanti ai cassonetti strapieni.
Chissà che pensieri traversano la sua mente e come contempla la Vita. Se prega tra sè e sè, oppure maledice il mondo e tutti i suoi abitanti più fortunati.
Un cristallo di neve da attenzionare come ogni altro.

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da Fedro » 30/12/2019, 10:17

Purtroppo non vedo bene il virgolettato, usando ultimamente solo il cellulare.
Tutto nasceva dalla mia perplessità a chiamare ancora yoga l'asparsa.
Per il resto, ammetto di non coltivare il culto della personalità, quindi m'inchino mai all'uomo, ma al divino che parla in esso, sia esso Shankara, un seminfermo di mente o il mio cane.
Da qui nasceva la mia riflessione su questo.
In ogni caso, siamo sempre e solo nel relativo: anche se tocchiamo le testimonianze personali, risultano comunque opinioni in cui eventualmente riscoprire la propria verità, riplasmarla coi propri occhi, e che mai sono quelli degli altri.
Anche PD ha evidenziato questo nel brano che è stato riportato ieri: la testimonianza è verità solo per se stessi, non basta riportarla quindi, per renderla verità assoluta o propinarla come tale. Posso affermare che solo ciò che sono è assoluto, a prescindere da quanto ne abbia cognizione il Gigi che lo dice.

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da ortica » 30/12/2019, 10:39

Fedro ha scritto:
30/12/2019, 5:32
PS ricordo la testimonianza di Ramana che pose sulla lapide della sua mucca Laskmi, l'aver raggiunto la liberazione.
Forse ogni tanto, la realtà, fa saltare le regole che interpretriamo in modo assoluto, credendo che così possano essere imposte o poste dall'uomo.
Invece imparo tanto quanto dal mio cane, che non ha fattezze umane e che non mi sento di valutare e classificare in altezza o profondità.
Anzi è proprio questo mistero imprescindibile che accresce lo stupore di essere, non certo il credere di conoscere regole acquisite o acquisibili, e che sono soltanto semplici regole, comode per vivere meglio, senza la pretesa di credere di aggrapparcene per poter interpretare con esse, gli scenari di ciò che siamo o assistiamo in essere

La necessità della qualificazione (o idoneità, o predisposizione) non esclude la possibilità che la vita ci offre generosamente di apprendere da tutti e da tutto, dal cane come dal filo d'erba, dallo scarafaggio e dal terremoto, dai nemici e dagli amici, dalle stelle e dagli asteroidi.
Ogni essente e ogni fenomeno ci è maestro.
Poi c'è il Maestro, incarnazione vivente della Tradizione, in cui, se si è toccati alla grazia, si potrà vedere in trasparenza risplendere in purezza la luce del Sé.
Quella stessa luce che vibra e anima ciascuno di noi, solo più oscurata dalle sovrapposizioni.

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da Fedro » 30/12/2019, 10:44

In effetti sarebbe bello sapere se sia stata Laskmi ad abbeverarsi da Ramana o viceversa 😊

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da ortica » 30/12/2019, 10:46

Fedro ha scritto:
30/12/2019, 10:44
In effetti sarebbe bello sapere se sia stata Laskmi ad abbeverarsi da Ramana o viceversa 😊
c'è differenza?
Per Ramana, dal suo punto di vista, sicuramente no, visto che soleva dire: non ci sono altri.

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da Fedro » 30/12/2019, 11:07

ortica ha scritto:
30/12/2019, 10:46
Fedro ha scritto:
30/12/2019, 10:44
In effetti sarebbe bello sapere se sia stata Laskmi ad abbeverarsi da Ramana o viceversa 😊
c'è differenza?
Per Ramana, dal suo punto di vista, sicuramente no, visto che soleva dire: non ci sono altri.
Certo, comunque per me, il punto è che per Ramana, Laskmi fosse illuminata, pur non indossando il corpo umano, requisito essenziale per la Tradizione

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da ortica » 30/12/2019, 11:33

Fedro ha scritto:
30/12/2019, 11:07
ortica ha scritto:
30/12/2019, 10:46
Fedro ha scritto:
30/12/2019, 10:44
In effetti sarebbe bello sapere se sia stata Laskmi ad abbeverarsi da Ramana o viceversa 😊
c'è differenza?
Per Ramana, dal suo punto di vista, sicuramente no, visto che soleva dire: non ci sono altri.
Certo, comunque per me, il punto è che per Ramana, Laskmi fosse illuminata, pur non indossando il corpo umano, requisito essenziale per la Tradizione
Eccezione che non fa che confermare la regola.
Come lo stesso Ramana è stato, una straordinaria eccezione.
Tant'è che se noialtri dovessimo sperimentare il terrore della morte - come accaduto a Ramana - ci porterebbero al pronto soccorso in preda a un attacco di panico.
Altroché liberazione!

