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Io sono il Tempo

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cielo
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Re: Io sono il Tempo

Messaggio da cielo » 21/06/2019, 11:44

Fedro ha scritto:
21/06/2019, 9:50
PPS seriamente parlando...non possiamo porci al posto dell'assoluto nè nei suoi panni.
Quindi voler disquisire sulle intenzioni del Gioco non porta molto lontano, ma sarà evidentemente anche questo un suo Gioco..
Diciamo che alla fine ci si stanca di parlare di ciò che non ci riguarda, quindi cade pure la disquisizione concettuale sul libero arbitrio perchè a nulla serve:
se lo vedo, c'è e mi illudo di usarlo, altrimenti realmente non si presenta e constato che non serve convincere la mente o dover convincere altri.
A questo ci pensa eventualmente Krishna.
Oppure si prende atto che stiamo ancora giocando con gli specchi della mente che ci lancia Krishna o il Dio di turno (pure la Grecia ne ha una vera costellazione)
Attenzione perchè l'Assoluto non è un soggetto che gioca, quello è Isvara, il Demiurgo, il "sognatore" dei mondi.

E' sempre e solo Isvara che si manifesta.
Ci sono dei semi causali che si "incarnano", formando un flusso "autonomo e unico": noi/io/Isvara è presente perché "sceglie" di esperire.

Potremmo dire che la mente Divina crea il tempo perché la mente umana non è in grado ci concepire l'eterno presente ossia la contemporaneità del mondo dei nomi e delle forme (nessuno nasce, nessuno muore, nulla è fuori dall'Essere).
Come possono coesistere due forme? Come possono coesistere due pensieri? Come possono coesistere due azioni? Come possono coesistere più vite?
Ci dimentichiamo della divina potenza creativa dell'Essere, ci dimentichiamo che, pur individuati, siamo sempre e solo puro Essere, e di conseguenza tralasciamo di considerare che la vita stessa è una nostra creazione, che i semi causali non sono altro che l'espressione della molteplicità che chiamiamo e "vogliamo". E' la generazione costante dell'apparenza delle forme. Ajati vada è la via della non generazione di nuove cause e conseguentemente di nuovi effetti. Quelli già in movimento non possono essere fermati.

Non dimentichiamo che il vivere, l'incarnarsi è un scelta in sorta di libero arbitrio, siamo qui perché lo vogliamo, ci piace esperire, sta a noi farlo con diligenza, in aderenza e risoluzione del dharma-karma, senza dimenticare la nostra pura essenza, pur usufruendo della vita.
Il fine del ricercatore è di risvegliarsi all'apparenza e non confonderla con la Realtà, ovvero vivere l'apparenza come Realtà ma senza confonderla.
Corda e serpente coesistono entrambi, a seconda cosa si mostri o si ricordi.

Ci viene insegnato che sul sentiero metafisico puro non é più il desiderio a determinare, ma é la consapevolezza stessa di "trovarsi", di riconoscersi puro essere,'eterna costante, immobile ed imperturbabile, e ciò implica la risoluzione e reintegrazione di ogni istanza legata al divenire, alla manifestazione che non è che apparenza nel tempo.
Diceva Ramana (e non solo lui) che solo tramite l'autoindagine il discepolo s'interiorizza e comprende l'Assoluto nel "luogo" in cui si trova (il cuore spirituale).
Risvegliare l'assolutezza dell'Essere spinge la coscienza individuale ad ancorarsi direttamente sulla costante eterna, non-nata, senza causa, effetto e mutamenti, e ciò, secondo me, richiede una costanza nell'evitare di generare "volontà", ossia nuove cause con nuovi effetti, ma questo non significa certo interrompere l'azione, che, come evidenziato nel dibattito, non è possibile per chi è dotato di un corpo grossolano e sperimenta la fantasmagoria della manifestazione, qui ed ora.

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Fedro
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Re: Io sono il Tempo

Messaggio da Fedro » 21/06/2019, 12:26

Hai ragione ho usato il termine assoluto pensando però al Divino

cielo
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Re: Io sono il Tempo

Messaggio da cielo » 21/06/2019, 15:16

Fedro ha scritto:
21/06/2019, 12:26
Hai ragione ho usato il termine assoluto pensando però al Divino
Errore comune e trasversale alle diverse visioni.
D'altra parte, come evidenziato nel dibattito, Arjuna è pienamente umano (pur se di origine semi divina come racconta il mito) e dunque sottoposto all'interazione dei guna, vulnerabile fisicamente e psicologicamente, sottoposto ai sentimenti, al desiderio, ai ricordi, alla paura, al dubbio perfino sul Divino stesso, suo auriga, di cui però si fida abbastanza per gettarsi nella mischia e compiere il proprio dharma, che è qualcosa oltre la parola "dovere" che traduce usualmente il termine.
Dharma è estrinsecazione della propria natura, quindi coniuga il dovere umano con la consapevolezza di ciò che si è in realtà (la natura "vera").
Pure noi, sul campo di battaglia predisposto per noi dallo scorrere del tempo, saltelliamo nel ritmo della vita scandito dal piede di Shiva che danza la Tandava, eone dopo eone.

