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Iṣṭadevatā o Maestro interiore? - Inizi

La via del cuore, della devozione. L'abbandono al Divino per trascendere il divenire.
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cielo
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Iṣṭadevatā o Maestro interiore? - Inizi

Messaggio da cielo » 25/01/2017, 11:05

Non so quand'è che io iniziai a sentire, ma volendo definire una data, non saprei proprio dire quale sia stata, perché equivarrebbe a definire quando acquisii coscienza di me stesso come essere umano esistente.
Fu nel grembo materno? No, non credo e non fu nemmeno nell'ambito dei rapporti familiari. Credo che fu dopo, quando da bambino iniziai a rapportarmi con altri esseri della mia età.
Subito non capii. E forse quel subito dovrei spostarlo ad una età ben più matura, quasi all'oggi direi. Ma non capire non significa non sentire o non intuire che c'era qualcosa di strano fra come loro si vivevano rispetto a come io vivevo me stesso.

Era come se il loro mondo fosse fuori invece di essere dentro. Loro ascoltavano il fuori proprio fuori, mentre il fuori io l'avevo ascoltato fuori, sin da quando potevo percepire o ricordare. Questo modo diverso di vivere era continua fonte di stupore, poi lo divenne di sofferenza quando cercai di comunicarlo e ben peggio fu quando iniziarono a chiedere e io a rispondere. A furia di vederli strabuzzare gli occhi, smisi. Imparai a domandare e non rispondere. Gli adulti adoravano le domande intelligenti e quelle più intelligenti erano quelle di cui sapevano le risposte. Bastava andare a vedere cosa sapevano e chiedere proprio quello.

Man mano mi ritirai in me: c'era un mondo stupendo e immenso a esplorare, ogni oggetto del creato determinava un effetto dentro di me e tutti erano fra loro correlati. Era come vivere ebbro di luci e colori, ma solo se ero solo. Ogni qualvolta si avvicinava qualcuno le sensazioni si facevano fosche e le ombre cupe celavano le luci.

Era così difficile non essere me stesso, era sempre più difficile non rispondere, era così intenso il bisogno di parlare, di comunicare, di dire. Né potevo riovlgermi più di tanto ai miei genitori, così impegnati a crescere le proprie vite di giovani umani in un mondo di altri umani. A tratti poi mi ritrovavo bambino più che mai, infantile con bisogni infantili... era divertente, altre volte doloroso. Sensazioni precise che una volta espresse cadevano per la vuotezza, per l'inconclusività. Il mondo che era dentro non poteva essere messo fuori.

Mi accorsi presto che il piacere era legato al silenzio, alla natura, al chiostro del convento, alla cappella. Un po' mi spaventava, mi spaventò più tardi quando iniziai a confessarmi, quando mi veniva chiesto di peccati che nemmeno sapevo immaginare, e che una volta conosciuti ritenni personali e non classificabili come peccati. Strana genie i preti. Alcuni sono dolcissimi, altri crollano nella propria incompiutezza, che se accettata sarebbe la forza più grande.

Ma sto cercando di ricordare il prima. Ci fu un momento in cui mi accorsi di non essere solo, di non essere mai solo, di non essere mai stato solo. Potevano esserci sì, dei momenti di sconforto, ma era una mia scelta che fossero miei, era giusto che fossero miei - e quali mai potrebbero essere i momenti di sconforto di un bambino di neanche sette anni?

Beh, quali mai fossero, erano e rimangono miei e quella "compagnia" mai cercò di interferire con loro. Ella si limitò
ad esserci. E' strano. La respiravo fuori e dentro, non c'era un luogo ove essa non fosse, non c'era un luogo ove essa non mi salutasse e mi strizzasse l'occhio. Oggi la direi Madre - è Essa che qui si mostra - ma l'uso ai rudimenti cattolici, me la fecero immaginare maschile, prima adulta, poi giovane. La immaginavo come un compagno di giochi, sempre sorridente, sempre vicina, sempre pronta a offrirmi il suo ridente sostegno.

Mi piaceva dargli voce, non ne immaginavo un corpo, non un volto, non uno spessore o un suono. La sua voce era la voce della mia anima e imparai ad ascoltarla dialogare con me stesso, un me stesso che poneva domande e che immaginava di tenersi compagnia senza alcuna voce.

Adesso che ci penso non saprei dire se gli davo veramente voce, in realtà ero io a parlare ed io ad ascoltare. Non era quella l'età della ricerca. Quella era l'età delle affermazioni, del dire, del definire, dell'ascolto del mondo. Era un mondo materno, ma non lo sapevo, era un mondo di sensazioni, di percezioni ma non lo sapevo.

C'erano tante cose che non sapevo e che avrei imparato in seguito, dolorosamente. Ci volle tempo e ancor oggi apprendo quanto la Madre desideri che io apprenda. Appresi che le persone non vedono i propri pensieri, che spesso li ignorano. Appresi che non vedono le proprie vite, che ignorano i propri passati e come i molteplici futuri
siano in realtà una sola via. Ma apprendere non significava capire, significava solo registrare gli eventi, guardandoli stupito e incapace di capire il significato di tutti quegli eventi.

In tutto questo c'era quella presenza, silenziosa, non pressante, con cui era possibile ogni discussione, specchio stupendo di luce che rifletteva ogni evento con dolcezza. Non so se sarei stato disponibile a vivere, se avessi mai immaginato che un giorno non sarei stato capace di vederla o meglio se avessi saputo che il vederla non mi avrebbe dato la stessa gioia, perché avrei voluto altro.

"Tutte le pratiche portano verso la liberazione...
...mai detto però che tutte ci arrivino!".
Premadharma



[Forum pitagorico: messaggio da bhakta » 26/10/2008, 19:51]

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