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da cannaminor » 30/12/2019, 14:59

ortica ha scritto:
30/12/2019, 10:39
La necessità della qualificazione (o idoneità, o predisposizione) non esclude la possibilità che la vita ci offre generosamente di apprendere da tutti e da tutto, dal cane come dal filo d'erba, dallo scarafaggio e dal terremoto, dai nemici e dagli amici, dalle stelle e dagli asteroidi.
Ogni essente e ogni fenomeno ci è maestro.
Poi c'è il Maestro, incarnazione vivente della Tradizione, in cui, se si è toccati alla grazia, si potrà vedere in trasparenza risplendere in purezza la luce del Sé.
Quella stessa luce che vibra e anima ciascuno di noi, solo più oscurata dalle sovrapposizioni.
Fedro ha scritto:
30/12/2019, 11:07
In effetti sarebbe bello sapere se sia stata Laskmi ad abbeverarsi da Ramana o viceversa 😊
ortica ha scritto:
30/12/2019, 10:46
c'è differenza?
Per Ramana, dal suo punto di vista, sicuramente no, visto che soleva dire: non ci sono altri.
Fedro ha scritto:
30/12/2019, 10:44
Certo, comunque per me, il punto è che per Ramana, Laskmi fosse illuminata, pur non indossando il corpo umano, requisito essenziale per la Tradizione
ortica ha scritto:
30/12/2019, 10:46
Eccezione che non fa che confermare la regola.
Come lo stesso Ramana è stato, una straordinaria eccezione.
Tant'è che se noialtri dovessimo sperimentare il terrore della morte - come accaduto a Ramana - ci porterebbero al pronto soccorso in preda a un attacco di panico.
Altroché liberazione!

Ogni essente e ogni fenomeno ci è maestro….
I maestri, i “realizzati” vanno anche oltre sostenendo non c’è nulla (altro da loro) che non sia realizzato, che la realizzazione è (ogni cosa, loro compresi, volendo tradurre l’unita della realizzazione in termini di molteplice e alterità).
Non ho mai trovato un maestro, un realizzato, un illuminato, o come lo si voglia definire dire-affermare di se stesso esserlo, come non l’ho mai trovato nessuno di costoro dire alcunchè in riferimento alla loro presunta identità-individualità che io invece vedevo e accusavo (di vedere).

Nell’ambito del molteplice, dell’alterità, del divenire, del fenomeno e fenomenico, tutto è possibile e come diceva qualcuno non c’è un cristallo di ghiaccio uguale all’atro, vero, tutto vero, così come si potrebbe dire volendo fare un’analogia che non c’è una brocca (piena d’etere ed immersa nell’etere stesso) uguale all’altra. Sono tutte diverse e molteplici, tutte distinte e altro da me (brocca) eppure come dice il noto esempio sono tutte parimenti piene delle stesso identico etere, tutte quante e non solo, non solo lo sono piene dentro, ciascuna di loro, ma lo sono piene anche del di fuori di ognuna di esse.

Si parla di grazia, di essere toccati dalla grazia del maestro, di apprendere, etc. Si parla di sovrapposizioni che velano la luce-etere...si ma quali e di chi le sovrapposizioni?

Partiamo dall’inizio, dalla semplice alterità, dall’altro da noi da cui discende il molteplice delle brocche. Se vedo delle brocche , se vedo l’alterità-molteplicità delle brocche, senza entrare nel merito della singola alterità, di quanto sia diversa e altra dalle altre, perchè le vedo? Secondo voi le sovrapposizioni di chi mi fanno vedere le brocche, il molteplice, l’altro da me e quindi in ultimo, ma forse per primo, me stesso?

Non pensiamo che siano le nostre stesse sovrapposizioni a farci vedere brocche, serpenti, e quant’altro?