Anche noi cerchiamo di accettare di gettarci nella mischia, a cuor contento, abbandonandoci tra le braccia del Ballerino.
Che ci si riesca o meno è responsabilità individuale, probabilmente l'unico arbitrio che abbiamo: danzare a tempo, ascoltando la musica (ed evitando di calpestare i piedi altrui nella speranza di salvare i nostri, almeno fino a quando si danzerà).

Nella Gita sono indicate alcune modalità di percorso che possono aiutarci a sperimentare/realizzare Shiva stesso che è identità e differenziazione.
Nel kali yuga viene detto che la via più facile da percorrere per il ricercatore è la bhakti, da accompagnare all'azione disinteressata, capace di "chiudere l'azione", abbandonando i frutti.
E' in effetti facile la differenziazione, spostiamo il Divino fuori da noi, e ci "pensiamo" trasformandolo in un amico immaginario con cui discorrere e discutere il do ut des, oppure, come in molti culti religiosi, procediamo, tramite vari riti e mantra, ad adorarlo rendendo offerta di tutto quanto abbiamo ricevuto in dono, cominciando dalla vita stessa.
Normale, l'Assoluto è inconcepibile, non pensabile, non oggetto di conoscenza e percezione. Indefinibile, oltre che illimitato e onnipervadente. L'occhio non può guardare sè stesso e come danzare sulla propria unica testa?

Per riunirci alla nostra natura "vera" sperimentiamo inevitabilmente prima la differenziazione e poi l'identità con il Divino Danzatore.
E' l'agonia della vita, ci piace tanto e temiamo di perderla, eppure ce ne lagnamo e la chiamiamo valle di lacrime.
Un curioso paradosso che denota come il processo realizzativo della presa di coscienza della Realtà non dipenda da nulla che si possa fare e pensare, ma richieda comunque un'azione consapevole che direzioni il senso dell'io (che tanta pena ci dà) a sicura morte.

cielo
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Re: Io sono il Tempo

Messaggio da cielo » 31/12/2020, 10:35

32. Io sono il Tempo, distruttore dell’universo pervenuto a maturazione e quindi (sono)
occupato a dissolvere le stirpi (degli uomini). Anche senza il tuo intervento questi guerrieri, schierati in opposte file, si dissolveranno.
33. Perciò sorgi e conquista la gloria; trionfa sugli avversari e impegnati per un prospero regno. (Sappi che) questi guerrieri da gran tempo sono da Me considerati già scomparsi. Tu sei solo lo strumento, o Savyasācin (di ciò che dovrà essere).
34. Droṇa, Bhīṣma, Jayadratha, Karṇa e similmente gli altri valenti eroi, che da Me sono già stati soppressi, distruggi, senza alcuna paura; combatti e vincerai i tuoi nemici.”



Commento di Raphael:
Kṛṣṇa svela il suo volto śivaita: sul piano del manifesto ogni cosa, che proviene poi da Me, nasce e muore; per Me un ente-evento non fa in tempo a nascere che già è dileguato, riportato nel non formale, trasceso.
L’universo dei nomi e delle forme non è altro che un caleidoscopico emergere e svanire, travaglio di elementi, di atomi che vengono, spariscono, ritornano in un turbinio incessante. Vita: eternità e baleno, potenza e svigorio, attimo eternale, apparizione e scomparsa.
Arjuna, discepolo kṣatriya, è lo strumento dell’ineluttabile tramonto della forma. È Kṛṣṇa in persona che gli ordina di eseguire il Dharma cosmico, venuto a maturità. Noi, semplici viandanti sulla via del conflitto, non possiamo seguire l’ordine impartito ad Arjuna; non siamo strumenti dell’universale, non possiamo uccidere, quantunque conosciamo l’inevitabile svanire della forma. Un karma negativo, certo, si raccoglierebbe sulle nostre spalle qualora uccidessimo. Ogni jīva ha il diritto, come noi, di ‘sognare’, ogni jīva ha il diritto di vivere e lottare per scorgere quel faro che, prima o poi, lo condurrà nel grande porto della beatitudine. È bene riflettere sul primo verso del sūtra 32: “ Io sono il Tempo, distruttore dell’universo pervenuto a maturazione...”. Śiva si svela solo quando la messe è matura.

dalla Bhagavadgītā, Il canto del Beato
traduzione e commento di Raphael
edizioni Āśram Vidyā

Il Tempo sta per riassorbire un nuovo anno e domani il contenitore spazio-temporale che ci sta ospitando avrà una nuova etichetta numerica: 2021.

Domani questo me penserà da 2021, non più da 2020.

I primi tempi è sempre dura ricordarsi di datare i documenti aggiornando l'abitudine mentale dei 365 giorni e 6 ore precedenti.