Se così è allora si spiega perchè il “realizzato” che non ha più sovrapposizioni, vede realizzazione ovunque, leggasi vede etere ovunque, e solo quello, ossia non vede più brocche, nè la “sua” nè le “altrui”. Questo perchè sia la sua che le altrui “brocche” (da cui il molteplice) sono-sarebbero frutto delle “sue” sovrapposizioni, che non ha più…

Se accogliamo questa tesi di procedere e leggere, ne consegue che tutte le varie categorie e meriti dagli aspiranti ai maestri, di tutto e di più sono solo semplicemente variazioni e varianti delle nostre stesse sovrapposizioni con cui vediamo sì le brocche, ma non solo, le brocche maestri, le brocche aspiranti, le brocche poveri scemi illusi come quelle geni incompresi e via dicendo tutta la scala dei valori e giudizi, con cui giudichiamo e valutiamo le brocche e non solo.

Quello che noi definiamo un maestro, o meglio quando noi definiamo un maestro (il che mi ricorda che si usava dire che sono i discepoli a “fare e nominare” i maestri e non mai gli stessi da sè medesimi, come si diceva prima) in effetti stiamo definendo e nomando una brocca, che per un qualche motivo legato alle nostre stesse sovrapposizioni (occhiali e lenti da vista?, mentale e credenze, etc?) ce lo fa vedere per tale.

Ci scordiamo, sin troppo spesso che dentro quella brocca da noi arbitrariamente vista (come maestro e non solo), c’è lo stesso identico etere-luce che c’è in ogni brocca, e non solo, che così come “dentro” ma anche “fuori” da tutte le molteplici brocche, c’è l’unico elemento della cui grazia ci dovrebbe e potrebbe mai interessare, l’etere-luce-fuoco.

L’eccezzionalità di un Ramana, di un Raphael, di un Premadharma, e via dicendo sta solo ed unicamente nelle nostre “sovrapposizioni” se così le abbiamo volute chiamare. Un ramana non è in alcun modo diverso e altro da un raphael, da un premadharma, da un bodhananda, da un cristo e da un buddha, etc, perchè ciò che li rende tali, anzi ciò che sono nella loro e unica essenza è quell’unico etere-luce-fuoco che mi ripeto siamo noi e solo noi ad arbitrariamente voler collocare e confinare (incarnare?) in una brocca dal dei tali, ma questo è un nostro limite (di visione) non il loro.

Se vediamo e vogliamo continuare a vedere serpenti al posto della unica corda, non è certo colpa o merito del serpente e nemmeno della corda, è solo a tutta evidenza, se colpa vogliamo chiamarla, nostra, solo ed unicamente nostra e della nostra ignoranza-avidya, delle nostre “sovrapposizioni” che non decidiamo mai di affrontare e risolvere, rimandando sempre a domani, al divenire, alle brocche in tutte le loro forme e varianti, sempre fuori, sempre nell’altro e all’altro da noi, e così facendo non ci rendiamo conto che nel definire e rimarcare il limite che segna e marca-definisce l’altro da noi, stiamo di fatto segnando e rimarcando e definendo noi stessi, e la nostra stessa individualità e “sovrapposizioni”.

Le sovrapposizioni sono le brocche, sono la brocca, che limita e definisce un etere fuori ed uno dentro, in un mare magnum di etere che non è nè dentro nè fuori ma solo etere.

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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da latriplice » 30/12/2019, 16:30

ortica ha scritto:
30/12/2019, 11:33
Fedro ha scritto:
30/12/2019, 11:07
ortica ha scritto:
30/12/2019, 10:46
Fedro ha scritto:
30/12/2019, 10:44
In effetti sarebbe bello sapere se sia stata Laskmi ad abbeverarsi da Ramana o viceversa 😊
c'è differenza?
Per Ramana, dal suo punto di vista, sicuramente no, visto che soleva dire: non ci sono altri.
Certo, comunque per me, il punto è che per Ramana, Laskmi fosse illuminata, pur non indossando il corpo umano, requisito essenziale per la Tradizione
Eccezione che non fa che confermare la regola.
Come lo stesso Ramana è stato, una straordinaria eccezione.
Tant'è che se noialtri dovessimo sperimentare il terrore della morte - come accaduto a Ramana - ci porterebbero al pronto soccorso in preda a un attacco di panico.
Altroché liberazione!