Come opporsi allo scorrere della vita o pensare di poterla orientare secondo nostri scopi e desideri?

Quando questa consapevolezza dell'ineluttabile mi imbeve come fossi una spugna, accadono stati coscienziali che alternano uno stato di spavento primordiale (accade di visualizzare il mio distacco dalla forma, la morte del corpo fisico che terrorizza le mie cellule vive e in azione nel qui e ora, mi piace il brivido e la scarica di adrenalina di percepirmi prima o poi morta) e uno stato di leggerezza pacifica che sa che questa energia aggregata in questo nome forma si dissolve ogni notte nel sonno. Hai paura di addormentarti? - diceva Ramana -, e allora perchè hai paura di morire?

Che sarà mai "morire"? Abbandonare un vestito e sgusciarne fuori nel per sempre dello stato causale, dell'unica Causa di tutti gli effetti. Quando mi metto a raccontare questi miei scenari mentali di solito mi accusano di essere "lugubre" per questo insistere col memento mori...

In questo altalenare tra agitazione e pace, tra paure e antidoti alle paure, navigo a vista e rifletto sulle conseguenze della sadhana e sul sentirmi essere sull'orlo del baratro. La fragola di qua, la tigre di là...

Lavora dentro l'istruzione ricevuta sull'ajati vada (pratica della non generazione di nuove cause), ma sono consapevole che il credere di aver compreso tale istruzione è per l'appunto pura credenza.

"L'Advaita Vedanta nel suo insieme si appoggia come sadhana all'ajati vada (pratica della non generazione [di nuove cause]). E l'ajati vada viene praticato attraverso il karma vada (con tutte le sue accezioni nel grossolano denso, dalle posture, alle respirazioni, ai riti, ai mantra, ai suoni, etc.), il bhakti vada, lo jnana vada, l'asparsa vada.
Il Vedanta Advaita si pone oltre ogni contrapposizione ed è oltremodo risibile come in molti si affannino a contrapporsi ad un qualcosa che non solo non comprendono ma non è nemmeno concepibile dalla mente empirica. E' oltre ogni contrapposizione perché la parte finale, l'asparsa vada, diviene disponibile solo quando l'ajati vada viene a concludersi: i vari piani esistenziali sono stati armonizzati nella risoluzione delle causalità (attraverso i vari yoga) ed è possibile fare il salto coscienziale di pura consapevolezza.
.

Non generare nuove cause richiede (come da istruzioni ricevute da Premadharma) di praticare le vie tradizionali dello Yoga ben sapendo che la triplice temporaneità del passato presente e futuro che sostanzia l'intera manifestazione è una catena che mi trattiene dal salto nell'abisso e nessuna pratica condurrà all'incausato.
Solo realizzando l'Assoluto conosceremo l'Assoluto: diversamente ci sarà sempre una dualità soggetto e oggetto, un io e un tu. Non possiamo conoscere l'oggetto fino a quando tra noi e l'oggetto c'è una distanza spazio temporale.
Tempo tiranno,si dice.

Mi consolo da sola ricordando che le scritture dicono che anche i più grandi degli yogi hanno paura dell'asparsa, di rimanere senza sostegni, di cambiare la prosettiva che pone sempre un "io sono questo e quello" al centro che vuole modificare qualcosa come se potesse farlo. E ci crede, illudendosi.

In questo brano di Premadharma è ben spiegata la faccenda, anche se non compredo ancora come "vada a concludersi l'ajati vada".
Non generare nuove cause, in pratica cosa vuol dire?
Agire senza agire, sempre abbandonando i frutti dell'azione mano a mano che le azioni di preparano e si compiono?
(se mi brucia l'arrosto sarò imperturbabile, non perderò la pace sattvica...)

H24 presente ai desideri di calarmi nel tempo con un io che presume di poter scegliere e causare eventi "migliori" e risolutivi?
(una contraddizione evidente: desiderare effetti implica cercare di causarli e quindi si agisce con una strategia, aspettandosi un frutto..ṅon ci siamo)

Imparare a stare in piedi da sola, senza libri, senza contentini, senza credenze? A ben guardare è terribile, passo la giornata a cercare sostegni al mio nulla qui presente.

Ma percorrere l'ajati vada è come camminare sul filo di un rasoio, il minimo squilibrio richiede l'applicazione di cerotti, per riprendere a camminare.

E il Tempo scorre, solo nel presente resta apparentemente un attimo fermo.

Buon 00.01 2021

"Coloro che pensano che l'io psicologico o empirico sia la loro vera realtà, senza dubbio temono la realizzazione metafisica, perche credono di estinguersi, di annichilirsi, di perdersi. E pur di non "morire" al loro io - la cui natura è pur sempre peritura - inventano filosofie e scienze che possano dar credito e soddisfare la loro insicurezza e incompiutezza"
(Raphael, Il sentiero della Non-dualità)

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