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"Il Supremo non è divisibile né indivisibile. Il Supremo è privo di attività e di mutamento. Se il Supremo è uno, indivisibile e onnicomprensivo, come può esserci adorazione, come può esserci ascesi?"

Dattatreya espone un punto cruciale per gli aspiranti nella metafisica tradizionale: nega la possibilità di ascesi, mostrando nei sutra successivi le ragioni della negazione. E' una negazione che cozza con millenni di affermazioni contrarie, con le aspirazioni di ogni ricercatore spirituale, con le preghiere di ogni devoto. Una negazione che troviamo anche in altri realizzati non duali e che, per molti, rappresenta un ostacolo invalicabile poiché conduce alla definitiva negazione del libero arbitrio. Viene negata la possibilità all'essere individuato di accedere allo stato ultimo attraverso un qualsiasi processo o attraverso l'uso di uno strumento, perché viene negata l'esistenza stessa dell'individuazione da superare, in quanto, non essendo l'essere individuabile, non esiste alcun essere individuato; quindi, esistendo solo l'essere, non esiste alcun processo per giungere a ciò che già si è. Negazione dell'ascesi che è conseguenza della negazione del movimento e del libero arbitrio.

Avadhutagita, Bodhananda, Commento. (Capitolo VI - Liberazione, 2.) Edizioni I Pitagorici

Se sei colei che finisce al pronto soccorso in preda a un attacco di panico dovrei concludere che tu ritieni di essere l'apparato psicosomatico, giusto? Pertanto dovresti anche essere nella posizione privilegiata di gestire e controllare gli innumerevoli processi elettro-chimici che avvengono in te stessa, anche se ne dubito fortemente, al massimo ne controlli uno o due. A proposito, sai se le tue cellule si stanno replicando correttamente? Dovresti saperlo dal momento che sei mente e corpo. Invece non sai nulla, mente e corpo ti sono stati dati in prestito con data di scadenza e alla fine dovrai restituire tutto. Non solo il corpo-mente non è tuo, ma non stai neanche gestendo il programma che lo sta attivando e facendolo agire come un burattino.
Un piccolo ingranaggio di una grande macchina, come direbbe la B.G.

Questo vale per te, per me e anche Ramana. Così la finiamo una volta per tutte con questa distinzione elitaria che solo alcuni sono gli eletti e degni di realizzazione. Lo sono certamente, se ciò coincide con la volontà divina, altrimenti nisba.

Se è nella volontà di Ishvara di mantenerci nell'ignoranza facendoci dire io penso (intelletto), io sento (mente), io faccio (agente), nonostante l'insegnamento tradizionale indica che siamo essenzialmente la consapevolezza sempre libera dal corpo sottile e dalle esperienze che avvengono in esso inclusi i vari samadhi o stati di unione con il Sé, non c'è nulla che possiamo fare per ostacolarla.

A meno che Ishvara intervenga a porre fine a questa ignoranza indicandoci chi è il vero agente, stabilendo le priorità e come stanno esattamente le cose.

Quando comprendi che il solo e unico agente è Ishvara, non puoi più sostenere e alimentare la nozione di essere l'artefice dell'azione ed in controllo del tuo destino, pertanto l'identificazione con il jiva è destinata a cadere poiché su quella nozione era fondata.

E andando per esclusione per i motivi esposti non puoi neanche essere Ishvara. Ti resta, in conseguenza a questa semplice constatazione, un'unica ed ineludibile opzione, il Brahman.

"...Altroché liberazione..."?

Nel primo passaggio il jiva si rende conto di non essere l'agente, pertanto non può più sentirsi giustificato a trascinare il fardello della vergogna e dei sensi di colpa per le "proprie" cattive azioni, l'orgoglio e l'arroganza per le "proprie" buone azioni, e l'odio ed il rancore per le cattive azioni degli "altri" . Questa è in sintesi la liberazione (moksha) per il jiva.

Nel secondo passaggio Il Sé (consapevolezza-brahman) che in precedenza era stato erroneamente visto come un oggetto d'indagine, "diventa" il soggetto, e l'agente che erroneamente veniva considerato il soggetto, "diventa" l'oggetto. Il "diventare" è solo in termini di comprensione poiché distrugge la falsa credenza che il Sé è un oggetto sperimentabile, e che uno è il Sé e che lo è sempre stato. Questa è in sintesi la liberazione (moksha) dal jiva, la persona che per ignoranza (dovuta ad Ishvara) si credeva di essere.

Tutto magnificamente ed esaurientemente racchiuso in questo sutra:

19. Quando il veggente comprende che i soli agenti sono i guna (Ishvara)
e comprende ancora ciò che sta di là dai guna, egli entra nella mia essenza.


Capitolo 14 Bhagavad Gita


Cazzo, l'hanno anche scritto!!!!!!!

Pertanto la buona notizia è questa: liberazione per il jiva e liberazione dal jiva. Alla fine vincono tutti.

Se l'hai capito bene, altrimenti ringrazia Ishvara. Tu non centri nulla.

E se finisci all'ospedale ricordati che la struttura appartiene ad Ishvara, il malanno che ti ha condotta là è di Ishvara, il dottore che ti prende in cura è Ishvara e l'esito dipende da Ishvara. Non hai controllo su nulla e di tuo non c'è nulla.

ortica
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da ortica » 30/12/2019, 17:58

Perché ridi Ishvara?
:lol: :lol: :lol:

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cannaminor
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da cannaminor » 30/12/2019, 17:59

latriplice ha scritto:
30/12/2019, 16:30
E se finisci all'ospedale ricordati che la struttura appartiene ad Ishvara, il malanno che ti ha condotta là è di Ishvara, il dottore che ti prende in cura è Ishvara e l'esito dipende da Ishvara. Non hai controllo su nulla e di tuo non c'è nulla.
Mi ricorda (non so bene perchè) un aneddoto letto tempo fa: Un santo devoto di Visnu, un giorno durante la sua questua per il cibo non ricevette nulla. Ma lì accanto vide un cane con in bocca un tozzo di pane che gli si accostò posandoglielo ai piedi.
Il santo si sedette sul cane e iniziò a sbocconcellare il pane, mettendone di volta in volta un pezzetto nella propria bocca e un pezzetto in quella del cane.

[Ora condividere il proprio cibo con un animale e' un gesto empio per un indu', considerato che per giunta il pane era stato contaminato dalla saliva del cane stesso].

La gente sulla via iniziò ad insultarlo, a ridere, a sbeffeggiarlo.

Il santo vaisnava al che rispose:
"Visnu siede sopra Visnu. Visnu mangia Visnu. Visnu nutre Visnu. Perchè ridi, o Visnu?"

cielo
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da cielo » 30/12/2019, 19:00

latriplice ha scritto:
30/12/2019, 16:30

Pertanto la buona notizia è questa: liberazione per il jiva e liberazione dal jiva. Alla fine vincono tutti.

Se l'hai capito bene, altrimenti ringrazia Ishvara. Tu non centri nulla.

E se finisci all'ospedale ricordati che la struttura appartiene ad Ishvara, il malanno che ti ha condotta là è di Ishvara, il dottore che ti prende in cura è Ishvara e l'esito dipende da Ishvara. Non hai controllo su nulla e di tuo non c'è nulla.
Giusto! Sono finalmente pienamente d'accordo con te.
A me piace tanto stare nel recinto del mio e dell'io, e farmi i cavoli miei e invece devo mediare tra il pensare, il dire e il fare che c'è sempre di mezzo il mare. Io niente, non c'è, è un fantasma. Tutto è suo. Però ti fa giocare coi suoi giocattoli, almeno quello.
Fare e disfare.
Sempre Isvara.
Lo sapevo.
Viene detto che occorre focalizzarsi sul: "Solo Tu, tutto è tuo, io non c'è.
Morto e sepolto"
Però è dura.

latriplice
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da latriplice » 02/01/2020, 8:28

cielo ha scritto:
30/12/2019, 19:00
latriplice ha scritto:
30/12/2019, 16:30

Pertanto la buona notizia è questa: liberazione per il jiva e liberazione dal jiva. Alla fine vincono tutti.

Se l'hai capito bene, altrimenti ringrazia Ishvara. Tu non centri nulla.

E se finisci all'ospedale ricordati che la struttura appartiene ad Ishvara, il malanno che ti ha condotta là è di Ishvara, il dottore che ti prende in cura è Ishvara e l'esito dipende da Ishvara. Non hai controllo su nulla e di tuo non c'è nulla.
Giusto! Sono finalmente pienamente d'accordo con te.
A me piace tanto stare nel recinto del mio e dell'io, e farmi i cavoli miei e invece devo mediare tra il pensare, il dire e il fare che c'è sempre di mezzo il mare. Io niente, non c'è, è un fantasma. Tutto è suo. Però ti fa giocare coi suoi giocattoli, almeno quello.
Fare e disfare.
Sempre Isvara.
Lo sapevo.
Viene detto che occorre focalizzarsi sul: "Solo Tu, tutto è tuo, io non c'è.
Morto e sepolto"
Però è dura.
E' dura accettare il fatto che c'è un solo padrone dell'intera baracca e che qua si fa come dice Lui e che nessuno conta un cazzo? Mi scuso per la parolaccia ma rende benissimo il senso della frase. Ormai dovrebbe esserti chiaro che non sai se questo è il tuo ultimo respiro finché non sopraggiunge il prossimo.

Pensiamo di essere noi a vivere le "nostre" vite e non ci accorgiamo che veniamo vissuti da questa triplice forza onnipervasiva, dirompente, imprevedibile e con una certa dose di humour, ovviamente per coloro che vorranno cogliere questa sottigliezza.

Al mattino quando ti risvegli non sai mai quale stato d'animo prevalente andrà a condizionare la tua giornata, stanca con le palle girate (tamas), piena di energia e di propositi (rajas), oppure ispirata e leggera come una piuma (satva).

Gli esempi su come le "nostre" vite siano manipolate abbondano, non ultima quella della nota attrice italiana che faceva film peccaminosi e poi in seguito ad una crisi esistenziale si è convertita a Dio dando senso a quella vita che era stata fino a quel momento vissuta in modo dissoluto.

"Ero preda del peccato, poi attanagliata dal rimorso e dal senso di colpa mi sono ravveduta e ora vivo in pace con me stessa".

Noti lo scherzo cosmico? Prima si sente in colpa per qualcosa che non ha commesso, poi se ne assume il merito del ravvedimento quando in realtà era spettatrice inerme del gioco interattivo di questa forza impersonale che crea e disfa allo stesso tempo.

Se non provi un misto di fascinazione, stupore, ilarità condita da una sonora risata per la presa per il culo che questo spettacolo riserva, allora non hai capito niente.

Si dice che la maya è senza inizio ma gli si può porre fine a patto che se ne intraveda gli aspetti comici della faccenda. E' senza inizio come il Brahman poiché essendo quest'ultimo senza limiti ha la facoltà di vedersi altro da se, di credersi ciò che in realtà non è. In altre parole quello di prendersi per il culo.

"Il Fuoco si genera e si nutre col Fuoco ed è figlio del Fuoco, per questo occorre che ritorni al Fuoco, sì che non tema il Fuoco".

cielo
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Re: Se tu fossi qui per non essere qui, non saresti qui

Messaggio da cielo » 02/01/2020, 10:27

latriplice ha scritto:
02/01/2020, 8:28
cielo ha scritto:
30/12/2019, 19:00
latriplice ha scritto:
30/12/2019, 16:30

Pertanto la buona notizia è questa: liberazione per il jiva e liberazione dal jiva. Alla fine vincono tutti.

Se l'hai capito bene, altrimenti ringrazia Ishvara. Tu non centri nulla.

E se finisci all'ospedale ricordati che la struttura appartiene ad Ishvara, il malanno che ti ha condotta là è di Ishvara, il dottore che ti prende in cura è Ishvara e l'esito dipende da Ishvara. Non hai controllo su nulla e di tuo non c'è nulla.
Giusto! Sono finalmente pienamente d'accordo con te.
A me piace tanto stare nel recinto del mio e dell'io, e farmi i cavoli miei e invece devo mediare tra il pensare, il dire e il fare che c'è sempre di mezzo il mare. Io niente, non c'è, è un fantasma. Tutto è suo. Però ti fa giocare coi suoi giocattoli, almeno quello.
Fare e disfare.
Sempre Isvara.
Lo sapevo.
Viene detto che occorre focalizzarsi sul: "Solo Tu, tutto è tuo, io non c'è.
Morto e sepolto"
Però è dura.
E' dura accettare il fatto che c'è un solo padrone dell'intera baracca e che qua si fa come dice Lui e che nessuno conta un cazzo? Mi scuso per la parolaccia ma rende benissimo il senso della frase. Ormai dovrebbe esserti chiaro che non sai se questo è il tuo ultimo respiro finché non sopraggiunge il prossimo.

Pensiamo di essere noi a vivere le "nostre" vite e non ci accorgiamo che veniamo vissuti da questa triplice forza onnipervasiva, dirompente, imprevedibile e con una certa dose di humour, ovviamente per coloro che vorranno cogliere questa sottigliezza.

Al mattino quando ti risvegli non sai mai quale stato d'animo prevalente andrà a condizionare la tua giornata, stanca con le palle girate (tamas), piena di energia e di propositi (rajas), oppure ispirata e leggera come una piuma (satva).

Gli esempi su come le "nostre" vite siano manipolate abbondano, non ultima quella della nota attrice italiana che faceva film peccaminosi e poi in seguito ad una crisi esistenziale si è convertita a Dio dando senso a quella vita che era stata fino a quel momento vissuta in modo dissoluto.

"Ero preda del peccato, poi attanagliata dal rimorso e dal senso di colpa mi sono ravveduta e ora vivo in pace con me stessa".

Noti lo scherzo cosmico? Prima si sente in colpa per qualcosa che non ha commesso, poi se ne assume il merito del ravvedimento quando in realtà era spettatrice inerme del gioco interattivo di questa forza impersonale che crea e disfa allo stesso tempo.

Se non provi un misto di fascinazione, stupore, ilarità condita da una sonora risata per la presa per il culo che questo spettacolo riserva, allora non hai capito niente.

Si dice che la maya è senza inizio ma gli si può porre fine a patto che se ne intraveda gli aspetti comici della faccenda. E' senza inizio come il Brahman poiché essendo quest'ultimo senza limiti ha la facoltà di vedersi altro da se, di credersi ciò che in realtà non è. In altre parole quello di prendersi per il culo.

"Il Fuoco si genera e si nutre col Fuoco ed è figlio del Fuoco, per questo occorre che ritorni al Fuoco, sì che non tema il Fuoco".
Non ho questa visione di essere vittima inerme di uno spettacolo allestito da altro soggetto a cui si dà il nome di forza impersonale che crea e disfa allo stesso tempo, o Iśvara seduto sulle nuvole che lancia fulmini per impulsare ogni mio movimento.
Conservo la mia dignità di essere umano che aspira ad essere grato della Vita che mi ha sfornato, e mi mantiene qui ed ora, come un panino tirato fuori dal forno e offerto ai commensali di un pranzo a cui partecipa, a quel punto, pure il panino.

Certamente occorre lavorare sugli stati di coscienza e sui guna osservando le mutazioni del "pilota" che sta agendo e testimoniando l'impatto di questa azione "personale" sul mondo. Resta un pilota, colui che crede di essere il soggetto dell'azione e la valuta usando le categorie di bene o male, virtuosa o dannosa.
Lo spazio d'azione del pilota è effettivamente limitato e incoerente, ove non tenga conto del continuo, ininterrotto, sbocciare dei semi causali e di tutti i serpenti sovrapposti all'unica corda a cui si aggrappa, volente o nolente.
La sadhana sarebbe di rimanere pienamente consapevoli senza alcuna attività mentale, e il tentativo è quello di acquisire vera conoscenza attraverso l’esperire rigoroso di un’osservazione intensa, di conoscere ciò che si sé, istante per istante, rimuovendo le sovrapposizioni velanti ed evitando le proiezioni spazio-temporali che tentano di programmare il prossimo passo.
Si cammina, guardando dove si mettono i piedi, fermare il flusso causale o deviarlo è impossibile, ma camminare in consapevolezza è possibile.

L'osservazione della mente che indaga è indubbiamente l'entrare in un circolo vizioso senza fine, perchè la mente che indaga è un insieme complicato di pensieri, emozioni, desideri, paure, ansie, attaccamenti, credenze, idee preconcette, convinzioni, a lungo accarezzate che tende a oscurare la pura semplicità e chiarezza di essere, rendendo oscuro ciò che è in sé: esistere, qui e ora.
Meglio non trattenere nella mente che veglia concettualizzazioni su maya e la sua stoffa.
Sappiamo che è solo un velo di cui si veste l'Invisibile.

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